Hitler un protettore dei diritti umani

http://www.lettera43.it/cultura/hitler-un-protettore-dei-diritti-umani_4367556215.htm.

SONDAGGIO CHOC

Hitler? Un protettore dei diritti umani

Lo crede un terzo dei liceali tedeschi.

Un sondaggio che sciocca e fa riflettere.
La metà dei liceali tedeschi non sa che Hitler era un dittatore, mentre un terzo di loro pensa che sia addirittua stato un protettore dei diritti umani.
È il risultato di un’analisi condotta dai ricercatori della Free University di Berlino.
Lo studio, dal titolo Vittoria tardiva delle dittature?, ha rivelato una mancanza di conoscenza degli studenti tedeschi delle loro origini, secondo quanto riferisce il Daily Mail online.
«È scioccante», ha commentato l’autore dello studio, Klaus Schroeder.
IGNORANZA STORICA. In base alla ricerca, condotta intervistando più di 7.500 studenti intorno ai 15 anni, due terzi dei liceali non è in grado di dire se la Repubblica democratica tedesca, nata dopo la seconda guerra mondiale e crollata con la caduta del muro di Berlino, fosse uno Stato totalitario.
Solo la metà è capace di affermare che l’ex Germania occidentale era uno Stato democratico, mentre il 40% si dice incerto in quale tipo di governo vive oggi.
La ricerca ha rivelato inoltre che il 40% non sa distinguere fra nazismo, la Repubblica democratica tedesca e la Repubblica federale prima e dopo la riunificazione della Germania.
«NESSUNA IDEA DI DIRITTI UMANI». Il risultato di questo studio è da far accapponare la pelle, e dello stesso avviso ne è l’artefice che preme perchè si prendano delle misure concrete per contrastare questo gravissimo gap a livello culturale e sociale.
«Questi studenti non hanno quasi nessuna conoscenza politica e non hanno nessuna idea di concetti come libertà di parola (‘Meinungsfreiheit’) o diritti umani. Le scuole dovrebbero prendere provvedimenti», ha detto infatti Schroeder.
Gli alunni in grado di dire la differenza fra dittatura e democrazia sono stati quelli degli ex Stati dell’Est di Turingia e Saxony Halt, mentre coloro che non sapevano rispondere provengono dall’Ovest, dal Nord Renania-Vestfalia, la più danneggiata, insieme con Berlino, dai bombardamenti della seconda guerra mondiale.
E per citare il grande giornalista Indro Montanelli: «Un popolo che ignora il proprio passato non saprà mai nulla del proprio presente».

Sabato, 30 Giugno 2012

più-ue-meno-germania

http://www.lettera43.it/economia/macro/piu-ue-meno-germania_4367555735.htm.

 

LA ROAD MAP

«Più Ue, meno Germania»

Schmidt e Delors: Berlino aiuti Atene.

di Barbara Ciolli

L'ex cancelliere tedesco Helmut Schmidt, all'ultimo congresso annuale dell'Spd.(© getty images) L’ex cancelliere tedesco Helmut Schmidt, all’ultimo congresso annuale dell’Spd.

Solidarietà, sussidiarietà, rispetto. Per evitare che – ancora una volta – il grande centro schiacci la periferia d’Europa.
Non sono le parole demagogiche di uno dei tanti capipopolo. Ma l’analisi, lucidissima, di uno dei padri dell’Unione europea (Ue), Helmut Schmidt.
Tedesco come la cancelliera Angela Merkel, da mesi il 93enne chiede al governo di Berlino una visione più ampia delle politiche economiche comuni: uno sguardo sovranazionale che, tra l’altro, includerebbe anche la mano tesa alla Grecia in grave difficoltà.
L’AGENZIA DEL DEBITO UE. Alla vigilia del vertice del Consiglio europeo del 28 e 29 giugno, mentre la Germania ha ribadito il suo «nein» agli eurobond, l’ex cancelliere socialdemocratico si è affannato a rilasciare interviste e a proporre, insieme con l’ex commissario Ue e amico 87enne Jacques Delors, un piano comune per costruire gli Stati Uniti d’Europa.
Oltre all’unione fiscale, così cara ai rigoristi, i due decani dell’integrazione hanno suggerito di creare una «agenzia europea del debito», per distribuire bond dell’Eurozona, in cambio della cessione a Bruxelles della sovranità nazionale degli Stati più dissestati.
PRESSING PRO EUROBOND. Il principio-cardine per l’accesso al credito, hanno scritto Schmidt e Delors in un rapporto per il think tank Notre Europe è: «La sovranità finisce quando la solvibilità finisce». In cambio, come obiettivo «a medio termine», per i governi in rosso si aprirebbero le porte agli eurobond.
Sarebbe la condivisione del debito europeo tanto aborrita dalla cancelliera Merkel. Quel contraltare che, alle misure di rigore, affianca politiche di interesse generale, lungimiranti ed europeiste, lontane dai particolarismi che finora, invece, hanno dettato le mosse dei leader dell’Eurozona, guidati dalla Germania.

Schmidt e Delors: «Ai leader Ue manca una visione globale»

L'ex presidente della Commissione europea, il francese Jacques Delors.(© getty images) L’ex presidente della Commissione europea, il francese Jacques Delors.

Con la sua road map, il duo europeista Schmidt-Delors dà forza all’asse franco-italiano di François Hollande e Mario Montiche, all’imminente vertice di Bruxelles, farà pressing su Berlino per smuovere la Germania a cedere sugli eurobond.
Per il vecchio cancelliere – popolare, tra i tedeschi, più della Merkel – così come per lo storico commissario Ue, è necessario che «tutti i leader e i responsabili delle istituzioni», trovino «la visione globale e le prospettive, che spesso sono mancate, fin dall’inizio della crisi».
L’OSTRUZIONISMO DI BERLINO.Smuovere Berlino dalle sue posizioni non sarà facile, nonostante il fatto che anche il presidente Usa Barack Obama, arrivando allo scontro, abbia richiamato l’Unione europea a dimostrare maggiore solidarietà tra gli Stati membri, promuovendo politiche economiche comuni.
«Eurobond, eurobill e garanzie di condivisione del debito sono sbagliati e controproducenti dal punto di vista economico. Oltre che non compatibili con la nostra costituzione», ha gelato la cancelliera tedesca, per tagliare la testa al toro. «Quando penso al summit, mi preoccupa il fatto che si parlerà troppo di tutti i possibili modi per condividere il debito. E troppo poco di come migliorare i controlli e attuare misure strutturali», ha avvertito Merkel, innescando un terremoto nelle Borse europee.
RIEQUILIBRARE I DIRITTI FISCALI. Schmidt e Delors, viceversa, auspicano un «riequilibrio dei diritti e dei doveri fiscali nell’ambito dell’Unione monetaria europea» che, oltre a «una sorveglianza di bilancio molto più stretta a livello comunitario» e a un «coordinamento delle politiche economiche nazionali», includa «un’agenzia Ue del debito, garantita congiuntamente da tutti i Paesi dell’euro, per aiutare gli Stati della moneta unica».
Nella prefazione del rapporto, i padri dell’Europa unita hanno chiesto che, «con la cessione della sovranità, l’area euro diventi un tutt’uno, in grado di assicurare l’accesso al finanziamento degli Stati a prezzi accessibili, anche in tempi di crisi».

L’ex cancelliere: «Contenere la Germania per integrare l’Europa»

La cancelliera Angela Merkel di fronte a un ritratto del predecessore Helmut Schmidt.(© getty images) La cancelliera Angela Merkel di fronte a un ritratto del predecessore Helmut Schmidt.

A più riprese, dalle pagine dei quotidiani nazionali, l’ex cancelliere Schmidt ha tirato le orecchie alla politica chiusa ed egoista del governo Merkel e alla latitanza di Bruxelles, chiamando le istituzioni a dare un «aiuto energico alla Grecia».
Troppo facile, infatti, aveva scritto lo statista in uno dei suoi interventi sulla Zeit prima dell’esplosione della crisi finanziaria, «scaricare interamente la colpa sui poveri di Atene», quando invece sono state le banche e la cattiva gestione del debito pubblico dei governi europei «a far sprofondare l’economia ellenica in uno stato di recessione».
LA LOTTA PERIFERIA-CENTRO. A un anno di distanza, in un lungo contributo pubblicato anche sul Sole 24 Ore, Schmidt ha invitato tutti i leader a promuovere l’integrazione, nella «necessità di evitare una prosecuzione della lotta tra periferia e centro tedesco». Una dinamica distorta che, nell’analisi dell’ex cancelliere, ha innescato per secoli conflitti e guerre nel continente.
Risolverla, per Schmidt, è «motivo originario dell’integrazione europea» e «premessa imprescindibile per la soluzione dell’attuale crisi».
«Stavolta non si tratta di potere politico e militare, ma di una preponderanza economica». E il rischio è che torni alla ribalta la «preoccupazione della periferia nei confronti di un centro troppo forte».
BERLINO: «ESEMPIO, NON MODELLO». Proprio per «interesse strategico della nazione tedesca», Schmidt si è detto «sostenitore dell’integrazione e dell’imbrigliamento della Germania».
«Non possiamo presentare l’ordinamento del nostro Paese come un modello, ma solo come un esempio», ha dichiarato lo storico cancelliere. Né dimenticare che (a parole) il principio di sussidiarietà, sancito dal trattato di Lisbona, impone all’Ue di «farsi carico di ciò che uno Stato non è in grado di regolare e superare da solo».

L’Europa dei particolarismi rimpiange il padre della ricostruzione

Al governo tedesco dal 1974 al 1982, negli anni in cui la Germania federale ricuciva le ferite con l’ex nemico francese, Schmidt non ha mai dimenticato «l’obbligo del Paese di ricambiare, con dignità, la solidarietà ricevuta», per la ricostruzione nel Secondo dopoguerra.
«Noi tedeschi abbiamo buone ragioni per essere riconoscenti», ha ricordato Schmidt alla Merkel. Che, 50 anni dopo, pensa invece a coltivare il proprio orticello, persistendo nelle politiche difensive.
UN PROGETTO COMUNE. Per il cancelliere della ricostruzione – come per i suoi colleghi democristiani Konrad Adenauer e Helmut Kohl – gli interessi di partito e le tattiche elettorali, tanto care a Berlino, venivano invece sempre dopo l’architettura di un progetto comune europeo.
Anche con il mare in tempesta, Schmidt rivendica la conquista dell’euro, contro un «marco tedesco troppo forte» e «più stabile del dollaro». Chiunque, si sogni di parlare di «presunta crisi dell’euro», ha chiosato l’ex cancelliere, «non fa altro che uno sventato ciarlare».
Da parte sua Delors, che, negli Anni ’80, da ministro delle Finanze francese, sostenne la svalutazione del franco e, nei tre mandati da commissario Ue, creò il mercato comune europeo, si appella a una maggiore coesione e solidarietà tra Stati che faccia perno, questo sì, sul rispetto delle regole e di parametri fiscali comuni.
LA MIOPIA DI MERKOZY. Altri tempi, altro spessore politico, rispetto a figure di media caratura come l’ex presidente francese Nicolas Sarkozy e la cancelliera Merkel.
Non per niente, c’era un abisso, tra l’asse franco-tedesco che, nel Secondo dopoguerra, plasmò l’Unione europea e la miope alleanza del duo Merkozy, preoccupato, fino a pochi mesi fa, più che altro di conservare i rispettivi consensi interni, mettendo al sicuro gli averi, mentre la nave europea affonda.
Tra l’altro, alle presidenziali del 2012 Sarkozy non c’è neanche riuscito. Resta da capire se almeno Merkel, che si è detta «serena» sulle elezioni di settembre 2013, avrà più fortuna.

Martedì, 26 Giugno 2012

http://www.lettera43.it/benessere/la-monogamia-e-come-una-droga_4367555215.htm

http://www.lettera43.it/benessere/la-monogamia-e-come-una-droga_4367555215.htm.

 

«La monogamia è come una droga»

Per uno studio «la fedeltà appaga».

La monogamia dà dipendenza. E amore e sesso sono diversi.
In base alle ultime scoperte degli scienziati canadesi della Concordia University, in collaborazione con l’università di Ginevra, le comuni nozioni che riguardano la sfera del piacere e quella sentimentale sono cambiate.
I ricercatori hanno tracciato, infatti, una vera e propria mappa dell’amore, individuando quali aree del cervello sono coinvolte nell’innamoramento scoprendo che amore e desiderio sessuale sono separati l’uno dall’altro, seppure connessi fra loro.
SENTIMENTO COME LA DROGA. «A sorpresa» ha spiegato Jim Pfaus, del dipartimento di psicologia dell’università canadese, «abbiamo scoperto che proprio la zona coinvolta nell’amore abitudinario, cioé dei legami di coppia, é la stessa coinvolta nelle dipendenze dalle droghe e non viceversa. Il sesso dà piacere puro ma è la fedeltà a dare dipendenza».

Monogami, fedeli e appagati

La mappa dell’amore ha mostrato così che l’area attivata dal desiderio sessuale, lo strato profondo dello striato accanto all’insula, prende vita, si accende grazie a ciò che dà piacere di per sé, come il sapore dei cibi.
Il sentimento amoroso è invece processato in un’altra zona dello striato, la cosiddetta ‘area della ricompensa’, la stessa coinvolta nelle dipendenze e nelle abitudini che danno un ritorno piacevole.
INNAMORARSI, UNA BUONA ABITUDINE. La ricerca è stata effettuata metanalizzando altri 20 studi che sono stati svolti sull’argomento e ha portato gli scienziati ad affermare: «L’amore romantico e il desiderio sessuale sono vicini e connessi fra loro ma sono distinti in aree adiacenti e separate perché il sesso accende una parte dello striato mentre l’amore sentimentale un’altra».
Tradotto, significa che essere innamorati della stessa persona, essere monogami «può diventare un’abitudine, ma non é detto che sia necessariamente una cattiva abitudine».
LA DIFFERENZA LA FA LA FEDELTÀ. È proprio questo il tipo di piacere prolungato in grado di dare dipendenza. Secondo Pfau, la fedeltà «al contrario attiva differenti percorsi nel cervello che sono coinvolti nella monogamia e nei legami di coppia e alcune aree del cervello sono meno attive mentre una persona prova amore rispetto a quando prova desiderio fisico».
Pfaul ha definito la ricerca una «pietra miliare per le neuroscienze che poco sanno dei meccanismi innescati dai sentimenti a livello cerebrale».
Di certo potrebbe diventare anche un must delle argomentazioni anti-tradimento per le coppie di tutto il mondo.

Mercoledì, 20 Giugno 2012

 

«Il debito pubblico è furto»

 

«Il debito pubblico è furto»

Il sociologo francese Alain Touraine: «Gli studenti sono quelli a cui si toglie di più». Per questo devono «protestare forte».

di Giovanna Faggionato    Lunedì, 11 Giugno 2012     lettera43.it

Quando presentò la sua tesi di dottorato, il professore gli disse: «Va bene, ora torniamo sulla terra». Ma Alain Touraine, padre nobile della sociologia francese, è ancora convinto del potere dell’immaginazione: «Per superare questa crisi dobbiamo inventarci nuove forze sociali e politiche».
Ha studiato la fabbrica e il movimento operaio, il 68 e il maggio in cui a Parigi tornarono le barricate.
Poi si è innamorato delle lotte latinoamericane, ha insegnato in Cile e in America, a Harvard e alla Columbia, per poi tornare in Europa e indagare la globalizzazione.
Intellettuale da rive gauche, ex direttore dell’École des hautes études en Sciences sociales, ha frequentato Rue Solferino e il quartiere generale del partito socialista.
UN LIBRO CON ROYALE. Ha collaborato al think tank europeista di Dominique Strauss-Kahn, ha scritto un libro a quattro mani con Ségolène Royale, ma senza rinunciare ad attaccare un partito diventato l’ombra di se stesso.
Non risparmia stoccate nemmeno ai suoi colleghi intellettuali, assenti e senza idee.
E oggi che è padre di Marisol, ministro francese degli Affari sociali, il suo sguardo terso è rivolto al futuro. Agli studenti che lottano contro l’aumento delle tasse universitarie, in Cile, Canada, Gran Bretagna. A quelli che rifiutano la politica, ai giovani in crisi di un’Europa in crisi.
«Sa che cos’è il debito?», domanda in un guizzo, «è semplicemente denaro che rubiamo ogni giorno ai nostri ragazzi, ai nostri bambini».

DOMANDA. I giovani si ribellano dal Nord America all’Europa, passando per il Cile. Che cosa sta succedendo?
RISPOSTA. Succede che gli studenti vivono una condizione particolare: li si pensa in funzione del mercato quando si tratta di far pagare loro l’istruzione. E li si pensa fuori quando bisogna pensare a trovar loro un impiego, quando gli stage non sono pagati e quando non si riesce a creare posti di lavoro pari all’offerta di talento.
D. Non c’è equità?
R. Gli studenti sono quelli che ricevono meno e a cui si toglie di più.
D. Non sono diventati consumatori come tutti?
R. Ma no, molti per la maggior parte del tempo non consumano proprio niente. Una parte di loro lavora, è vero, anche a tempo pieno. Ma, per esempio, sappiamo che sono in quella fetta di popolazione che rimanda le cure mediche perché non ha i soldi.
DInsomma, hanno ragione?
R. Il movimento studentesco è cambiato. Quello degli Anni ’60 in Italia, Francia e anche negli Usa, muoveva una critica generale alla società. Quello di oggi, invece, difende i propri interessi economici, i proprio bisogni, ma proprio facendo così fa l’interesse generale.
D. Il bene individuale corrisponde a quello collettivo?
R. 
Se si investisse nei giovani come forza di innovazione e di lavoro avremmo fatto fare un passo avanti alla società. Gli interessi di questo gruppo, ora, sono l’interesse generale.
D. Sono come il movimento operaio?
Il movimento operaio c’è e ci sono molti più operai di prima. Ora, però, anche gli studenti sanno di essere un attore economico. E questo è importante.
D. A proposito di movimenti, di recente Occupy Wall Street ha fatto molto parlare di sé.
R. Occupy è un movimento utile. Uno dei vari che incanalano la collera sociale contro il capitalismo speculativo.
D. Può tradursi in politica?
R. Una cosa sono i movimenti, una cosa sono le forze politiche ed è meglio che rimangano separati. I sindacati europei, a parte in Gran Bretagna o in Svezia, si sono sbilanciati dal punto di vista politico. Il movimento anarchico e quello comunista hanno subordinato le istanze del sindacato a quelle della politica e il risultato lo abbiamo oggi: è negativo.
D. Qual è l’errore alla base?
R. L’università si è indebolita. Ma ad essere in crisi è il modello continentale di un’istruzione pubblica e gratuita.
D. Vince il modello americano?
R. Dal punto di vista organizzativo, forse. In Francia abbiamo avuto una riforma dell’istruzione superiore, soprattutto dei master, che li ha resi più professionalizzanti sul modello statunitense: una riforma positiva.
D. E dal punto di vista economico?
Diciamo che se frequenti le grandi università americane è semplice posizionarsi sul mercato, ma gli studenti di Harvard, delle università di eccellenza, rappresentano solo il 2% del totale.
Le università francesi offrono poco per le professioni scientifiche, tecnologiche e commerciali: non sono preparate ad affrontare il presente. Quindi, il sistema non è adeguato. Ma dal punto di vista economico la nostra dose di investimento pubblico è ancora molto alta.
D. In altri Paesi, però, i tagli sono stati pesanti…
R. Sì, ci sono Paesi che hanno subito una rottura completa con il modello continentale: la Gran Bretagna, ma anche il Québec, in Canada. E persino la Spagna sta imboccando quella strada.
D. Che cosa devono fare gli studenti?
R. Devono protestare forte, il più forte possibile: i giovani, ora, sono la priorità.

«I leader Ue? Investano nell’innovazione»

D. Mario Draghi dice che il modello sociale europeo è morto.
R. Ecco questo è inaccettabile anzi, scusi la parola, indecente (e alza la voce ndr).
D.
Cosa la indigna?
R. Non si possono tagliare gli assegni di disoccupazione quando è senza lavoro un giovane su due come in Spagna. O tagliare le spese mediche, come in Grecia: è irresponsabile.
D. E allora come si fa a tagliare la spesa?
R. Io non sono d’accordo con chi annovera educazione e salute come spese. Per me sono investimenti.
D. Che crisi stiamo vivendo?
R. Ce ne sono tre diverse in una: la prima finanziaria, che è diventata monetaria, che si è trasformata in crisi della crescita.
D. E come ne usciamo?
R. Non abbiamo ancora una ricetta: eurobond o project bond, possiamo discuterne…
D. Che cosa serve per farcela?
R. Dobbiamo aumentare la capacità di produzione della società e quindi far crescere la capacità di produzione dell’individuo. E i giovani in questo hanno un ruolo fondamentale.
D. Dicono che bisogna investire in infrastrutture.
R. Infrastrutture vuol dire anche edilizia sociale, educazione di alto livello, investimenti nei settori ad alto contenuto di innovazione come il medicale. Le infrastrutture che mancano ai Paesi occidentali sono soprattutto tecnologiche: sono quelle immateriali. È vero che abbiamo un problema di spesa pubblica. Ma il problema è la qualità, la tipologia degli investimenti.
D. L’Italia è un rischio per l’Europa?
R. L’economia italiana non va così male. La vostra bilancia commerciale è messa meglio di quella spagnola e di quella francese.
I vostri guai sono la crisi politica, la corruzione, la mafia e la burocrazia.
D. L’Europa si salverà?
R. Beh, per troppo tempo l’Europa non è esistita. Ora, qualcosa si è mosso. Ci sono state anche alcune misure, come dire, sorprendenti, come i 1.000 miliardi che la Bce ha prestato alle banche. Ma c’è stato anche dell’altro: l’Unione ha versato centinaia di miliardi a un Paese come la Grecia, che pur è stato mal amministrato: questo è un passo avanti.
D. Quindi è ottimista?
R. Direi che finora, al di là di tutto, di ogni dibattito possibile, il cittadino europeo dovrebbe chiedere un rafforzamento dell’Europa.

«Gli intellettuali non si fanno sentire. E il dominio del denaro è incontrastato»

D. La politica però langue. Chi potrebbe dare il via al cambiamento?
R. Gli intellettuali dovrebbero aiutare chi sta al governo a uscire dalla subordinazione al potere finanziario. Contribuire a creare nuovi attori sociali che abbiano la potenza di opporsi e lottare contro il dominio del denaro e del capitalismo.
D. Come?
R. Ci vorrebbe una rivoluzione concettuale, pari a quando nacquero il liberalismo e il socialismo. E servono gli intellettuali per proporre nuovi obiettivi di liberazione: politica, sociale, culturale.
D. Invece?
R. Invece non si fanno sentire, si sono scottati, non vogliono essere manipolati…
D. Hanno paura di dire quello che pensano?
R. Ecco, prima di dire qualcosa bisogna pensarlo.
D. Cominci lei. Una nuova idea per l’Europa?
R. La prima è che dovrebbe esistere. Visto che finora non è esistita, il suo scopo attuale è semplicemente avere volontà politica.
D. Qualcuno dice che per superare la globalizzazione bisogna ripartire dalla comunità.
R. Io dico che bisogna ripartire dall’individualità, che ha assunto una centralità inedita, e dalla sua difesa.
D. Per esempio?
R. Il movimento delle donne è un movimento di soggetti individuali che sta ottenendo risultati. E anche quello per i diritti omosessuali. Prima o poi la Chiesa dovrà farci i conti. E anche l’Italia.
D. Quindi che strada propone?
R. Dobbiamo costruire una visione culturale che dia maggiore spazio all’individualità. E riempirla di contenuti economici e politici.
D. Pensa a un nuovo umanesimo?
R. Sarei d’accordo, se la parola umanesimo non significasse che la volontà dell’uomo viene prima di tutto.

«Destra e sinistra sono in ritardo. Dobbiamo inventare forze nuove»

D. La collettività era un valore della sinistra. Che fine ha fatto?
R. La sinistra europea deve uscire da 50 anni di statalismo e burocrazia. E rispondere finalmente a questo capitalismo che per 30 anni non ha avuto oppositori.
D. Può essere un attore del cambiamento storico?
R. In questo momento, serve inventare nuove forze politiche e sociali. Il crollo dell’Unione sovietica ha avuto un effetto dirompente, la sinistra è debole in Italia, in Germania. Conta qualcosa di più in Francia.
D. E la destra?
R. La destra fa più paura della sinistra. L’estrema destra vive dell’ondata di xenofobia che si è radicata in Europa, dall’Olanda alla Francia fino all’Italia della Lega. Comunque destra e sinistra sono in ritardo.
D. Cioè?
R. Entrambe devono lasciare spazio ad altro.
D. In Italia si sta facendo largo Beppe Grillo. Che cosa ne pensa?
R. Lo conosco poco. So che sta iniziando ad avere molta influenza e so che appare come un nuovo “qualunquismo”(dice in italiano ndr).
D. Ma non può essere il superamento di destra e sinistra?
R. Non se è un movimento fondato sulla sfiducia nella rappresentanza politica.
D. Perché?
R. Perché allora diventa un pericolo.
D. Sua figlia Marisol è il nuovo ministro francese degli Affari sociali. Le ha dato dei suggerimenti?
R. No, sarebbe ridicolo.
D. Intendevo qualche consiglio informale.
R. Ah…spero solo che la sua formazione e l’educazione che ha ricevuto in famiglia possano servirle.