La lezione di Maria: tace con dignità e poi molla con stile

La lezione di Maria: tace con dignità e poi molla con stile – Esteri – Articolo stampabile – Il Giornale.it

La lezione di Maria:  tace con dignità   e poi molla con stile

di Valeria Braghieri    ilgiornale.it    20110519

Ha saputo del tradimento del marito, gli ha fatto finire il mandato politico senza scandali e ha fatto i bagagli
Adesso dicono che è stato facile per una che, fin da bimbetta, è stata abituata a fare colazione con uova alla coque e potere. Che è stato tutto sommato naturale per una Kennedy: una abituata a spettinarsi i capelli a bordo oceano con il vento di Martha’s Vineyard, una nata con certe regole nelle piastrine del sangue. Sarà, ma noi Maria Shriver non-più-in-Schwarzenegger l’abbiamo amata. Abbiamo amato il suo tacere, il suo fare i compiti fino alla fine e (ancora di più) il suo andarsene a «mandato» matrimoniale esaurito. Un’escalation di perfezione inarrivabile.
Venticinque anni di matrimonio e di sodalizio politico (Maria era la first lady della California e il fatto che fosse nata Kennedy per parte di madre, ha aiutato parecchio la carriera del marito formato gigante), quattro figli, la visione integrale della saga di Terminator, sorrisi apparecchiati tutte le volte che è servito sorridere, e Schwarzenegger cosa fa? Intrattiene una relazione con la domestica (cioè quella che da vent’anni, e per 1200 dollari alla settimana, chiedeva a Maria «scusi signora, come le preferisce piegate le lenzuola, per il largo o per il lungo? Ai ragazzi cosa preparo per cena? Che servizio di posate usiamo per il presidente in visita? Ah… signora, le mutande e il reggipetto li trova stirati e pronti sul letto»). Ecco, lui ci fa l’amore e la mette pure incinta. Secondo il Times, l’avrebbe addirittura messa incinta quasi in contemporane a Maria (per lei era ormai la quarta volta). Poi se ne sta zitto per dieci anni (il fattaccio pare risalga al 2001, mentre secondo altri il figlio illegittimo avrebbe già quattordici anni), smette col cinema, scende in politica, e alla fine, terrorizzato dal gossip e vessato dai tabolid decide di confessare tutto a Maria, con la solita deprimente scusa «ho commesso un tremendo errore». E cosa fa, a quel punto, l’inarrivabile signora non-più-in- Schwarzenegger? Respira a fondo, tiene in bilico le lacrime, dimagrisce, fa calare il silenzio, tende le vene del collo fino a fine corsa (stavolta politica) del maritone, resta dov’è e non scrive nemmeno lettere ai giornali. Però poi lo pianta. Fa i bagagli, ci mette dentro venticinque anni e quattro figli e si piazza (momentaneamente) nel costosissimo Beverly Hills Hotel.
Nemmeno Francesca Schiavone alla finale del Roland Garros ci aveva emozionato tanto. Nemmeno Carry (di Sex and The City) che malmenava con il suo bouquet da sposa mancata il vile mister Big ci aveva ispirato tanta smodata tifoseria.
Se Maria si fosse limitata a tacere, saremmo state costrette ad apprezzarne l’eleganza, ma sarebbe stata, alla fine, una come tante altre: discreta sì, ma vinta. Se al contrario avesse sbraitato, accusato, giudicato, sarebbe stata addirittura come «tutte» le altre. Così, invece… «Questo è un momento doloroso e straziante. Come madre, sono preoccupata per i miei figli. Chiedo compassione, rispetto e privacy mentre i miei figli ed io cerchiamo di rifarci una vita e ci curiamo le ferite». Una chioccia categorica. Senza sbavature di rabbia, senza smagliature di stile. L’opposto di suo marito. E delle sue scelte. Perché, c’è una considerazione, che nulla ha a che fare con la distinzione di Maria, ma che si è arrampicata in gola al mondo: non è solo che Schwarzennegger ha tradito la moglie, è anche con «chi» ha tradito «quella» moglie. Perché nelle aspirazioni di qualsiasi cornuta c’è una rivale che (almeno) assomigli a Ines Sastre, o ad Afef, o a Carolina di Monaco… Insomma, rivali contro le quali nulla si può come contro l’uragano Katrina. Rivali che, in un certo senso, danno un po’ di lustro anche al nostro essere cornute. Ma quando, da nata Kennedy per parte di madre, il tuo matrimonio si schianta contro la faccia larga e il femore corto di Mildred Baena detta «Patty», quella che ti chiedeva come piegare le lenzuola mentre tu non sospettavi di nulla… beh, allora ci sono tante cose che devi iniziare a domandarti. E se le domanderà di certo, Maria, al Beverly Hills Hotel.
Intanto, a fare più tenerezza dei figli di Schwarzenegger c’è solo «l’altro» figlio di Schwarzenegger. Quello che è nato in una depandance della vita di suo padre. Quello che ha già sentito liquidare sua madre come un «terribile errore», quello che continua a vivere con i mezzi di una domestica malgrado il papà gigantesco e milionario, quello che ha i fratellastri ricchi con la mamma solida (nata Kennedy per parte di madre). Nemmeno in Terminator, Arnold aveva mai fatto tanto casino.

Strauss-Kahn e Polanski, giudizi diversi: Ci sono due stupri. E due diverse misure

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Strauss-Kahn e Polanski, giudizi diversi: Ci sono due stupri. E due diverse misure

Dalla Ravera alla Aspesi. Chi difendeva il regista adesso si scaglia contro il direttore dell’Fmi, scaricato dalle colleghe
di Francesco Borgonovo   Libero-news.it     20110518

Speriamo che l’elegante Anne Sinclair – coraggiosa consorte di Dominique Strauss-Kahn, la quale sin dal primo momento lo ha difeso dalle accuse di stupro – stia mettendo a soqquadro le numerose abitazioni sue e del marito. In qualche vecchia libreria, magari in una cassapanca ammuffita in cantina, dovrà pur esserci traccia di una passata attività artistica del direttore del Fondo monetario internazionale. Avrà pur scritto un romanzo, una sceneggiatura, un abbozzo di spettacolo teatrale. Santo Dio, basterebbe un quadro astratto; l’incisione di una canzone strimpellata con la chitarra; vanno bene anche le foto di una natura morta (i ritratti delle modelle poco vestite lasciamoli perdere, per carità).

Se si scoprisse che Strauss-Kahn è almeno un po’ creativo, potrebbe sperare di salvarsi dalla sala di tortura a mezzo stampa dove in questi giorni l’hanno sbattuto. Viene accusato di aver violentato una cameriera ghanese 32enne dell’albergo Sofitel di New York dove alloggiava, di averla costretta a un rapporto orale. E adesso se ne sta chiuso in gattabuia rischiando una condanna a settant’anni, mentre mezzo mondo si gode la rovinosa caduta di un potente, già capo di un’organizzazione economica di rilievo planetario e considerato favorito nella corsa alla presidenza francese.

C’è invece un signore chiamato Roman Polanski, regista di successo, che in una lussuosa villa hollywoodiana, nel 1977, ha drogato, sodomizzato e convinto al sesso orale una ragazzetta di 13 anni. È stato giudicato colpevole, si è fatto novanta giorni di carcere, poi se l’è data a gambe scappando in Europa. Quando nel 2009, di passaggio in Svizzera per un festival, è stato arrestato in virtù di un mandato di cattura internazionale, gli intellettuali di tutto il globo – con rare eccezioni – l’hanno difeso a costo della vita. La stampa di sinistra, anche quella italiana, lo ha tramutato in un martire: un genio del cinema non meritava di essere ingabbiato (agli arresti domiciliari in un lussuoso chalet svizzero, per altro), anche se aveva violentato una bambina. Da Martin Scorsese a Monica Bellucci, un fiume di star firmò un appello in sua difesa. Nel 2010 il suo lungometraggio The Ghost Writer fu premiato a Berlino con un Orso d’argento. Intanto, il volto bovino di Strauss-Kahn, scavato dalle rughe e ulteriormente invecchiato dalla barba malfatta, lo sguardo assente, campeggia sulle prime pagine.

Ha trascorso la notte scorsa in isolamento nel carcere di Rikers Island. Le ministre europee dell’Ecofin, capitanate dalla spagnola Elena Salgado, hanno chiesto all’unisono le sue dimissioni, anche se non c’è condanna e le incertezze abbondano. I due casi, quello di Polanski e quello di Strauss-Kahn, sono incredibilmente simili, eppure la doppiezza con cui vengono trattati è accecante.
Qualche esempio. Per Ilda Dominijanni del manifesto, l’economista è un satiro alla stregua di Silvio Berlusconi: «I re sono nudi, e non solo perché nudi si avventano sulle cameriere». «I tentativi di contenere lo scandalo (…) suonano disperatamente falsi e ipocriti». Lo stesso giornale, tuttavia, per la penna di Mariuccia Ciotta, compativa Polanski, evocava la «caccia alla strega»: «La sua condizione di star non lo protegge affatto», scrisse l’editorialista, «i cacciatori di teste celebri si sono scatenati». Strauss-Kahn, per Michela Marzano su Repubblica, è come un antico signore, di quelli che vivevano «amori ancillari con le schiave e con le serve». Un mostro assetato di gnocca, un Don Rodrigo che vuole possedere le inferiori. Sarà anche vero, ma perché nel 2009 Natalia Aspesi, sempre su Repubblica, descriveva il violentatore di minorenni Polanski come un uomo «dall’aria fragile e bisognosa di protezione»? Secondo lei, la ragazzetta che il regista sodomizzò era «un’adolescente forse non innocente», una «ambiziosa ragazzina». La cameriera che accusa Strauss-Kahn è invece una «povera femme de chambre», dice la Marzano.

Tutto dipende dalla tipologia umana del violentatore (o presunto tale). Il regista è un poeta a cui la pedofilia è concessa. L’economista, seppure socialista, è un ricco suino e i progressisti italiani lo assimilano al Cavaliere che si diverte col bunga bunga. Sull’Unità, nel 2009, Alberto Crespi si stracciava le vesti per l’amico Roman: se è colpevole, diceva, «siamo quindi colpevoli». Invece Lidia Ravera ieri sul Fatto sbavava di rabbia, se avesse potuto Strauss-Kahn l’avrebbe violentato lei. Bellezza delle parole: la vittima di Polanski era una lolita viziosa. La cameriera che accusa il capo del Fmi, sentenzia la Ravera, è una «lavoratrice» trattata «come una schiava», come un «bidet» dal maiale capitalista che «dormiva in una “stanza” da 3000 euro per notte». La scrittrice è così certa delle sue ragioni da insultare la moglie di Strauss-Kahn, priva di «quel minimo di decenza femminista» che la farebbe smettere di «negare l’evidenza». Madame Sinclair dovrebbe comportarsi come Veronica Berlusconi, «che ha scaricato il suo lord-puttaniere».

L’unico coerente è il filosofo Bernard-Henry Lévy: difese il suo amico Polanski, difende il suo amico Strauss-Kahn, ma forse è l’orgoglio di casta. Per il resto dell’intellighenzia, ci sono due stupri e due misure. Forse la cultura non dà il pane, ma talvolta aiuta a evitare la galera.

Conciliazione al galoppo

Conciliazione al galoppo – News – Italiaoggi

di  Redazione    italiaoggi.it   20110510

« La mediazione civile sta appena cominciando a dimostrare le sue potenzialità quale strumento davvero efficace di giustizia alternativa nei rapporti tra le imprese. Siamo solo all’inizio di una rivoluzione silenziosa e pacifica che potrà liberare risorse preziose per lo sviluppo del Paese. » Così il presidente di Unioncamere, Ferruccio Dardanello, ha commentato i primi dati raccolti da Unioncamere sulle richieste di mediazione pervenute agli uffici camerali a cinque settimane dall’avvio della riforma della mediazione civile. « In poco più di un mese di operatività della riforma – ha aggiunto Dardanello – le Camere di commercio hanno ricevuto quasi duemila richieste di conciliazione, la metà delle quali nelle materie per le quali è ora prevista l’obbligatorietà. E sebbene la legge ponga un limite massimo di 4 mesi per concludere la procedura, in soli 40 giorni il 17,2% di quelle avviate si sono già definite e, di queste, quasi un quarto con un accordo ritenuto soddisfacente dalle parti. In alcune Camere, il tasso di conclusione positiva è addirittura superiore al 50%. Se pensiamo che solo nell’ultima settimana abbiamo registrato un raddoppio delle richieste arrivate nelle quattro precedenti messe insieme – ha detto ancora il presidente di Unioncamere – ci aspettiamo che la mediazione obbligatoria potrà dare già entro l’anno un contributo visibile di alleggerimento del lavoro dei tribunali e, soprattutto, dei costi e dei tempi dei contenziosi per le imprese. »

Ma i veri assassini sono i burocrati

Ma i veri assassini sono i burocrati – Interni – Articolo stampabile – Il Giornale.it

Ma i veri assassini sono i burocrati

di Magdi Cristiano Allam   ilgiornale.it    20110509

Il reato di clandestinità sarebbe l’unico strumento per colpire i trafficanti e sanzionare gli Stati complici. L’Ue non può non riconoscere questa necessità

Di fronte all’ennesi­ma tragedia che ha stroncato la vi­ta di circ­a 600 per­sone venerdì scorso al lar­go delle coste libiche por­tando a diverse migliaia il totale dei cadaveri che giacciono nei fondali del Mediterraneo nel dispe­rato tentativo di raggiun­gere le nostre coste, io non solo sono favorevo­le, ma ritengo necessa­rio, anzi doveroso e im­pellente, accreditare in seno al diritto internazio­nale, europeo e italiano il reato di immigrazione clandestina che sanzioni innanzitutto gli Stati che favoriscono la partenza dei clandestini, poi la cri­minalità organizzata che gestisce il loro trasferi­mento lucrando spregiu­dicatamente sulla loro pelle, infine gli stessi clan­destini che, consapevol­mente, pagano per imbar­carsi sulle ca­rrette del ma­re per entrare illegalmen­te in un altro Stato.

Il reato di immigrazio­n­e clandestina è contem­plato nell’ordinamento giuridico di Francia, Ger­mania, Gran Bretagna, Spagna e Svizzera, pur con delle differenze nella sua attuazione o perché non vige l’obbligatorietà dell’azione penale o per­ché si riconosce comun­que al giudice l’opzione amministrativa del­l’espulsione del clande­stino. Eppure, chissà per­ché, le Nazioni Unite e l’Unione Europea sono insorte solo contro l’Ita­lia quando il nostro Parla­mento, con il conforto della Corte Costituziona­le (sentenza n. 250/2010), ha legittimato il reato di immigrazione clandestina.

Se abbiamo veramente a cuore la vita di tutti, sen­za alcuna eccezione, se al tempo stesso teniamo al­la salvaguardia del no­stro stato di diritto – pena il venir sempre meno del­la credibilità della nostra civiltà – , ebbene è arriva­to il momento di affran­carci sia dall’ipocrisia di chi predica bene e razzo­la male sia dal buonismo di chi pensa di poter far del bene agli altri danneg­giando se stesso.

Come è possibile che se circa 600 persone muoio­n­o affogate su una carret­ta del mare in acque libi­che, così come è succes­so venerdì scorso, o an­che in acque internazio­nali, nessuno ne ha col­pa, nessuno si indigna e tutto si risolve nell’oblio; mentre se questa trage­dia si fosse consumata in acque territoriali italia­ne, così come è effettiva­mente successo in passa­to, tutti si sarebbero scate­nati­per condannare il no­stro governo, dalle Nazio­ni Unite all’Unione Euro­pea, dalla Conferenza Episcopale Italiana ai Medici senza frontiere, dalle Procure ai partiti d’opposizione?

La vita di 600 persone ha un valore in sé o vale solo se si può colpire il governo di uno stato di diritto e un sistema demo­cratico la cui Costituzione all’articolo 10 ci impone di accogliere e di accorda­re l’asilo politico allo straniero «al quale sia impedito nel suo Paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche ga­rantite dalla Costituzione italiana»? Ma lo sappiamo che nel mondo ci sono mi­­liardi di stranieri che potrebbero riven­dicare questo «diritto» una volta ottem­perate le formalità previste dalla legge?

Come è possibile che se uno stranie­ro si presenta a una frontiera terrestre o aeroportuale senza un regolare visto d’ingresso viene fermato, gli viene im­pedito di entrare nel nostro territorio nazionale, mentre se arriva su una car­re­tta del mare siamo obbligati ad acco­glierlo, ad accollarci i costi dell’ospita­lità in un centro di identificazione an­che per dei mesi, in aggiunta ai costi dell’allontanamento se nel frattempo non è riuscito a dileguarsi, andando a ingrassare le file della criminalità atti­va nelle nostre città? Come è possibile che se un estraneo dovesse tentare di entrare abusivamen­te a casa mia per qualsivoglia ragione la legge mi riconosce il diritto di impedir­gli di entrare, di salvaguardare il mio pa­trimonio, di difendere con tutti i mezzi la mia incolumità fisica fino a sparargli per legittima difesa, mentre se uno stra­niero si comporta allo stesso modo nel­la nostra casa comune, l’Italia, presen­tandosi senza i documenti prescritti dal­la legge, siamo obbligati ad accoglierlo, a garantirgli un tetto e il vestiario, a dar­gli da bere, mangiare e le sigarette, veri­ficando solo successivamente se sussi­stono le condizioni per accordargli lo status di rifugiato politico?

Come è possibile che nel nostro stato di diritto, se un cittadino dovesse avere un qualsiasi rapporto con la criminalità organizzata viene sanzionato a norma di legge con il carcere, la confisca dei beni e l’ostracismo sociale,mentre con­sideriamo legittimo interagire con il fe­nomeno del traffico di clandestini pur essendo gestito dalla criminalità orga­nizzata al punto che i suoi profitti supe­rano quelli del traffico della droga? Co­me è possibile che le Nazioni Unite, l’Unione Europea e l’Italia facciano fin­ta di non sapere che ciascun clandesti­no paga una cifra superiore ai mille eu­ro per imbarcarsi sulle carrette del ma­re, mentre di fatto risultano collusi e conniventi con questi cinici mercanti di morte che non esitano a mettere a re­pentaglio la vita di disperati pur di rea­lizzare dei colossali profitti? Non possiamo continuare a imporci dei doppi parametri etici e giuridici per giustificare la nostra incapacità di far af­fermare la certezza del diritto e della pe­na a casa nostra nei confronti di tutti, senza discriminare nessuno, ma anche senza esentare alcuno.

Non siamo cre­dibili se la legge vale per tutti tranne che per i clandestini, per chi li sfrutta e chi li manipola. Non possiamo continuare a non volerci bene al punto che accordia­mo agli altri ciò che non concepirem­mo mai per noi stessi, immaginando che si possa amare il prossimo odiando se stessi, illudendosi che vi possa essere un bene per il prossimo a scapito del no­stro bene. Se dovessimo continuare a imporci di riservare agli stranieri un trat­tamento privilegiato rispetto a quello prescritto agli italiani, finiremmo per scatenare una guerra intestina in balia del male incontrollabile del razzismo. Ebbene, se veramente abbiamo a cuo­r­e la vita delle persone che sono costret­te a fuggire dai loro Paesi a causa delle guerre, della fame o della disperazione, dobbiamo rimuovere le cause del loro malessere per consentire loro di poter vivere in pace e dignitosamente a casa loro.

Giustizia è fatta

Giustizia è fatta | The Frontpage

Giustizia è fatta

di redazione    thefrontpage.it    20110508

Il 23 dicembre El Pais pubblica un dispaccio del 3 luglio 2008 dell’allora ambasciatore americano a Roma, Ronald Spogli, diffuso da Wikileaks. Nel dispaccio segreto si rivelava che quando era ministro degli Esteri, nel 2007, Massimo D’Alema disse a Spogli che “sebbene la magistratura italiana sia tradizionalmente considerata orientata a sinistra, è la più grande minaccia allo Stato italiano”. Commenta Spogli: “Nonostante anni di dibattiti sulla necessità di una riforma del sistema, non sono stati fatti progressi significativi. Gli italiani considerano il loro sistema ‘sfasciato’ e hanno veramente poca fiducia sul fatto che garantisca giustizia”.

Il 24 dicembre D’Alema smentisce seccamente: “Viene riportato un giudizio abnorme sulla magistratura che non ho mai pronunciato, che non corrisponde al mio pensiero e che evidentemente all’epoca è stato frutto di un fraintendimento tra l’ambasciatore Spogli e me”.

Alla magistratura militante la smentita però non è bastata. E così il segretario dell’Associazione nazionale magistrati, Giuseppe Cascini (quello che ha negato alla maggioranza “la legittimazione storica, politica, culturale e morale” per riformare la giustizia), fra un convegno e un talk show ha trovato il tempo di aprire un’inchiesta perché un imprenditore arrestato per bancarotta (Pio Piccini) si sarebbe fatto raccomandare da un manager amico di D’Alema (Vincenzo Morichini) per avere un contratto con Finmeccanica.

Il contratto con Finmeccanica è andato a monte, Piccini ha dichiarato di non aver mai incontrato D’Alema, ma la macchina del fango è già partita e i giornali delle procure – dal Fatto al Corriere – hanno cominciato a riempire pagine su pagine. Va da sé, naturalmente, che né D’Alema né la sua fondazione hanno ricevuto alcun tipo di comunicazione da parte dall’autorità giudiziaria. La quale però deve aver informato adeguatamente i giornalisti, visto che voci sempre più insistenti promettono “rivelezioni” sempre più imbarazzanti per l’ex presidente del Consiglio.

Lo sputtanamento mediatico – senza possibilità di difesa alcuna, perché non c’è nessun tipo di coinvolgimento né di D’Alema né della sua fondazione nell’inchiesta – è naturalmente congegnato in modo da produrre il maggior danno possibile: Piccini ha parlato ai magistrati dei suoi rapporti con Morichini (e dei rapporti di Morichini con D’Alema) lo scorso settembre, ma Cascini ha aspettato la settimana prima delle elezioni per chiamare i giornali.

Complimenti: giustizia è fatta.

Rileggere Giovanni Falcone

Rileggere Giovanni Falcone | The Frontpage

Rileggere Giovanni Falcone

di redazione    thefrontpage.it     20110507

Caro dott. Palamara, e con lei tutto il pool di Milano, vi consiglio di leggere questa breve antologia dei pensieri di Giovanni Falcone:

Il Csm è diventato anzichè organo di autogoverno e garante della magistratura, una struttura da cui il magistrato si deve guardare… con le correnti interne diventate cinghia di trasmissione della lotta politica. (La Repubblica, 20 maggio 1990)

Quanti altri danni deve produrre questa politicizzazione della giustizia? (La Stampa, 6 settembre 1991)

Io dico che bisogna stare attenti a non confondere la politica con la giustizia penale. In questo modo l’Italia pretesa culla del diritto, rischia di diventarne la tomba. (La Stampa, 6 settembre 1991).

Non si può investire della cultura del sospetto tutto e tutti. La cultura del sospetto non è l’anticamera della verità. La cultura del sospetto è l’anticamera del khomeinismo. (citato in Mario Patrono, Il cono d’ombra, Milano 1996).

Mi sento di condividere l’analisi secondo cui, in mancanza di controlli istituzionali sull’attività del Pm, saranno sempre più grandi i pericoli che influenze informali e collegamenti occulti con centri occulti di potere possano influenzare l’esercizio di tale attività… Mi sembra giunto il momento di razionalizzare e coordinare l’attività dei Pm finora reso praticamente irresponsabile da una visione feticistica della obbligatorietà dell’azione penale e dalla mancanza di tali controlli su tale attività. (convegno di Senigallia, 15 marzo 1990)

Il Pm non deve avere nessun tipo di parentela col giudice e non essere, come invece oggi è, una specia di paragiudice… Chi come me richiede che siano invece giudice e Pm due figure strutturalmente differenziate nelle competenze e nella carriera, viene bollato come nemico dell’indipendenza della magistratura; un nostalgico della discrezionalità dell’azione penale desideroso di porre il Pm sotto il controllo dell’Esecutivo. (La Repubblica, 3 ottobre 1991)

***

Pensiero personale: a voler pensar male certo che Giovanni Fslcone i suoi peggiori nemici li aveva nello schieramento di sinistra a sostegno della magistratura e in alcuni magistrati stessi…

Tato Tripodo
http://www.imparzialeoforseno.blogspot.com

Baci virtuali via Internet: l’ultima follia per tecno-amatori

Baci virtuali via Internet l’ultima follia per tecno-amatori – LASTAMPA.it

Baci virtuali via Internet:  l’ultima follia per tecno-amatori

di  FEDERICO GUERRINI   lastampa.it      20110504
Kiss Information DeviceSi chiama Kiss Information Device, ed è una di quelle invenzioni che lasciano, letteralmente, “a bocca aperta”. È un gadget messo a punto dai laboratori Kajimoto dell’Università di Comunicazioni Elettroniche di Tokyo, che dovrebbe permettere di digitalizzare la sensazione di un bacio con la lingua e di trasmetterla via Internet.

Funziona tramite una sorta di cannuccia da far ruotare nel palato, collegata a un software che registra, oltre che i movimenti effettuati, la maniera di respirare, la temperatura e il grado di umidità della bocca, tutti elementi che contribuiscono a rendere unico il bacio di una data persona e che possono essere ricreati all’altro capo della Rete mediante un congegno simile. Da quanto è dato capire dal video su YouTube con cui il laboratorio pubblicizza il proprio ritrovato, il movimento è unidirezionale, il che implica che una “lingua” conduca il gioco e l’altra si goda – se questa è la parola giusta – le sensazioni che ne risultano.

Gli scienziati giapponesi hanno già pensato alle possibili implicazioni commerciali: “una celebrità potrebbe ad esempio registrare il proprio bacio e offrilo ai fan via Internet– spiega un ingegnere nipponico, con tanto di smorfia birichina da cartone animato – sarebbe molto popolare”. Oppure il Kiss Trasmission Device potrebbe essere utilizzato da due innamorati che vivono a grande distanza o, spingendosi ancora più in là con la fantasia, da qualche ex che, perduto l’amore, cerca di riviverne le sensazioni mediante una serie di baci “registrati”.

Non c’è fine all’immaginazione umana e, del resto, quella inventata dai ricercatori del Kajimoto non è altro che una forma di cyber sesso, ideale preludio allo scenario descritto nel celebre libro di David Levy uscito qualche anno fa, “Love and Sex with robots”, in cui si prefigurano come normali, entro il 2050, i rapporti sessuali fra umani e automi. Chissà perché, in un mondo in cui le distanze contano sempre meno e quindi, in teoria, è anche più facile incontrarsi vis-à-vis anche il sesso, per alcuni, stia diventando sempre più digitale.

Possiamo ipotizzare alcuni vantaggi, d’accordo: nel caso del Kiss transmission device non ci sono rischi di alito cattivo (si può sempre ricorrere al software per eliminare le componenti sgradite) e i partner robotici difficilmente avranno mal di testa o crolleranno dal sonno.

Ma non c’è niente di più triste del ridurre quello che qualcuno una volta ha definito “un apostrofo rosa tre le parole t’amo” in uno scambio di fluidi mediato dal computer; e viene che il dubbio che gli scienziati di Tokyo non abbiano ben presente la differenza, perché non hanno mai conosciuto l’originale.

+ Video esplicativo del Kiss Transmission Device
+ How to kiss your Facebook friends
+ Sex and marriage with robots? It could happen