Donne pazze una volta al mese Che scoperta, chiedete ai mariti


Donne pazze una volta al mese Che scoperta, chiedete ai mariti

Donne pazze una volta al mese Che scoperta, chiedete ai mariti

di Gabriele Villa  ilgiornale.it   20100929

Per i medici americani che aggiornano il manuale delle malattie mentali la sindrome premestruale è una patologia da curare

Quando esagerano, ammettiamolo, esagerano. Le donne? No, gli psichiatri. E peggio ancora gli psichiatri che parlano di donne, che pretendono di capire e interpretare il più ininterpretabile universo. Quello femminile.

Veniamo al dunque. Le donne ci infastidiscono? Ci irritano e si irritano sistematicamente? E quel «sistematicamente» è legato, una volta al mese, a «quei giorni»? Alzi la mano chi non l’ha, pensato, constatato e, magari, anche apertamente rinfacciato alla sua compagna mostrando, certo, mancanza di tatto, di sensibilità e ovviamente anche di tolleranza.

Ma che ora gli psichiatri arrivino a considerare «quei giorni», cioè scientificamente parlando, la sindrome premestruale, come l’anticamera della pazzia, beh, francamente, ci pare una bella panzana. Una panzana però catalogata, certificata ed entrocontenuta nella prossima edizione, la numero 5 per l’esattezza, del Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders, il fondamentale tomo redatto dall’American Psychiatric Association, considerato uno degli strumenti diagnostici più utilizzati da medici, psichiatri e psicologi di tutto il mondo per inquadrare il problema di cui soffre il paziente che si trovano di fronte. Bene, la revisione di questo manuale, prevista per il 2013, potrebbe catalogare come malattie psichiatriche alcuni dei comportamenti ritenuti, fino ad ora, normali o, comunque, non così gravi da giustificare una terapia farmacologia.

Tanto che, preoccupati, alcuni senatori del Pdl hanno preannunciato un’interrogazione al ministro della Salute Ferruccio Fazio per chiedere che «l’Italia si adoperi affinché la prossima pubblicazione del Dsm V prevista per maggio 2013, non contenga elementi di patologia che a prima vista sembrano assurdi come appunto la sindrome premestruale, che è una condizione fisiologica e comune forse al 100 per cento delle donne e che nel nuovo manuale verrà invece equiparata a patologia psichiatrica». In verità sono anche molti gli psichiatri che si sono mostrati perplessi per certe «catalogazioni». E queste perplessità sono motivate dal fatto che il Dsm infatti non è solo un volume in cui si definiscono i nomi e le caratteristiche delle malattie ma dove anche le patologie affibbiate ai pazienti possono avere ripercussioni non solo sulla terapia, ma sulla possibilità di avere un lavoro o di stipulare un’assicurazione, e, cosa ancor più delicata, di condizionare i giudizi nei tribunali.

Se è vero che il termine «sindrome premestruale», introdotto per la prima volta negli anni Sessanta, dai professori Greene e Dalton, sarebbe, in buona sostanza, una sorta di reazione autoallergica, dovuta a un’eccessiva produzione di ormoni da parte dell’ipofisi nella fase post-ovulatoria, è anche vero che ci sono parecchie donne (non è una constatazione maschilista, è solo una constatazione) in cui la differenza fra «quei giorni» e gli altri giorni del mese non si nota affatto. Nel senso che molte, non tutte per carità, delle nostre compagne, fidanzate o mogli sono e restano isteriche, irritabili e irritanti per 365 giorni all’anno. O quasi. Allora dov’è la differenza? Dov’è la sorprendente e un po’ sospetta patologia clinica individuata dall’American Psychiatric Association? Non sarà che qualche marito, magari psichiatra e magari stanco di subire soprusi in famiglia, stia cercando un appiglio scientifico per far internare la moglie? Confermando così la tesi di Woody Allen: «Lo psichiatra è un tizio che vi fa un sacco di domande costose che vostra moglie vi fa gratis». E se così non fosse, se fossero in buona fede, non sarebbe meglio che i dottori della mente mettessero una buona volta il loro cervello al servizio del genere maschile per indicarci antidoti e contromisure per sopportare pazientemente i decibel femminili? Ma sempre, non soltanto in «quei giorni».

L’ingenuità non si addice al presidente della Camera

L’ingenuità non si addice al presidente della Camera

L’ingenuità non si addice al presidente della Camera
di Sergio Luciano italiaoggi.it  20100927

Ho due cognate e un cognato. Una circostanza, che non considero né un merito né una colpa: sono cose che non si scelgono! Ottime persone, che stimo, cui voglio bene. Ma, come dire, con tutte le cose che sia io – nel mio piccolo – che loro abbiamo da fare, non è che stiamo lì a sentirci ogni giorno, a chiacchierare, a fare convenevoli. Quando capita è nelle occasioni di famiglia, dove è raro che si parli di lavoro. E quando, una volta ogni tre anni, alla fine di una cena capita una conversazione che lambisce il lavoro di uno di noi, la cosa si ferma sempre alla superfice. Fanno tutti e tre i medici, tanto per dire, ma non mi sono mai sognato di andare a chiedere consigli proprio a loro. Oltretutto, viviamo in quattro città diverse. Ebbene, anche Gianfranco Fini ha almeno un cognato. Il quale non solo s’interessa del suo lavoro (questo è più che normale, visto che stiamo parlando della terza carica dello Stato!) ma si ritrova ad apprenderne un elemento di dettaglio, estremamente specifico. Uno potrebbe immaginarsi che, parlando col presidente della camera, suo cognato gli chieda, che so, che ne è del federalismo, se Mara Carfagna è davvero così carina anche dal vivo, se Antonio Di Pietro i congiuntivi li sbaglia per vezzo o proprio per ignoranza. Nossignore: parlando tra cognati, Gianfranco (Fini) e Giancarlo (Tulliani) si mettono a chiacchierare, non di come va l’integrazione della ex An nel Pdl, non se Ignazio La Russa è così aggressivo come sembra e se Maurizio Gasparri ci fa o ci è, ma di un appartamento, cespite nemmeno unico di un cospicuo lascito ideologico, a Montecarlo. E del modo migliore per realizzarlo. Ora, se Tulliani di mestiere avesse fatto l’agente immobiliare, se fosse stato il titolare di un’agenzia a Montecarlo, magari la più importante, o comunque tra le migliori: e vabbè, ci poteva anche stare che Fini, parlandogli, gli avesse chiesto di occuparsi della casa; antiestetico, magari, inopportuno ma comprensibile. Invece, niente di tutto questo: Tulliani era semplicemente uno che frequentava Montecarlo, senza occuparsi di immobili più di un Carneade qualsiasi. Eppure quando propone al cognato un acquirente, ovvero una società anonima residente in un paradiso fiscale, questi (che pure, di mestiere, da politico, è pro-tempore presidente della Camera e sta armando un fuoco di fila di critiche contro il suo leader Berlusconi) ebbene questo supercognato non si stupisce, non si fa minimamente venire in mente l’idea che magari, per il suo partito, vendere a una controparte residente in un paradiso fiscale poteva far pensare a un intrallazzo: macchè. Acconsente e vende. Al prezzo giusto? Vattelapesca; si direbbe di no, ma il prezzo giusto non esiste, come sa chi durante l’ultima guerra ha potuto acquistare a due lire, ad esempio, quadri di valore inestimabile che nessuno, in quel momento, avrebbe potuto pagare di più. Fini ha parlato di ingenuità, ma per lui, esattamente come per Claudio Scajola, sarebbe difficile, volendo essergli amico, scegliere cosa augurargli: se alla fine a suo carico emergerà un intrallazzo, cioè una truffa, con lui, come minimo, silente e quindi consenziente, ma allora colpevole; o si rivelerà come i garantisti sperano, una bolla di sapone, ma allora tanto più resterà, anzi giganteggerà, negli annali italiani, la traccia di questa monumentale asserita ingenuità, un puro eufemismo per non autoflagellarsi troppo, una pura metafora per non beccarci una querela. In generale, siamo tutti d’accordo che non è il caso di farsi governare dai delinquenti (salvo che siano colleghi e appartengano alla nostra stessa cosca) e la storia italiana dimostra che, in passato, questo è successo frequentemente, mentre tuttora, secondo molti magistrati, continua ad accadere, stando alle loro ancora indimostrate accuse. Ma se non è assolutamente il caso di farsi governare dai delinquenti, non si vede perchè dovrebbe essere preferibile farsi governare dai deficienti o, attenuiamo pure, dagli ingenui. Diciamo cosi, e senza la minima allusione: nella vita, meglio un delinquente che un deficiente. Col delinquente ti puoi difendere, quanto meno puoi trattare: «O la Borsa o la vita». Questa, in fondo, è pur sempre, per estrema che sia, una proposta commerciale. Ma con un deficiente non hai ripari, non hai argomenti, non hai speranze.

Ecco perché il Cav non deve essere stappato

Ecco perché il Cav non deve essere stappato –

Ecco perché il Cav non deve essere stappato
di Marcello Veneziani  ilgiornale.it    20100927

Lo accusano di frenare il sistema politico e ostacolare la Terza Repubblica. Ma se Berlusconi lascia, il bipolarismo salta e il Paese verrà sommerso dai liquami della vecchia casta. Governicchi e moltiplicazione dei partiti sarebbero assicurati

Sì è vero, Berlusconi è il tappo del sistema politico italiano che blocca o fre­na il suo pieno manifestarsi. Berlusconi è il tappo che impedisce la fuoriuscita dei liquami della partitocrazia. Se salta il tappo, salta quello straccio di demo­crazia bipolare su cui ha retto la Secon­da Repubblica, garantendo almeno l’al­ternanza. Si passa alla Terza Repubbli­ca, che magari non sarà la Prima, ma con lei farà rima. Se salta il tappo, che per molti politici e politologi è la causa di tutti i mali presenti e della caduta così in basso della nostra politica, si dispie­gherà finalmente la politica come voi de­siderate. E allora verrà il bello: il centrodestra si farà in quattro, e il centrosini­stra pure. Più un paio di terzi­ni della politica che preten­deranno di giocare al centro. Insomma verrà raddoppiato il quadro politico presente che nato bipolare con ten­denza al bipartitismo, si è già convertito al bipolarismo con tendenza al quadriparti­tismo, più Casini al centro. Ora i cinque soggetti si prepa­rano a diventare dieci. Risor­geranno sinistre radicali e de­stre sociali o dissociate, i cen­trini saranno almeno due, uno cattolico e l’altro laico, salterà il patto con la Lega e dall’altro versante con Di Pie­tro, mancando il tappo che coagula i due poli, e non escludo affatto per la stessa ragione il divorzio tra cattoli­ci democratici e sinistra de­mocratica. Se salta il tappo si verseran­no i liquami della partitocra­zia e il Paese tornerà ingover­nabile, con governi piccoli e deboli, a tempo, gioia dei po­teri forti e dei mediatori con ricattino annesso. Non che adesso siano rose e fiori, tut­t’altro; di liquami è investito anche il Pdl, ragazzi, e ci so­no affaristi e mezze tacche ma si preferisce tacere nel no­me dello schemino amico­nemico su cui regge il bipola­rismo. Non esprimo dunque un giudizio morale dicendo che poi verrà la fogna men­tre ora navighiamo in chiare fresche e dolci acque; no, la fogna c’è già, eccome. Solo che con la svolta partitocrati­ca, con il salto del tappo, la fogna non verrà più convo­gliata in due collettori, non sarà subordinata all’esigen­za di garantire la governabili­tà e la stabilità, ma diventerà il quadro del sistema. Non prospererà più dentro il siste­ma, accovacciata tra le sue pieghe, ma coinciderà con il sistema, sarà la più coerente rappresentazione del qua­dro politico. Se salta il tappo, il futuro che ci aspetta sarà una demo­crazia decapitata, acefala. Abbiamo deprecato, anzi hanno deprecato per anni, la democrazia con la leader­ship, accusandola di cesari­smo e di populismo; avremo la democrazia senza leader ma oligarchica, con tanti ca­petti di passaggio e populi­smi da passeggio. Non han­no capito lorsignori che il ve­ro problema della nostra de­mocrazia non è la leadership forte, semmai l’assenza di una leadership alternativa. E non hanno poi capito che il guaio del nostro sistema poli­tico non è la presenza di un leader troppo forte ma di una politica troppo debole, debole di proposte, di classe dirigente e contenuti. Non è la leadership a generare il vuoto di progetti e di élite , ma è il vuoto di progetti e di élite a essere riempito da una leadership forte. Il partito personale non nasce dall’im­posizione demagogico- auto­ritaria di Berlusconi, ma na­sce quando la politica non ha più niente da trasmettere e allora si lega a un leader: non è solo il caso di Berlusco­ni. Scomparsa la Dc c’è Casi­ni, scomparsa la sinistra c’è Vendola o c’era Veltroni, scomparsa la destra c’era Fi­ni. La Lega è il nome colletti­vo per dire Bossi, L’Italia dei valori è la metafora per non dire solo Di Pietro. La politica fa schifo, dice Sergio Romano sul Corsera , e subito concordo. Ma poi mi guardo intorno e vedo che cos’è oggi la magistratu­ra, cosa sono i giornali, cos’è la cultura, cos’è l’imprendi­toria signora Marcegaglia, cosa sono le élite e allora ho l’impressione che la politica sia ancora una volta, demo­craticamente, lo specchio del Paese e delle sue classi di­rigenti. Ma vi pare normale che si possa leggere a pochi centimetri dalla disamina di Romano una difesa di Fini considerato in buona fede: anche per lui, come per Scajola, fu dato a sua insapu­ta l’appartamento del suo partito al cognato e a una mi­­steriosa società con sede nei Caraibi, fu dato il contratto Rai alla suocera, e via dicen­do? Via, offendete la vostra intelligenza e la vostra digni­tà a parlare di buona fede. E a quegli altri di Repubblica che piangono la morte del dissenso in Italia, avete mai detto una sola parola quan­do i leader che voi difendete, o voi stessi, condannavate al­la morte civile il dissenso di destra? Ma con che faccia, con che stomaco venite a di­re queste cose? E il linciaggio verso il Giornale e Libero per aver fatto giornalismo d’in­chiesta e aver pubblicato ciò che è stato poi confermato, dove lo mettete? Concludo: se la politica è scesa così in basso, i giornali, e non solo loro, si sono collocati alla stessa altezza. Ma se salta il tappo, brinderemo finalmen­te coi liquami.

Profumo avrebbe le doti per fare il primo ministro?

Profumo avrebbe le doti per fare il primo ministro?

Profumo avrebbe le doti per fare il primo ministro?
di Pierluigi Magnaschi italiaoggi.it   20100926

Quos Deus vult perdere, prius dementat (Dio fa prima impazzire chi vuol perdere). Questa massima latina si attaglia perfettamente alle proposte che carambolano incessantemente nello psichedelico dibattito politico italiano. Ognuna più demente dell’altra. E tutte, apparentemente, legittimate a essere prese in considerazione. Del resto, quando non ci sono più degli ancoraggi credibili, tutto diventa possibile. Appena l’amministratore delegato di Unicredit, Alessandro Profumo, è stato disarcionato dall’istituto di credito che ha guidato negli ultimi 15 anni, la Repubblica ha lanciato l’idea, peregrina, di candidare questo ingombrante boss bancario alla segreteria del Pd e quindi, attraverso questa, al ruolo di premier della futura coalizione di governo se le elezioni politiche dovessero tenersi anticipatamente e se il centro sinistra dovesse vincere le elezioni. Ipotizzare Profumo alla guida di un governo in Italia, nella permanenza delle regole di governance previste dalla Costituzione in vigore (che il centrosinistra insiste nel considerarla intoccabile come se fosse una reliquia) sarebbe come voler schierare un cavallo belga, da tiro pesante lento, in una corsa da galoppo all’ippodromo delle Capannelle. Non c’entra. Profumo infatti (pur con i suoi molti errori che, alla fine, gli si sono rivoltati contro) ha costruito d’impeto e a tappe forzate l’impero bancario di Unicredit. Il soprannome che gli è stato affibbiato in questi anni (quello di mister Arrogance, il signor Arroganza) non è un epiteto ma una puntuale descrizione che raffigura il suo modo di procedere, alla bulldozer. Profumo, in nome della «costruzione di valore» ha arrotato tutti i dubbiosi, scartato chi faceva riserve sulle sue scelte, divelto chi gli ostacolava il cammino. Aveva una missione: la creazione di valore. In nome di quella, Profumo ha fatto ciò che voleva. Infatti il suo ruolo di Mr Arrogance si è sgonfiato quando il valore creato si è ridotto. La domanda che gli azionisti (sino a poco tempo fa appiattiti dietro Profumo) gli rivolgevano con sempre minore timidezza era: tanta arrogance per così pochi utili? E, a un certo punto, gli azionisti che hanno subito l’arrogance di Profumo gliel’hanno usata contro. Profumo in politica sarebbe come Laocoonte, bloccato da decine di Fini, discusso da decine di Veltroni, braccato da centinaia di pm. Nella politica italiana possono sopravvivere solo gli amebici, gli invertebrati. Un gigante muscoloso, volitivo e autoreferente come Profumo ne uscirebbe polverizzato.

Travaglio ad Annozero preferisce nascondere il fatto

Travaglio ad Annozero preferisce nascondere il fatto

Travaglio ad Annozero preferisce nascondere il fatto
di Diego Gabutti italiaoggi.it  20100925

Marco Travaglio, l’altra sera ad Annozero, mentre il parterre antiberlusconiano straparlava di documenti falsi e di trame dei servizi segreti, sapeva oppure non sapeva dell’intervista che il ministro della giustizia di Santa Lucia, L. Rudolph Francis, aveva rilasciato poche ore prima al Fatto quotidiano, il suo giornale? Un’intervista importante per la trasmissione: Francis attestava l’autenticità del documento che tutti i convenuti, escluso soltanto Roberto Castelli, definivano fasullo. Difficile credere che Travaglio non lo sapesse. Ma ammettiamo che non ne sapesse niente (tutto può essere, anche che esista la Befana, o che Akupara, la tartaruga gigante del mito induista, regga la terra sulla propria schiena). Ma allora perché nessuno, dalla redazione del Fatto quotidiano, lo ha chiamato o ha chiamato Santoro per consigliare prudenza rivelando loro che il ministro caraibico, con un intervento telefonico dalla lontana laguna blu fiscale, aveva appena dichiarato che la firma sul documento era proprio la sua? Travaglio in persona, oppure il suo giornale, tacendo la notizia che il documento era autentico a milioni di telespettatori, hanno reso un pessimo servizio, oltre che alla platea televisiva, anche a Michele Santoro, che ha messo in piedi una puntata d’Annozero ancora più dadaista del solito, basata su premesse persino più false del normale. In pratica Travaglio, il Fatto quotidiano e Santoro hanno diffuso (tacendo per l’intera serata una notizia vera) un documento televisivo falso. Che ci siano dietro i servizi segreti?

Quel che i giornalisti non scrivono perché corrono come criceti nella ruota

Quel che i giornalisti non scrivono perché corrono come criceti nella ruota

di Marco Valerio Lo Prete   ilfoglio.it   20100925

L’inchiesta della Columbia sui reporter americani
Quel che i giornalisti non scrivono perché corrono come criceti nella ruota
Si raccolgono notizie in tempi sempre più stretti e grazie a reporter sempre meno esperti; notizie controllate da un numero di redattori e correttori sempre più esiguo e con minore esperienza

“Corriamo tutti come forsennati, come dei ratti”. Così un importante giornalista del Wall Street Journal, il quotidiano edito da Rupert Murdoch, descrive i ritmi di una tipica giornata in redazione. E la sua è solo una delle numerose testimonianze raccolte da Dean Starkman per l’ultima inchiesta di copertina della Columbia Journalism Review, intitolata “La ruota del criceto”, ovvero “perché correre il più possibile non ci sta portando da nessuna parte”. Il bimestrale della blasonata Columbia School of Journalism ha dedicato un lungo reportage a un’allarmante tendenza che interesserebbe i media americani, i quali “raccolgono notizie in tempi sempre più stretti e grazie a reporter sempre meno esperti; notizie che prima di essere pubblicate vengono passate con rapidità da un numero di redattori e correttori sempre più esiguo e con minore esperienza”.

A sostegno della tesi, si prenda per esempio la routine di Chuck Todd, capo dei corrispondenti alla Casa Bianca per la rete Nbc: “In una giornata normale registra tra le otto e le sedici interviste per Nbc o Msnbc; conduce il suo nuovo programma, ‘The Daily Rundown’; interviene regolarmente su ‘Today’ e ‘Morning Joe’; scrive tra gli 8 e i 10 interventi quotidiani per Twitter e Facebook; compone tra i tre e i cinque post per il suo blog”. Il tempio del giornalismo (liberal) non si schiera a priori contro la velocità e la rapidità necessarie a confezionare un buon prodotto editoriale: “D’altronde è il motivo per il quale il termine giornalismo inizia per ‘giorn-’”. Né l’inchiesta mette in discussione il totem della produttività dei giornalisti: “Sono anch’io un editor – scrive Starkman – conosco i redattori e il loro bla-bla del tipo: ‘Ho bisogno di più tempo per addentrarmi nella storia’”.

Allora, dov’è il problema? E’ quasi tutto in un grafico il quale dimostra che “la ruota per criceti – nel mondo dei media – esiste veramente”: dieci anni fa la redazione del Wall Street Journal, ammiraglia dell’informazione finanziaria a livello planetario, “produceva” circa 22.000 articoli all’anno; nel 2010 i giornalisti dello stesso quotidiano di storie ne hanno scritte 21.000, ma il conteggio si ferma ai primi sei mesi dell’anno. Altri sei mesi e il risultato del 2000 sarà probabilmente doppiato, senza contare l’aumento esponenziale di contenuti editoriali prodotti esclusivamente per il Web. “Nel frattempo il numero degli autori di queste storie è diminuito” e oltreoceano i giornalisti stanno “facendo di più con meno”. Non vale solo per il Wall Street Journal (tra il 2000 e il 2008 Murdoch avrebbe ridotto lo staff del 13 per cento): mentre il 75 per cento dei direttori giura che negli ultimi tre anni il numero di storie messe in pagina è rimasto stabile o aumentato, contemporaneamente – rivela il Pew Research Center – il numero di giornalisti si è ridotto di un quarto.

“La ‘ruota per criceti’ non è sinonimo di velocità; è movimento per l’amore del movimento. E’ volume senza riflessione. E’ panico da notizia, mancanza di disciplina, incapacità di dire no”. Le ragioni di questa evoluzione sono tante e ancora dibattute: “Un modello al collasso, un nuovo paradigma in arrivo, una cacofonia di nuove voci. E in quest’oscurità s’intravede tra l’altro un modello d’informazione online che equipara il traffico Web ai dollari della pubblicità (anche se in realtà la connessione è meno lineare di quel che si creda)”. Quel che è certo è il risultato: prima il giornalista era “incentivato” a presentare storie il più approfondite possibile, ora l’impulso è a produrre articoli che possano essere aggiornati rapidamente e attrarre clic. Ovviamente, con meno tempo per raccogliere e analizzare le informazioni, tra le fonti giornalistiche diventano determinanti gli addetti alle pubbliche relazioni. Al punto che ormai, quando si contattano le fonti primarie, “tutto viene fatto di fretta. I reporter non vogliono avere una discussione, ma solo una risposta per i loro articoli”, spiega la direttrice della comunicazione della Casa Bianca. Con l’ulteriore conseguenza che spesso la stampa finisce per delegare ad altri soggetti ogni capacità di decidere le priorità dell’informazione. Il risultato non è, banalmente, una riduzione della qualità di quel che troviamo in edicola o sugli smartphone. Piuttosto “la ‘ruota per criceti’ sono tutte le inchieste che non leggerete più – spiegano dalla Columbia – tutto il buon lavoro incompiuto, il servizio pubblico non svolto”.

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Il peana (stonato) rivolto a Profumo spiegato da Giancarlo Galli

ilfoglio.it   di Ugo Bertone (Giancarlo Galli)  25 settembre 2010
Il peana (stonato) rivolto a Profumo spiegato da Giancarlo Galli

E adesso? Corre voce che Alessandro Profumo potrebbe scendere in campo, per la poltrona di sindaco di Milano, contro Letizia Moratti. “Davvero? Io dubito che trovi un correntista di Unicredit che lo voti. Di sicuro io avrei, in quel caso, la soddisfazione di non farlo. Parlo da cliente storico, fin dai tempi del Banco di Sicilia: la gestione Profumo non ha mai avuto alcuna attenzione per il retail”. Giancarlo Galli, saggista più che giornalista che ha dedicato una vita a ricostruire le storie dei grandi banchieri, è la classica “mosca bianca” che sfugge al coro dei peana nei confronti del banchiere estromesso, a stragrande maggioranza, dalla più importante poltrona di Unicredit. Eppure, a leggere i commenti, non si possono nutrire incertezze. S’indigna Francesco Giavazzi sul Corriere, recriminando su “un errore, grave”. Rincara la dose Massimo Giannini su Repubblica: “E’ l’ultima grande operazione del capitalismo di rito berlusconiano-geronziano”. Luca Cordero di Montezemolo parla di “un lavoro straordinario sempre al fianco delle imprese”, Emma Marcegaglia ringrazia “per quello che ha fatto in questi anni”, Romano Prodi loda il “manager di classe”. Per carità, non stupisce la solidarietà dei colleghi, come Corrado Passera (“il nostro settore perde un grandissimo professionista”) o il presidente dell’Abi e di Mps, Giuseppe Mussari (“le banche perdono un validissimo rappresentante”). Ma il coro è addirittura un peana, che richiede una spiegazione. “E’ una reazione strumentale – dice Galli al Foglio – Si fa un gran parlare dell’aumento della quota dei libici, e subito si pensa ad un’operazione di Berlusconi, il gran cattivo”. Di qui a trasformare Profumo in una vittima dei giochi politici, il passo è corto. “E’ un po’ quello che succede con Fini: anche lui è un beniamino da quando gioca contro il Cavaliere. Per carità, una scelta legittima: ma ci vorrebbe un po’ di silenzio in più”.

Insomma, la simpatia per Profumo è inversamente proporzionale all’astio verso il premier. “E’ matematico: quello che piace in Profumo è l’ostilità nei confronti di Berlusconi o di Geronzi, che ha tutto per recitare la parte del personaggio misterioso e inquietante”. Per carità, Galli non è certo un tifoso del banchiere romano (“come faccio a dimenticare che la famiglia Maranghi non lo volle al funerale?”) ma rifugge dalle immagini manichee, così care a una certa agiografia: “Vorrei che Profumo mi spiegasse perché è entrato in Capitalia se tanto ci teneva a non mescolarsi con l’immagine di Geronzi”. E sulla scrivania tiene, in bella evidenza, un ritaglio del Financial Times del 22 marzo del 2007, prima dello scoppio della grande crisi, con un’intervista a Profumo dal titolo: “Noi siamo un player italiano ma non siamo una banca italiana”. “Mi spiegate – incalza Galli – il senso di queste parole poco prima di entrare in Capitalia? Chi gliel’ha fatto fare? E’ la stessa ingenuità con cui non si accorge che i libici stanno salendo?”.

Alt. Non entriamo nel merito della contesa. Sta di fatto che Profumo è il simbolo di un’epoca, quella in cui sono spuntati i delfini del dopo Cuccia. “Fu Lucio Rondelli a presentare Profumo a Cuccia – dice Galli, che al decollo della carriera dell’ex ad di Unicredit ha dedicato un capitolo del suo “La giungla degli gnomi” (Garzanti) – Penso che lui avrebbe gradito la sua scelta di uscire da Rcs. Non quella di farsi fotografare al gazebo per le primarie del Pd”. Ma non è questa la differenza che conta: semmai, conta dare uno sguardo alla busta paga: “Sa che cosa mi disse Cuccia? Io non vado più da Caraceni: con quei prezzi non me lo posso permettere. E Raffaele Mattioli viveva presso la foresteria della Comit in via Bigli. Pure Giordano Dell’Amore aveva una casa modesta. Siamo lontani anni luce da questi banchieri che pure non perdono occasione di dare lezioni sull’etica”. Non solo Profumo, per intenderci.

L’eccezione, agli occhi di Galli, resta quella di Giovanni Bazoli cui sta dedicando la sua ultima fatica (“una biografia non autorizzata, complessa com’è la figura di questo cattolico montiniano”) . E non solo per lo stipendio. “Lui ha una visione diversa della finanza, vicina all’uomo. L’esatto opposto della nidiata di McKinsey, di cui Profumo fa parte: gente che non attribuisce importanza all’aspetto delle relazioni umane, cosa che alla fine gli ha giocato contro”. E che, alla fine, peserà sul giudizio nei confronti del banchiere: così bravo agli occhi dei salotti, assai meno per i correntisti o le piccole e medie imprese che hanno subìto i diktat della banca, protesa all’espansione oltre frontiera. Come accusa la Lega. “Già, e non ci vedo nulla di male: non è stato detto in mille convegni che la banca deve tornare al territorio? La Lega si limita a tradurre in pratica questa richiesta”.

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di Ugo Bertone