Sulle regole anti-speculatori la Germania ha ragione

di Francesco Forte      ilgiornale.it      articolo giovedì 20 maggio 2010

Nella contingenza in cui ci troviamo, a livello europeo, il solo pilastro di coerenza e rigore che rimane è la Germania. Infatti, per evitare che il mercato dei titoli pubblici europei degeneri, con grandi operatori che li vendono allo scoperto e la Bce, la Banca centrale europea che li compra, in volumi eccessivi, è necessario adottare regole del gioco, ispirate a coerenza finanziaria. E sino ad ora, esse, prospettate dalla Germania con il consenso della maggioranza degli Stati membri dell’Eurozona, trovano l’opposizione del Regno Unito, in cui risiedono alcuni dei giganti finanziari che fanno le operazioni di vendita allo scoperto sui titoli del debito degli Stati considerati, di volta in volta, «a rischio». Si dirà che se i fondi vendono titoli del debito pubblico europeo allo scoperto e la Bce li acquista, per sostenere i loro corsi, quegli speculatori non possono guadagnare con le operazioni al ribasso su tali titoli. Ma ciò non è vero, perché le vendite allo scoperto di titoli denominati in euro da parte di soggetti esteri alla Bce che li compra, di solito genera una flessione del cambio dell’euro rispetto al dollaro e alla sterlina. E gli speculatori possono guadagnare con le operazioni sui cambi effettuati simultaneamente.
Inoltre, anche supponendo che la Bce compri allo stesso prezzo a cui gli speculatori vendono allo scoperto, ciò comporta di costringere Francoforte a fare acquisti ripetuti. E i ribassisti sperano, così, di costringere l’istituto guidato da Jean-Claude Trichet a limitare gli acquisti. L’Unione europea, su iniziativa della Germania, ha proposto che gli operatori finanziari non bancari che hanno la sede fuori dall’Unione europea non possano fare operazioni nella stessa, se non sono dotati di una autorizzazione, subordinata a una serie di regole, sulla trasparenza dei loro prodotti finanziari, sui compensi ai loro manager, sulle operazioni che possono fare nell’area euro e nel resto dell’Ue, sul volume totale del denaro che prendono a prestito. Questa ultima regola è particolarmente importante per i cosiddetti hedge fund, che sono fondi di investimento che si finanziano in parte con prestiti a breve termine delle banche. A volte i prestiti arrivano sino al 90-95% del loro patrimonio. Se il capitale proprio è il 5% e il resto è preso a prestito, un utile dell’1% sul patrimonio globale si traduce in un utile di 20 volte sulla quota di capitale proprio. E un’operazione speculativa che dà un guadagno dello 0,5% genera per i detentori del capitale sociale un guadagno del 10%.
D’altra parte con Banche centrali che prestano il denaro allo 0,5 o al massimo all’1%, questi fondi possono finanziare a bassissimo costo le loro operazioni speculative. Londra non accetta la nuova regolamentazione, perché teme (a ragione) che ne derivi una limitazione alle operazioni allo scoperto sui titoli dell’Eurozona, su cui gli operatori finanziari americani con sede nella City e quelli inglesi possono guadagnare. Ma anche la Francia fa opposizione a una parte di queste regole, evidentemente perché le sue grandi banche hanno fondi di investimento con cui possono lucrare su queste operazioni. Angela Merkel, invece, non si fa catturare dagli interessi finanziari e sostiene che queste operazioni vadano limitate. E ha ragione. Infatti il paradosso è che con i soldi a buon mercato delle Banche centrali di Londra e Washington si possono vendere allo scoperto titoli degli Stati dell’Eurozona costringendo la Bce a comprarli. Poiché non c’è consenso sulla proposta di regolamentazione degli operatori finanziari non bancari, la Germania ora ha emanato una legge, destinata a durare sino a tutto il marzo del 2011 che vieta parzialmente le vendite di titoli allo scoperto o presi in prestito del debito pubblico degli Stati dell’Eurozona e di certificati di assicurazione riguardanti la loro insolvenza, nonché delle azioni delle dieci maggiori società tedesche quotate in Borsa. Ovviamente la norma si applica solo in Germania e, quindi, chi volesse speculare al ribasso su questi titoli potrebbe farlo mediante soggetti finanziari ubicati in altri Stati dell’Eurozona. Se però tutti gli Stati dell’area adottassero una misura analoga, nessuno potrebbe più sfuggire a questa draconiana regolamentazione. Ciò in quanto un operatore che risiede fuori dall’Eurozona per operare su titoli che sono emessi in essa ha bisogno di un operatore della stessa per poterli tradurre in propria valuta. Quella tedesca è una misura molto opinabile. Ma essa è la conseguenza della riluttanza di una parte dei grandi Paesi a metter ordine nel mercato finanziario. Riluttanza irresponsabile di cui pagano un conto salato i cittadini dell’Europa, senza averne colpa.