La sinistra intollerante

La sinistra intollerante | The Frontpage

La sinistra intollerante

Angela Azzaro è una giornalista di sinistra, abbastanza radicale. Scrive su Gli Altri, sta con la Fiom e non con Marchione per dirne una. Vorrebbe una sinistra di sinistra e non “sinistra” né sinistrata. Si è fatta le ossa con la Liberazione di Bertinotti e con Sansonetti. Ha creduto al post comunismo in senso libertario e liberal, alla non violenza, alla lotta di liberazione sessuale del femminismo. E’ quello che si capisce dai suoi articoli e dai suoi post su Facebook. Ma la rivista de sinistra alfabeta2 le censura un pezzo perché troppo filoberlusconiano. I suoi ex colleghi “fedeli alla linea” su Facebook la definiscono uno scarto.

In un bel pezzo sul Foglio, Angela racconta di questa strana definizione e delle tante critiche che fioccano per le sue posizioni antimoraliste (sulla prostituzione) e garantiste, soprattutto per la carenza di antiberlusconismo DOCG. I giudici della “NormaSinistra”, come li definisce, sono anche enti certificatori dell’antiberlusconismo, che è la norma non transitoria n.1 della loro “costituzione materiale”; la inseguono magari nascosti dietro nickname, nelle presentazioni e ai party (rigorosamente casti) ove milita la sinistra capitolina. Dall’articolo del Foglio viene fuori un quadretto della sinistra per bene delizioso. L’antropologia del compagno nel giusto (un regista al buffet) che la deride o la insulta, ma alza la voce e si indigna se lei risponde per le rime. Ho idea che tra i danni (involontari?) del berlusconismo vero e presunto ci sia un peggioramento netto del Dna della sinistra mutante. Una vera e propria regressione antropologica. Come quelle famiglie sperdute nella campagna americana, che perso il lavoro, la speranza, cominciano a riprodursi tra loro e sfornano serial killer. Non aprite quella porta!

I comunisti delle origini si occupavano sì di stigmatizzare l’incerto, il dubbioso, il dialogante. Che fosse socialdemocratico, estremista infantile o semplicemente riformista era relegato nella categoria del dissidente e doveva essere isolato, per emendarlo, criticarlo e rieducarlo. Tardivamente si accolse l’idea che potessero scontrarsi diverse idee, ma entro certi limiti, superati i quali c’era la scissione. Oppure la organizzazione in correnti dove presto tornava a prevalere, atomizzata, la lotta all’altro, ma per ragioni più pratiche. Anche se atrocemente divisi, paradossalmente il dissidente e il consenziente puntavano a convincere l’avversario, ad insinuare nel suo elettorato sottili e crescenti contraddizioni.

Oggi no. La lotta al berlusconismo ha cancellato tutto ciò nel pragmatico Bersani e nel poetico Vendola, nel tattico D’Alema e nello pseudoecumenico Veltroni. Via Berlusconi senza se e senza ma, bando a ciò che gli somiglia: la tv commerciale, la gnocca, i consumi, Drive In. Chi si estranea dalla lotta è pagato, o è triste o è la vera ragione delle sconfitte della sinistra ieri, oggi e per omnia saecula saeculorum, amen. Per non dire dei newcomers, giudici in politica, questurini, giornalisti repubblichini, intellettuali imbolsiti vecchi e nuovi: quelli incitano al linciaggio. Tutti come Travaglio all’insegna del nemico interno che è peggio di quello esterno. Ogni dubbio puzza di intelligenza con il nemico. Taci il nemico ti ascolta.

La compagna che sbaglia, la Azzaro non manca nelle sue esternazioni di auto-ironia e appare su Facebook con una parrucca viola. Loro invece hanno icone variegate e altisonanti: Garibaldi, Saviano, la Costituzione, Napolitano, a seconda delle convenienze. Non è che li disegniamo così: è che sono diventati più cattivi. Vogliono vincere non convincere, schizzano veleno nei post, indignazione contro gli adulteri e gli adulterati. Vedono la pagliuzza e non la trave. E vogliono disegnare il bersaglio sulla schiena di quelle/i che si definiscono compagni/e come Angela Azzaro o Piero Sansonetti perché ripescando libertà di pensiero e spirito contestario dal loro rimosso di ex rivoluzionari in pantofole rischiano di metterli in mutande. Persino nei cocktail delle terrazze parioline non tollerano alter ego dissidenti.

«Quello che la gente si aspetta…»

«Quello che la gente si aspetta…» | The Frontpage

«Quello che la gente si aspetta…»

di Livio Crescenzi   thefrontpage.it   20110318

Dicevamo? Ah, sì: cosa si dissero i sismologi in quella riunione? Il verbale parla chiaro: nessuno degli scienziati disse mai che non c’era «nessun pericolo», aggiungendosi inoltre che «negli ultimi tempi alcuni terremoti recenti sono stati preceduti da scosse minori giorni o settimane in anticipo, ma d’altra parte molti sciami sismici non hanno portato a un grande evento». Anzi: «L’Aquila è in una zona ad alto rischio, ed è impossibile dire con certezza che non ci sarà un grande terremoto». Quindi, pur non ordinando l’evacuazione, tutti i partecipanti convennero che gli edifici della zona dovevano essere monitorati con urgenza, per valutare la loro capacità di sostenere un’eventuale scossa importante.

Ma poi il 6 aprile il terremoto di magnitudo 6,3 colpì l’Aquila, ecc.ecc.

La comunità scientifica internazionale e la rivista Nature hanno parlato di un nuovo caso Galileo Galilei italiano, per cui una sorta di “nuovo papato” ha messo sotto inchiesta i sismologi italiani “rei” di non aver previsto il terremoto, quando la scienza non prevede la possibilità di tale previsione? Irrilevante! Levata di scudi dei maggiori sismologi del mondo che si sono appellati a Napolitano? Tempo perso!

Il ricordo dell’inchiesta giudiziaria del 1985 per procurato allarme, quando il 23 gennaio di quell’anno, l’Ingv lanciò l’allarme di una potenziale violenta scossa sismica provocando l’evacuazione di dieci Comuni in Garfagnana? Il terremoto non arrivò, ma Zamberletti, con Franco Barberi ed Enzo Boschi (proprio loro!), finirono sotto inchiesta per procurato allarme, appunto.

Cosa si dovrebbe fare? Seguendo gli stessi criteri dell’Aquila, ovvero lanciando l’allarme per ogni sciame sismico di una certa durata e intensità, in Italia dovremmo infatti evacuare ampie aree o lanciare allarmi terremoto ogni tre mesi. Qualche esempio? Subito: nel giugno 2010 era ancora in corso uno sciame sismico nella zona di Monterenzio, Appennino bolognese, che fino ad allora aveva avuto una scossa massima di magnitudo 3,2. Oppure: tra il giugno e l’agosto 2009, in poco più di due mesi, uno sciame sismico con circa 1300 epicentri, magnitudo massima 3,9, aveva colpito l’area dei Monti Reatini. Non è finita: tra luglio e ottobre 2009, circa 380 terremoti, con magnitudo massima 3,9 avevano colpito il frusinate, nella zona di Sora e Comuni limitrofi.

Insomma, è acclarato che dal punto di vista scientifico, incriminare i vertici dell’Ingv è una sovrana e meravigliosa sciocchezza, perché non è possibile prevedere terremoti a breve termine e non si può chiedere alla scienza di assumersi responsabilità che dovrebbero essere della politica? Non importa…

Dunque, accusa di omicidio colposo e richiesta risarcimento danni, ma, tranquilli, perché è lo stesso procuratore capo dell’Aquila Alfredo Rossini ad affermare che le indagini sono state portate «a conclusione in maniera che gli indagati possano portare avanti le loro difese con serenità. Speriamo di arrivare ad un risultato conforme a quello che la gente si aspetta». Sarà perché non è una sismologa, ma a difendersi da quel po’ po’ di accusa la mia badante non sarebbe niente affatto né serena né tranquilla! E a sentir parlare di un «risultato conforme a quello che si aspetta la gente», le tremerebbero polsi e precordi e le gambe le farebbero giacomo giacomo da mattina a sera, pensando a una magistratura esposta al rischio di rispondere alle aspettative della gente, piuttosto che applicare la legge, in maniera severa, rapida ed efficiente. Con il pericolo di cadere nell’errore di ritenere che certi scienziati posseggano la verità e altri no, solo perché i primi sono i consulenti dell’istituzione che li ha chiamati a supporto del proprio lavoro.

Vedremo come andrà a finire: il processo iniziato a fine febbraio, è stato già rinviato a maggio.

Di un altro processo, invece, già si può dire quale sia stato l’esito, proprio rispettando le aspettative della gente…

Palamara, le imprese e la responsabilità civile

Palamara, le imprese e la responsabilità civile | The Frontpage

Palamara, le imprese e la responsabilità civile

Il presidente dell’Associazione nazionale magistrati, Luca Palamara, contesta la proposta di attribuire direttamente al magistrato la responsabilità civile dei suoi atti con un argomento tanto suggestivo quanto falso. Secondo Palamara, infatti, il magistrato che si dovesse trovare ad affrontare vicende che riguardano imprese, si fermerebbe temendo di dover – in caso di errore giudiziario – risarcire direttamente il danno provocato.

È un argomento evidentemente pretestuoso, visto che – come accade per ogni professionista che sbagli in buona fede – a risarcire il danno interverrebbe la compagnia assicurativa con la quale il magistrato avrebbe contratto una polizza. Palamara, dunque, sembra presumere che i magistrati possano agire senza buona fede o, nella migliore delle ipotesi, che assumano provvedimenti temerari in grado di provocare un danno ingiusto con una qualche leggerezza.

E, in effetti, se questo fosse il suo pensiero, non sarebbe del tutto infondato. Non sono pochi, infatti, i casi in cui gli interventi del magistrato penale provocano conseguenze economiche non irrilevanti per imprese, datori di lavoro e lavoratori.

Un caso recente è quello di una media società romana – la Safab spa – che opera nel settore delle costruzioni e delle grandi opere. Fino al 2009 la Safab era considerata un’impresa modello nel settore delle grandi opere pubbliche e poteva vantare realizzazioni di successo e un buon portafoglio ordini. Ma ad agosto del 2009, mentre veniva inaugurato il parcheggio del Palazzo di Giustizia di Palermo realizzato dall’azienda romana, la magistratura arrestava con l’accusa di corruzione il presidente e l’amministratore delegato della Safab, i fratelli Luigi e Ferdinando Masciotta, due loro collaboratori, Fabio Vargiu e Paolo Ciarrocca, e due funzionari del Genio civile di Caltanissetta, Santo Giusti e Antonio Castiglione. Secondo la Procura di Palermo l’azienda avrebbe corrisposto tangenti ai funzionari del genio civile in cambio di un parere favorevole relativo a una transazione. Ma, trovandoci in Sicilia, non manca l’accusa di collusione con la mafia e, paradosso siciliano, proprio in relazione alla costruzione del parcheggio del Tribunale.

Da quel momento l’azienda e i suoi amministratori (e titolari) sono nel mirino. Vengono scandagliati i fornitori siciliani dell’azienda romana e se ne individua una, la Missuto di Gela, che a sua volta è oggetto di indagini per presunti legami con clan mafiosi. La Prefettura di Roma nel dicembre del 2009 revoca all’azienda il certificato antimafia, mettendo di fatto la Safab in condizioni di non poter più operare. Accanto alle iniziative giudiziarie e prefettizie, si scatenano le campagne giornalistiche. I professionisti dell’antimafia hanno materia per i loro racconti allusivi, i sospetti sull’azienda, sui suoi titolari, sui loro presunti padrini politici diventano materiale di libelli e di blog, con una continua e costante intossicazione mediatica che distrugge la reputazione di persone fino a poco tempo prima stimate da tutti. È in questo clima che, a maggio del 2010, i fratelli Masciotta sono costretti a vendere l’azienda.

A questo punto ci si aspetterebbe che le accuse rivolte fossero vere. E invece i fatti successivi dicono che l’estraneità dei titolari della Safab da qualsiasi connubio di tipo mafioso era già emersa chiaramente nel corso delle indagini effettuate dalla squadra mobile di Palermo. E per quanto riguarda il procedimento per corruzione, innanzi al tribunale di Caltanissetta, a dicembre 2010, la pena è patteggiata dagli effettivi protagonisti della vicenda che si assumono l’intera responsabilità del reato commesso, da cui i fratelli Luigi e Ferdinando Masciotta risultano estranei.

Inoltre l’azienda fornitrice “in odore di mafia”, la Missuto di Gela, su cui poggiava l’interdittiva antimafia emessa dalla Prefettura di Roma, ha avuto di recente l’autorizzazione da parte dei giudici a lavorare nuovamente presso i cantieri Safab, a dimostrazione del fatto che non rappresenta più motivo di infiltrazione mafiosa. E se non lo rappresenta oggi, ovviamente, non lo rappresentava neanche al momento dell’assunzione dell’ interdittiva. Nonostante ciò, la stampa e i media hanno continuato a indicare i fratelli Masciotta, ex proprietari della Safab, come delinquenti e in collusione con la mafia, non curanti delle gravi ripercussioni anche di carattere occupazionale che questo ha comportato. Casi come questi, purtroppo, l’Italia ne conosce molti, anche se sono pochi quelli che ottengono l’onore della cronaca. E, come spesso capita, nessuno pagherà per il colossale danno provocato. Non è il caso, allora, di riformare la responsabilità dei magistrati?

Per la Bindi “oggi si festeggia Roma Capitale”

Per la Bindi “oggi si festeggia Roma Capitale” | The Frontpage

Per la Bindi “oggi si festeggia Roma Capitale”

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E’ vero: in pochi sanno che il 17 marzo del 1861, a Torino, Cavour e il Re di Sardegna Vittorio Emanuele II proclamarono per legge il Regno d’Italia e Vittorio Emanuele II assunse il titolo di Re d’Italia. Ma che a non saperlo siano i deputati che hanno polemizzato sui festeggiamenti e si sono riempiti la bocca delle parole “unità” e “Italia” dà la nausea. E’ lo specchio di un’Italia che discute di fuffa o di persone perché di altro non saprebbe parlare. Andiamo per ordine.

Nel servizio trasmesso ieri dalle Iene, Sabrina Nobile si piazza davanti alla sede della Camera dei Deputati – Montecitorio – e ferma deputati e senatori lì di passaggio per fargli una semplice domanda: “Perché è stato scelto il 17 marzo per celebrare l’Unità d’Italia?”. Le risposte sono imbarazzanti e negli occhi degli intervistati si può leggere un mix di panico e arroganza. Il sottosegretario di Stato Daniela Santanché, deputata per il partito di destra Movimento per l’Italia, alla domanda della giornalista Mediaset risponde: “Che mi deve fare un esame? Guardi io gli esami da lei non li faccio. Lei lo sa cosa è successo nella storia il 17? E allora deve leggere qualche libro”, sentenzia la Santanché. Che aggiunge: “Le lascio il mio anello sull’Unità d’Italia”. Al che la giornalista risponde: “Magari così ci faccio qualche soldo”.

A seguire l’ex deputata della Margherita, Cinzia Dato, che va nel panico: “No, no. Togliete, togliete, togliete”. In questo caso la fortuna è che si tratta di una ex deputata. Per Rosy Bindi – presidente del principale partito di opposizione, il Pd – “il 17 marzo si festeggia Roma Capitale”. Va peggio a Claudio Barbaro di Futuro e Libertà: “cosa è accaduto il 17 marzo di preciso non lo so dire”, però sostiene che “nel Regno delle Due Sicilie c’erano i Savoia”, e non i Borbone, e che alla fine – in un narcisismo sociologico – chiede all’intervistatrice: “Quindi non vado in onda perché ho risposto a troppe domande?”, e la Nobile ironica: “E no, me sa che ce vai in onda”.

Nunzia De Girolamo (Pdl), assidua frequentatrici di salotti televisivi, dice di chiedere al ministro degli Interni “perché è colui che lo sa”. Poi tocca a Luigi Bobba (Pd) che non ricorda il primo re d’Italia. Altrettanta ignoranza dall’ex deputato dell’Udc Vincenzo Alaimo, che però ha una geniale intuizione: “Evidentemente c’è stato qualcosa di importante e storico per cui oggi si festeggia l’Unità d’Italia”, mentre la Breccia di Porta Pia (1870) viene fatta risalire al 1900 e qualcosa. E Garibaldi, l’eroe dei due mondi per le storiche imprese in Sud America e Italia, si chiama così perché ha unito Nord e Sud del Paese!

Più coraggioso il presidente della Regione Lombardia, Roberto Formigoni (Pdl), che dopo aver blaterato qualcosa sulle Cinque giornate di Milano, sostiene con assoluta fermezza che “il 17 marzo non è accaduto niente di specifico”. Anche lo pseudo intellettualissimo ex ministro dell’Istruzione, Fabio Mussi (ex Pds, ora Sel), cos’è successo il 17 marzo “non lo ricorda”, e alla domanda su chi fosse il primo re d’Italia chiede alla giornalista “di non fare gli interrogatori”. Franco Cardiello, invece, senatore del Pdl, rimane su posizioni “negazioniste”. Secondo il senatore l’incontro a Teano tra Garibaldi e Vittorio Emanuele II “non c’è mai stato”, e i due mondi di cui Garibaldi era “eroe” erano, sostiene Cardiello, “il Regno delle Due Sicilie e il resto dell’Italia”. Alla fine però chiede di rimandare l’interrogazione di una settimana così da potersi preparare. E poi altri deputati, per lo più del movimento dei Responsabili, sostengono che Camillo Benso conte di Cavour non è stato il primo presidente del Consiglio ma “il primo presidente del Parlamento” e che “Roma”, e non Torino, “è stata la prima capitale d’Italia”.

Degli intervistati l’unico a sapere qualcosa è il sindaco di Firenze, Matteo Renzi, che a domanda risponde correttamente. Per il resto è uno schifo assoluto: agghiacciante. Un video che passerà alla storia come la testimonianza di un’Italia che festeggia ma non sa. Che si riempie la bocca di immagine ma che forse avrebbe bisogno di una bella psicoterapia. Ecco, oggi quei parlamentari che hanno fatto figure agghiaccianti dovrebbero farci un regalo per l’Unità: dimettersi.

Trattative Stato-mafia, Scalfaro e Ciampi muti

Trattative Stato-mafia, Scalfaro e Ciampi muti I due ex presidenti balbettano davanti ai pm – Interni – Articolo stampabile – Il Giornale.it

Trattative Stato-mafia, Scalfaro e Ciampi muti

I due ex presidenti balbettano davanti ai pm

di Stefano Zurlo   ilgiornale.it   20110317

La revoca del carcere duro ai boss voluta dal ministro della Giustizia Conso dopo le stragi del ’93 al centro dell’inchiesta della procura di Palermo. Interrogati dai magistrati i due ex presidenti sono rimasti nel vago. Ciampi: « Non ricordo ». Scalfaro più sicuro: « Mai saputo nulla »

Non ricordano. O forse non sanno. Non hanno mai saputo. E balbettano risposte striminzite. Due presidenti, un solo silenzio. Quello che sigilla il cratere aperto nel novembre ’93 dall’allora Guardasigilli Giovanni Conso: incredibilmente il ministro della giustizia non prorogò il 41 bis per circa trecento mafiosi. Un gesto inspiegabile in un momento drammatico di lotta a Cosa nostra, in piena emergenza, e dopo i mesi terribili delle bombe ai monumenti. Lo Stato si chinò, anzi s’inchinò davanti alle mani insanguinate dei boss, ma Oscar Luigi Scalfaro e Carlo Azeglio Ciampi non sanno. Forse, non hanno mai saputo. Oggi, comunque, non ricordano. Anche perché i fatti affiorano dopo tanto tempo. E la responsabilità ricade tutta sulle spalle dell’enigmatico Conso che oggi mette a verbale la soluzione umanitaria: «Credevo in assoluta buona fede che, a fronte delle stragi che erano da poco avvenute, era più opportuno, onde evitare di acuire ancor di più la tensione, non accanirsi con i detenuti e dare dei segnali di distensione».

Un buco nero, zero didascalie. Scalfaro mette subito le mani avanti: «Voglio subito precisare che, più in generale, sia quando ero ministro che successivamente ricoprendo la carica di presidente della Repubblica, nessuno mi ha mai messo al corrente né io ebbi altrimenti notizie di alcun genere su presunte trattative fra lo Stato e la criminalità organizzata». Possibile? «Avevo frequenti interlocuzioni – prosegue Scalfaro – con il prefetto Vincenzo Parisi, allora capo della polizia, per motivi istituzionali era un funzionario che stimavo profondamente per la sua professionalità. Posso dire con assoluta certezza che nulla ebbe a dirmi, durante il lungo periodo in cui abbiamo intrattenuto rapporti, circa una possibile trattativa fra Stato e mafia, né al riguardo del 41 bis e di possibili connessioni con l’applicazione di quel regime penitenziario e gli episodi stragisti del ’93». E la mancata proroga del carcere duro per i trecento mafiosi? «Mai saputo nulla», è la risposta laconica. Ma Scalfaro, che è un politico navigato, uno dei padri della Repubblica, ha una sua interpretazione: «Oggi, avendo recentemente appreso tale notizia dagli organi di stampa, posso soltanto supporre, pur non avendo nessuna conoscenza in merito, che quella decisione sia stata presa dal ministro Conso per ragioni di umanità nei confronti dei detenuti». Scalfaro riflette un attimo, poi rafforza la pista buonista: «Il ministro Conso è sempre stata persona di grande sensibilità umana ed è possibile che per tale ragione, consultandosi coni suoi collaboratori, abbia adottato quella decisione».

È il 15 dicembre 2010 quando Scalfaro e Ciampi vengono ascoltati dai pm di Palermo che cercano conferme alla loro difficile inchiesta sulla trattativa fra Cosa nostra e lo Stato. Trattativa che sarebbe passata attraverso le richieste del papello: e fra queste c’era proprio l’abolizione del 41 bis. Le deposizioni dei due presidenti emeriti spuntano fra le 1850 pagine inedite depositate al processo contro il generale del Ros Mario Mori e il colonnello Mauro Obinu, accusati di favoreggiamento alla mafia.

Scalfaro non sa. Ciampi non ricorda. Il primo è granitico, il secondo più sfumato, il risultato è lo stesso. Ciampi: «Non ho alcun ricordo in merito a possibili problematiche e divergenze di opinioni all’interno del governo da me presieduto inerenti l’applicazione del cosiddetto 41 bis. Posso affermare con assoluta certezza che la linea del governo in tal senso era estremamente rigida. Non ricordo che vi fossero ministri che avevano opinioni diverse in tema di contrasto alla criminalità organizzata».

Va bene, ma allora come si arrivò a quella sconcertante ritirata? Mistero. «Non venni avvertito né prima né dopo quella mancata proroga – aggiunge Ciampi – Non so nemmeno dare una spiegazione per la condotta del ministro Conso che, con la mancata proroga di tali decreti, certamente andava in netta contrapposizione con le linee guida del governo da me presieduto in tema di lotta alla mafia».

Gira e rigira si ritorna a Conso, altra icona dello Stato, le cui dichiarazioni sono state pure depositate a Palermo. E Conso si assume tutta la responsabilità di quella retromarcia: «Era opportuno dare dei segnali di distensione».

Socialisti del Pdl liberatevi del Cav.

Il Riformista

Socialisti del Pdl  liberatevi del Cav.

di Rino Formica  ilriformista.it    20110316

Cari compagni, conosco la vostra storia, conosco i vostri tormenti, conosco il vostro orgoglio, ma conosco anche le ragioni profonde della ribellione che in questi diciotto anni di errante navigare vi hanno spinto a essere fuori dal vostro campo tradizionale di partecipazione civile e di predilezione culturale.
Nella foto: Rino Formica
Cari compagni, conosco la vostra storia, conosco i vostri tormenti, conosco il vostro orgoglio, ma conosco anche le ragioni profonde della ribellione che in questi diciotto anni di errante navigare vi hanno spinto a essere fuori dal vostro campo tradizionale di partecipazione civile e di predilezione culturale. Dopo l’89, il crollo del muro di Berlino e l’equivoca svolta occhettiana, un gruppo nutrito di socialisti e comunisti (l’area riformista) promosse il “movimento per la sinistra di governo” volto a recuperare il nucleo vitale della storia complessiva della sinistra per costruire in Italia un grande partito in grado di interpretare la storia e l’anima del socialismo italiano ed europeo. Quel movimento raccolse grandi consensi, ma fu spento, nel 1992-1993, dalla crisi del Psi e dalle scelte di un Pds che pensava di lucrare sulla crisi esistenziale socialista e rappresentare una “nuova sinistra”, più o meno sommersa. Un disastro. Arrivò Berlusconi.
Creare un insieme di forze in un’area moderata e tollerante sotto la guida di un fruitore delle comodità del vecchio ordine, fu per molti socialisti una scelta obbligata. Chi ha resistito a queste tentazioni aveva due vie davanti: o consegnarsi a una sinistra perdente in politica ma resistente nelle radici dei contropoteri, o lavorare nella semiclandestinità per aprire un varco nella continuità di regime truccata da rottura di ciclo.
Coloro che hanno scelto la prima soluzione hanno sentito la mortificazione di essere rinchiusi in un protetto serraglio da circo itinerante, coloro invece, che hanno optato per la seconda ipotesi, hanno dovuto sopportare i colpi che i tempi lunghi di una transizione sanno infliggere ai sopravvissuti di una grande storia.
L’effetto congiunto della sterilizzazione del patrimonio socialista, consegnato alla sinistra antisocialista e del lento esaurirsi della vena culturale revisionista del socialismo sommerso, carica, voi socialisti nel centro-destra, di una immensa e, forse, imprevista responsabilità: dichiarare chiusa la fase della resistenza democratica all’interno di un contenitore che non ha risposto alla originaria speranza di poter garantire una dialettica nuova e costruttiva alle spinte plurime della società.
Oggi il vostro immobilismo ci riproduce il film della timidezza di Craxi che non volle capire sino in fondo la “rottura dell’89”. Allora non si seppe costruire l’alternativa a una crisi istituzionale di sistema. L’implosione dell’89 mise in luce l’ulteriore impoverimento delle “risorse naturali” della Carta costituzionale (il ruolo dei partiti, il primato della politica, gli equilibri tradizionali dei poteri).
La società si era fatta adulta e si era politicizzata liberandosi dalla mediazione dei partiti. Ma in quali forme ciò avvenne? Le ingenuità e le incertezze della società che voleva rappresentanza senza la mediazione dei partiti, ritenne che la sola riscrittura dei linguaggi politici e delle relazioni tra i gruppi facesse germogliare l’idea, sbagliata ma suggestiva, di poter governare la complessità con la semplificazione delle formule politiche e con l’accorciamento della catena dei poteri.
La crisi della politica produce il devastante fenomeno del capo carismatico, dominus di unica istanza e luogo esclusivo per la sintesi dei conflitti.
Noi socialisti avevamo da tempo (dal Midas) maturato la consapevolezza che la rottura del legame politica-società-istituzioni, avrebbe prodotto una eccezionale domanda di nuovo riformismo che sarebbe entrata in drammatica rotta di collisione con una parte dei poteri strutturati e del ceto politico dominante e culturalmente ostile a ogni forma di rottura revisionistica. Mani pulite è il momento catartico di questo groviglio e nello stesso tempo funziona da contrasto a ogni svolta in versione revisionistica. Alle culture politiche si sostituiscono fulminanti intuizioni e narrazioni post-ideologiche; vecchi strumenti combinati con nuovi linguaggi vengono adottati per selezionare le classi dirigenti. Ma su tutto domina un imperativo: conservare il patto costituzionale, espellere i corpi estranei anticostituzionali, ricucire lo strappo costituzionale fissando, però, una nuova scala gerarchica tra i poteri nella quale la politica non sia più il dominus ma sia la forza servente di una logica extra e ultra politica (le leggi regolatrici della moralità civile amministrata dalla giurisdizione e non dalla politica che si rinnova).
Lo sconfinamento dei poteri al di fuori del quadro politico degli equilibri istituzionali, non fa solo vittime di prima linea, ma devasta e modifica la morfologia del terreno del gioco democratico. I socialisti che Berlusconi imbarcò nell’Arca di Noè, furono schiavi ai remi, ma siccome erano i più bravi salirono sul ponte di comando, ma non convinsero il capitano a capire che una rotta senza bussola porta nelle secche o su gli scogli.
Così è avvenuto!
Non vi chiedo di prendere la scialuppa e di abbandonare la nave, ma se volete salvare un popolo che deve sostenere la rinascita del paese con la fine di una transizione tutta giocata all’insegna dell’antipolitica, dovete mettere sottocoperta il capitano, curarlo e sbarcarlo in un porto sicuro. A voi tocca il compito di riprendere la guida delle forze del revisionismo istituzionale, politico e sociale. Voi potete farlo perché venite da una scuola di liberi pensatori, di refrattari al dominio del potere, e di ribelli alla subalternità sociale. Non vi chiedo di passare con altri, ma di essere voi stessi sino in fondo.
Berlusconi quando scoppiò Mani pulite, rinnegò Craxi e si sentì sciolto da ogni vincolo di gratitudine. Voi invece, dovete essere riconoscenti per l’ospitalità accordatavi, ma non obbligati a masticare capsule di cianuro, perché ciò che avete dato è molto di più di quanto vi è stato concesso. E non voglio ricordare che il Cavaliere spesso ha fatto finta di non conoscervi. Spero di rivedervi presto in campo.
P.S. Vedo che intorno al Pdl spuntano come funghi velenosi personaggi che in forme truffaldine si richiamano al socialismo. Le precondizioni per una ripresa della migliore tradizione dei socialisti italiani è disfarsi dei Lavitola e dei Graziani e del loro verminaio.

Italia-Usa i numeri del derby ricchezza


Italia-Usa i numeri del derby ricchezza – La ricchezza delle famiglie – Il Sole 24 ORE

Italia-Usa i numeri del derby ricchezza

di Marco Fortis    ilsole24ore.it    20110315

La ricchezza delle famiglie statunitensi ha fatto registrare un balzo consistente nell’ultimo trimestre dell’anno scorso, portandosi al livello di 56.800 miliardi di dollari a valori correnti e migliorando di circa 3.500 miliardi rispetto al secondo trimestre. Il che ha sostenuto una temporanea ripresa dei consumi e del Pil. Ma il patrimonio degli americani resta tuttora inferiore dell’11,5% rispetto a fine 2007 in valori correnti e del 15,9% in termini reali.

Dunque il quadro è tutt’altro che roseo, nonostante lo sforzo anomalo compiuto dalla Federal Reserve nell’acquisto di titoli di debito federale e la conseguente inondazione di liquidità che ha fatto guadagnare cifre da capogiro alle banche con il trading, ha soffiato sul fuoco della speculazione infiammando i mercati delle materie prime e ha « drogato » il mercato azionario sospingendo gli investitori verso di esso, secondo il meccanismo ben descritto da Martin Feldstein sul Sole 24 Ore del 25 febbraio.
La Borsa statunitense, grazie ai giochi di prestigio della Fed, ha guadagnato parecchio e in tal modo le attività finanziarie delle famiglie americane sono aumentate. Ma per quanto tempo reggerà questo trucco che ha soltanto creato nuova ricchezza apparente? Speriamo che i banchieri americani, con i bilanci d’oro che stanno realizzando in modo improprio, non abbiano adesso la sfacciata pretesa di ricevere nuovi bonus da capogiro: casomai dovrebbero devolverli per riconoscenza a Bernanke.

Intanto il valore delle attività non finanziarie degli americani, con un mercato immobiliare ancora in stato semi-comatoso, resta da otto trimestri consecutivi inchiodato a quota 23-24mila miliardi di dollari, cioè 7mila miliardi sotto i livelli massimi del 2006. Da questo vicolo cieco l’America non riesce a uscire dopo aver distrutto una montagna enorme di ricchezza con la più grande « bolla » della storia, che il ministro Tremonti a suo tempo definì « global Parmalat ».
U na « bolla » che ha distorto non soltanto i fatti economici ma anche la loro visione nel pensiero della gente e degli economisti stessi. Questi ultimi restano tuttora prigionieri di un passato da cui sembrano incapaci di staccarsi. E ci vengono quasi quotidianamente proposti paragoni tra la bassa crescita economica dell’Italia nell’ultima decade rispetto a quella americana, come se quest’ultima fosse stata qualcosa di buono, « da imitare ».
La misura dell’assurdità di questi ostinati confronti sta nelle cifre stesse, di cui molti non sembrano voler prendere atto. I più grandi campioni europei della crescita del Pil negli anni recenti prima della crisi sono stati Grecia, Irlanda e Spagna. Dove sono finiti adesso questi paesi? E con essi che vogliamo confrontarci?

E gli Stati Uniti? Tra il 2000 e il 2008 il Pil italiano in termini reali è cresciuto cumulativamente soltanto del 6,8% mentre quello statunitense del 18,6%, cioè quasi tre volte tanto. Ma che crescita è stata quella Usa? Anche l’Italia, se avesse iniettato una « bolla » immobiliare e finanziaria come quella americana nel motore della sua economia forse sarebbe cresciuta come gli Usa o persino di più.
Un recente studio di Kathryn Byun dell’Us Bureau of Labor Statistics ha recentemente dimostrato che la « bolla » americana ha generato soltanto nell’edilizia e nei settori a essa direttamente collegati (cemento, legname e così via) un incremento occupazionale di 1,2-1,7 milioni di persone. Senza contare tutta la gente che è andata in giro per gli Stati Uniti a vendere case e a convincere gli americani a indebitarsi, nonché il gran numero di dipendenti che le banche Usa hanno assunto per supportare con sofisticati strumenti finanziari l’impacchettamento dei debiti e la loro ricollocazione sul mercato (purtroppo anche internazionale, per sfortuna di tanti risparmiatori esteri ignari).

Il confronto Italia-Usa
Se il Pil americano tra il 2000 e il 2008 fosse cresciuto allo stesso tasso di quello italiano, sarebbe aumentato soltanto di 676 miliardi di dollari a prezzi 2000. Invece è cresciuto di 1.200 miliardi di dollari più del nostro. Ma questo bel risultato costruito sui debiti è andato completamente in fumo con lo scoppio della « bolla ». Infatti, a parte il disastro sociale (8 milioni di disoccupati in più) e l’allargarsi delle disuguaglianze, la ricchezza degli americani tra il 2007 e il 2010 è diminuita di ben 8.700 miliardi di dollari in termini reali (sempre a prezzi 2000, usando il deflatore dei consumi). In Italia, nello stesso periodo la ricchezza delle famiglie è invece diminuita soltanto del 3,4 per cento. Se negli Usa vi fosse stato un calo modesto della ricchezza simile al nostro, gli americani avrebbero perso in proporzione soltanto 1.900 miliardi di dollari di patrimonio. Invece ne hanno bruciato per 6.800 miliardi in più. Ma non è tutto. Come conseguenza della grave crisi generata dalla precedente crescita « drogata », nel triennio 2009-2011 il deficit federale primario degli Stati Uniti (senza contare i buchi di bilancio degli Stati indebitati come la California) si aggraverà cumulativamente di qualcosa come 3.000 miliardi di dollari in più di quello italiano, che è stato invece modestissimo nel 2009-2010 e dovrebbe risultare addirittura positivo nel 2011.
Di fronte a questi dati, pur senza esimerci dal continuare a denunciare i nostri problemi strutturali (molti dei quali generati quando le « bolle » le facevamo noi col debito pubblico) e dall’invocare misure per cercare di risolverli, c’è davvero da chiedersi che senso ha perseverare con l’ottusa litania che l’Italia (così come anche la Germania, peraltro) nell’ultima decade ha avuto la crescita più debole del Pil tra i paesi Ocse. Rispetto a chi? A Irlanda, paesi periferici & Co o a questi Stati Uniti che crescendo a debito sono anch’essi diventati terribilmente più poveri?
Il fallimento del « miracolo » americano (così come di quelli irlandese, spagnolo, greco, islandese, eccetera) dimostra che per crescere davvero non si possono prendere scorciatoie facili. La crescita attraverso il debito (prima privato e poi fatalmente pubblico quando si è costretti a salvare banche e famiglie) alla fine non sta in piedi a livello macroeconomico.
Ma anche le aziende, come i sistemi economici della grande « bolla », nel recente passato hanno fatto tanti errori. Il più grave è stato quello di puntare eccessivamente sulle acquisizioni (spesso anche queste a debito) per crescere. Mentre il vero sviluppo di un’impresa si fa soprattutto con l’innovazione e accumulando giorno dopo giorno risultati e avanzamenti graduali sui mercati, per linee interne.

Certo, a volte le acquisizioni possono offrire allettanti opportunità di rafforzamento. Luxottica ne è un brillante esempio (si pensi a RayBan) e, probabilmente, se un gruppo granitico come Ferrero avesse acquisito Cadbury forse sarebbe diventato ancora più forte. Ma, più spesso, le acquisizioni hanno portato maggiori vantaggi ai venditori che ai compratori come dimostra un’analisi di McKinsey (Mergers and Acquisitions in Valuation, John Wiley & Sons, 2010). E le aziende che hanno fatto le acquisizioni spesso si sono « impiombate ». Persino una splendida realtà del « made in Italy » alimentare come Barilla ha rischiato di sbandare comprando la tedesca Kamps.

Un caso emblematico: Parmalat
La crescita « sbagliata » delle economie della « bolla » ha avuto poi un riflesso anche sulle acquisizioni, inflazionando la valutazione delle società grazie all’abbondante disponibilità di credito e alla propensione dei private equity a finanziare le operazioni a leva. Il costo dell’inflazione dei valori delle società è così ricaduto su: le economie nazionali stesse, mediante un aumento del rischio sistemico e un costo sociale legato ai fallimenti delle società eccessivamente indebitate; minori oneri fiscali pagati dalle società altamente indebitate; distorsione dell’allocazione delle aziende verso operatori più propensi al rischio, a tutto svantaggio dei compratori industriali di lungo periodo, non propensi agli stessi livelli di indebitamento.
In Italia, il caso più emblematico di una crescita « sbagliata » per acquisizioni e per debito è stato quello della Parmalat di Calisto Tanzi, che ha messo a rischio una realtà industriale nazionale strategica non solo per i suoi rapporti con la filiera dell’agricoltura (latte) ma anche per quelli con una grande distribuzione sempre più dominata nel nostro paese da gruppi stranieri e che perciò necessità d’interlocutori industriali nazionali forti.

Dopo un faticoso lavoro, la Parmalat ha evitato il fallimento, è stata risanata e ora possiede una significativa liquidità. C’è chi, come alcuni fondi esteri, adesso punta a « spolpare » questo patrimonio italiano ricostruito col sudore per sviluppare una politica di pura crescita mediante acquisizioni. E molti « avvocati » del mercato sono scesi subito in campo per supportare questo progetto, che tuttavia rischia di essere un pericoloso ritorno agli errori del passato.

15 marzo 2011

Meglio giudice che sismologo

Meglio giudice che sismologo | The Frontpage

Meglio giudice che sismologo

di Livio Crescenzi   thefrontpage.it   20110315

«I magistrati sono direttamente responsabili degli atti compiuti in violazione di diritti al pari degli altri funzionari e dipendenti dello Stato».

Così recita all’art. 16 il tanto temuto testo della riforma della giustizia. Ma fino a oggi, come ha funzionato la responsabilità civile del magistrato? Ebbene, insieme alla mia badante, cui sta venendo il sospetto che da queste parti ci siano un sacco di trucchetti, siamo andati a studiarci il problema dritti dritti in seno al Consiglio superiore della magistratura. E così apprendiamo che, dopo gli esiti di un referendum che abrogò la precedente disciplina, fortemente limitativa dei casi di responsabilità civile del giudice, la materia trova la sua attuale regolamentazione nella l. 13 aprile 1988, n. 117.

Sotto il profilo sostanziale, la legge afferma il principio della risarcibilità di qualunque danno ingiusto conseguente a un comportamento, atto o provvedimento giudiziario posto in essere da un magistrato con «dolo» o «colpa grave» nell’esercizio delle sue funzioni ovvero conseguente «a diniego di giustizia» (art. 2). Bene. Dopo avere puntualmente fornito le nozioni di «colpa grave» (art. 2, c. 3) e del «diniego di giustizia» (art. 3), la legge chiarisce, comunque, che non possono dare luogo a responsabilità l’attività di interpretazione di norme di diritto e quella di valutazione del fatto e delle prove (art. 2, c. 2): anche alla mia badante è chiaro che, sotto questo profilo, è giusto che la tutela delle parti sia esclusivamente endoprocessuale, attraverso il ricorso al sistema delle impugnazioni del provvedimento giurisdizionale che si assume viziato.

Dunque, ferma restando l’insindacabilità nel merito dell’attività giurisdizionale, può esservi eventualmente spazio per la responsabilità del magistrato, laddove ci si trovi in presenza di un’abnorme o macroscopica violazione di legge ovvero di un uso distorto della funzione giudiziaria. Sotto il profilo processuale, però, il risarcimento dei danni, guarda un po’, spetta allo Stato, che solo a determinate condizioni (art. 7) potrà eventualmente rivalersi sul magistrato. Mica male! E non è finita qui, perché l’azione di responsabilità e il relativo procedimento soggiacciono comunque a regole particolari (artt. 4-6) che sono quasi uno scafandro a prova di bomba atomica, attorno alla persona del magistrato e al rischio di rispondere in sede civile. Bene. Così va il mondo.

E l’art. 28 della Costituzione, che dice che «i funzionari e i dipendenti dello Stato e degli enti pubblici sono direttamente responsabili, secondo le leggi penali, civili e amministrative, degli atti compiuti in violazione di diritti»? Roba per i comuni mortali, come per esempio i sismologi che ora si trovano sulle proprie spalle l’accusa di omicidio colposo di 309 persone con richieste di risarcimenti per 22,5 milioni di euro. Quale il loro delitto? Non essere degli aruspici, evidentemente, e non aver saputo prevedere il terremoto dell’Aquila del 6 aprile di due anni fa. Insomma, una bazzecola…

Vediamo come sono andati i fatti. Franco Barberi, presidente della Commissione nazionale grandi rischi e ordinario di Vulcanologia all’Università Roma Tre; Enzo Boschi, presidente dell’Ingv e ordinario di Fisica terrestre all’Ateneo bolognese; Giulio Selvaggi, direttore del Centro nazionale terremoti; Gian Michele Calvi, direttore della fondazione Eucentre; Claudio Eva; Mauro Dolce, direttore dell’ufficio Rischio sismico del Dipartimento di Protezione civile e ordinario di Tecnica delle costruzioni all’Università Federico II di Napoli. Insomma, il fior fiore della geofisica, vulcanologia e sismologia italiana, ma quale il loro imperdonabile delitto? Ebbene, questi signori, come componenti della Commissione grandi rischi, il 31 marzo del 2009, cinque giorni prima della tragica scossa, si erano riuniti proprio all’Aquila. Nei giorni precedenti, nella regione erano state registrate scosse frequenti, culminando il 30 marzo in un terremoto di magnitudo 4,0. La riunione era quindi stata convocata dalla Protezione civile per verificare se gli scienziati fossero in grado di dire se stesse per arrivare un forte terremoto. Cosa dissero i sismologi in quella riunione?

Quis custodiet ipsos custodes?

Quis custodiet ipsos custodes? | The Frontpage

Quis custodiet ipsos custodes?

di Livio Crescenzi     thefrontpage.it  20110311

Dov’eravamo rimasti? Ah sì, a Giovanni Maria Flick, ex presidente della Corte costituzionale, durato in carica solo tre mesi, dal 14 novembre 2008 all’11 febbraio 2009: novantadue giorni, per l’esattezza, dai quali vanno sottratti tutte le festività di fine anno e le settimane libere. Insomma, il professor Flick ha presieduto la sua prima udienza il 18 novembre, mercoledì 17 dicembre l’ultima camera di consiglio prima di Natale, poi vacanza fino al 13 gennaio. Nemmeno un altro mesetto (udienza 11 febbraio) e arriva la sospirata e meritata pensione. I mesi effettivi, dunque, non sono nemmeno due, insomma meno di sessanta giorni, ma ben più preziosi dell’oro colato.

Allo stesso modo si sono comportati Vincenzo Caianello (44 giorni) e Giuliano Vassalli, in carica dall’11 novembre del 1999 al 13 febbraio del 2000. Appena tre mesi, giusto il tempo di fare le vacanze di Natale e il Capodanno in famiglia prima di traslocare e passare all’incasso. Tre anche i mesi di Giovanni Conso e Francesco Paolo Casavola, e appena quattro quelli di Valerio Onida, sei quelli di Antonio Baldassarre, otto mesi Annibale Marini, Pier Alberto Capotosti e Gustavo Zagrebelsky. Insomma, pochi giorni, purché si rispetti l’essenziale: che lo stipendio corra, corra inesausto. Con il risultato che a tutt’oggi oltre a una schiera di ex giudici, con i soldi della mia badante, lo Stato riconoscente assicura una vecchiaia tranquilla e serena a ben sedici presidenti emeriti. Con tanto di autisti e assegni mensili da favola. Più tutti gli altri appannaggi…

Osservo di sottecchi la mia badante sempre più sconcertata, nei cui occhi leggo la domanda: “Possibile che la nostra Costituzione, la più bella del mondo, permetta ’sti giochetti?”. Be’, non proprio, anzi. Essa, infatti, all’art. 135 recita testualmente: «La Corte elegge tra i suoi componenti, secondo le norme stabilite dalla legge, il Presidente, che rimane in carica per un triennio, ed è rieleggibile, fermi in ogni caso i termini di scadenza dall’ufficio di giudice». È proprio scritto papale, papale: il presidente «rimane in carica un triennio». E allora?

Lo sguardo della mia povera donna si fa sempre più vacuo, poveretta… “Ma come”, sta pensando sconcertata, “perfino nel luogo che dovrebbe essere più sacro, come la Corte costituzionale, ognuno pensa agli affari propri, senza curarsi dell’andamento delle finanze pubbliche?”. Fortunata lei che, poco più che analfabeta, non è in grado di pensare alla buonanima di Gaetano Salvemini che soleva dire che gli italiani che lo disgustavano maggiormente, ancora più dei “retori” e dei “camorristi”, erano i falsi moralisti. Insomma, questi Camelots du Roy dei nostri sommi giureconsulti certo il dubbio lo fanno venire: i massimi garanti della legalità italiana, si assicurino reciprocamente un fine mandato presidenziale per semplice fair play o per garantirsi qualche prebenda in più? Mah, saperlo! Si sa, a pensar male si fa peccato, ma certo sarebbe stato carino che la Consulta, più volte sollecitata, avesse fatto chiarezza su questi punti.

Insomma, quis custodiet ipsos custodes? Chi custodisce i custodi? Nel suo discorso d’insediamento, Flick dette la sensazione di essere consapevole dell’esistenza di un problema irrisolto e sostenne l’opportunità di affrontarlo. Sì, tallero! Si sa, l’inferno è lastricato di buone intenzioni, per cui dal suo pensionamento avvenuto nel 2009, già altri due presidenti son saliti sulla magica giostra. Sostenendo di disprezzare i benefici materiali, di cui pure negli anni si sono mostrati appassionatamente gelosi, qual è in sostanza il loro ragionamento dottrinario? Più o meno è questo: «Noi siamo una “Camera dei pari”, perbacco, per cui che ce ne facciamo di un vero presidente che ci diriga, ci indirizzi, ci rappresenti? Grazie alle sue funzioni, assumerebbe un ruolo superiore a quello dei suoi colleghi. Scherziamo? Il presidente si limiti piuttosto a “dirigere il traffico” e ad assicurare l’ordine del giorno. Al volgo può sembrare paradossale che sia proprio una delle istituzioni fondamentali della Repubblica a privilegiare, nell’elezione dei propri presidenti, un criterio così poco meritocratico come quello dell’anzianità? Il volgo sbaglia, siamo o non siamo i massimi giurisperiti?».

PS. La mia badante, che è semianalfabeta ma sa far di conto e da un po’ di tempo ha preso a smanettare su internet, ha così scoperto che il compenso di un giudice della Corte Suprema degli Stati Uniti si aggira sui 213.900 dollari annui (154.900 euro), mentre il Chief Justice, il presidente, guadagna poco di più: 223.500 dollari (161.880 euro). Quanto al numero dei presidenti… testarda com’è, se li è contati tutti, uno per uno, fin da John Jay, il primo, Chief Justice dal 19 ottobre 1789, fino all’attuale, contandone appena 16 in ben 222 anni di storia contro i nostri 34 in 55 anni. Non contenta è andata a impicciarsi nelle cose francesi… Nel Conseil Constitutionnel dal 1958 solo 7 presidenti. Forse all’altro capo del globo, s’è detta, le cose vanno diversamente… Che delusione! La High Court of Australia, da quando fu creata nel 1903, ha avuto 11 presidenti, mentre dal 1875 la Supreme Court of Canada 17, e così via così via, più o meno in tutto il mondo.

Paesi barbari, si dirà, e sfortunati. Loro non hanno Costituzione più bella del mondo, meschinelli!

Ma che coincidenza!

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Ma che coincidenza!

Dicevamo di Vaccarella, dunque… Nell’aprile del 2002 eletto dal Parlamento alla Corte. Felicitazioni! Sarebbe dovuto restare in carica fino al 2011 ma nel 2007, polemizzando con il governo Prodi, si dimise. Il risultato? Ricongiungendo alla stregua di qualsiasi dipendente pubblico i suoi periodi lavorativi all’università con le annualità della Consulta, Vaccarella è riuscito a sommare ben 46 anni di anzianità lavorativa. E adesso come faccio a spiegare alla mia povera badante che questa circostanza gli ha fruttato una liquidazione di appena 1 milione e 200 mila euro lordi (circa 850 mila netti)? Diciamo la verità, Vaccarella se la sarebbe sognata se fosse rimasto semplice professore, ma l’effetto speciale di quei cinque anni trascorsi, una settimanella sì e una settimana no, non avevamo detto che è miracoloso? Per altro, un caso tutt’altro che isolato.

E sì, perché è proprio grazie a queste ricongiunzioni e agli alti livelli retributivi concessi a giudici e presidenti che alla Corte si registrano casi di superliquidazioni miracolose, in quanto la buonuscita viene calcolata sulla base dell’ultimo stipendio moltiplicato il numero degli anni di lavoro come quello di Vaccarella. Semplice, no?

La mia povera badante continua a essere incredula? Facciamole allora il caso di Gustavo Zagrebelsky, giudice dal settembre del 1995 e presidente della Consulta dal 28 gennaio al 13 settembre 2004. Ebbene, ricongiungendo gli anni della carriera universitaria come professore ordinario con i nove di Corte ha alla fine accumulato 38 anni di anzianità lavorativa. Circostanza che gli ha permesso di portare a casa una liquidazione di 907 mila euro lordi, al netto ben 635 mila. E i poveri giudici che vengono dalla libera professione e che, quindi, non hanno mai lavorato per lo Stato e non hanno altri periodi di lavoro dipendente da ricongiungere? Costoro, poverini, come vengono liquidati? Niente paura, nessuno viene lasciato indietro… È il caso, per esempio, di Fernanda Contri, giudice dal 1996 al 2005. Calcolata solo per il periodo trascorso alla Consulta, la liquidazione concessale le ha fruttato circa 222mila euro lordi. Non male, no, per appena nove anni di lavoro!

Scommettiamo che poi anche sulle pensioni si riverbererà qualche altro effetto portentoso? Vediamo un po’… Ricongiungendo gli anni di università con quelli alla Consulta, Roberto Vaccarella può riscuotere 25.097 euro lordi mensili (pari a 14.288 euro netti); Zagrebelsky 21.332 euro lordi (12.267 euro netti), mentre Fernanda Contri si porta a casa ogni mese un assegnetto di 10.934 euro lordi (netti: 6.463), che per soli nove anni di mandato mortificano persino le vituperate pensioni dei parlamentari che, con un periodo di anzianità identico, riuscuotono “appena” 4.351 euro mensili. Al paragone, una paghetta, ammettiamolo! Che poi, a pensarci bene… Il minimo di anni richiesto a uno statale per riscuotere l’assegno dopo le riforme degli anni Novanta non fu portato a 20 anni? E allora com’è stato possibile che per la Contri sia fiorito un tale appannaggio? Semplice: a suo vantaggio è stata applicata un’apposita leggina che ha portato il requisito dell’anzianità minima per la pensione richiesta ai giudici costituzionali provenienti dal libero foro solo a nove anni. Proprio quello che serviva a Fernanda Contri? Ma guarda la fortunata coincidenza!

Insomma, come abbiamo visto fin qui, proprio un bell’andare. Ma la faccenda, poi, non si conclude qui. Come stabilito dall’ufficio di Presidenza, i giudici costituzionali, infatti, hanno poi diritto a: carta di libera circolazione sulle ferrovie; rimborso dei viaggi aerei e dei taxi; tessera viacard e telepass per la libera circolazione sulle autostrade, cellulare, computer e telefax, anche a casa e a spese della Corte e utenza telefonica dell’abitazione privata. Quanto poi alle auto… Essendo loro riconosciuto il rango di ministro, hanno diritto a una macchina di servizio con ben due autisti personali, a disposizione sia a Roma che nella città di residenza. Il ministro perde il privilegio una volta cessato dall’incarico? Il giudice costituzionale invece no e conserva l’auto, solitamente di grossa cilindrata e possibilmente di marca straniera, con comodo di chauffeur anche quando va in pensione, sia che abiti o lavori a Roma come Leopoldo Elia (cessato dalla carica di presidente nel lontano maggio del 1985) e Antonio Baldassarre (ex presidente della Rai e titolare oggi di un avviatissimo studio legale), sia che risieda fuori dalla capitale. In situazioni come questa, o l’autista viene distaccato in loco (è il caso di Gustavo Zagrebelsky che vive in Piemonte) o raggiunge l’emerito in auto dalla capitale (succede con Valerio Onida a Milano).

Davvero un servizio completo, con i complimenti della Patria che, nella sua sollecitudine…