Lingue: la diversa sintassi ha origine biologica

MA LA PROTO-LINGUA DA CUI TUTTE DERIVANO AVEVA STRUTTURA DIVERSA

Lingue: la diversa sintassi ha origine biologica

di Simone Regina   corriere.it    20121018

L’85%, italiano compreso, ha struttura soggetto-verbo-oggetto

«Cassano calcia il pallone». «Pirlo tira il rigore». Quante volte ci è capitato di ascoltare frasi del genere durante la cronaca di una partita di calcio? Diversi i giocatori coinvolti in campo e diverse le partite del campionato, ma l’ordine delle parole non cambia. Prima il soggetto, poi il verbo e infine il complemento oggetto. È questo, infatti, l’ordine delle parole tipico dell’italiano. Che, come l’inglese, il greco o l’indonesiano, nella costruzione delle frasi segue l’ordine denominato dagli esperti SVO, ossia soggetto-verbo-oggetto («il giocatore calcia il pallone»), a differenza di altre lingue, come il giapponese, il turco, il basco o il coreano, in cui l’oggetto è anteposto al verbo («il giocatore il pallone calcia»), denominate SOV.

EFFICACIA – Perché la struttura sintattica non è uguale in tutte le lingue del mondo? Ovvero, perché le circa 6 mila lingue parlate sul nostro pianeta non sono strutturalmente identiche? Ricercatori del Mit di Boston ritengono di poter spiegare queste differenze ricorrendo alla teoria dell’informazione elaborata da Claude Shannon negli anni Cinquanta. Sulla rivistaPsychological Science, Edward Gibson, docente di scienze cognitive al Massachusetts Institute of Technology, sostiene che il linguaggio umano sia un esempio di quello che Shannon chiamava un «canale rumoroso» e che le lingue, di conseguenza, avrebbero elaborato determinate regole, relative all’ordine delle parole, in modo da ridurre al minimo il rischio di errori nella comunicazione. Insomma, per non compromettere l’efficacia comunicativa. Secondo Shannon, infatti, l’efficacia di una comunicazione può essere compromessa da eventuali «rumori»: fattori del contesto che possono impedire al messaggio di arrivare correttamente il destinatario.

LO STUDIO – I ricercatori del dipartimento di scienze cognitive del Mit hanno chiesto a parlanti di madrelingua inglese (ordine SVO), giapponese e coreano (ordine SOV) di descrivere, a gesti, semplici azioni illustrate in alcuni video. Hanno riscontrato che, nel riprodurre il significato delle immagini attraverso i gesti, anche i parlanti inglese prima riproducono il complemento oggetto e poi illustrano l’azione, se questa è diretta verso un oggetto inanimato, come per esempio una bambina che calcia un pallone. In pratica, come era emerso già da studi precedenti, anche se in inglese il verbo in genere precede l’oggetto, i madrelingua inglesi utilizzano nella comunicazione non verbale l’ordine soggetto-oggetto-verbo (SOV) indipendentemente dalla grammatica della propria lingua.

GESTI E PAROLE – «La tendenza dei parlanti di esprimersi con i gesti secondo un ordine diverso da quello della propria grammatica può essere un esempio di una preferenza linguistica innata: ricapitolare le vecchie informazioni prima di introdurne di nuove. Insomma, il vecchio prima del nuovo», spiega Gibson. Se l’azione, però, è rivolta verso un altro essere umano (una bambina dà calci a un bambino), i parlanti in genere mimano prima il verbo e poi il complemento oggetto.

RUMORE – Perché in questo caso prevale l’ordine SVO? «L’ordine SVO ha una migliore possibilità di preservare le informazioni se il canale di comunicazione è rumoroso», ribadisce Gibson. In particolare, il passaggio all’ordine SVO è funzionale, secondo i ricercatori, alla descrizione di eventi semanticamente reversibili: in cui la presenza di due referenti animati rende più difficile individuare l’agente dell’azione, come nel caso della frase «Maria colpisce Giovanni». Se il verbo è inserito alla fine della frase, può esserci una potenziale ambiguità nell’individuare chi agisce e chi subisce l’azione. Soprattutto se, a causa del contesto comunicativo, non arriva al destinatario il messaggio completo: quindi, potrebbe non essere chiaro chi colpisce chi.

LA MAMMA DI TUTTE LE LINGUE – Circa l’85 per cento delle lingue parlate nel mondo possono essere suddivise in due gruppi: quelle, come l’italiano, in cui la struttura di base delle frasi segue l’ordine soggetto-verbo-oggetto (SVO), e quelle, come il giapponese, in cui l’oggetto è anteposto al verbo. «Di fatto, però non esistono lingue che seguono un ordine diverso a seconda della reversibilità», precisa Marina Nespor, docente alla Sissa di Trieste. «Ma tutte le lingue conosciute (o almeno la maggior parte), come illustra una ricerca pubblicata lo scorso anno su Pnas, discendono da un proto-linguaggio caratterizzato dall’ordine soggetto-oggetto-verbo (SOV). Poi, alcune sono approdate all’ordine soggetto-verbo-oggetto (SVO). Come è successo, per esempio, alle lingue romanze derivanti dal latino, italiano compreso».

DIFFERENZE – A cosa sono imputabili allora le differenze strutturali tra le lingue del mondo? Gibson fa notare che se una lingua possiede i casi morfologici (accusativo, nominativo ecc.), allora dispone di altri indizi (la morfologia dei casi appunto), indipendenti dalla posizione degli elementi nominali rispetto al verbo, per assegnare il ruolo di soggetto e di oggetto a un sostantivo. Nelle lingue, invece, che non prevedono i casi, questo compito viene affidato all’ordine delle parole: il soggetto dunque è tendenzialmente prima del verbo, all’inizio della frase, e l’oggetto dopo, come in italiano. «Le differenze possono avere un’origine biologica», sottolinea però la linguista. «Sistemi cognitivi diversi sono infatti responsabili del diverso modo di ordinare le parole nelle varie lingue del mondo. L’ordine SOV, in cui la funzione logica dei nomi è indicata dai casi morfologici, è quello prediletto dal sistema di base cognitivo della comunicazione per la sua efficacia. Sappiamo però che la morfologia dei casi è difficile da apprendere, ragione per cui un ordine fisso senza morfologia è preferito. Da cui il cambiamento unidirezionale dalla lingua ancestrale SOV alle numerosissime lingue SVO».

Simona Regina17 ottobre 2012 (modifica il 18 ottobre 2012)© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Costi della politica, se il governo Monti copia da Tremonti (e tutti applaudono)

Costi della politica, se il governo Monti copia da Tremonti (e tutti applaudono) – Il Fatto Quotidiano

 

 

 

Costi della politica, se il governo Monti copia

 da Tremonti (e tutti applaudono)

Sull’onda dello scandalo dei fondi Pdl nel Lazio, il governo ha varato ieri sera il decreto sui tagli agli enti locali. Una vera e propria « tagliola » accolta tra gli applausi dei governatori. Gli stessi che nell’agosto del 2011 alzarono le barricate contro i tagli previsti dalla manovra del ministro Tremonti. Eppure, tra i due testi ci sono molte evidenti somiglianze

Tremonti e Monti

 

 

 

Non c’è niente di più inedito dell’edito, ironizzava negli anni ’50 un grande giornalista come Mario Missiroli. E’ una frase che, però, calza alla perfezione ancheper fotografare quello che è accaduto ieri sera a Palazzo Chigi. Quando il governo ha varato il decreto sui tagli alla politica negli enti locali sollecitato dagli stessi governatori regionali e da molti sindaci. Il tutto – è noto – è nato dopo lo scandalo della Regione Lazio e sull’onda dell’emozione provocata dall’inizio di inchieste similari in Campania, Emilia Romagna e Piemonte e, soprattutto, spacciato come l’ennesima novità legislativa di stampo moralizzatore messa in campo da Mario Monti.

Non appena sono cominciate a circolare le copie del nuovo articolato, però, si è visto subito che il testo non si discostava di molto dal documento portato dai governatori al sottosegretario Antonio Catricalà la scorsa settimana. Ma soprattutto, era un testo che aveva similitudini davvero impressionanti con l’articolo 14 della manovra Tremonti dello scorso agosto (il decreto 138) che prevedeva la riduzione dei Consiglieri e dei loro stipendi. Una manovra che all’epoca aveva provocato l’immediata alzata di scudi dei governatori e che, invece, ieri è stato digerito come un bicchier d’acqua e, in alcuni casi, accompagnato da un sincero entusiasmo dei diretti interessati.

Insomma, Monti non si è inventato nulla di straordinario. Anzi, ha copiato di sana pianta Tremonti, solo che all’epoca il governo era ormai delegittimato nell’azione politica e di risanamento economico, mentre ora – inchieste a parte – si parla addirittura di un Monti bis dopo le elezioni di aprile: impossibile non adeguarsi al nuovo corso. E, soprattutto, a salutarlo con favore. Si ricorderà anche che la manovra tremontiana demandava alle Regioni il compito di attuarle entro sei mesi, cosa che naturalmente non è avvenuta. E i ricorsi sono servirti anche per rallentare l’applicazione delle norme secondo la scadenza prevista. Poi è esploso il Lazio gate e l’indignazione dell’opinione pubblica ha indotto consigli e giunte regionali a fare quello che non hanno fatto in questi 15 mesi.

Giusto per ricordarlo, la manovra Tremonti del 13 agosto 2011, messa a punto in un’estate in cui il governo si produsse, complessivamente, in cinque diverse versioni del provvedimento per cercare di arginare il volume dello spread in fiammata perenne e quotidiana, conteneva tagli agli enti locali e alle Regioni per 9 miliardi di euro nel biennio 2013-2014. Le riduzioni erano state suddivise in circa 3,5 miliardi di euro nel 2013 e 5,5 miliardi nel 2014. E prevedeva, sempre per Comuni, Regioni e Province, trasparenza nelle spese, tagli agli stipendi, riduzione del numero delle poltrone e anche significative sanzioni per chi non avesse attuato la stretta. Una manovra, dunque, molto stringente, dettata ovviamente dall’emergenza di quel momento che indignò tutti. A partire proprio dal “celeste” Formigoni che parlò, seccato, di “fine del federalismo fiscale”. Quindi fu presa la decisione di ricorrere alla Corte Costituzionale. Ieri Formigoni era sempre in prima fila, stavolta a decantare la bontà di un provvedimento con gli stessi contenuti della manovra 2011 – in qualche caso addirittura peggiori – sostenendo addirittura di essere stato tra quelli che hanno perentoriamente chiesto a Monti di intervenire: “Quei tagli – ecco la dichiarazione – sono le richieste presentate da noi (dai governatori all’esecutivo nazionale, ndr) e il decreto va in quella direzione”.

Un decreto che, lo ricordiamo, contiene tagli agli stipendi di consiglieri e assessori e anche ai gettoni di presenza nelle commissioni, sanzioni a carico degli amministratori locali, come i sindaci, che hanno contribuito con dolo o colpa grave al verificarsi del dissesto finanziario e l’incandidabilità per dieci anni. Quindi il dimezzamento delle agevolazioni in favore dei gruppi consiliari, dei partiti e dei movimenti politici e l’adeguamento al livello della Regione più virtuosa (identificata dalla Conferenza Stato-Regioni entro il 30 ottobre 2012), la tracciabilità delle spese dei gruppi consiliari, scure su auto blu e sponsor, e taglio dei vitalizi con passaggio al sistema contributivo per le pensioni.

Insomma, una tagliola tremenda. Ma già tremendamente vista. E, stavolta, anche accettata solo perché la propone Monti. Che a sua volta non si è inventato niente ed ha copiato Tremonti. Quando si dice che non c’è mai niente di più inedito (e apparentemente brillante) dell’edito…

 

California, manuali digitali nelle università pubbliche. Tutti open source

California, manuali digitali nelle università pubbliche. Tutti open source – Il Fatto Quotidiano.

California, manuali digitali nelle università pubbliche. 

Tutti open source

Secondo quanto approvato dal Senato, entro un anno gli studenti potranno scaricare 50 testi gratuitamente da internet, che saranno disponibili entro fine 2013. Le università dovranno poi creare una biblioteca online e in cui pubblicare i libri

California, manuali digitali nelle università pubbliche. Tutti open source

Il governatore della California Jerry Brown ha firmato pochi giorni fa due leggi, votate dal Senato californiano il mese scorso, che impegnano leuniversità pubbliche dello stato americano a creare cinquanta manuali universitari gratuiti e ad accesso libero. Entro un anno gli studenti californiani potranno quindi scaricare gratuitamente da internet alcuni dei libri di testo di cui necessitano per gli studi universitari. Secondo le nuove leggi, le università dovranno dar vita alla California Digital Open Source Library, cioè una biblioteca online e accessibile da chiunque in cui pubblicare i libri di testo. I cinquanta manuali che saranno resi disponibili entro la fine del 2013 dovranno essere scelti tra quelli necessari per altrettanti corsi di base all’interno del sistema universitario californiano.

Infatti il California Open dovrà stilare una lista di testi necessari per i corsi di laurea e occuparsi di produrli partendo da zero oppure di utilizzare testi già esistenti e rielaborarli. L’obiettivo è sviluppare “libri di testo digitali e materiali didattici di alta qualità, alla portata di tutti e open source”. La clausola open source è particolarmente importante: secondo la nuova legge californiana, i libri dovranno essere pubblicati con una licenza Creative Commons alternativa al normale copyright, che permetta a chiunque di scaricarli, usarli, diffonderli e modificarne i contenuti, fatto salvo il riconoscimento della paternità dell’opera agli autori originari. Questa clausola favorisce gli studenti, che si trovano di fronte ad aumenti dei prezzi dei libri di testo e faticano a coprire tutte le spese necessarie per la propria educazione. Ma serve anche a permettere a professori che insegnano nelle università di tutto il mondo di adottare questi libri per i propri corsi.

Inoltre i libri dovranno essere pubblicati in modo da favorire le persone che volessero modificarli e migliorarli. La stessa Creative Commons, istituzione che si occupa di immaginare forme alternative di copyright, ha spiegato che si tratta di “una grande vittoria per la California” perché è un tentativo di usare le licenze aperte e le competenze accumulate dall’Università dello stato per “far risparmiare denaro alle famiglie californiane e per rispondere ai bisogni di insegnanti e studenti”. Questa iniziativa fa parte di una serie di innovazioni che le università statunitensi stanno adottando per sfruttare le potenzialità della rete: la stessa University of California sta partecipando a esperimenti di insegnamento gratuito online, come Coursera o OpenCourseWare.

Quanto contano i soldi in amore?

Quanto contano i soldi in amore?

 

Si rivendica la parità tra i sessi eppure, nei primi appuntamenti, ci si aspetta che sia sempre l’uomo ad offrire »

tivadipagare

di      coriiere.it    20121003

A noi donne, ammettiamolo, questo abbinamento non piace per niente. Ci inorridisce che anche solo in linea teorica venga accostato un sentimento come l’amore (e tutto quello che gli gravita attorno) a un tema tanto becero come quello dei soldi.

Eppure, sempre di più sono convinta che i soldi, il potere economico di un uomo, per la donna contino parecchio.

Bella scoperta, diranno i più ciniconi tra voi. E invece a mio avviso si tratta qualcosa su cui è interessante riflettere in un’epoca in cui sempre più a gran voce – e a parere mio, giustamente – la donna rivendica la parità tra i sessi praticamente ovunque. 
Io sono la prima a sostenerla. Ma ammetto che, per esempio, in un primo appuntamento trovo auspicabile che sia l’uomo ad offrire la cena. E’ tanto contrastante con l’immagine della donna emancipata che tutte noi vorremmo rappresentare? Si potrebbe dire che è una semplice questione di galanteria, ma con voi vorrei capire quale sia il peso effettivo dei soldi in una relazione. Conosco una ragazza – intelligente e autonoma – che si è sentita offesa per aver dovuto pagare la sua «quota» in un conto diviso alla romana: era uscita con l’uomo che stava frequentando e altri amici ma lui non ha pagato anche per lei. Di certo non sono i pochi euro che ha speso che le hanno pesato, ma il significato che lei attribuisce a quei soldi:

«Se avesse voluto dimostrarmi che ci teneva avrebbe offerto anche per me»; «Un uomo che non paga anche per la donna che frequenta è un taccagno-un egoista-un cafone».

Questi ragionamenti si sentono fare dalla stragrande maggioranza delle donne che poi aggiungono: «Io non ho problemi a offrire quando usciamo, ma deve essere una mia sorpresa, un mio gesto inatteso fatto a sua insaputa. Ma, in generale, l’uomo deve offrire». E’ ovvio che si parla dei primi appuntamenti, che poi una relazione si basa su presupposti auspicabilmente più solidi e che i rapporti si bilanciano, ma fino a che punto nel corteggiamento all’uomo è richiesto di «spendere di più». Mi ha lasciata interdetta la confessione di alcune persone che ho conosciuto e che vivono a New York. Lì, dove l’emancipazione è praticamente totale e dove si guarda per avere un assaggio di futuro, gli uomini non solo sono completamente spaventati dalle donne, ma quando scelgono di conquistarne una, come prassi si danno un budget. Non tanto per dire. Fissano proprio una cifra che mettono a disposizione per conquistare la tal donna. Cifra che prevede cene, viaggetti, regali e via dicendo. E il «gentil» sesso di lì, questa cosa la pretende. Se l’aspetta proprio. Certo, non tutte le donne, mi auguro. Ma quelle con cui ho parlato me l’hanno confermato.

Tutto questo non è agghiacciante? Tutto questo non contrasta enormemente con l’idea di una donna che non deve dipendere dall’uomo? Quale è il limite (se c’è) tra la galanteria (da parte dell’uomo) e il parassitaggio (da parte della donna)?

twitter @ChiaraMaff