Niente sesso, sono inglesi

Il Tempo – Niente sesso, sono inglesi

Niente sesso, sono inglesi

La City che vuole l’italia in ginocchio. C’è l’energia dietro l’attacco del Financial Times al « paese arabeggiante ».
G20 Passa la posizione di Tremonti sul debito privato

di Davide Giacalone  iltempo.it  20110220

Silvio Berlusconi e il leader libico Gheddafi Niente sesso, sono inglesi. Sarà bene che i signori del Financial Times leggano le memorie di Tony Blair, già loro primo ministro, e le sue ultime dichiarazioni sulla vita politica italiana, senza limitarsi al buco della serratura del RubyLeaks. Non cambieranno idea, né glielo chiediamo, ma nel servire gli interessi di chi punta a fregare il nostro Paese si mostreranno un filino meno rozzi.

Quelli di loro che hanno la fortuna di fare i corrispondenti dall’Italia, inoltre, farebbero bene a leggere non solo i pettegolezzi e a frequentare non solo i salottini luogocomunisti, ma a prestare attenzione alla cultura e alla libertà di chi non solo non nasconde i problemi (profondi) del nostro mondo politico, ma, anzi, pesta su quelli con forza e costanza. Senza, però, cadere nella trappola per stupidi che s’atteggiano a puri, ovvero credere che tutto si riduce a togliere di mezzo Silvio Berlusconi. Nella Lex Column, autorevole rubrica del quotidiano inglese, ho letto cose che dovrebbero sollecitare la reazione di tutti, avversari del governo compresi. L’Italia, si dice, è divenuta un’autocrazia di stampo arabeggiante, un Paese la cui cultura è divorata dalla corruzione e dalla criminalità organizzata. La nostra è una democrazia, gentili signori, e il governo in carica, quale che sia il giudizio che ciascuno ha diritto d’esprimere, ha vinto le elezioni europee e quelle amministrative, dopo le politiche (mentre l’accordo con la mafia lo fece un governo che a voi piaceva moltissimo, e ancora ne piangete, assieme alla comunità degli affari, la scomparsa). Il vostro governo, per dirne una, le ha perse tutte, tanto che è cambiato. Né le sconfitte elettorali sono estranee al nostro costume, perché dal 1994 ad oggi il governo non ha mai vinto le elezioni politiche successive. Sostenete ancora lo sproposito che avete scritto? A dimostrazione del nostro decadere arabeggiante ci sarebbero le politiche condotte nei confronti di Gheddafi e Mubarak. Ora, a parte il fatto che nessuno dei due è arabo (suvvia, oh eredi di una tradizione imperiale e colonialista!), vorrei fare osservare che il governo inglese restituì, in pompa magna, a quello libico l’autore di un attentato aereo, in cambio di una piattaforma petrolifera alla BP (British Petroleum). E vorrei ricordare che Hosni Mubarak è stato a lungo uno dei garanti della sicurezza d’Israele, che si trova in quell’area in cui il colonialismo inglese combinò qualche guaio.

Si desidera sapere: i Fratelli Mussulmani son forse migliori del rais? Domanda oziosa, come sapete, perché il potere resta ai militari. Ma, appunto, sfugge il senso di un accostamento che, per non pochi aspetti, dovrebbe essere letto come un complimento. In quanto a politica estera, mi sovviene che in Iraq e Afghanistan siamo andati assieme. Fu una giusta scelta, penso, sempre che a voi non sembri più a modino il fondamentalismo e il dispotismo antiisraeliano. La nostra sarebbe una «gerontocrazia». E qui concorderemmo se vi riferiste al fatto che il nostro sistema s’è bloccato, i giovani sono esclusi, gli ascensori sociali si sono fermati. Lo abbiamo scritto molte volte. Ma a voi interessa solo la data di nascita di Berlusconi, al qual proposito vi segnalo un dato terrificante: gli mancano ancora quattro anni prima di raggiungere l’età in cui Ronald Reagan lasciò la (potente) presidenza. Converrete che il «vecchio» fece un lavoro eccellente. Ma veniamo al dunque: viviamo tempi difficili e l’asse franco-tedesco toglie peso, in Europa, agli altri Paesi, inoltre gli inglesi vogliono contare molto nella scelta del nuovo vertice della Bce, facendo finta di dimenticare che quella è la banca dell’Euro, valuta che non è la loro. Inoltre è aperta una dura partita energetica: noi italiani, come i tedeschi, tendiamo a diminuire la dipendenza da una sola fonte o un solo fornitore, mentre i francesi producono molto con l’atomo, il che, fatalmente, disunisce il valore del petrolio inglese (che tanto è costato, lo abbiamo visto, in quattrini ed onore).

Le banche inglesi, si aggiunga, sono fra quelle la cui disciplina è stata meno virtuosa, quindi fra le più esposte ai rischi e le più costose per l’erario. Tutto questo è complicato, ma cercare di rimediare provando ad attaccare e demolire le istituzioni altrui, cercando di esportare i problemi e importare bottini, non è politica saggia e lungimirante. Lo scriviamo, se è concesso, da cultori e ammiratori della storia dell’impero britannico.

Liberiamoci da Berlusconi liberando Berlusconi

Liberiamoci da Berlusconi liberando Berlusconi | The Frontpage

Liberiamoci da Berlusconi liberando Berlusconi

di redazione  thefrontpage.it   20110218

Potremmo anche infischiarcene di salvare la pelle a Berlusconi se la sua sorte giudiziaria non ponesse una questione, già argomentata da FrontPage, di – mettiamola così – arbitrarietà istituzionale. I confini della responsabilità, il chi-fa-cosa, in nome di che la fa, e con quale obiettivo democraticamente condiviso.

Il Cav. è una funzione istituzionale, non una persona. Una funzione economica, direi. Mal esercitata, okkey, ma è pur sempre quella che fa o non fa, quella che interfaccia il Paese con il resto del mondo. È quella funzione che motiva, orienta, giustifica i comportamenti economici di un intero paese, di chi ci sta ed opera per geografica appartenenza, di chi potrebbe starci, di chi ha deciso di rimanerci, di chi potrebbe entrarci per razionale convenienza.

Per ciascuno di costoro, il Cav. è un problema, paragonabile solo alla speculare volontà di rimuoverlo – con mezzi non esattamente propri di uno Stato di diritto in cui, certo, la legge è uguale per tutti. E le notizie di reato, anche loro, valgono per tutti l’apertura di un procedimento giudiziario. Il presidente del Consiglio è oggetto di una pluralità di notizie di tal fatta: è un perseguitato che se le va a cercare.

Ma mettiamola così: il benessere dei cittadini è l’obiettivo unificante – è così, almeno, nei paesi a democrazia compiuta. Il benessere si persegue creando le condizioni per l’attrazione di investimenti, per la libertà di intrapresa, per la consequenziale armonica relazione con le parti istituzionali. Si crea benessere quando – a cospetto della norma, e di chi se ne fa autore – i portatori di interessi si riconoscono equipollenti. Quando si ha certezza del diritto e garanzia dell’impersonalità della norma e della relativa interpretazione.

L’economia – i suoi altalenanti riscontri – sono il sintomo della sanità di un sistema. Non si investe in un paese il cui leader, seppure democraticamente scelto, è fonte di, libertariamente parlando, opacità. A Gaza, per dire, di investimenti capitalisticamente indotti non ne arrivano, nonostante l’apoteosi di suffragi per Hamas. Ci sarà un perché, no?

Berlusconi è unfit to run a country, e lo è per una pluralità di ragioni. Perché non sa governare, perché ha aumentato la spesa pubblica, perché non ha fatto una sola delle riforme che qualunque leader dotato di un minimo di senso di responsabilità non avrebbe perso un secondo per ratificare. Lo è perché la sua figura è in sé un crogiuolo di ‘eccezioni’ Berlusconi – la sua ingombrante persona – ha imposto al paese il sovvertimento della regola – la certezza della quale è invece la sola bussola che orienta i comportamenti economici di ciascuno di noi. Quando Berlusconi – in piena crisi globale, mentre la gente perdeva il lavoro, le aziende vedevano le commesse contrarsi, i giornali vivevano l’emorragia di inserzionisti – chiedeva di consumare, negava il problema, è ovvio che non gli dava retta nessuno, neppure i suoi.

Per questo Berlusconi dovrebbe essere archiviato. Perché vive in un mondo tutto suo. Perché, da imprenditore che agisce in un non-mercato, è abituato ad un sistema chiuso, reso economicamente profittevole solo da – diciamolo – opportunità partigiana. Berlusconi è oggettivamente unfit. Perché è vero che è un perseguitato e che la persecuzione non è una opzione conforme ad una civiltà democratica. Ma lo è – unfit – perché il suo personale interesse non coincide affatto con quello del Paese. Servirebbe privatizzare la Rai, sopprimere le corporazioni, rendere effettiva la concorrenza. Servirebbe tranciare l’invadenza del pubblico, porre l’individuo e la sua libertà al centro della narrazione, e della conseguente azione politica.

Servirebbe che ogni centesimo di spesa pubblica fosse motivato, politicamente giustificato da un progetto, non poi così dissimile dal business plan che il Berlusconi imprenditore sarebbe costretto a concepire se fosse libero di intraprendere in un contesto nel quale vincono i migliori, quelli che creano più ricchezza, più posti di lavoro, più Pil. Il progetto che il Berlusconi imprenditore sarebbe costretto ad elaborare se fosse obbligato ad agire in un mercato libero, ed in un environment – economicamente ed istituzionalmente – autenticamente libero.

È interesse del Paese rappacificare – de-personificare – le funzioni istituzionali. È interesse del Paese ritrovarsi in un patto democratico che riconosca nella capacità di creare opportunità, e di estenderle a tutti, indipendentemente dalla contiguità temporalmente opportuna, la leva da azionare perché i benefici siano propri e, per estensione, anche comuni.

Berlusconi è il problema, non la soluzione. La sua rimozione per via giudiziaria tuttavia quel problema lo modifica geneticamente. Lo trasmuta da questione politica in questione democratica. In questione, cioè, filosoficamente più impegnativa.

Liberiamoci da Berlusconi, liberando Berlusconi. Diamogli la libertà che vorremmo noi stessi ri-acquisire. La libertà di comportarci in privato come più ci piace. La libertà di agire in pubblico assumendoci la responsabilità delle nostre azioni. Diamo a Berlusconi il salvacondotto che la sua sostanzialmente effimera attività pubblica merita. E poi ritroviamoci. Crescere insieme: non è questo l’obiettivo, democraticamente unificante nel quale tous ensemble potremmo riconoscere le ragioni del nostro stare insieme?

Quell’obiettivo è precluso al Berlusconi premier, ovvero all’imputato, che è tutore della certezza istituzionale ed al contempo dalla sua principale fonte di destabilizzazione. Se foste imprenditori, voi, se aveste la possibilità di contribuire al nostro Pil, vi battereste per il mantenimento del Berlusconi premier o per un sistema libero, contendibile, non ad personalmente immobilizzato? E vi sbattereste per mandare alla gogna il pover’uomo, o semplicemente per agevolarne l’indolore dipartita?

Le favole di Travaglio sui pm

Il Riformista

Le favole di Travaglio sui pm

di Stefano Cappellini  ilriformista.it   20110218

Chi ha detto che questo è un paese che non crede più alle favole? Ci crede, ci crede. Noi, per esempio…
©MAURO SCROBOGNA/LAPRESSE NELLA FOTO GUIDO CALVI
Chi ha detto che questo è un paese che non crede più alle favole? Ci crede, ci crede. Noi, per esempio, quando vogliamo estasiarci della presenza di menti ancora aperte ai piaceri della affabulazione più estrema, leggiamo Marco Travaglio sul “Fatto”. Che ieri, ancora una volta, non ci ha deluso.
Travaglio si è occupato di garantismo, a dimostrazione che il suo è un giornalismo che non teme niente e nessuno, al punto di spingersi in territori per lui inesplorati. Lo ha fatto recuperando (con ritardo) una intervista che Guido Calvi ha concesso al Riformista la scorsa settimana, nella quale l’ex parlamentare Ds e attuale membro laico del Csm deplorava gli ultimi sviluppi del circuito mediatico-giudiziario, quelli che, per dirla terra terra, permettono ai giornali di pubblicare atti giudiziari coperti da segreto istruttorio ormai in tempo quasi reale rispetto alle indagini.
Travaglio ci informa che «nelle mailing list dei magistrati» – alle quali deve essere iscritto ad honorem, presumiamo – l’intervista di Calvi ha fatto molto discutere, al punto che alcuni membri togati del Csm sarebbero intenzionati «a pretendere spiegazioni dal collega laico». E fin qui pare quasi una notizia. Poi Travaglio si dedica a contestare le (sacrosante) argomentazioni di Calvi.
In uno dei passaggi più significativi dell’intervista, Calvi – preoccupato del fatto che il proc—esso mediatico abbia fagocitato il processo vero e proprio – sosteneva: «Non credo affatto che esista un dovere per il giornalista di pubblicare ogni cosa… La formazione della prova rischia di essere influenzata proprio dalla simbiosi, dallo scambio reciproco di documenti fra magistrati e giornalisti». Contesta Travaglio: «La domanda – che si rincorre nelle mail di molte toghe – è semplice: quali prove ha Calvi che questo o quel magistrato “scambi” carte segrete con questo o quel giornalista?». Tiri fuori prove o nomi dello scambio, incalza Travaglio, oppure taccia per sempre.
Ora, su uno che chiede quali prove ci siano del fatto che esiste un passaggio di carte tra pm e giornalisti si possono formulare due teorie: la prima, Travaglio scrive sui giornali ma non li legge, ecco perché gli è sfuggito quel centinaio di migliaia di pagine che negli ultimi anni sono uscite zeppe di brogliacci telefonici. La seconda, Travaglio legge i giornali ma ritiene – se ne sarà convinto frequentando le chat togate – che la fuga di notizie dagli uffici giudiziari è l’unico reato del quale è bene disinteressarsi e che, comunque, non è mai colpa dei pm. Ecco perché crede alle favole. Ed è ammirevole alla sua età. Con questo pezzo Travaglio ha dimostrato quanto varie siano le muse ispiratrici del suo giornalismo. Lui si professa da sempre allievo di Indro Montanelli. Ma è giusto riconoscere tra le righe della sua prosa gli echi di un Esopo, dei fratelli Grimm, di Andersen e Collodi. Soprattutto Collodi.

Perché sempre due pesi e due misure?

Il Riformista

Perché sempre  due pesi e due misure?

di Antonello Piroso  ilriformista.it   20110218

Ma perché? Ma perché se difendo il diritto di Repubblica e del Giornale di fare tutte le inchieste che vogliono, non accodandomi però alle loro campagne, magari dissentendo, divento automaticamente un lacchè (di Berlusconi o di De Benedetti, a seconda di chi mi critica)?
Ma perché? Ma perché se difendo il diritto di Repubblica e del Giornale di fare tutte le inchieste che vogliono, non accodandomi però alle loro campagne, magari dissentendo, divento automaticamente un lacchè (di Berlusconi o di De Benedetti, a seconda di chi mi critica)?
Ma perché se a Sanremo Luca e Paolo irridono gli eterni duellanti, cioè Fini e il Cavaliere, con una parodia intitolata “Ti sputtanerò”, cantata sul palco dell’Ariston (dettaglio non trascurabile, e segno di un mutamento dei nostri costumi che può dispiacere, e a me dispiace, ma c’è ed è stupido negarlo), va bene, ma se poi la sera dopo sfotticchiano Roberto Saviano e Michele Santoro va molto meno bene, anzi: va male, perché è chiaro che sono stati obbligati a una sorta di “par condicio”, declassando subito i due artisti a servi sciocchi, o inutili idioti, che avrebbero subito il diktat senza protestare?

Ma perché se dico che l’uso e l’abuso delle irruzioni telefoniche nelle trasmissioni a lui sgradite da parte di Berlusconi mi disturbano, mi irritano e infine mi sorprendono pure (visto che le considero controproducenti e un solido contributo al “martirologio” del conduttore di turno) va bene, ma va molto meno bene se ricordo che mi infastidì, e parecchio, anche la telefonata altrettanto irrituale di Rosy Bindi nella sua qualità di ministro della Salute a uno spaesato Fabrizio Frizzi colpevole di ospitare Gianfranco Funari critico verso la sanità pubblica?

Ma perché se prima l’opposizione chiede al Capo dello Stato di non indire le elezioni politiche, neanche nell’ipotesi di un’evidente paralisi dell’attività parlamentare (magari perché alla Camera rischia di costituirsi una maggioranza diversa da quella che si realizza al Senato, o viceversa), dal momento che si deve verificare se vi siano le condizioni di andare comunque avanti nella legislatura con un governassimo, o un esecutivo tecnico, e dopo la stessa opposizione – magari confidando su sondaggi, volatili per definizione, finalmente favorevoli – chiede allo stesso Capo dello Stato di indire subito le elezioni perché così non è più possibile andare avanti (facendo finta di non ricordare che la spallata al governo Berlusconi – nata sull’onda della deflagrazione del rapporto tra il premier e Fini – il 14 dicembre non è andata a buon fine, come non andò a buon fine la spallata che Berlusconi portò contro il governo Prodi nell’autunno 2007, spallata poi realizzata da Walter Veltroni che annunciò la volontà del neonato Pd di andare da solo alle elezioni), io non posso rilevare la palese e strumentale contraddizione tattica, senza che per questo mi sfugga l’obiettivo strategico finale, cioè la cacciata dell’Usurpatore da Palazzo Chigi, essendo sempre stato il Cavaliere considerato tale da quella parte di intellighenzia “de sinistra” che la sera legge Kant («e cosa dovrebbe leggere, la Settimana enigmistica?» ha ironizzato sul Fatto Quotidiano il direttore di Repubblica Ezio Mauro, bollando di fatto le migliaia di lettori della rivista, tutt’altro che ignoranti per di più, come irrecuperabile “popolo bue”)?

Ma perché se Guido Calvi, per anni parlamentare del Pci fino ai Ds, e oggi componente del Csm, ragiona sui rapporti perversi tra una certa giustizia e una certa informazione, sostenendo che lo scambio continuo tra pm e giornalisti «nuoce alla formazione della prova» (che dovrebbe avvenire solo nel processo, e invece ormai si considera acquisita una volta che la notizia del presunto reato arriva sui giornali o in tv), e che la propalazione in tempo reale delle intercettazioni «è una vergogna» – posizione non dissimile da quella espressa da Luciano Violante, autorevole esponente del Pd, che ha bollato l’andazzo dello sputtanamento a mezzo stampa come un «unicum» italiano – viene subito portato sul banco dei virtuali imputati con l’accusa di «intelligenza con il nemico» e impiccato per alto tradimento delle posizioni, corrette e indiscutibili per antonomasia, dei manettari che sulla pubblicazione degli atti istruttori hanno costruito le loro modeste carriere?

Ma perché nel recensire positivamente “Gli imperfezionisti” di Tom Rachman, un libro che «racconta noi giornalisti per quello che siamo», con i nostri pochi splendori e le nostre troppe miserie, Repubblica riesce ieri a rilevare che manca qualcosa, ovvero la raffigurazione delle «ultime mutazioni genetiche determinate dallo scontro di inciviltà tra fazioni contrapposte e dal fervente desiderio di servire», dimenticando di segnalare quanto rilevato tre mesi fa (quando la sua opera è stata recensita dal Foglio) dallo stesso Rachman, collega che ha lavorato per anni a Roma e che ha studiato alla eccelsa scuola di giornalismo della statunitense Columbia University, a proposito di un’altra «mutazione genetica» avvenuta nella nostra professione alle nostre latitudini: «i giornali italiani sono ossessionati da litigi politici irrilevanti che interessano soltanto ai politici e agli altri giornalisti» e si smascherano malefatte soltanto «quando i magistrati passano le carte ai giornali»?

Ma perché, in nome di una avversione “senza se e senza ma” al modello politico, culturale, sociale, imprenditoriale ed editoriale di Silvio, dovrebbe starmi bene l’essere o venire intruppato in un fronte popolare composto non solo da persone stimabili come Enrico Letta o Matteo Renzi, con le quali si può provare ad andare oltre lo stucchevole antiberlusconismo di maniera, ma anche da figuri con i quali non c’è alcuna affinità elettiva, per quanto sono beceri, ottusi, cialtroni e pure paraculi nella difesa della loro rendita di posizione spacciata per un sovrano e disinteressato amore per le sorti del popolo italiano?

E perché se il popolo va alle urne e, al 51 per cento (percentuale convenzionale per indicare la maggioranza assoluta: per quella parlamentare basta molto meno, grazie all’orrenda legge “porcella”), non si esprime secondo i nostri desiderata, lo dobbiamo considerare irrimediabilmente e antropologicamente perduto, mentre se lo fa è un esempio di virtù e di operosa rettitudine? È dunque solo quel 2 per cento che fa la differenza tra la vittoria e la sconfitta a segnare la nostra salvezza morale o la nostra condanna eterna?

PROVOCAZIONE: alla Ue piacciono i clandestini? Portiamoli in Francia

Il Giornale – PROVOCAZIONE: alla Ue  piacciono i clandestini?  Portiamoli in Francia – n. 41 del 16-02-2011

PROVOCAZIONE: alla Ue piacciono i clandestini?  Portiamoli in Francia

di Paolo Granzotto  ilgiornale.it   20110216

L’Europa è «patria comune» solo finché fa comodo. Poi arrivano migliaia di immigrati che vorrebbero andare Oltralpe. Ma lì fanno gli gnorri. Aiutiamoli a raggiungere la meta
La nostra patria comune. Bellissimo, a chi piace il genere, sentirselo ripetere. Pa­tria comune, l’Europa, e dunque senza frontiere: ciascuno va dove vuole e addio a quella vestigia cartacea dell’imperialismo che è il passaporto. Lo sanno ancor meglio di noi le migliaia di tunisini che stanno sbarcando a Lampedusa.

Non un’isola, non il primo lembo all’orizzonte di terra ita­liana. Ma portone d’ingresso dell’Europa. Sbarcati a Lampedusa, sbarcati nella pa­tria comune. Ciò che oggi,con l’emigrazio­ne di massa e il serio rischio che s’ingrossi sempre più a seguito delle vittorie delle piazze nordafri­cane, crea qualche proble­ma, e non solo logistico. Per le anime candide, o semplicemente ipocrite, che si battono per una più generosa politica dell’ac­coglienza – nessun respin­gimento, nessun rimpa­trio forzoso, ma braccia aperte a chiunque raggiun­ge il paese di Bengodi – il problema è di coscienza. Questo perché l’arrembag­gio tunisino sia portato non da povera, poverissi­ma e disgraziata gente, se­condo il cliché del dolente migrante.

Ma da uomini (donne, pochissime) bene in salute e non certo cen­ciosi, i quali non vengono da noi in cerca di carità, ma più che altro desidero­si di cambiar aria. Avendo scoperto che se sotto la ti­rannide s i stava male i n de­mocrazia si può stare an­che peggio, càpita, rime­diano trasferendosi oltre­mare. Scegliendo le vie spicce dell’«emergenza umanitaria». Risulta poi che la maggio­ranza di loro, già di lingua francese e con almeno mez­z a tribù di parenti residen­ti in Francia, non intenda sostare in un centro d’acco­glienza, m a proseguire per Modane o Ventimiglia, var­care impunemente l’ex frontiera abolita con gli ac­cordi di Schengen e scia­mare nell’Exagone. Taglia­ti dunque fuori dai giochi i nostri solidaristi e multi­culturalisti in servizio per­manente effettivo, cui vie­ne meno la leva della pie­tas, la patata bollente pas­sa dunque nelle mani dei ben più pragmatici france­si.

I quali fanno sapere, per bocca del ministro degli Af­fari europei, monsieur Lau­rent Wauquiez, che la Fran­cia non intende accogliere i tunisini – salvo che in casi «molto marginali», una mezza dozzina, forse – per­ché «non occorrono premi all’immigrazione illega­le ». Giusto, anzi: giustissi­mo. Però non ci siamo. Non ci siamo per via del­la patria comune, di Schen­gen, degli Ideali, dei Valori e dei Princìpi europei. Eu­ropeisticamente parlando la Francia non c’è più, la Francia comincia a Lampe­dusa e finisce a Riga. Non essendoci più non spette­rebbe nemmeno a Parigi dare una lezione all’immi­grazione clandestina, spet­ta all’Unione, fornita per al­tro di un capintesta, Her­man van Rompuy, e di un ministro degli Esteri (e del­la Sicurezza!), la baronessi­na Catherine Ashton. Gli arrembanti di Lampedusa dimostrano, infatti, che il problema è dell’Europa che se si è voluta senza frontiere interne, non può far finta che non ne esista­no di esterne, perimetrali, le quali vanno difese, sem­pre nell’interesse comuni­tario, dalla pressione del­l’immigrazione clandesti­na.

Trattando con decisio­ne con i governi delle na­zioni che più alimentano il flusso per costringerli, con le buone o con le cattive, a ostacolare le partenze. E montando la guardia per impedire fisicamente gli ar­rivi. Non si chiede, nel no­stro caso, l’invio di una task force (mandata però al largo della Somalia per proteggere il naviglio mer­cantile dai pirati), basta la nostra di marina, purché una direttiva comunitaria – e quindi santa – l’autoriz­z i a fare sul serio: aggancia­re barche, barconi e barchi­ni per ricondurli all’istan­te al porto d’origine. Ma­lauguratamente l’Europa seguita a fare lo gnorri me­nando a più non posso il can per l’aia.

Non ci resta quindi che sbrigarcela da soli. E il modo migliore, an­zi, l’unico, è d i acconsenti­re, con un gesto umanita­rio ad alta valenza etica e civile, ai desideri, alle aspettative di quei poveri emigranti nostri fratelli. Predisponendo subito dei convogli per instradare i tu­nisini sulla via della Fran­cia, cosa che è nel nostro pieno diritto, che non viola – e vorrei vedere – nessuna norma internazionale e co­munitaria, nessun articolo della convenzione sui dirit­t i dell’uomo. Una volta che vi abbiano messo la punta del piede, in Francia, ve­dremo come se la caverà monsieur Wauquiez. Pro­babile che chieda l’inter­vento dell’Europa e anche in questo caso staremo a vedere cosa risponderà, la patria comune.

Quella « Italia migliore » con la bava alla bocca

Quella « Italia migliore » con la bava alla bocca – Rubrica Cucù – ilGiornale.it del 15-02-2011

Quella « Italia migliore » con la bava alla bocca

di Marcello Veneziani  ilgiornale.it   20110215

Ho una lectio sull’unità d’Italia, il teatro è pieno ma non si può cominciare perché suona l’al­larme antincendio e ogni volta che lo spengono riprende. Non mi volevano far parlare
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Questa piccola storia è l’esempio per­fetto in miniatura di quel che sta suc­cedendo in Italia. Lucera, Teatro Gari­baldi, domenica scorsa. Ho una lectio sull’unità d’Italia, il teatro è pieno ma non si può cominciare perché suona l’al­larme antincendio e ogni volta che lo spengono riprende. Tardiamo, rischio di non parlare, invertiamo il program­ma, prima il concerto. Finalmente l’al­larme cessa. Parlo. Alla fine, gli organiz­zatori mi dicono che hanno beccato un uomo e una donna che azionavano l’al­larme per impedirmi di parlare, perché, a loro dire, «non sono gradito a Lucera».

Chi lo stabilisce il gradimento? Non il pubblico che è numeroso e caloroso nei miei confronti, né il Comune, la polizia, il tribunale. Lo decidono due cretini di sinistra che si arrogano di parlare nel no­me della verità e della città e di decreta­re chi ha diritto e chi no di parlare. In precedenza qui sono venuti scrittori di sinistra come Odifreddi e Boldrini ma nessun cretino di destra è andato a boi­cottare l’incontro. Si vede che il cretino di destra è garbato, e se uno non gli pia­ce, non va a teatro. I due cretini di sini­stra se ne fregano dei diritti della mag­gioranza del pubblico, se ne fregano che la sinistra ha potuto parlare in liber­tà, se ne fregano di quel che dirò, magari criticandomi dopo avermi ascoltato. No, vogliono impedirti di parlare, rifiu­tano a priori che tu esista, e non poten­do eliminarti, ti negano la parola.

Come fanno i giornali di sinistra che fingono che tu, di destra, non esista. Quei due cretini non sono isolati. Ricevo ogni gior­no insulti da cretini di sinistra, per posta elettronica, sui blog, sul sito del Giorna­le , perché non la penso come loro e dun­que sono un venduto; disprezzano pure i miei libri senza averli mai letti. Mi odia­no perché sono di destra e non della de­stra al loro servizio, ma considero prefe­r­ibile questa specie di centrodestra ai lo­ro compagnucci. Ecco, quei due cretini sono un campione perfetto di molta sini­stra di piazza, di stampa, di toga, di nien­te. Con la bava alla bocca e al cervello. Fate un monumento allo Stupido Igno­to, di sinistra; simbolo dell’Italia che Eco giudica migliore.

In mutande ma vivi. E’ ora di smascherare il pulpito indecente da cui predicano i puritani

In mutande ma vivi. E’ ora di smascherare il pulpito indecente da cui predicano i puritani – [ Il Foglio.it › La giornata ]

di redazione  ilfoglio.it  20110208

Ma siamo sicuri che non ci sia un pezzettino d’Italia indisponibile come noi a darla vinta ai puritani del Palasharp e di Repubblica? Possiamo riunire in un teatro milanese gente per cui il partito dei pm militanti, delle intercettazioni e delle pornogallery, dello spionaggio ad personam e dell’ipocrisia moralistica is unfit to lead Italy, come disse un tempo l’Economist di Berlusconi? Siamo in mutande, ma vivi. E con William Shakespeare, che conosceva vita e passioni del mondo meglio di Eco e Zagrebelsky, possiamo ben dire quel che dice il suo immortale sonetto 121.

“E’ meglio esser vili che esser ritenuti tali, / perché il non esserlo produce lo stesso quell’accusa; / e si perde un lecito piacere non perché sia vile, / ma perché da altri è così pensato. / Perché mai falsi occhi corrotti di altri / dovrebbero intromettersi coi capricci del mio sangue? / E, per i miei vizi, perché più viziose spie / dovrebbero giudicare male quel che io ritengo un bene? / No, io sono quel che sono: e quelli che se la prendono / con le mie colpe non fanno i conti con le loro. / Posso essere onesto e loro possono esser falsi, / ma i miei fatti non vanno giudicati dai loro sospetti; / a meno ch’essi non arrivino a questa pessima conclusione: che tutti gli uomini sono cattivi e trionfano nel proprio male”.

Siamo una piccola comunità di lettori. Forse dobbiamo di nuovo mobilitarci come possiamo e sappiamo. Con l’obiettivo di smascherare una minoranza etica rumorosa, ricca, compatta, sicura di sé, che vuole ripulire l’Italia in nome di criteri fondamentalisti e totalitari. Le minoranze etiche spesso sono rispettabili. Vedono quello che non vede l’uomo comune impigliato nella vita quotidiana. Nel nostro passato seppero essere eroiche, testimoniarono in molti modi l’idealismo introvabile nei “costumi degli italiani” e nel loro “stato presente” che dura dai tempi di Leopardi, da due secoli almeno (un paginone all’interno parla di questo). Ma questa minoranza etica è diversa dalle altre. E’ mossa da orgoglio, da superbia, da interessi consolidati e visibili. E fa un uso smodato della morale, fino a ferire il significato, la forza residua e l’autonomia della politica repubblicana. Della stessa democrazia liberale, alla quale oppongono un inaudito idolo virtuoso che chiamano Costituzione.

Dicono che il presidente del Consiglio si comporta male, e magari non si è comportato meravigliosamente bene in parecchie occasioni. Ma è questo il problema? Siamo convinti di no. Il problema è che vogliono mettergli le mani addosso per evidenti ragioni politiche alimentate da spirito facinoroso e da avversione antropologica a un’Italia popolare rigettata e odiata; ma non basta, dichiarano di voler “andare oltre” Berlusconi, bandiscono una crociata puritana in cui arruolano anche i tredicenni, allagano ogni spazio informativo gridando alla libertà di stampa conculcata, parlano con disprezzo del denaro di cui hanno piene le tasche e le menti, si intromettono nei capricci dell’altrui sangue senza fare i conti con le loro colpe, agitano il corpo femminile come un simbolo di vergogna. Spiano, intercettano, guardano dal buco della serratura e stanno inculcando in una generazione di italiani il disprezzo per la politica. Una minoranza etica degna del suo nome dovrebbe sapere distinguere tra conflitti politici e funzionamento delle istituzioni.

Questi virtuosi talebani, che però rischiano niente e hanno un mondo da guadagnare, devono essere messi in discussione da un’Italia che non si sente superiore e non pretende per sé il crisma della purezza virginale. Perché non diamo vita a una campagna di passione e denuncia pubblica? Che ne dite? Vi sentite di far parte di una minoranza che non ha niente da insegnare ma non accetta prediche da pulpiti privi di decenza e di senso del limite?

Inchiesta fra ragazze sulla questione delle mutande: tenerle o toglierle? E toglierle, se non ora, quando? Né Maria Goretti né Boule de Suif, forse entrambe

Inchiesta fra ragazze sulla questione delle mutande: tenerle o toglierle? – [ Il Foglio.it › La giornata ]

Inchiesta fra ragazze sulla questione delle mutande: tenerle o toglierle?
E toglierle, se non ora, quando? Né Maria Goretti né Boule de Suif, forse entrambe

di redazione (inchiesta)   ilfoglio.it   20110207

« Se un uomo si dichiara femminista non c’è un minuto da perdere: su le mutande e via, senza pensarci un minuto”. Lo scriveva Natalia Aspesi nel 1978 in “Lui! Visto da Lei” (Bur), quando la faccenda dei femministi (signori che in questi giorni si sentono offesi non per la propria, sempre intatta, ma per la nostra dignità) e la questione delle mutande (tenerle o toglierle, e toglierle, se non ora, quando) sembrava perfino più semplice di adesso. La liberatoria certezza, volendo andare un po’ a slogan, “né puttane né madonne, siamo solamente donne”, non è più così certa, poiché si corre a specificare, in appelli, piazze e cambi di foto su Facebook in cui si mette Virginia Woolf al posto della nostra faccia forse non sufficientemente dignitosa, che non siamo per niente zoccole. “Le femmine d’Italia son disinvolte e scaltre e sanno più de l’altre l’arte di farsi amar. Nella galanteria l’ingegno han raffinato: e suol restar gabbato chi le vorrà gabbar”: Gioacchino Rossini (“L’italiana in Algeri”) amava le femmine d’Italia, e anche qui le si adora e si sa che non resteranno gabbate, costrette a dividersi fra ragazze per bene e ragazze per male, a essere “madonne” (madonnina infilzata, mi chiamava mia nonna quando mi lagnavo di qualche terribile ingiustizia, paragonabile a quelle che Luciana Castellina, magnifica fondatrice del manifesto, annotava quindicenne nel suo diario, appena uscito per Nottetempo: “Le maledette tette sono ancora solo accennate”).

Le femmine d’Italia non si divertono con lo spettacolo spiato ad Arcore e nei telefoni cellulari circostanti, non sostengono ringhiando, tendenza Santanchè, che non ci sia nulla di cui parlare (e si potrebbero scrivere nuovi romanzi su uomini che, si infiamma la scrittrice Barbara Alberti, “pagano le donne per non entrare in intimità con loro, che non sanno cos’è il sesso”); osservano Ruby con il politicamente scorretto istinto di darle due schiaffi materni e chiuderla in casa la sera coi mutandoni di lana. Ma mai mai mai con disprezzo anti femminile, mai con il senso dell’onta di genere, mai con il santino in mano di Maria Goretti, per dare ragione oggi a Enrico Berlinguer che la proponeva, allora, alle compagne come modello di femminilità da copiare. Anna Bravo, femminista e storica del movimento delle donne (raccontato in “A colpi di cuore”, Laterza), spiega: “Non partecipo ai movimenti di questi giorni, non ho firmato alcun appello e non andrei mai in piazza contro altre donne. Mi dispiace che non riusciamo a inventarci qualcosa di bello, di vitale, di diverso, qualche forma di disturbo della mascolinità, invece di continuare ad autopunirci”. Luisa Muraro, filosofa e femminista, ha detto una cosa assai chiara: “Sono molto critica verso la separazione fatta da Concita De Gregorio fra quelle che non si prostituiscono, alle quali lei si rivolge, e quelle che si prostituiscono, escluse da ogni considerazione. Io sono impegnata politicamente per la libertà femminile e lotto contro ciò che la ostacola: la ostacolano gli uomini che usano i loro tanti soldi per ridurre il corpo femminile a merce; ma le donne che vanno a questo mercato, io sostengo, hanno una soggettività che non mettono in vendita e perciò vanno prese in considerazione. Altrimenti, dalla politica si scade nel moralismo”.

Quelle che si ricordano le lotte per la libertà di allora si arrabbiano adesso: “Ci eravamo giurate trent’anni fa di non fare mai politica a spese delle donne, e adesso guarda, le divisioni fra buone e cattive”. Continua Anna Bravo: “Non sentivo cose del genere da quarant’anni. Le cattive e le buone, le puttane e le sante: non fatemi diventare perbene e santa, vi prego”. Le femmine d’Italia non vogliono essere sante (“Sono una femminista, non una donna per bene”, dice la scrittrice e giornalista Paola Tavella; “Una donna non può star bene se non è anche un po’ per male”, Anna Bravo), e basta Colette per capire che la tentazione ha molte sfaccettature, e la faccenda delle mutande, tra l’altro, ognuna di noi la porta dentro nel modo che sceglie, e con i segreti che ha.

Intervistata post festini di Arcore, Natalia Aspesi, che pure ha firmato appelli e ha fatto su MicroMega il ritratto della donna del berlusconismo, ha ripetuto una sua convinzione antica: “Credo che essere un puttanone debba dare tante soddisfazioni… Non lo so, io non lo sono stata purtroppo. Per essere un puttanone prima di tutto bisogna essere bellissime, io ero bruttarella ma mi sono molto divertita lo stesso, adesso sono vecchia purtroppo. Spasimanti ne ho avuti, ma i puttanoni ne hanno tanti. Non ritengo che essere un puttanone sia negativo, è una forma di potere che si può esercitare finché si è giovani. E siccome quel tipo di vita fa parte della vita di una donna da sempre, io non mi sento offesa, è il contesto che mi offende. La seduzione riguarda la vita di tutte le donne e, in caso di lavoro, convincere delle proprie capacità anche con il corpo, va benissimo, capita spesso e talvolta è anche molto piacevole: i capi non sono tutti vecchi e brutti. Si può fare il puttanone nel periodo di preparazione a quel che sei, che diventerai, può essere divertente, ai miei tempi purtroppo non si usciva neanche la sera, ma ci deve essere poi il tempo di fare la propria strada e non si può stare in un Consiglio regionale a venticinque anni per quel tipo di meriti. Certo, la storia ci dice che se queste ragazze fossero più sveglie avrebbero in mano non solo il premier ma tutte noi. Ho sempre come esempio le amanti del Re Sole, belle e intelligentissime”.

La scrittrice trentenne Chiara Gamberale ha in mente Honoré de Balzac, “Splendori e miserie delle cortigiane”, e il padre di Anna Bolena che, nella serie televisiva americana “I Tudors” le consiglia di mettersi nel letto del re (“Tu saprai come farlo impazzire”: sembrano i parenti delle ragazze coinvolte nelle notti di Arcore), e Anna Bolena stessa che quando capisce che la preferita è diventata un’altra, Jane Seymour, fa girare pettegolezzi sulla virilità del re. “Quando c’è un uomo con un forte narcisismo – dice la Gamberale – va da sé che attiri un certo tipo femminile, che cerca lo sfruttamento reciproco e mai il confronto: il narcisista vuole possedere, ma appena ha posseduto deprezza ciò che ha, e intanto le cortigiane mirano alto, vogliono il potere, la corona, il rituale della vestizione. In questa storia dei festini di Arcore posso sentirmi offesa come cittadino, perché mi tolgono qualcosa che è mio quando Nicole Minetti viene nominata nel Consiglio regionale della Lombardia, ma non come donna, perché il modo che hanno le ragazze di Arcore di gestire la loro femminilità non toglie niente al mio”.

A proposito di cortigiane, in un meraviglioso libro di Benedetta Craveri, “Amanti e regine” (Adelphi), Madame du Barry, prostituta dei bassifondi sedusse Luigi XV e “non si fece intimidire dal suo regale cliente e si comportò con la sfrontata sicurezza di una professionista dell’eros, decisa ad avvalersi di tutti i segreti del mestiere. A cominciare dal suo celebre ‘baptême d’ambre’, che faceva sempre molto colpo”, e che qui non si intende dettagliare. Luigi non poté più fare a meno di lei e la impose a corte, dove divenne “maîtresse en titre” (finì ghigliottinata, dopo la Rivoluzione, proprio lei, figlia del popolo che non aveva mai conosciuto l’orgoglio aristocratico). Si dà e si chiede, si offre e si pretende, il mondo è rigonfio di questi scambi, i letti per fortuna non possono ancora parlare, e Michela De Giorgio, studiosa del movimento delle donne, che guarda l’Italia da Berlino e sta scrivendo adesso un libro intitolato: “La bella italiana, storia del corpo femminile dall’Unità a oggi”, racconta le sartine torinesi di inizio Novecento, indagate nel libro di Robert Michels, “Dove va la morale sessuale”, del 1912: osavano portare i cappelli che le midinette parigine non portavano, si concedevano ai clienti nei caffè, nelle sale da ballo, per una borsetta e un cappotto da cinque lire, e contravvenivano al divieto di confezionarsi abiti uguali a quelli che facevano per le signore. Scambiavano favori con favori, consapevolmente, e senza farsi chiamare puttane”.

Secondo Franca Chiaromonte e Letizia Paolozzi “ad Arcore c’è stato uno scambio nel quale, piaccia o no, quelle ragazze erano la controparte. Il femminismo ha pure lavorato per riconoscere l’autonomia di ogni donna: non esiste un modello unico di comportamento femminile. Care sorelle di sesso, certo c’è da discutere sul fatto che alcune o numerose donne scelgano di vendere il proprio corpo a chi ha tanto potere per ricavarne vantaggi. Ma cerchiamo di non ricadere nella misoginia e nel moralismo. Anche perché mentre le brave ragazze vanno in Paradiso, le cattive sono dappertutto”. E allora, se bisogna stare da qualche parte, viene l’istinto di mettersi fra le cattive: “Se andrò alla manifestazione, mi metterò dietro lo striscione delle prostitute”, dice Ritanna Armeni, giornalista, scrittrice e femminista. “Istintivamente ero contro questi appelli, contro la manifestazione: le donne non hanno niente da cui difendersi, lo squallore è maschile e fastidioso esteticamente. Capisco e ascolto però nelle giovani donne, questo senso profondo di ingiustizia, come se solo le belle avessero diritto a qualcosa in più, ma non possiamo proporre in alternativa un modello morale, punitivo, sacrificale: da una parte le puttane, l’infima minoranza da cui distinguersi, e dall’altra quelle che faticano ad arrivare a fine mese, le precarie, le sante, le laboriose, le pure. Sai che soddisfazione: è un errore, dobbiamo invece proporre alle donne un modello di leadership, non l’infelicità. L’iniziativa delle donne che si sentono offese nella dignità e che prendono le distanze dalle ragazze di Arcore rischia di abdicare a quanto di eversivo e rivoluzionario c’è stato nel femminismo”.

Ritanna Armeni è arrabbiata. Sia con le donne politiche di destra che negano il problema (“vorrei che il ministro Carfagna dicesse qualcosa invece di rinchiudersi nel proprio perbenismo”), sia con le femministe di allora che “non possono non capire che un’iniziativa del genere ci rende di nuovo subalterne a un modello bacchettone, che la persecuzione delle ragazze dell’Olgettina distrugge il significato eversivo delle nostre lotte di allora, quel che abbiamo costruito. E’ come vedere ritornare l’esempio sacrificale, che è quello con cui sono cresciuta io e che detesto: dovremmo proporre l’audacia, il coraggio, andare alla conquista del mondo per farlo come piace a noi”. Marina Terragni, giornalista e scrittrice, vuole andare all’attacco: “Ecco, se invece di scendere in piazza per dire che le donne hanno una dignità si scendesse per dire che questo paese ha già una premier bell’e pronta, ed è Rosy Bindi, forse sarebbe meglio”. Rosy Bindi secondo Barbara Alberti (inferocita con le ragazze di Arcore non per perbenismo ma perché “credo che si possano permettere delle avventure più esaltanti, che possano usare il libero arbitrio per qualcosa di meglio”) è anche infinitamente più bella del premier, che pure osa prenderla in giro, “stupenda, con quella faccia da monaca che sprizza salute”, e la indiscutibile bellezza, anche se gonfiata a dismisura, accomuna insieme alla giovinezza le ragazze dello scandalo (“Più sei giovane più sei adatta a fare il puttanone: dopo diventa ridicolo”, spiega Natalia Aspesi).

Secondo Sigmund Freud, ricorda Michela De Giorgio, “le romane sono le più belle di tutte, ognuna è una statua”. Franca Fossati, femminista, nota che fra le donne giovani, fra i venticinque e i trent’anni, grava sulla bellezza un senso di ingiustizia e spaesato rancore: ho le gambe corte e non sono bella come la Carfagna, che sarà di me?, e da un sondaggio di Renato Mannheimer emerge una triste assenza di sogno: vorrei insegnare all’università ma finirò per fare la commessa, vorrei andare sulla luna ma starò seduta in un call center, “una cosa che ai nostri tempi non esisteva: eravamo tutti protesi ad affermare la nostra individualità, pensavamo di cambiare il mondo, nulla ci preoccupava e nulla avrebbe potuto deprimerci, c’era una generale incoscienza che però potevamo permetterci, e le belle magari andavano a letto con il leader, ma non si conquistavano per questo posizioni di potere, suscitavano la solita invidia che suscitano le belle e basta”. Il problema è il senso di nulla, di vuoto, un orizzonte plumbeo e ristretto che toglie luminosità, ma “Concita De Gregorio, con il suo appello, non propone nulla se non un grigiore rancoroso che non fa bene alle donne, non le scuote, ma anzi le incita a lamentarsi e a prendersela con altre donne, contribuendo perfino a coltivare il tabù della prostituzione, dalla quale in realtà nessuna donna può tirarsi fuori. E come al solito non c’è un pensiero maschile, ma si rovescia tutto su di noi: siamo noi che dobbiamo pensare, indignarci, farci il controcanto, manifestare”.

Gli uomini, in effetti, si indignano al massimo per la nostra dignità violata, ma mai li ha sfiorati l’idea di interrogarsi sulle proprie debolezze (“La mia parte femminile è molto incazzata”, ha detto Tiziano Scarpa, e Michele Placido si sente offeso da Arcore “in quanto compagno di una donna giovane”), lasciano alle femmine d’Italia il compito di arrabbiarsi per qualcosa che riguarda gli uomini molto da vicino (in una famosa osteria di Trastevere, l’altra sera, un gruppo di ragazzi molto rumorosi ha alzato i calici per Nicole Minetti, “un genio, un idolo”, e alcuni signori sinceri hanno ammesso nell’intimità, dopo aver controllato l’assenza di cimici dalla stanza, che “non si può dire ma lei è il sogno di tutti gli uomini: paga le bollette, porta le amiche, è automunita”). Anche per questo Paola Tavella dice: “L’onta ricade sulla sessualità maschile, non certo sulla mia. Non vado in piazza perché ho smesso di pulire dove i maschi sporcano quando ero ancora una ragazzina”.

Barbara Alberti riporta alla memoria una bellissima novella di Guy de Maupassant, “Boule de Suif”, in cui una rubiconda prostituta, in fuga da Rouen invasa dai prussiani, nel 1860, è all’inizio mal tollerata dai compagni di viaggio, che però accettano il cibo che lei porta nel cesto, poi spinta a concedersi a un ufficiale prussiano che altrimenti non li lascerà passare. Lei non vuole perché è patriottica, ma si immola per la causa, e i viaggiatori “per bene” alla fine continuano a disprezzarla e ad emarginarla, quasi “che l’unico ruolo della donna su questa terra fosse un perpetuo sacrificio della propria persona”. Il perpetuo sacrificio è anche convincersi che fuori dal circuito tette e culi non ci sia speranza per fare qualcosa di bello, perpetuo sacrificio è credere che tette e culi ci offendano e che abbiamo bisogno di mettere Maria Montessori sul profilo di Facebook per significare la nostra diversità (alcune, per allegra protesta anti bacchettona, mettono le pornostar), perpetuo sacrificio è donne contro le donne, donne per bene con la dignità e per male senza la dignità. “Le ragazze di Arcore non mi tolgono nessuna dignità – dice Franca Fossati – sarebbe regressivo pensare che la mia vita e la mia storia personale possano essere oltraggiate da questa vicenda”. “Andare in piazza per dire ‘non sono una prostituta’ ma una giornalista la sento come una miseria troppo grande per una donna – scrive sul blog Marina Terragni – una specie di excusatio non petita che le donne di questo paese non devono sentire di dover dare. Per niente empowering. Mi sentirei ritirata indietro in una miseria femminile che non c’è più, se mai c’è stata. Le donne sono protagoniste della vita sociale ed economica del paese, la miseria è della politica che non si avvale della loro grandezza, della loro forza e della loro intelligenza. E’ questo protagonismo femminile che le nostre figlie devono vedere”. La dignità femminile è cosa troppo seria per perderla in un paio di mutande che volano sull’abat-jour, ma le femmine d’Italia devono essere più scaltre, inventarsi qualcosa di grande, evitare di farsi trattare come Boule de Suif.

In un monologo di Stefano Benni (da “Le Beatrici”, appena uscito per Feltrinelli), c’è una signora benvestita, dall’aria decisa, sta dietro una scrivania-cucina, dietro pentole e documenti, parla al telefono: “Allora, questo favore… sì certo è un onore per te… (rivolta al pubblico) Uffa c’è un limite, io sono circondata da ruffiani, ma questo esagera… Zitto!… Va bene, sono la migliore di tutte, lo so… allora… ho qui una lista di nomi… di rompiballe che vogliono fare la televisione… Attori? Che ne so, sono amici di amici, amanti, reggipalle eccetera… hai solo una parte da centurione? Va bene, è sempre un soldato, va bene…io te lo mando, poi cazzi tuoi”. Arriverà quel momento, saremo al potere, avremo intorno file infinite di adulatori, e saremo molto migliori di così (dopo qualche piccola ma tremenda vendetta).

E la Corte di Cassazione dà lezioni di giornalismo al Fatto Quotidiano…

E la Corte di Cassazione dà lezioni di giornalismo al Fatto Quotidiano… – Interni – ilGiornale.it del 01-02-2011

E la Corte di Cassazione dà lezioni di giornalismo al Fatto Quotidiano…

di Redazione  ikgiornale.it   20110201

Rigettato un ricorso di Peter Gomez per una causa di diffamazione del premier. La Corte: « Il compito del giornalista è quello di dare notizie, ma un cronista non può mai suggestionare »

Roma – Il compito del giornalista è quello di dare notizie, ma un cronista non può mai suggestionare i cittadini. L’assioma sembra scontato, ma di questi tempi il giornalismo militante miete vittime. La Corte di Cassazione tira le orecchi al Fatto Quotidiano. Troppo spesso, l’edicola diventa un’aula di tribunale e si propone ai lettori « un processo agarantista » dinanzi al quale l’imputato ha come unica garanzia di difesa, la querela per diffamazione » L’Alta Corte rigetta così il ricorso del giornalista Peter Gomez contro la sentenza con cui la Corte d’Appello di Roma aveva dichiarato prescritto il reato di diffamazione ai danni del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi.

Le competenze dei giornalisti La quinta sezione penale della Suprema Corte ha ribadito, con la sentenza numero 3674 depositata oggi, che « è diritto della collettività ricevere informazioni su chi sia stato coinvolto in un processo penale o civile, specialmente se i protagonisti abbiano posizioni di rilievo nella vita sociale, politica o giudiziaria ». Proprio per questo « rientra nell’esercizio del diritto di cronaca giudiziaria riferire atti di indagini e atti censori, provenienti dalla pubblica autorità, ma non è consentito effettuare ricostruzioni, analisi, valutazioni tendenti ad affiancare e precedere attività di polizia e magistratura, indipendentemente dai risultati di tali attività ».

A ciascuno il proprio compito Insomma, « a ciascuno il suo », scrivono i giudici di Piazza Cavour. « Agli inquirenti il compito di effettuare gli accertamenti, ai giudici il compito di verificarne la fondatezza, al giornalista il compito di darne notizia, nell’esercizio del diritto di informare, ma non di suggestionare, la collettività ». Infatti, si legge ancora nella sentenza, « è in stridente contrasto con il diritto-dovere di narrare fatti già accaduti, senza indulgere a narrazioni e valutazioni ‘a futura memoria’, l’opera del giornalista che confonda cronaca su eventi accaduti e prognosi su eventi a venire: in tal modo egli, in maniera autonoma, prospetta e anticipa l’evoluzione e l’esito di indagini in chiave colpevolista a fronte di indagini ufficiali né iniziate nè concluse, senza essere in grado di dimostrare la affidabilità di queste indagini private e la corrispondenza a verità storica del loro esito ».

I rischi per il cittadino La Cassazione spiega infatti che « si propone ai cittadini un processo ‘agarantista’ dinanzi al quale il cittadino interessato ha come unica garanzia di difesa, la querela per diffamazione ». Condivisibile, dunque, osservano gli ermellini, il verdetto di giudici d’appello, che avevano escluso nel caso in esame il corretto esercizio del diritto di cronaca: « Il giornalista ha integrato le dichiarazioni della fonte conoscitiva con altri dati di riscontro, realizzando la funzione investigativa e valutativa rimessa all’esclusiva competenza dell’autorità giudiziaria » e « l’assenza di verità dei fatti narrati », cioè di « finanziamenti di provenienza mafiosa all’ascendente manager dell’informazione e del trattenimento televisivi », conclude la Suprema Corte, « comporta l’evidente carica diffamatoria della narrazione e la totale assenza di evidenza del corretto esercizio del diritto di cronaca giudiziaria ».

Oggi il boia usa le intercettazioni

Oggi il boia usa le intercettazioni – PRIMO PIANO – Italiaoggi

Oggi il boia usa le intercettazioni

di Piero Laporta prlprt@gmail.com  italiaoggi.it   20110201

Se Silvio Berlusconi fosse vissuto nel XIII secolo, a mente della bolla «Ad exstirpanda», di papa Gregorio IX, sarebbe stato affidato due volte alle cure del boia: la prima per essere torturato sino alla piena confessione, in quanto blasfemo e libertino, la seconda per giustiziarlo. Tanto la tortura quanto il supplizio finale dovevano darsi «ut quam clementissime et sine sanguinis effusionem puniretur», con grande clemenza e senza spargimento di sangue. La tortura non aveva lo scopo di far soffrire il reo, bensì farlo confessare grazie alla sofferenza. Se poi l’esercitasse un boia psicopatico che ne godeva, era tutt’altro affare.

Ogni potere, quantunque pieno e incontrollato, pure come quello che schiacciò Aldo Moro, necessita di ritualità, regole, processi e confessioni per autogiustificare l’immonda sopraffazione. Pochi ricordano oramai che mentre taluni magistrati della repubblica italiana si facevano sfuggire Cesare Battisti, il Kgb celebrava i suoi processi con propri tribunali annessi alle celle di tortura, dove gli inquisiti erano inesorabilmente portati alla confessione, con l’uso di droghe che ne minavano la volontà sine sanguinis effusionem puniretur; solo dopo si infliggeva il supplizio finale.

La tortura, quella dell’Inquisizione come quella imposta a Moro secondo i metodi del Kgb, si proponeva di annullare la personalità dell’inquisito, privarlo della sua dignità, consegnandolo al tribunale solo in quanto colpevole. In democrazia il processo non può formalmente seguire le orme dell’Inquisizione o quelle del, per taluni compianto, Kgb. Il metodo inquisitorio, statuito da papa Lucio III nel XII secolo, sopravvive nelle nostre aule di, diciamo così, giustizia, sostituendo la tortura con le intercettazioni, i cui esiti, lanciati sulla folla assatanata, echeggiano nel web come un tempo lungo le valli le confessioni dei torturati. L’effetto è persino più efficace in quanto la confessione del condannato è superflua e le testimonianze sono in qualche modo pilotate dallo stesso analogo volgo assatanato che poi s’aggruma intorno al rogo, dileggiando il malcapitato. Le testimoni o sostengono l’accusa o sono donne di malaffare, non c’è scelta con la stessa determinazione che suggeriscono i manuali dei tempi bui, traboccanti di suggerimenti per indurre le testimoni a sostenere i capi d’accusa con dichiarazioni inequivoche, per le amorevoli sollecitazioni del boia.

Nessuna meraviglia se i medesimi puteolenti aggregati, accaniti contro la chiesa per l’Inquisizione, per l’irruzione nelle camere da letto e sotto le lenzuola, gli stessi che salmodiano di Galileo, fra’ Dolcino e Giordano Bruno, i medesimi che uccisero Aldo Moro prima di Bettino Craxi, gli stessi calunniatori di Giovanni Leone, oggi s’avventino su inquisito e testimoni con le bobine, come nel Medio Evo il boia coi ferri roventi dell’Inquisizione.