Quante cose “non sapeva” l’intelligence francese sul suo uomo a Tolosa

24 marzo 2012 – ore 09:06

Quante cose “non sapeva” l’intelligence francese sul suo uomo a Tolosa

Un lupo solitario? L’attentatore era un asset dei servizi segreti al centro della rete dell’estremismo in Francia

Un lupo solitario isolato che si muoveva senza l’aiuto di una rete, come dice il procuratore di Parigi Francois Molins? Tutto il contrario. Lo stragista di origine algerina di Tolosa, Mohammed Merah,  viveva al centro della rete del jihad in Francia. Merah ha un fratello maggiore,  Abdelkader, che da due giorni è in arresto assieme alla compagna – la polizia ha trovato alcuni etti di esplosivo nella sua macchina. Secondo Le Point, Abdelkader  ha viaggiato in Egitto per incontrare estremisti islamici e per questo era ben conosciuto dai servizi francesi già a partire dal 2007. Nel febbraio di  quell’anno l’Associated Press racconta l’arresto di undici persone, due all’aeroporto di Orly e gli altri nove nel sud del paese, perché sono coinvolti in una rete di reclutamento di volontari da mandare a combattere e a compiere attentati con al Qaida in Iraq. “Secondo l’ufficio del procuratore – scrive l’agenzia – le reclute erano prima spedite in Egitto a rinfrescare l’arabo e a ripassare la dottrina salafita nelle madrasse più radicali”. Gli undici erano “il gruppo più grande preso in Francia con questo tipo di accuse”. Gli arresti dei francesi arrivarono tre mesi dopo la loro espulsione dall’Egitto con la stessa accusa da parte del governo del Cairo: fanno parte di un gruppo di reclutatori e di reclute in partenza per la guerra in Iraq. La notizia d’archivio combacia con quanto scritto ieri dai giornali francesi: Abdelkader è stato in Egitto, ospite di estremisti. 

Con Abdelkader c’è un francese siriano 
 che fa da leader spirituale, Olivier Corel. Corel è la guida di una piccola comunità di salafiti ad Artigat, cinquanta chilometri da Tolosa, che spaventa i vicini festeggiando l’11 settembre e non permette ai figli di frequentare le scuole locali. Ad Artigat i due fratelli Merah conoscono anche Sabri Essid, arrestato nel 2006 – nel pieno della guerra – al confine tra Siria e Iraq con fucili d’assalto e poi rispedito in Francia. Il villaggio di Artigat e l’irrefrenabile Essid sono tenuti d’occhio dai servizi di sicurezza per colpa di una soffiata: Essid vorrebbe colpire con un attentato il consolato americano a Lione e un supermercato di Tolosa. Nel 2008, i servizi prendono nota di Mohammed perché va a trovare Essid in carcere.

Come se non bastasse il contesto, nel 2010 Merah costringe un ragazzino di 15 anni a guardare con lui video di esecuzioni. Quando la madre del ragazzino si lamenta, la picchia e la manda in ospedale. Poi gira per il quartiere per intimidire chi ancora non fosse convinto, con una spada in mano, gridando: “Io faccio parte di al Qaida”. I servizi spagnoli segnalano ai colleghi francesi i suoi collegamenti pericolosi. Dopo i viaggi in Afghanistan e Pakistan, l’Fbi americano lo mette sulla lista delle persone interdette dai voli verso l’America. 

Può darsi che ora la vicenda di Tolosa 
giochi a vantaggio del presidente francese, Nicolas Sarkozy, a un mese dalle elezioni (sondaggi già in rialzo). Sarkozy è tradizionalmente più forte dei rivali socialisti in materia di sicurezza e di immigrazione. Per il suo ministero dell’Interno e per l’intelligence francese però è l’ora buia della crisi. Merah, come confermato al Foglio da fonti nei servizi, era un asset, una risorsa, della Direction centrale du renseignement intérieur (Dcri), la direzione che come una Fbi francese si occupa della sorveglianza dei terroristi dentro lo stato; e gli agenti che erano in contatto con lui hanno lasciato passare troppo tempo prima di capire che il loro ragazzo era uscito dal controllo della direzione centrale ed era passato al jihad. E’ un disastro per il prefetto Bernard Squarcini, “lo squalo”, uno dei moschettieri di Sarkozy, da lui piazzato con molta enfasi a capo della Dcri al momento della sua fondazione, nel 2008. Squarcini era già nei guai da prima, accusato da un libro di essere “la spia del presidente” e di avere trasformato la sua ala dei servizi in una “polizia politica”, uno “strumento dell’Eliseo”. Nell’ottobre del 2011 è stato incriminato per un caso di intercettazioni telefoniche su giornalisti. Ora Francois Rebsamen, il consigliere per la Sicurezza del candidato socialista Francois Hollande, prova a recuperare terreno, denuncia “il profondo malessere nei servizi” e annuncia una riforma dell’intelligence nel programma.

© – FOGLIO QUOTIDIANO

di Daniele Raineri

Quando perEmiliano i pesci erano tangenti

Quando perEmiliano i pesci erano tangenti

diGian Mara Chiocci e MassimoMalpica   ilgiornale.it    24/03/2012

 
 

Il Sindaco di Bari è nei guai per le cozze pelose.Ma da pm mandò a processo un Agente (poi assolto) per le spigole donate dai clan.

 

 

Roma- Due pesci e due misure. Il Sindaco di Bari-che orachiede scusa per aver accettato «cozze e spigoloni»dagli imprendjtori edili Degennaro,ma spiega di non voler dimettersi «per un po’ di pesce.  Da.pm ha trascinato nella rete del. maxi-processo «Dolmen» un poliziotto,accusato ingiustamente di corruzione per wer rioeuuto una «tangente ittica»,ovviamente.fresca e di qualità.

 

Una storia surreale «tutta a base di pesce»,anche  perché tra i  protagonisti c’è l’ex super-boss pentito Salvatore Annaoondia,detto «Manomozza» per aver perso l’uso dell’arto pescando a strascico. A prenderedi petto il sindaco per aver valutato diversamente episodi simili è Luigi di Gregorio,.figlio di Vmcenzo,ex sourintendentedella polizia a Trani all’inizio degli anni’90. Luigi,dopo aver letto della vasca di cozze pelose,spigoloni,seppiolini .e astici che il sindaco diBari ebbe in regalo dal gruppo di costruttori vicini alla sua giunta,ha preso carta e penna e ha scritto una lettera alla Gazzetta del Mezzogiorno.che l’ha pubblit!ata col titolo: «Miopadrepoliziottoprocessatoda Emiliano per una cesta di pesce mai ricevuta».

De Gregorio racconta l’odissea giudiziaria  del padre,poliziotto, oggi inpensione, tirato in ballo. dallo stessoAnnaoondia ed iindagato dal «Sindaco sceriffo» quando ancora indossava la toga come magistrato del.l’Antimafia,.E nella lettea attacca. Emililmo.«Noncredo siano sufficienti le scuse, sia pure pubbliche,per aver accettato e consumato  questo pacco.Unprimo cittadino,un uomo di giustizia, integerrimoal dire comume,si autocondanna moralmente fa pubblica  mea culpa, pur non essendo accusatodi nessun reato.Ma un errore l’ha commesso,perché lo stesso Sindaco è ben cosciente che tali omaggi sono quanto mai pericolosi,e bisogna fare di più per convincere gli elettori baresi del l’integrità morale del primo cittadino».Per il padre di Luigi De Gregorio,infatti,quell  regalo ittco,mai ritcevuto e dunque mai consumato  (secondo la giustizia italiana che prima ha considerato prescritto  il reato, e poi ha assolto l’uomo «per non aver commesso il .fatto»), è  stato foriero di annidi sofferenza.Nessuna attenuante per l’ex sovrintendente di Ps,ritenuto  compromesso con il clan Annacondia anche per quei doni. Dopo l’avuiso di garanzia,«moi padre- continua la lettera del..figlio -ha dovuto subire un processo,il « Dolmen », lungo 12 anni, che ha visto assumere il ruolo di pm almeno per i primi e più intensi anni,il dottor Michele Emiliano».

 

E prima dell’assoluzione, ricorda ancora il figlio del poliziotto, «ci sono piovute addosso le critiche più sgradevoli,sguardi di sdegno da parte di chi ci conosceva, commenti   biechi e condanne spregevoli da parte di chi,in queste occasioni,trova nelle disgrazie altrui gli unici spazi di autostima e la vaga sensazione di vivere sotto un cielo più blu di quello di altri».Insomma, «anche mio padre come lei, signor sindaco, ha cercato di preservare il buon nome e l’onorabilità della famiglia, soprattutto per proteggere quella dei propri figli,esattamente come lei ha dichiarato in un’intervista.Ma intanto nessuno ci ha ancora risarcito i rilevanti danni subiti per quattro spigole e cinquanta cozze pelose a differenza sua- mai ricevute e consumate.Ma che ci hanno rovinato la vita».

 

Contattato dal Giornale a Trani, dove oggi si gode la meritata pensione, l’anziano poliziotto è di poche parole: «Sono stato accusato di corruzione per delle affermazioni false di un collaboratore di giustizia a cui gli inquirenti di allora hanno creduto ciecamente. La parola di un pentito che parlava di un regalo periodico che io avrei ricevuto, ossia appunto una cesta di pesce a settimana, evidentemente valeva più di quella di un poliziotto che da anni era in prima linea a combattere il crimine. Emiliano da pubblico ministero ha preferito credere a quello (il pentito Annacondia, ndr) che a me, che pure per anni ho servito onestamente questo Stato. Evidentemente davo fastidio, e sono stato punito con accuse infamanti che solo dopo anni e anni di vicissitudini giudiziarie, si sono risolte come era naturale che si risolvessero: con il definitivo riconoscimento della mia totale estraneità ai fatti contestati».

 

Niente pesce per il poliziotto, dunque, mentreAnnacondia lo amava al punto di averne guadagnato, come detto,il nome di battaglia, quel «manomozza» che faceva tremare il Nord Barese.Lo amava così tanto da parlarne anche nelle sue audizioni con l’Antimafia di Violante.Al quale racconta per esempio di una cena dell’86 con la Juventus in trasferta in Puglia, organizzata da un noto avvocato barese. «Ero il suo consigliere nel fargli mangiare il pesce perché lui si fidava solo del pesce che io gli portavo. Lo dovevo pulire, gli consigliavo: questo lo puoi mangiare in questo modo, questo lo puoi mangiare in un altro modo», racconta il pentito di mafia.Ben altra storia quella di Emiliano.Una vita per la legalità, salvo ritrovarsi «pentito» di pesce.

Tolosa, pista choc sul killer Lavorava per gli 007 ma faceva il triplo gioco

Tolosa, pista choc sul killer Lavorava per gli 007 ma faceva il triplo gioco

 

di Fausto Biloslavo articolo di sabato 24 marzo 201 2  ilgiornale.it

 

I servi]i segreti pensavano di riuscire a infiltrare Merah in Al Qaida, ma lui ha abbracciato la jihad. E sarebbe stato ucciso per farlo tacere

 

 

E se Mohammed Merah, il terrorista di Tolosa, non fosse stato solo un «lupo solitarioª, ma un’esca, o addirittura un infiltrato, nel mondo della guerra santa ad oltranza, sfuggito al controllo dei servizi segreti? Potrebbe sembrare la trama di

un romanzo di Le Carrè, ma nella realtà è già capitato con l’agente doppio di Al Qaida che in Afghanistan, nel 2009, si era accreditato come informatore della Cia. Al momento giusto si è fatto saltare in aria nella base dell’agenzia a Khowst decapitando in un colpo solo il nocciolo duro degli agenti segreti Usa.

 

Bernard Squarcini, il direttore della Dcri, i servizi segreti interni francesi, ha confermato che il killer di Tolosa era monitorato dal 2010, ma l’inchiesta non aveva evidenziato nulla di sospetto. Nel novembre 2011 Merah era stato anche convocato dal Dcri per dare spiegazioni dei suoi viaggi in Afghanistan e Pakistan. Pure in quell’occasione «ha dato prova di una eccellente cooperazione, di buona educazione e di cortesiaª.

Questa è la versione ufficiale, ma i servizi americani fanno trapelare un’altra storia. Il giovane talebano viene fermato in Afghanistan e non solo dai timbri sul passaporto si scopre che ha viaggiato pure in «Siria, Israele, Iraq e Giordaniaª. Non solo: gli americani decidono di inserire Merah nella lista nera dei passeggeri che non possono imbarcarsi su un volo per gli Stati Uniti.

 

Impossibile che l’intelligence francese non lo sapesse. Ben più probabile che il talebano di Tolosa sia stato individuato come possibile «escaª, o addirittura reclutato, più o meno consapevolmente, come infiltrato nel magma di Al Qaida in cui si stava addentrando. All’esca viene data briglia sciolta proprio per cercare di far abboccare pesci ben più grossi del lupo solitario di Tolosa. Questo potrebbe essere il motivo per cui Merah può permettersi alcune stravaganze fondamentaliste. Un giorno si mette a girare nel quartiere con la sciabola dell’Islam gridando «Allah o akbarª. Una donna lo denuncia alla polizia perchè costringe il figlio a sorbirsi per ore video sanguinari di Al Qaida su sgozzamenti ed azioni kamikaze. La polizia, stranamente, non interviene. Per non parlare dell’arsenale di fucili mitragliatori e pistole che non si sa bene con quali soldi mette in piedi senza che nessuno se ne accorga, almeno in apparenza.

 

Il sospetto è che l’esca fosse addirittura pilotata, come un agente infiltrato da un

«mentoreª dei servizi per penetrare nella galassia di Al Qaida. Peccato che il talebano francese sia sfuggito al controllo e magari abbia cominciato a fare il doppio gioco, come il suo predecessore, Khalil Abu-Mulal al-Balawi, medico giordano spacciatosi per informatore, che poi saltò in aria nella base Cia di Khowst.

 

Fonti di intelligence hanno rivelato a Il Foglio che durante l’assedio dell’appartamento di Merah, «il suo handler, ovvero l’agente dei servizi che aveva il compito di tenere i contatti e di seguirlo nella «carrieraª all’interno della rete islamistaª ha provato a negoziare una resa che non creasse troppi imbarazzi. Se così fosse, il tentativo è fallito e spiega l’incomprensibile operazione dei Raid, i corpi speciali francesi. «La prima regola in una situazione del genere è catturare il sospetto quando esce di casa, con un effetto sorpresa, evitando un’irruzione nel suo appartamento che poteva essere minato e dove c’era un arsenaleª sottolinea un addetto ai lavori. Invece i francesi più che un blitz assediano il covo di Merah. Forse, qualcuno alle loro spalle, che conosce bene il terrorista, punta tutto sulla relazione psichiatrica registrata durante un suo soggiorno in carcere nel 2007 per reati comuni. Nel profilo, che sicuramente era allegato al suo dossier presso i servizi, si racconta come il giovane abbia tentato il suicidio in prigione dove sarebbe stato radicalizzato all’Islam estremo. Merah aveva annunciato di voler morire «con le armi in pugnoª. Dopo oltre 30 ore di assedio scatta un assalto annunciato. Merah reagisce come un soldato del Jihad firmando la sua condanna a morte.

 

Con lui se ne vanno tanti interrogativi, come i prossimi bersagli che aveva scelto: un poliziotto di Tolosa e un funzionario locale dei servizi segreti di religione musulmana. Se Merah era un terrorista, come faceva a conoscere un suo correligionario che certo non si presentava in giro come agente dell’intelligence?

 

www.faustobiloslavo.eu

Lo stragista francese di al Qaida è un’operazione d’intelligence finita male

22 marzo 2012 – ore 21:30

Un individuo, due ruoli

Lo stragista francese di al Qaida è un’operazione d’intelligence finita male

I soldi, i viaggi, i contatti con i servizi segreti. La versione del “lupo solitario che si radicalizza da sé” non regge

GALLERIE IMMAGINI:

Il giovane francese di al Qaida che uccide soldati ed ebrei nella zona di Tolosa è un’operazione dei servizi segreti francesi finita male. Mohammed Merah era un agente al servizio di entrambe le parti, un individuo diviso a metà: una quota in mano all’organizzazione terrorista e una quota in mano ai servizi di sicurezza del governo. Fino a quando nel suo foro interiore la metà in mano all’estremismo, quel partito jihadista che teneva nascosto dentro l’anima,  ha prevalso, fino alle stragi e alla morte in casa dopo trenta ore di assedio per mano della polizia. La storia ricorda quella dell’informatore arruolato dai servizi giordani e da questi passato all’intelligence americana che, con il pretesto di voler confidare informazioni sulla posizione dei leader di al Qaida, nel dicembre 2009 fu ricevuto in una base della Cia e si fece saltare in aria uccidendo 7 agenti.

Secondo fonti d’intelligence che hanno parlato con il Foglio, mercoledì, durante l’assedio al numero 17 di Rue du Sergeant Vigné, il suo “handler”, ovvero l’agente dei servizi che aveva il compito di tenere i contatti con lui e di seguirlo nella sua “carriera” all’interno della rete islamista (Merah era membro di un gruppo estremista sciolto d’autorità il mese scorso) è entrato senza problemi nell’appartamento a negoziare una resa che non creasse troppi imbarazzi all’organizzazione che lo gestiva. Una conferma indiretta: secondo la rivista francese Le Point, uno dei prossimi obbiettivi sulla lista di Merah era “un funzionario dei servizi segreti di origine islamica”. Le Point non dà il nome e non spiega perché un giovane spiantato della periferia di Tolosa conoscesse un funzionario d’intelligence e anche la sua professione religiosa. Merah intendeva uccidere il suo contatto con i servizi. C’è anche il sospetto che in un primo momento, dopo i due attacchi consecutivi per strada ai soldati, Merah fosse stato escluso dalla lista dei potenziali terroristi perché considerato “uno dei nostri”.

Anzi: il suo handler gli avrebbe chiesto informazioni sulle uccisioni e sui possibili responsabili, invece che inserirlo tra i nomi da controllare e sorvegliare da vicino – come sarebbe dovuto accadere considerati i suoi precedenti, come i viaggi in zone di guerra. Il Monde scrive che “permangono dubbi sulla capacità di autofinanziamento di Merah, che da solo si sarebbe pagato armi, affitti di case, viaggi in Asia. Dubbi manifestati anche dal procuratore di Parigi, che ha detto: ‘Il livello di reddito era da Rsa’” (Revenu de Solidarité Active, è il sussidio pubblico di povertà). Scrive ancora il Monde: “Ulteriori indagini sembrano necessarie per capire chi lo aiutava, ma per ora si fermano a una zona grigia”.

Più che le note riservate sui suoi rapporti
 con i servizi, più che la pista dei soldi, è la storia dei suoi viaggi che travolge la versione finora sostenuta dalla polizia francese, quella di un lupo solitario che all’improvviso decide di abbandonarsi a una catena di uccisioni con finale non aperto. Il procuratore di Parigi, Francois Molins, ha parlato di “auto radicalizzazione di un salafita dal profilo atipico”. In realtà la lista dei timbri sul suo passaporto racconta un percorso strutturato verso il jihad. Il 22 novembre 2010 la polizia afghana lo ferma a Kandahar, la città dell’Afghanistan dove la presenza dei talebani è più forte. Consegnato ai francesi del contingente Nato, è rispedito in Francia. Nel mezzo passa brevemente per le mani degli americani ed è un ufficiale americano che ora dice al Monde: “E’ stato in Israele, in Siria, in Iraq e in Giordania”. Prima dell’arresto, va al consolato indiano di Kandahar e chiede un visto per l’India. Aggiunge una fonte militare francese: è stato anche due volte in Iran (la Dcri, i servizi che si occupano di controspionaggio e lotta al terrorismo, nega). Nel 2010 va in Pakistan per sposarsi, ma è espulso. L’anno seguente torna nel paese ed entra clandestinamente nelle due agenzie tribali che fanno da casa al jihad: il sud e il nord Waziristan. Altri legami. I fratelli Merah sono vicini a un gruppo di estremisti arrestato nel 2007 e condannato nel 2009  per terrorismo a Tolosa. Come lui possa essere presentato come un francese normale e scollegato che vivacchia alla periferia di Tolosa è un mistero. Anche le armi trovate nell’appartamento, un fucile d’assalto e un mitra, farebbero parte del suo “pacchetto di libertà relative” in cambio di informazioni dall’interno della rete estremista.

© – FOGLIO QUOTIDIANO

di Daniele Raineri