La lezione di Maria: tace con dignità e poi molla con stile

La lezione di Maria: tace con dignità e poi molla con stile – Esteri – Articolo stampabile – Il Giornale.it

La lezione di Maria:  tace con dignità   e poi molla con stile

di Valeria Braghieri    ilgiornale.it    20110519

Ha saputo del tradimento del marito, gli ha fatto finire il mandato politico senza scandali e ha fatto i bagagli
Adesso dicono che è stato facile per una che, fin da bimbetta, è stata abituata a fare colazione con uova alla coque e potere. Che è stato tutto sommato naturale per una Kennedy: una abituata a spettinarsi i capelli a bordo oceano con il vento di Martha’s Vineyard, una nata con certe regole nelle piastrine del sangue. Sarà, ma noi Maria Shriver non-più-in-Schwarzenegger l’abbiamo amata. Abbiamo amato il suo tacere, il suo fare i compiti fino alla fine e (ancora di più) il suo andarsene a «mandato» matrimoniale esaurito. Un’escalation di perfezione inarrivabile.
Venticinque anni di matrimonio e di sodalizio politico (Maria era la first lady della California e il fatto che fosse nata Kennedy per parte di madre, ha aiutato parecchio la carriera del marito formato gigante), quattro figli, la visione integrale della saga di Terminator, sorrisi apparecchiati tutte le volte che è servito sorridere, e Schwarzenegger cosa fa? Intrattiene una relazione con la domestica (cioè quella che da vent’anni, e per 1200 dollari alla settimana, chiedeva a Maria «scusi signora, come le preferisce piegate le lenzuola, per il largo o per il lungo? Ai ragazzi cosa preparo per cena? Che servizio di posate usiamo per il presidente in visita? Ah… signora, le mutande e il reggipetto li trova stirati e pronti sul letto»). Ecco, lui ci fa l’amore e la mette pure incinta. Secondo il Times, l’avrebbe addirittura messa incinta quasi in contemporane a Maria (per lei era ormai la quarta volta). Poi se ne sta zitto per dieci anni (il fattaccio pare risalga al 2001, mentre secondo altri il figlio illegittimo avrebbe già quattordici anni), smette col cinema, scende in politica, e alla fine, terrorizzato dal gossip e vessato dai tabolid decide di confessare tutto a Maria, con la solita deprimente scusa «ho commesso un tremendo errore». E cosa fa, a quel punto, l’inarrivabile signora non-più-in- Schwarzenegger? Respira a fondo, tiene in bilico le lacrime, dimagrisce, fa calare il silenzio, tende le vene del collo fino a fine corsa (stavolta politica) del maritone, resta dov’è e non scrive nemmeno lettere ai giornali. Però poi lo pianta. Fa i bagagli, ci mette dentro venticinque anni e quattro figli e si piazza (momentaneamente) nel costosissimo Beverly Hills Hotel.
Nemmeno Francesca Schiavone alla finale del Roland Garros ci aveva emozionato tanto. Nemmeno Carry (di Sex and The City) che malmenava con il suo bouquet da sposa mancata il vile mister Big ci aveva ispirato tanta smodata tifoseria.
Se Maria si fosse limitata a tacere, saremmo state costrette ad apprezzarne l’eleganza, ma sarebbe stata, alla fine, una come tante altre: discreta sì, ma vinta. Se al contrario avesse sbraitato, accusato, giudicato, sarebbe stata addirittura come «tutte» le altre. Così, invece… «Questo è un momento doloroso e straziante. Come madre, sono preoccupata per i miei figli. Chiedo compassione, rispetto e privacy mentre i miei figli ed io cerchiamo di rifarci una vita e ci curiamo le ferite». Una chioccia categorica. Senza sbavature di rabbia, senza smagliature di stile. L’opposto di suo marito. E delle sue scelte. Perché, c’è una considerazione, che nulla ha a che fare con la distinzione di Maria, ma che si è arrampicata in gola al mondo: non è solo che Schwarzennegger ha tradito la moglie, è anche con «chi» ha tradito «quella» moglie. Perché nelle aspirazioni di qualsiasi cornuta c’è una rivale che (almeno) assomigli a Ines Sastre, o ad Afef, o a Carolina di Monaco… Insomma, rivali contro le quali nulla si può come contro l’uragano Katrina. Rivali che, in un certo senso, danno un po’ di lustro anche al nostro essere cornute. Ma quando, da nata Kennedy per parte di madre, il tuo matrimonio si schianta contro la faccia larga e il femore corto di Mildred Baena detta «Patty», quella che ti chiedeva come piegare le lenzuola mentre tu non sospettavi di nulla… beh, allora ci sono tante cose che devi iniziare a domandarti. E se le domanderà di certo, Maria, al Beverly Hills Hotel.
Intanto, a fare più tenerezza dei figli di Schwarzenegger c’è solo «l’altro» figlio di Schwarzenegger. Quello che è nato in una depandance della vita di suo padre. Quello che ha già sentito liquidare sua madre come un «terribile errore», quello che continua a vivere con i mezzi di una domestica malgrado il papà gigantesco e milionario, quello che ha i fratellastri ricchi con la mamma solida (nata Kennedy per parte di madre). Nemmeno in Terminator, Arnold aveva mai fatto tanto casino.

Strauss-Kahn e Polanski, giudizi diversi: Ci sono due stupri. E due diverse misure

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Strauss-Kahn e Polanski, giudizi diversi: Ci sono due stupri. E due diverse misure

Dalla Ravera alla Aspesi. Chi difendeva il regista adesso si scaglia contro il direttore dell’Fmi, scaricato dalle colleghe
di Francesco Borgonovo   Libero-news.it     20110518

Speriamo che l’elegante Anne Sinclair – coraggiosa consorte di Dominique Strauss-Kahn, la quale sin dal primo momento lo ha difeso dalle accuse di stupro – stia mettendo a soqquadro le numerose abitazioni sue e del marito. In qualche vecchia libreria, magari in una cassapanca ammuffita in cantina, dovrà pur esserci traccia di una passata attività artistica del direttore del Fondo monetario internazionale. Avrà pur scritto un romanzo, una sceneggiatura, un abbozzo di spettacolo teatrale. Santo Dio, basterebbe un quadro astratto; l’incisione di una canzone strimpellata con la chitarra; vanno bene anche le foto di una natura morta (i ritratti delle modelle poco vestite lasciamoli perdere, per carità).

Se si scoprisse che Strauss-Kahn è almeno un po’ creativo, potrebbe sperare di salvarsi dalla sala di tortura a mezzo stampa dove in questi giorni l’hanno sbattuto. Viene accusato di aver violentato una cameriera ghanese 32enne dell’albergo Sofitel di New York dove alloggiava, di averla costretta a un rapporto orale. E adesso se ne sta chiuso in gattabuia rischiando una condanna a settant’anni, mentre mezzo mondo si gode la rovinosa caduta di un potente, già capo di un’organizzazione economica di rilievo planetario e considerato favorito nella corsa alla presidenza francese.

C’è invece un signore chiamato Roman Polanski, regista di successo, che in una lussuosa villa hollywoodiana, nel 1977, ha drogato, sodomizzato e convinto al sesso orale una ragazzetta di 13 anni. È stato giudicato colpevole, si è fatto novanta giorni di carcere, poi se l’è data a gambe scappando in Europa. Quando nel 2009, di passaggio in Svizzera per un festival, è stato arrestato in virtù di un mandato di cattura internazionale, gli intellettuali di tutto il globo – con rare eccezioni – l’hanno difeso a costo della vita. La stampa di sinistra, anche quella italiana, lo ha tramutato in un martire: un genio del cinema non meritava di essere ingabbiato (agli arresti domiciliari in un lussuoso chalet svizzero, per altro), anche se aveva violentato una bambina. Da Martin Scorsese a Monica Bellucci, un fiume di star firmò un appello in sua difesa. Nel 2010 il suo lungometraggio The Ghost Writer fu premiato a Berlino con un Orso d’argento. Intanto, il volto bovino di Strauss-Kahn, scavato dalle rughe e ulteriormente invecchiato dalla barba malfatta, lo sguardo assente, campeggia sulle prime pagine.

Ha trascorso la notte scorsa in isolamento nel carcere di Rikers Island. Le ministre europee dell’Ecofin, capitanate dalla spagnola Elena Salgado, hanno chiesto all’unisono le sue dimissioni, anche se non c’è condanna e le incertezze abbondano. I due casi, quello di Polanski e quello di Strauss-Kahn, sono incredibilmente simili, eppure la doppiezza con cui vengono trattati è accecante.
Qualche esempio. Per Ilda Dominijanni del manifesto, l’economista è un satiro alla stregua di Silvio Berlusconi: «I re sono nudi, e non solo perché nudi si avventano sulle cameriere». «I tentativi di contenere lo scandalo (…) suonano disperatamente falsi e ipocriti». Lo stesso giornale, tuttavia, per la penna di Mariuccia Ciotta, compativa Polanski, evocava la «caccia alla strega»: «La sua condizione di star non lo protegge affatto», scrisse l’editorialista, «i cacciatori di teste celebri si sono scatenati». Strauss-Kahn, per Michela Marzano su Repubblica, è come un antico signore, di quelli che vivevano «amori ancillari con le schiave e con le serve». Un mostro assetato di gnocca, un Don Rodrigo che vuole possedere le inferiori. Sarà anche vero, ma perché nel 2009 Natalia Aspesi, sempre su Repubblica, descriveva il violentatore di minorenni Polanski come un uomo «dall’aria fragile e bisognosa di protezione»? Secondo lei, la ragazzetta che il regista sodomizzò era «un’adolescente forse non innocente», una «ambiziosa ragazzina». La cameriera che accusa Strauss-Kahn è invece una «povera femme de chambre», dice la Marzano.

Tutto dipende dalla tipologia umana del violentatore (o presunto tale). Il regista è un poeta a cui la pedofilia è concessa. L’economista, seppure socialista, è un ricco suino e i progressisti italiani lo assimilano al Cavaliere che si diverte col bunga bunga. Sull’Unità, nel 2009, Alberto Crespi si stracciava le vesti per l’amico Roman: se è colpevole, diceva, «siamo quindi colpevoli». Invece Lidia Ravera ieri sul Fatto sbavava di rabbia, se avesse potuto Strauss-Kahn l’avrebbe violentato lei. Bellezza delle parole: la vittima di Polanski era una lolita viziosa. La cameriera che accusa il capo del Fmi, sentenzia la Ravera, è una «lavoratrice» trattata «come una schiava», come un «bidet» dal maiale capitalista che «dormiva in una “stanza” da 3000 euro per notte». La scrittrice è così certa delle sue ragioni da insultare la moglie di Strauss-Kahn, priva di «quel minimo di decenza femminista» che la farebbe smettere di «negare l’evidenza». Madame Sinclair dovrebbe comportarsi come Veronica Berlusconi, «che ha scaricato il suo lord-puttaniere».

L’unico coerente è il filosofo Bernard-Henry Lévy: difese il suo amico Polanski, difende il suo amico Strauss-Kahn, ma forse è l’orgoglio di casta. Per il resto dell’intellighenzia, ci sono due stupri e due misure. Forse la cultura non dà il pane, ma talvolta aiuta a evitare la galera.

Conciliazione al galoppo

Conciliazione al galoppo – News – Italiaoggi

di  Redazione    italiaoggi.it   20110510

« La mediazione civile sta appena cominciando a dimostrare le sue potenzialità quale strumento davvero efficace di giustizia alternativa nei rapporti tra le imprese. Siamo solo all’inizio di una rivoluzione silenziosa e pacifica che potrà liberare risorse preziose per lo sviluppo del Paese. » Così il presidente di Unioncamere, Ferruccio Dardanello, ha commentato i primi dati raccolti da Unioncamere sulle richieste di mediazione pervenute agli uffici camerali a cinque settimane dall’avvio della riforma della mediazione civile. « In poco più di un mese di operatività della riforma – ha aggiunto Dardanello – le Camere di commercio hanno ricevuto quasi duemila richieste di conciliazione, la metà delle quali nelle materie per le quali è ora prevista l’obbligatorietà. E sebbene la legge ponga un limite massimo di 4 mesi per concludere la procedura, in soli 40 giorni il 17,2% di quelle avviate si sono già definite e, di queste, quasi un quarto con un accordo ritenuto soddisfacente dalle parti. In alcune Camere, il tasso di conclusione positiva è addirittura superiore al 50%. Se pensiamo che solo nell’ultima settimana abbiamo registrato un raddoppio delle richieste arrivate nelle quattro precedenti messe insieme – ha detto ancora il presidente di Unioncamere – ci aspettiamo che la mediazione obbligatoria potrà dare già entro l’anno un contributo visibile di alleggerimento del lavoro dei tribunali e, soprattutto, dei costi e dei tempi dei contenziosi per le imprese. »

Ma i veri assassini sono i burocrati

Ma i veri assassini sono i burocrati – Interni – Articolo stampabile – Il Giornale.it

Ma i veri assassini sono i burocrati

di Magdi Cristiano Allam   ilgiornale.it    20110509

Il reato di clandestinità sarebbe l’unico strumento per colpire i trafficanti e sanzionare gli Stati complici. L’Ue non può non riconoscere questa necessità

Di fronte all’ennesi­ma tragedia che ha stroncato la vi­ta di circ­a 600 per­sone venerdì scorso al lar­go delle coste libiche por­tando a diverse migliaia il totale dei cadaveri che giacciono nei fondali del Mediterraneo nel dispe­rato tentativo di raggiun­gere le nostre coste, io non solo sono favorevo­le, ma ritengo necessa­rio, anzi doveroso e im­pellente, accreditare in seno al diritto internazio­nale, europeo e italiano il reato di immigrazione clandestina che sanzioni innanzitutto gli Stati che favoriscono la partenza dei clandestini, poi la cri­minalità organizzata che gestisce il loro trasferi­mento lucrando spregiu­dicatamente sulla loro pelle, infine gli stessi clan­destini che, consapevol­mente, pagano per imbar­carsi sulle ca­rrette del ma­re per entrare illegalmen­te in un altro Stato.

Il reato di immigrazio­n­e clandestina è contem­plato nell’ordinamento giuridico di Francia, Ger­mania, Gran Bretagna, Spagna e Svizzera, pur con delle differenze nella sua attuazione o perché non vige l’obbligatorietà dell’azione penale o per­ché si riconosce comun­que al giudice l’opzione amministrativa del­l’espulsione del clande­stino. Eppure, chissà per­ché, le Nazioni Unite e l’Unione Europea sono insorte solo contro l’Ita­lia quando il nostro Parla­mento, con il conforto della Corte Costituziona­le (sentenza n. 250/2010), ha legittimato il reato di immigrazione clandestina.

Se abbiamo veramente a cuore la vita di tutti, sen­za alcuna eccezione, se al tempo stesso teniamo al­la salvaguardia del no­stro stato di diritto – pena il venir sempre meno del­la credibilità della nostra civiltà – , ebbene è arriva­to il momento di affran­carci sia dall’ipocrisia di chi predica bene e razzo­la male sia dal buonismo di chi pensa di poter far del bene agli altri danneg­giando se stesso.

Come è possibile che se circa 600 persone muoio­n­o affogate su una carret­ta del mare in acque libi­che, così come è succes­so venerdì scorso, o an­che in acque internazio­nali, nessuno ne ha col­pa, nessuno si indigna e tutto si risolve nell’oblio; mentre se questa trage­dia si fosse consumata in acque territoriali italia­ne, così come è effettiva­mente successo in passa­to, tutti si sarebbero scate­nati­per condannare il no­stro governo, dalle Nazio­ni Unite all’Unione Euro­pea, dalla Conferenza Episcopale Italiana ai Medici senza frontiere, dalle Procure ai partiti d’opposizione?

La vita di 600 persone ha un valore in sé o vale solo se si può colpire il governo di uno stato di diritto e un sistema demo­cratico la cui Costituzione all’articolo 10 ci impone di accogliere e di accorda­re l’asilo politico allo straniero «al quale sia impedito nel suo Paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche ga­rantite dalla Costituzione italiana»? Ma lo sappiamo che nel mondo ci sono mi­­liardi di stranieri che potrebbero riven­dicare questo «diritto» una volta ottem­perate le formalità previste dalla legge?

Come è possibile che se uno stranie­ro si presenta a una frontiera terrestre o aeroportuale senza un regolare visto d’ingresso viene fermato, gli viene im­pedito di entrare nel nostro territorio nazionale, mentre se arriva su una car­re­tta del mare siamo obbligati ad acco­glierlo, ad accollarci i costi dell’ospita­lità in un centro di identificazione an­che per dei mesi, in aggiunta ai costi dell’allontanamento se nel frattempo non è riuscito a dileguarsi, andando a ingrassare le file della criminalità atti­va nelle nostre città? Come è possibile che se un estraneo dovesse tentare di entrare abusivamen­te a casa mia per qualsivoglia ragione la legge mi riconosce il diritto di impedir­gli di entrare, di salvaguardare il mio pa­trimonio, di difendere con tutti i mezzi la mia incolumità fisica fino a sparargli per legittima difesa, mentre se uno stra­niero si comporta allo stesso modo nel­la nostra casa comune, l’Italia, presen­tandosi senza i documenti prescritti dal­la legge, siamo obbligati ad accoglierlo, a garantirgli un tetto e il vestiario, a dar­gli da bere, mangiare e le sigarette, veri­ficando solo successivamente se sussi­stono le condizioni per accordargli lo status di rifugiato politico?

Come è possibile che nel nostro stato di diritto, se un cittadino dovesse avere un qualsiasi rapporto con la criminalità organizzata viene sanzionato a norma di legge con il carcere, la confisca dei beni e l’ostracismo sociale,mentre con­sideriamo legittimo interagire con il fe­nomeno del traffico di clandestini pur essendo gestito dalla criminalità orga­nizzata al punto che i suoi profitti supe­rano quelli del traffico della droga? Co­me è possibile che le Nazioni Unite, l’Unione Europea e l’Italia facciano fin­ta di non sapere che ciascun clandesti­no paga una cifra superiore ai mille eu­ro per imbarcarsi sulle carrette del ma­re, mentre di fatto risultano collusi e conniventi con questi cinici mercanti di morte che non esitano a mettere a re­pentaglio la vita di disperati pur di rea­lizzare dei colossali profitti? Non possiamo continuare a imporci dei doppi parametri etici e giuridici per giustificare la nostra incapacità di far af­fermare la certezza del diritto e della pe­na a casa nostra nei confronti di tutti, senza discriminare nessuno, ma anche senza esentare alcuno.

Non siamo cre­dibili se la legge vale per tutti tranne che per i clandestini, per chi li sfrutta e chi li manipola. Non possiamo continuare a non volerci bene al punto che accordia­mo agli altri ciò che non concepirem­mo mai per noi stessi, immaginando che si possa amare il prossimo odiando se stessi, illudendosi che vi possa essere un bene per il prossimo a scapito del no­stro bene. Se dovessimo continuare a imporci di riservare agli stranieri un trat­tamento privilegiato rispetto a quello prescritto agli italiani, finiremmo per scatenare una guerra intestina in balia del male incontrollabile del razzismo. Ebbene, se veramente abbiamo a cuo­r­e la vita delle persone che sono costret­te a fuggire dai loro Paesi a causa delle guerre, della fame o della disperazione, dobbiamo rimuovere le cause del loro malessere per consentire loro di poter vivere in pace e dignitosamente a casa loro.

Giustizia è fatta

Giustizia è fatta | The Frontpage

Giustizia è fatta

di redazione    thefrontpage.it    20110508

Il 23 dicembre El Pais pubblica un dispaccio del 3 luglio 2008 dell’allora ambasciatore americano a Roma, Ronald Spogli, diffuso da Wikileaks. Nel dispaccio segreto si rivelava che quando era ministro degli Esteri, nel 2007, Massimo D’Alema disse a Spogli che “sebbene la magistratura italiana sia tradizionalmente considerata orientata a sinistra, è la più grande minaccia allo Stato italiano”. Commenta Spogli: “Nonostante anni di dibattiti sulla necessità di una riforma del sistema, non sono stati fatti progressi significativi. Gli italiani considerano il loro sistema ‘sfasciato’ e hanno veramente poca fiducia sul fatto che garantisca giustizia”.

Il 24 dicembre D’Alema smentisce seccamente: “Viene riportato un giudizio abnorme sulla magistratura che non ho mai pronunciato, che non corrisponde al mio pensiero e che evidentemente all’epoca è stato frutto di un fraintendimento tra l’ambasciatore Spogli e me”.

Alla magistratura militante la smentita però non è bastata. E così il segretario dell’Associazione nazionale magistrati, Giuseppe Cascini (quello che ha negato alla maggioranza “la legittimazione storica, politica, culturale e morale” per riformare la giustizia), fra un convegno e un talk show ha trovato il tempo di aprire un’inchiesta perché un imprenditore arrestato per bancarotta (Pio Piccini) si sarebbe fatto raccomandare da un manager amico di D’Alema (Vincenzo Morichini) per avere un contratto con Finmeccanica.

Il contratto con Finmeccanica è andato a monte, Piccini ha dichiarato di non aver mai incontrato D’Alema, ma la macchina del fango è già partita e i giornali delle procure – dal Fatto al Corriere – hanno cominciato a riempire pagine su pagine. Va da sé, naturalmente, che né D’Alema né la sua fondazione hanno ricevuto alcun tipo di comunicazione da parte dall’autorità giudiziaria. La quale però deve aver informato adeguatamente i giornalisti, visto che voci sempre più insistenti promettono “rivelezioni” sempre più imbarazzanti per l’ex presidente del Consiglio.

Lo sputtanamento mediatico – senza possibilità di difesa alcuna, perché non c’è nessun tipo di coinvolgimento né di D’Alema né della sua fondazione nell’inchiesta – è naturalmente congegnato in modo da produrre il maggior danno possibile: Piccini ha parlato ai magistrati dei suoi rapporti con Morichini (e dei rapporti di Morichini con D’Alema) lo scorso settembre, ma Cascini ha aspettato la settimana prima delle elezioni per chiamare i giornali.

Complimenti: giustizia è fatta.

Rileggere Giovanni Falcone

Rileggere Giovanni Falcone | The Frontpage

Rileggere Giovanni Falcone

di redazione    thefrontpage.it     20110507

Caro dott. Palamara, e con lei tutto il pool di Milano, vi consiglio di leggere questa breve antologia dei pensieri di Giovanni Falcone:

Il Csm è diventato anzichè organo di autogoverno e garante della magistratura, una struttura da cui il magistrato si deve guardare… con le correnti interne diventate cinghia di trasmissione della lotta politica. (La Repubblica, 20 maggio 1990)

Quanti altri danni deve produrre questa politicizzazione della giustizia? (La Stampa, 6 settembre 1991)

Io dico che bisogna stare attenti a non confondere la politica con la giustizia penale. In questo modo l’Italia pretesa culla del diritto, rischia di diventarne la tomba. (La Stampa, 6 settembre 1991).

Non si può investire della cultura del sospetto tutto e tutti. La cultura del sospetto non è l’anticamera della verità. La cultura del sospetto è l’anticamera del khomeinismo. (citato in Mario Patrono, Il cono d’ombra, Milano 1996).

Mi sento di condividere l’analisi secondo cui, in mancanza di controlli istituzionali sull’attività del Pm, saranno sempre più grandi i pericoli che influenze informali e collegamenti occulti con centri occulti di potere possano influenzare l’esercizio di tale attività… Mi sembra giunto il momento di razionalizzare e coordinare l’attività dei Pm finora reso praticamente irresponsabile da una visione feticistica della obbligatorietà dell’azione penale e dalla mancanza di tali controlli su tale attività. (convegno di Senigallia, 15 marzo 1990)

Il Pm non deve avere nessun tipo di parentela col giudice e non essere, come invece oggi è, una specia di paragiudice… Chi come me richiede che siano invece giudice e Pm due figure strutturalmente differenziate nelle competenze e nella carriera, viene bollato come nemico dell’indipendenza della magistratura; un nostalgico della discrezionalità dell’azione penale desideroso di porre il Pm sotto il controllo dell’Esecutivo. (La Repubblica, 3 ottobre 1991)

***

Pensiero personale: a voler pensar male certo che Giovanni Fslcone i suoi peggiori nemici li aveva nello schieramento di sinistra a sostegno della magistratura e in alcuni magistrati stessi…

Tato Tripodo
http://www.imparzialeoforseno.blogspot.com

Baci virtuali via Internet: l’ultima follia per tecno-amatori

Baci virtuali via Internet l’ultima follia per tecno-amatori – LASTAMPA.it

Baci virtuali via Internet:  l’ultima follia per tecno-amatori

di  FEDERICO GUERRINI   lastampa.it      20110504
Kiss Information DeviceSi chiama Kiss Information Device, ed è una di quelle invenzioni che lasciano, letteralmente, “a bocca aperta”. È un gadget messo a punto dai laboratori Kajimoto dell’Università di Comunicazioni Elettroniche di Tokyo, che dovrebbe permettere di digitalizzare la sensazione di un bacio con la lingua e di trasmetterla via Internet.

Funziona tramite una sorta di cannuccia da far ruotare nel palato, collegata a un software che registra, oltre che i movimenti effettuati, la maniera di respirare, la temperatura e il grado di umidità della bocca, tutti elementi che contribuiscono a rendere unico il bacio di una data persona e che possono essere ricreati all’altro capo della Rete mediante un congegno simile. Da quanto è dato capire dal video su YouTube con cui il laboratorio pubblicizza il proprio ritrovato, il movimento è unidirezionale, il che implica che una “lingua” conduca il gioco e l’altra si goda – se questa è la parola giusta – le sensazioni che ne risultano.

Gli scienziati giapponesi hanno già pensato alle possibili implicazioni commerciali: “una celebrità potrebbe ad esempio registrare il proprio bacio e offrilo ai fan via Internet– spiega un ingegnere nipponico, con tanto di smorfia birichina da cartone animato – sarebbe molto popolare”. Oppure il Kiss Trasmission Device potrebbe essere utilizzato da due innamorati che vivono a grande distanza o, spingendosi ancora più in là con la fantasia, da qualche ex che, perduto l’amore, cerca di riviverne le sensazioni mediante una serie di baci “registrati”.

Non c’è fine all’immaginazione umana e, del resto, quella inventata dai ricercatori del Kajimoto non è altro che una forma di cyber sesso, ideale preludio allo scenario descritto nel celebre libro di David Levy uscito qualche anno fa, “Love and Sex with robots”, in cui si prefigurano come normali, entro il 2050, i rapporti sessuali fra umani e automi. Chissà perché, in un mondo in cui le distanze contano sempre meno e quindi, in teoria, è anche più facile incontrarsi vis-à-vis anche il sesso, per alcuni, stia diventando sempre più digitale.

Possiamo ipotizzare alcuni vantaggi, d’accordo: nel caso del Kiss transmission device non ci sono rischi di alito cattivo (si può sempre ricorrere al software per eliminare le componenti sgradite) e i partner robotici difficilmente avranno mal di testa o crolleranno dal sonno.

Ma non c’è niente di più triste del ridurre quello che qualcuno una volta ha definito “un apostrofo rosa tre le parole t’amo” in uno scambio di fluidi mediato dal computer; e viene che il dubbio che gli scienziati di Tokyo non abbiano ben presente la differenza, perché non hanno mai conosciuto l’originale.

+ Video esplicativo del Kiss Transmission Device
+ How to kiss your Facebook friends
+ Sex and marriage with robots? It could happen

Opposizione in crisi, il ministro: « Pd? Difendono fannulloni e parassiti. Sono naufraghi del potere »

Brunetta morde: « Sinistra mi fa schifo, poveri senza idee: moralmente inferiori » – Renato Brunetta, sinistra, schifo, Pd, Partito democratico, intervista, fannulloni, parassiti, Libero, Tommaso Montesano – Libero-News.it

« Sinistra mi fa schifo, poveri senza idee: moralmente inferiori »

Opposizione in crisi, il ministro: « Pd? Difendono fannulloni e parassiti. Sono naufraghi del potere »

intervista di Tommaso Montesano  Libero-news.it   20110504

«Non ne posso più di questa sinistra col ditino alzato. Ma da quale pulpito arriva tanta arroganza? Sono solo dei poveretti, relitti del passato senza identità. Con tutti i suoi difetti, la superiorità della classe dirigente di centrodestra è indiscutibile». Nei giorni in cui l’opposizione, grazie alle prime crepe dell’asse Pdl-Lega causa politica estera, prova a rialzare la testa, Renato Brunetta, ministro per la Pubblica amministrazione e l’Innovazione, invita gli alleati a concentrarsi sul bersaglio comune: il centrosinistra. «Quando vediamo Bersani, D’Alema e Fassino ergersi a moralizzatori, dobbiamo reagire. Ma come, questi mestieranti della politica le hanno sbagliate tutte e ci fanno pure la predica? Imbrogliano pure sul nome».

Sul nome?

«Si fanno chiamare centro-sinistra, mentre in realtà non sono altro che una sinistra-centro. Sa come li chiamo io?».

Prego, ministro.

«Camaleonti, transfughi, paguri. Proprio come quegli animaletti che, non avendo una casa propria, si infilano in quella degli altri. Sotto la sabbia o nelle conchiglie».

Al Partito democratico si definiscono riformisti.

«Non sono più nulla. Non sono più comunisti, non sono liberali, non sono mai diventati socialdemocratici. Sono solo dei naufraghi del potere».

Non è troppo duro?

«Vogliono il potere, ma non riescono a ottenerlo per via democratica. Così sono disposti ad allearsi anche con il diavolo pur di conquistare il Palazzo. Le elezioni non le vincono mai».

Nel 1996 e nel 2006 ha vinto il centrosinistra.

«Ma non con la sua faccia. Hanno sempre avuto bisogno di un papa straniero. Prima Romano Prodi, adesso magari Luca di Montezemolo».

Insomma, nonostante le difficoltà della maggioranza, l’opposizione non le fa paura.

«Non hanno più alcuna base sociale di riferimento. Non hanno alcuna ricetta di politica economica. Difendono i fannulloni della Pubblica amministrazione e i baroni dell’università. Proteggono le rendite parassitarie delle public utilities. È una sinistra fuori dal mondo che mi fa leggermente schifo».

Per voi di centrodestra non è sempre stato così?

«Sì, ma oggi con questa classe dirigente di perdenti che si ritrovano, il difetto si è accentuato. Perché di fronte hanno il riformismo del centrodestra. Chi ha fatto la riforma della scuola, delle università, della pubblica amministrazione?».

Il suo giudizio vale anche per le sinistre europee?

«Certo che no. La socialdemocrazia tedesca ha avuto a sua Bad Godesberg, i comunisti francesi si sono suicidati. In Italia tutto questo non è successo. Qui non c’è Tony Blair, ma solo politici di professione. Non se ne salva uno: i leader della sinistra italiana, così spocchiosi, sono tutti funzionari di partito. Ed è grazie alla sinistra che ha avuto origine Tangentopoli».

A cosa si riferisce, ministro?

«Penso all’Unione sovietica, un Paese nemico dal quale ricevevano, ufficialmente, denaro. E penso ai soldi finiti nelle loro casse grazie al sistema delle cooperative e degli appalti pubblici locali. Dov’è la loro superiorità morale se è da quel sistema che origina il finanziamento illecito ai partiti?».

Qual è la colpa della sinistra?

«Sono stati loro a moltiplicare a dismisura i costi della politica, costringendo gli altri partiti a rincorrerli sullo stesso piano. Ricordo che a Venezia la federazione provinciale del Pci aveva 200 dipendenti. E sedi di proprietà in ogni Comune. Che dovevano fare gli altri?».

Ammetterà che anche nel centrodestra i vizi, privati e non, non manchino.

«Il Pdl è composto da tante anime, ciascuna con i suoi pregi, i suoi difetti e i suoi vizi, ma rappresenta la parte migliore del Paese: i colletti blu, le piccole e medie imprese, i professionisti, le partite Iva, gli artigiani».

E come la mettiamo, a proposito di vizi e superiorità morale, col “caso Ruby”?

«Mai, nella storia del Paese, la vita privata era entrata nella vita politica come elemento centrale. Avere presidenti del Consiglio democristiani notoriamente gay non ha destato, per fortuna, alcuno scandalo. Una grande prova di civiltà. Adesso, invece…».

Invece?

«Ridotti alla disperazione, questi “sinistri” utilizzano un argomento che non fa parte della nostra cultura politica: la vita privata».

A sinistra obiettano: sulle notti di Arcore, a proposito di superiorità morale, c’è un inchiesta della magistratura per concussione e prostituzione minorile.

«Si tratta di reati presunti. Aspettiamo i giudizi. Finora ho assistito, nei confronti di Silvio Berlusconi, solo ad un accanimento giudiziario. E la politica non si fa demonizzando l’avversario. Con il giustizialismo si distrugge, non si costruisce. E questo è un altro motivo per cui mi sento moralmente superiore a loro».

Napolitano: se non diventa affidabile la sinistra resterà all’opposizione

Napolitano: se non diventa affidabile la sinistra resterà all’opposizione  – Repubblica.it

Napolitano: se non diventa affidabile la sinistra resterà all’opposizione

La scossa del Presidente. « Sottovalutata la socialdemocrazia ». In un convegno su Giolitti evocato il ruolo di Craxi: « Ci dicevano che tanto c’era lui… »

di UMBERTO ROSSO   repubblica.it   20110505

Napolitano: se non diventa affidabile la sinistra resterà all’opposizione
ROMA – Credibile. Affidabile. Praticabile. « O la sinistra immagina così l’alternativa oppure resterà all’opposizione ». Firmato Giorgio Napolitano. Che cita il pensiero di Antonio Giolitti, ma intanto sottoscrive, attualizza. E strapazza un po’, sia pure attraverso la lente della ricostruzione storica, un centrosinistra che non sembra imparare la lezione. Quella via riformista al governo, condensata nei tre aggettivi, porta appunto la firma di Giolitti, padre nobile dei riformatori italiani, e ricordato ieri in un convegno nel primo anniversario della morte. Ne scriveva in un saggio parecchi anni fa. Il capo dello Stato l’ha ripescato, ne ha scelto accuratamente alcuni passaggi, legge testualmente, discutendone con Eugenio Scalfari, testimone e protagonista di quegli anni, grande amico dell’ex ministro del Bilancio. Gli onori di casa li fa Giuliano Amato, presidente della Treccani che organizza la giornata di riflessione storica, insieme alla Fondazione Lelio Basso. « Sono passati quindici anni – ricorda il capo dello Stato – ma in quel testo c’è un tema che è ancora di attualità, e che perciò dovrebbe rileggere molte volte chi fa politica a sinistra oggi ed è, a quanto pare, all’opposizione… ».

Messaggio a Bersani e soci, insomma. Allora, ecco i tre ingredienti che ancora mancano all’appello per uscire dall’angolo dell’opposizione. Napolitano legge Giolitti. Primo, serve credibilità. « Bisogna essere capaci di esercitare l’azione di governo ». Secondo: l’affidabilità. « Bisogna
togliersi di dosso il sospetto di volersi insediare al potere come un’alternativa senza alternativa ». Gioco di parole? Non tanto, anzi sembra l’affondo più pesante rivolto ad una sinistra che si lascia dietro una scia di dubbi sul tasso di democraticità, che immagina di combattere nemici più che competitor. Terzo e ultimo componente della miscela: occorre offrire soluzioni praticabili. « Bisogna rendere realistico e convincente il perseguimento degli obiettivi, gli ostacoli da superare e la gradualità da adottare ». Erano i primi anni Novanta, la Dc stava per sparire, un secolo fa, ma certi vecchi vizi della sinistra descritti nella radiografia giolittiana sembrano traghettati nell’era berlusconiana.

E i ritardi del Pci sulla strada della socialdemocrazia? Napolitano, che fu il leader della corrente riformista del partito, ricostruisce: « La verità è che c’era il Psi di Craxi e potevamo fare tutti i discorsi che volevamo sulla socialdemocrazia, chiunque ci avrebbe risposto: c’è Craxi, « this is the drama », per dirla con Shakespeare… « . In Italia, aggiunge, c’è stata « una drastica sottovalutazione quando una non conoscenza della socialdemocrazia europea ». Che, ricorda sferzante il presidente della Repubblica, non era certamente rappresentato dal Psdi, « certo c’era questo partito, Pietro Longo, ma le sue avventure politiche furono diciamo così deludenti, per usare un eufemismo ». Ma, eccezioni a parte, nel corso degli anni c’è stato « un grave impoverimento culturale dei partiti e della loro funzione formativa » lamenta il capo dello Stato. Il vero problema è ciò che oggi i partiti « non riescono più ad essere » rispetto a quel che accadeva in passato. Colpa di « un divorzio tra politica e cultura, di un rapporto che si è rotto, da tutte e due le parti nel corso degli ultimi dieci o venti anni ».

La sinistra non esiste

La sinistra non esiste | The Frontpage

La sinistra non esiste

di Fabrizio Rondolino  thefrontpage.it    20110430

E’ da qualche giorno in libreria L’Italia non esiste (per non parlare degli italiani), un mio pamphlet in occasione del centocinquantenario dell’Unità di cui i lettori di FrontPage hanno già potuto leggere una parte del primo capitolo. Contrariamente alla lettera del titolo, la tesi del libro è che l’Italia purtroppo esiste, ma soltanto come somma di vizi, errori e storture non rimediabili e, anzi, destinati ad aggravarsi sempre più. Non si suggeriscono soluzioni, ma si prova a ragionare sulle cause.

Il settimo capitolo è dedicato alla figura dell’antitaliano, cioè l’italiano che parla male dell’Italia e dei suoi abitanti. E’ una figura che preesiste all’Unità, percorre molti intellettuali risorgimentali, e diventa infine, da Gobetti a Berlinguer (a Saviano), l’architrave dell’autorappresentazione ideale della sinistra.

***

La sinistra italiana è la parte peggiore del Paese, perché ne condivide tutti i vizi e tutte le mancanze, ma si crede diversa e migliore.

C’è, al fondo della sinistra italiana, un disprezzo radicato e profondo per l’Italia e per gli italiani; una diffidenza e un’incomprensione, quasi un mancato riconoscimento reciproco; l’istintiva convinzione che qualcosa di profondamente sbagliato nella natura stessa del Paese la condanni ogni volta al fallimento. Probabilmente è per questo che non ha mai vinto davvero: per vincere bisogna sedurre: e non è facile sedurre chi, al fondo, si disprezza.

Il disprezzo per gli italiani, e la conseguente teorizzazione di una sinistra “antitaliana”, diversa e migliore, hanno come data di nascita ideale il 23 novembre 1922.

Quel giorno, ad un mese dalla marcia su Roma, Piero Gobetti pubblica sulla Rivoluzione liberale, il giornale che ha fondato a vent’anni, un editoriale intitolato “Elogio della ghigliottina”. È in questo articolo che Gobetti conia una definizione del fascismo destinata ad un enorme successo, e a non meno grandi conseguenze: il fascismo, scrive, è l’“autobiografia di una nazione”. Gli italiani, in altre parole, raccontando se stessi diventano fascisti; o, il che è lo stesso, l’Italia è per sua natura fascista: perché il fascismo non è un governo come gli altri, ma, sostiene Gobetti, è l’espressione paradigmatica di “certi difetti sostanziali” del popolo italiano, che “rinuncia per pigrizia alla lotta politica”, manca di coraggio, si piega a Mussolini per paura e vigliaccheria, e così mostra al mondo intero il proprio “animo di schiavi”.

Gobetti non capiva molto di politica: nel maggio del ’22 definì Mussolini un “anacronismo”, sottovalutando completamente la forza e la portata del movimento fascista. E anche la sua interpretazione del fascismo come semplice ipostasi del carattere nazionale è a dir poco riduttiva rispetto alla complessità, alla portata e alla peculiarità novecentesca, e niente affatto soltanto italiana, del totalitarismo moderno. Anche in questo, tuttavia, Gobetti va annoverato tra i padri della sinistra italiana, che di analisi sballate sarà dispensatrice feconda e prolifica.

Ma torniamo, per ora, agli italiani. A Gobetti, come del resto a quasi tutti gli intellettuali primonovecenteschi, molti dei quali apertamente di destra, gli italiani non piacevano per niente. Nel primo numero della Rivoluzione liberale il giovane torinese abbozza un’analisi spietata dell’Italia, che gli appare profondamente arretrata, senza una classe dirigente moderna e un sistema di relazioni economiche paragonabile a quelli europei, nonché storicamente priva di “una coscienza e un diretto esercizio della libertà”. Il risultato – ma potrebbe esserne anche la causa – è un paese senza un sistema politico efficiente e senza cittadini dotati di senso dello Stato. “Abbiamo sempre saputo – scriverà, sempre nel ’22, Gobetti – di lavorare a lunga scadenza, quasi soli, in mezzo a un popolo di sbandati che non è ancora una nazione”.

Non stupisce dunque che l’intellettuale torinese abbia definito una volta il suo antifascismo come una “polemica contro gli italiani”. I quali avevano ritrovato in Mussolini l’uomo che più di tutti ne impersonava le peggiori caratteristiche, scambiandole per virtù: l’ottimismo e la “sicurezza di sé”, l’“astuzia oratoria”, l’“amore per il successo”, la “virtù della mistificazione e dell’enfasi”, la teatralità. Sembra di leggere un ritratto di Berlusconi: non perché il presidente del Consiglio in carica (2010) sia il nuovo Mussolini, ma perché la sinistra cent’anni dopo preferisce ancora la caricatura all’analisi, il (pre)giudizio morale alla sfida politica.

Nell’addossare agli “italiani” in quanto tali ogni responsabilità per l’ascesa del fascismo, si scorge un altro tratto caratteristico della sinistra italiana: l’autoassoluzione. È certo vero che non vi furono insurrezioni democratiche all’indomani della marcia su Roma, e che l’Italia si prese il fascismo senza troppo protestare; ma è altrettanto vero che le opposizioni fecero di tutto per rendere più agevole la strada che Mussolini intendeva percorrere. Frammentati e litigiosi, gli antifascisti erano profondamente divisi fra loro: democratici, liberali progressisti, popolari (quella parte che non appoggiava Mussolini), socialisti riformisti, socialisti massimalisti, comunisti: ciascuno giocava per sé, e nessuno aveva un’idea precisa di quanto stesse accadendo. Anziché riflettere sulla propria impotenza, l’opposizione antifascista preferì prendersela con gli italiani.

E infatti nella condanna degli italiani Gobetti non è affatto solo. Giustino Fortunato scrive di un “popolo organicamente anarchico, corrotto, molto servile”, Anna Kuliscioff di un “paese di servi”, Carlo Rosselli di un popolo “moralmente pigro”, che ad Antonio Gramsci appare “inquinato dalla lue individualista, disorganizzato da lunghi secoli di malgoverno, viziato da impulsive tendenze egoarchiche e disgregatrici”. Storia e psicologia si mescolano fino a diventare inseparabili, e l’elenco dei difetti degli italiani – più o meno invariato da tre o quattro secoli – assurge a categoria storico-politica fondamentale, e dunque anche a chiave dell’agire politico individuale e collettivo.

La sinistra prende a percepirsi e a presentarsi come “antitaliana”, cioè come diversa e alternativa al tipo italiano medio: l’antropologia e la morale si sovrappongono alla politica fino a sostituirvisi. Il senso di superiorità coltivato dalla sinistra, che in realtà non è che un paravento dietro cui nascondere malamente le insufficienze teoriche, organizzative e politiche delle opposizioni antifasciste, denuncia un senso di estraneità profonda rispetto al paese reale, e ancora una volta, come sempre accade in Italia, trasforma un vizio in una virtù. Essere altra cosa rispetto agli italiani, da Gobetti in poi, diventerà un segno di nobiltà e di superiorità morale.

La patria ideale degli antitaliani, nella visione del torinese Gobetti (ma anche in quella dell’immigrato sardo Gramsci), è il Piemonte. L’“altra Italia”, l’Italia diversa e migliore, s’incarna secondo Gobetti in quella regione del paese che, promuovendo l’unità a costo di rinunciare alla propria stessa identità (e alle proprie virtù), cercò con ogni sforzo di “tenere il collegamento tra gli istinti africani della penisola e la civiltà europea”. Gobetti ripercorre qui un altro topos della polemica antitaliana di fine Ottocento, soprattutto di matrice anglosassone: la contrapposizione fra i popoli “latini”, per natura e per indole indisciplinati e inefficienti, e i popoli anglosassoni, dinamici e produttivi.

Al Piemonte e ai piemontesi spetterebbe, in questa visione profondamente razzista della complessità e delle diversità dell’Italia, il compito nobile e improbo di “civilizzare” un paese “africano”. Compito evidentemente fallito, come dimostra l’avvento del fascismo “italiano”. Ciò nondimeno, Torino e il Piemonte restano secondo Gobetti il fulcro dell’“altra Italia”: per la presenza di un forte “spirito pratico” e concreto, per la crescente industrializzazione, e persino per l’“anglomania” dei suoi imprenditori.

Non la pensava diversamente Gramsci, che nella Torino operaia vedeva l’unico faro di modernità acceso su un paese arretrato e “indisciplinato” (la “disciplina”, anche in senso militare-sabaudo, sarà un’ossessione ricorrente nel fondatore del Pci, che non per caso chiamò la sua rivista L’Ordine nuovo). Torino è “poco italiana”, secondo Gramsci, perché “la larga massa dei suoi abitanti è tutta viva e compone armonicamente un organismo sociale che vibra tutto”.

Fa una cerca impressione leggere tante sciocchezze idealistiche nel più grande teorico marxista italiano; la fascinazione per la classe operaia è tutta estetica, diresti quasi futurista: la modernità è uno spettacolo disciplinato in cui l’ordine nuovo si afferma come armonia tanto astratta quanto totalitaria; e la politica diventa una branca dell’etica.

***

Con Gramsci siamo al cuore della sinistra italiana, e all’origine di una visione del paese più antropologica che socioeconomica, più morale che politica. Quando Gramsci pone l’accento sulla “riforma intellettuale e morale” degli italiani anziché sulla rivoluzione sociale, che gli pare insufficiente, da sola, a risolvere i problemi del paese, la prospettiva stessa del compito dei rivoluzionari cambia profondamente, fino a capovolgersi da ampliamento della sfera della libertà, quale era all’origine e nelle intenzioni, in sforzo di condizionamento e limitazione delle singole libertà.

Tutto il gramscismo è una grande, complessa e impotente teorizzazione del compito educativo, pedagogico e missionario che spetta alla classe operaia e al suo partito in un paese privo di civiltà politica, di cultura, di classi dirigenti, di virtù civili. I comunisti sono i rappresentanti di una civiltà superiore, scesi su questa pessima Italia per trasformare i suoi disastrati abitanti in uomini veri: e così, nella sostanza, si considerano ancor oggi che si chiamano “democratici”.

La raffinatezza teorica con cui Gramsci analizza la modernizzazione fordista che accompagna la nascita della grande fabbrica, la sua attenzione quasi maniacale per la “società civile”, e persino l’enfasi posta sulla conquista dell’“egemonia”, che è concetto ben più complesso e articolato della semplice presa del potere, lo rendono certo un unicum nel panorama del rozzo pensiero marxista della prima metà del Novecento, ma anche ne segnalano l’arretratezza profonda.

Non è un caso se, fra tutte le metafore e i rimandi storici cui poteva ricorrere, Gramsci scelse proprio il Principe di Machiavelli per definire la sua idea mitologica di partito. I liberali vi hanno visto, e giustamente, una minaccia alle libertà; ben più preoccupante, però, è l’idea di politica che quella metafora suggerisce: l’Italia non potrà mai governarsi da sé, poiché mancano agli italiani le capacità per farlo; soltanto un principe illuminato, autorevole e autoritario e paternalista, intriso di buona volontà e pedagogicamente predisposto alla formazione di nuovi e migliori cittadini, può svolgere con successo l’incarico.

La politica è pedagogia, e la pedagogia è morale: è così in Gramsci, e così sarà in tutti i leader comunisti venuti dopo di lui. La sinistra italiana, egemonizzata per l’intero secondo dopoguerra dal Pci, fa della “riforma intellettuale e morale” il suo mantra e la sua missione, attribuendosi una medaglia di superiorità che nessuno le ha mai conferito, e guardando sprezzante, dall’alto di una cattedra immaginaria, il brulicare scomposto degli italiani comuni.

***

Per questo la storia della sinistra italiana è una storia di fallimenti: non si possono vincere le elezioni disprezzando chi dovrebbe votarti, né si può conquistare la maggioranza degli italiani impancandosi ad antitaliano. Anziché sedurre l’elettorato, la sinistra l’ha sempre redarguito. Anziché promuovere la modernizzazione e progettare concretamente il futuro, ha sempre gridato all’imminente catastrofe. Anziché proporsi di governare l’Italia, ha preferito gloriarsi della propria diversità.

È stato Enrico Berlinguer, com’è noto, a coniare per il Pci la parola “diversità”. Lo fece quando l’assurdità della politica di compromesso storico divenne talmente evidente da non poter più essere tollerata, nemmeno dal gruppo dirigente di Botteghe Oscure. Il Pci si è sempre autorappresentato come diverso: Togliatti lo paragonò alla giraffa, un animale ben strano che in natura non dovrebbe neppure esistere. L’elogio della diversità è stato nel corso degli anni una giustificazione del legame politico e finanziario con l’Unione sovietica, un potente collante per la collettività dei militanti, un formidabile alibi ideologico per l’impotenza politica. Con Berlinguer, tuttavia, la parola assume una nuova coloritura morale, che porta alle estreme conseguenze, e cioè alla bancarotta politica, il calvinismo astratto di Gobetti.

Il “compromesso storico”, va ricordato, fu il tentativo di mascherare l’unica vera diversità del Pci, cioè la sua dipendenza finanziaria (e dunque politica) dall’Urss, affidando il partito alla tutela alla Democrazia cristiana, i cui da trent’anni di fedeltà atlantica bastavano a rassicurare gli americani.

Berlinguer sapeva bene di non poter dar vita ad un governo di alternativa imperniato sul Pci: non certo perché sarebbe finita come nel Cile di Salvador Allende, cioè con un colpo di Stato militare organizzato dalla Cia, ma per la semplice ragione che nessuna coalizione si sarebbe potuta realisticamente formare intorno ad un partito legato a doppio filo all’Unione sovietica e al Patto di Varsavia.

Anziché procedere speditamente – e con almeno vent’anni di ritardo – sulla strada dell’emancipazione definitiva dal movimento comunista e dell’elaborazione di una nuova cultura politica socialdemocratica, anziché insomma “andare a Bad Godesberg”, come allora si diceva ricordando l’esempio dei socialdemocratici tedeschi, Berlinguer fece in un certo senso l’esatto contrario: portò alle estreme conseguenze l’accordo consociativo che, in forme diverse, aveva retto gli equilibri politici della “Repubblica nata dalla Resistenza”.

Il Pci di Berlinguer non capì mai l’Italia che lo aveva votato, come non aveva capito né il Sessantotto, né la portata del referendum sul divorzio. Abituato gramscianamente alla “guerra di posizione” – tradotta nei fatti in una rendita di posizione – il Pci sbagliò completamente la “guerra di movimento”, fraintendendo e demonizzando la spinta alla modernizzazione che saliva impetuosa dalla società, esattamente come era stato frainteso e demonizzato il centro-sinistra dieci anni prima.

Alla parte del paese che votava Pci perché si era stufata dei democristiani e voleva un’alternativa di governo, cioè una normale fisiologia democratica, Berlinguer rispose con l’esaltazione opportunistica della Dc, riconsacrata perno immutabile del sistema. Alla parte del paese che chiedeva la modernità, offrì l’elogio pauperista dell’“austerità”, dei sacrifici, dell’emergenza. E quando infine l’esperimento consociativo – com’era da aspettarsi – fallì, e il Pci fu riaccompagnato all’opposizione mentre molti elettori lo lasciavano per sempre, Berlinguer rilanciò e rispose con la “questione morale”.

La “diversità” era divenuta infine un contrassegno etico, indiscutibile e non mediabile, nonché la coperta ideologica sotto cui nascondere l’impotenza politica, la devastante arretratezza culturale accumulata negli anni, e, non ultima, la paralizzante incapacità di sciogliere fino in fondo ogni legame con il Patto di Varsavia (si sciolse prima il Patto di Varsavia).

La “diversità”, a ben guardare, è un’altra forma del qualunquismo italiano: il popolo è ignorante, sceglie sempre la pagnotta; la maggioranza degli italiani è di per sé moralmente debole quando non corrotta, perdere in queste condizioni è un onore. Con il corollario metafisico che il potere, in quanto tale, corrompe. Abbacinata per troppi anni da questa convinzione inespressa, la sinistra italiana ha perso, regolarmente, tutti gli appuntamenti con la storia.

La “diversità” è, anche, un’altra forma dell’arretratezza italiana. Tutte le democrazie occidentali si sono sviluppare lungo un asse destra liberale/sinistra socialdemocratica: soltanto in Italia l’egemonia di un partito comunista ha segnato così pesantemente il sistema politico (e naturalmente anche quello culturale), cancellando nei fatti la possibilità stessa dell’alternativa.

L’anomalia del Pci, anziché essere affrontata e risolta, come ci si sarebbe aspettati da un gruppo dirigente responsabile, cioè impegnato nella conquista democratica del governo e non nella tutela di sé e dei propri privilegi castali, è diventata invece un motivo di orgoglio. L’Italia, si è detto spesso a sinistra, almeno dagli anni Sessanta del secolo scorso in poi, è un “laboratorio”: qui si sperimentano le formule politiche più interessanti, più innovative, più fantasiose. La grande sciocchezza della “terza via” – cioè l’illusione di poter essere né comunisti né socialdemocratici – conquista rapidamente un’immensa popolarità perché in questo modo, come sempre accade in Italia, un elemento di arretratezza si trasforma magicamente (e illusoriamente) in un vanto, in un tratto originale, in una diversità di cui andare fieramente orgogliosi.

La “terza via”, del resto, non era che una riproposizione della “via italiana al socialismo”, la grande trovata con cui Togliatti inventò il partito a due scomparti, democratico e riformista nel gioco politico locale e nazionale, sovietico in politica estera e nelle fonti di finanziamento. Di italiano, nella “via italiana”, c’è dunque, e vistosamente, molto: la vocazione al compromesso, una certa vigliaccheria, l’idea che le verità siano sempre almeno due, il tornaconto personale, l’ambiguità, la furbizia.

È la furbizia di Togliatti, in un popolo di furbi, a plasmare i comunisti italiani, e a renderli ben presto egemoni a sinistra. Il senso di superiorità si sposa perfettamente all’ambiguità gesuitica dei capi; l’autoreferenzialità rafforza i vincoli comunitari dei militanti; ogni compromesso è giustificato alla luce di una verità superiore; le opinioni personali sono riservate alla sfera privata; la disciplina è rigorosa quanto generoso è il perdono. Sembra davvero la Chiesa cattolica plasmata dalla Controriforma.

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Il “cattocomunismo” – e ne parleremo qui una volta per tutte – non è una sintesi più o meno riuscita di culture diverse, né un incontro, né un dialogo; e non è neppure un esperimento politico più o meno avanzato, più o meno significativo: è, né più né meno, il modo d’essere del comunismo italiano, il modo italiano di essere comunisti.

I tentativi di elaborazione teorica e culturale, così come i programmi politici o la strategia delle alleanze, costituiscono in questo quadro un aspetto del tutto secondario e irrilevante, che infatti viene regolarmente manipolato e persino rovesciato a seconda delle convenienze tattiche e delle opportunità che si presentano. Come i Gesuiti, anche i comunisti in nome della causa e a fin di bene possono stringere qualsiasi alleanza, sottoscrivere qualsiasi dichiarazione di principio, interpretare in qualsiasi modo qualsivoglia testo o documento ufficiale, e mutare qualsiasi opinione nella contraria.

Se ne accorse con ilare chiarezza Luigi Barzini all’inizio degli anni Sessanta: “Gramsci non visse quanto bastava per vedere persino il suo piccolo ed eroico partito trasformato, dopo l’ultima guerra, in un’ennesima e vasta associazione all’italiana di mutua assistenza, diretta solo vagamente dall’ortodossia ideologica, e soprattutto da un agile senso tattico di adattamento.”

Il cattocomunismo costruisce il suo equilibrio vincente mediando con furba sapienza fra ideologie vagamente (o espressamente) totalitarie, antindividualiste e antimoderne, e pratiche consociative, compromissorie, lottizzatrici, immobiliste. E quando comunisti e democristiani finalmente si incontreranno per fare un governo insieme – in pompa magna nel 1976, come reduci scampati ad una guerra termonucleare nel 1996 –, il risultato sarà il mesto incontro di due conservatorismi, che spengono sul nascere ogni speranza di rinnovamento, rinunciano alla sfida della modernizzazione, rapidamente ripiegano nella gestione feudale dell’esistente, e infine crollano nell’impopolarità generale.

Non dev’essere un caso se le due vere novità della storia politica repubblicana – Bettino Craxi e Silvio Berlusconi – acquistano, ciascuno a modo suo, centralità politica e culturale proprio all’indomani del fallimento dei due soli governi cattocomunisti – guidati rispettivamente da Giulio Andreotti e da Romano Prodi – che l’Italia abbia mai avuto.

Intorno a questo nucleo ideologico a doppio strato – il sol dell’avvenire e la consociazione –, il Pci di Togliatti costruì rapidamente una vera e propria Italia alternativa: ovvero, per usare un’espressione più comune, un radicato sistema di potere che sopravvive ancor oggi. Case editrici, riviste, produzioni cinematografiche, giornali, festival e rassegne, università e fondazioni: il mercato della cultura italiana divenne ben presto controllato quasi esclusivamente dai comunisti.

Colpa, certo, di una Dc disattenta al “culturame” e concentrata esclusivamente – e profeticamente – sul ministero della Pubblica istruzione, che non lascerà mai per cinquant’anni, e sul nascente mezzo televisivo, che dominerà fino alla fine degli anni Settanta. Ma, soprattutto, merito di una scelta strategica lungimirante, di cui va dato atto a Togliatti.

Il fatto è che questa scelta – l’egemonia del Pci sulla cultura italiana – ha finito col perpetuare, in forme sempre più devastanti, la tradizionale arretratezza dei nostri intellettuali, sostanzialmente tagliati fuori dal pensiero contemporaneo più vivace, e prigionieri invece di una vulgata crociano-gramsciana che li ha sempre più allontanati da quanto di nuovo e importante accadeva nelle università e sulle riviste straniere. O forse vale l’inverso: proprio perché arretrati, i nostri intellettuali sono diventati en masse comunisti. Di certo, il nostro zdanovismo è stato provinciale, conservatore e impregnato di idealismo: per questo oggi non esiste una cultura di sinistra in Italia, ma soltanto un suo sistema di potere culturale.

Egemonia culturale in Italia ed egemonia politica sulla sinistra procedono di pari passo, e ben presto definiscono il ruolo del Pci nel Paese. Sono queste le due cause della mancanza, caso unico in Europa, di una sinistra moderna, riformista, socialdemocratica. Ogni volta che s’è presentata l’occasione riformista – dalla scissione socialdemocratica di Saragat del ’47 alla crisi del ’56 seguita all’invasione sovietica dell’Ungheria, dal primo centro-sinistra degli anni Sessanta al Psi di Craxi degli anni Settanta e Ottanta – il Pci si è sempre schierato fermamente all’opposizione, ha boicottato in ogni modo e con tutti i mezzi la novità politica e culturale che si andava profilando, e così comportandosi, in virtù della sua forza, l’ha condannata presto o tardi alla sconfitta.

È la posizione ostruzionistica del Pci, rilevante tanto per la mole elettorale e organizzativa quanto per la costanza nel tempo, ad aver fatto fallire ogni tentativo di costruire in Italia una cultura e una politica riformiste. Da Saragat a Craxi, nessuno è sopravvissuto al corpo morto della “diversità”. Che, per una crudele ironia della storia, il Pci morente seppe brandire anche contro se stesso: quando nel 1989 cade il Muro di Berlino, Occhetto infatti scioglie il Pci continuando a difenderne la diversità e l’originalità rispetto al “socialismo reale”, sbarrando la strada al riformismo con il pretesto che in Italia fosse “craxiano”, e tornando al mito di una nuova “terza via” che avrebbe dovuto andare “oltre” le tradizioni socialdemocratiche europee – salvo poi, nell’azione politica concreta, accodarsi ai giudici e alle inchieste di Mani Pulite nella speranza di cavarne quel vantaggio politico che le urne erano reticenti ad affidargli.

Il risultato è che ancora oggi, vent’anni dopo la “svolta” di Occhetto, nessuno sa che cosa sia e che cosa voglia il Partito democratico, che della lunga agonia del Pci è l’ultima, fatiscente incarnazione.

***

Così la sinistra si ritrova oggi minoranza nel proprio stesso elettorato, tradisce quotidianamente i propri ideali libertari sposando la lugubre causa giustizialista, alimenta un sistema di potere sempre più asfittico, non riesce a venire a capo di un dilemma – se essere “riformisti” o “radicali” – che il resto del mondo ha archiviato mezzo secolo fa, è felicemente e consapevolmente prigioniera della conservazione, detesta gli italiani che continuano a non votarla, e quando non diffida della modernità ne imita malamente gli aspetti più volgari.

In altre parole, la sinistra in Italia non esiste. E se non ci fosse Berlusconi, non saprebbe neppure come riempirsi le giornate.