La riforma della giustizia con Fini non si farà mai

La riforma della giustizia con Fini non si farà mai – I COMMENTI – Italiaoggi

La riforma della giustizia con Fini non si farà mai

di Pierluigi Magnaschi    italiaoggi.it    20101031

Gianfranco Fini, presidente della Camera, nonché capo dei futuristi, è un politico di razza. Bisognerebbe precisare, per essere più esatti e per farsi capire meglio, che Fini è un politico di razza italiana. Uno cioè che, avendo fatto solo politica nella vita, sa perfettamente menare il can per l’aia. Fini infatti non è un solutore di problemi ma un accantonatore di problemi. Pur provenendo da un partito muscoloso, semplificatore e, a parole, decisionista (non a caso si è ispirato a lungo a un dittatore, il Mascellone, noto per avere sempre usato la durlindana del suo potere assoluto, o quasi). Ieri Fini ha detto che è «a favore della separazione delle carriere» (fra giudici e pubblici ministeri, ndr) ma è anche «assolutamente contrario alla subordinazione dei pm dell’esecutivo». In quest’ultimo caso, e lo dice una persona come Fini che, su questi temi, è uno specialista: «Sarebbe il fascismo». Ora è strano che Fini se la prenda contro l’ipotesi della subordinazione dei pm dall’esecutivo, quando questa proposta non è stata mai fatta. Perché allora Fini sventola un pericolo che non c’è? A cosa serve la sua banderilla contro un toro inesistente? Serve a fare confusione seminando dei dubbi su questioni che non esistono. Il vero problema di Fini, lo ha spiegato lui stesso un paio di settimane fa, è quello «di varare una riforma della giustizia che non sia punitiva nei confronti dei magistrati». Una riforma di questo tipo è una riforma che lascerebbe le cose come stanno. La riforma giusta, che porti al processo rapido ed equo, non è punitiva nei confronti dei magistrati ma in difesa dei diritti dei cittadini. La separazione delle carriere (che quasi tutti i pm vedono come il fumo negli occhi) è una decisione che mette i pm (che esercitano la pubblica accusa) alla stesso livello e con il medesimo status dell’avvocato, che invece difende l’imputato. Il magistrato segue il processo e (stando al di sopra di pm e avvocati) formula poi la sentenza. Ma se il pm è un magistrato come il magistrato giudicante, l’avvocato difensore si trova a giocare con un interlocutore che ha, visibilmente, più potere di lui. Non a caso, in Inghilterra, per rimarcare la terzietà del giudice rispetto alle parti (pm compreso) gli uffici dei pm non sono nel Palazzo di giustizia ma in un’altra sede. Come i giudici non dovrebbero andare a prendere il caffè con gli avvocati, così non dovrebbero farlo con i pm. Ma per non scontentare i pm (che, non a caso, hanno Fini in grande considerazione) il presidente della Camera alza il polverone, accetta il principio ma ne differisce l’applicazione. Insomma, si comporta come un politico di razza italiana. Chi ci va di mezzo? La giustizia giusta.

Ecco la libertà di censura della sinistra: adesso il Pd vuole chiudere il Giornale

Ecco la libertà di censura della sinistra: adesso il Pd vuole chiudere il Giornale – Interni – ilGiornale.it del 31-10-2010

Ecco la libertà di censura della sinistra: adesso il Pd vuole chiudere il Giornale

di Alessandro Sallusti   ilgiornale.it   20101031

Il « democratico » partito di Bersani chiede al Garante di infliggerci pesanti sanzioni. La nostra colpa? Non attacchiamo Berlusconi e critichiamo la sinistra e l’ex leader di Alleanza Nazionale. L’esposto presentato da Gentiloni chiede drastici provvedimenti perché nei titoli citiamo il premier come « Silvio »

Milano – Il Pd ha scoperto, dopo una seria e approfondita indagine, che questo gior­nale simpatizza per Silvio Berlusconi e sostiene la sua azione di governo. La pro­va? A volte, nei titoli, «lo cita in modo confidenziale col nome di battesimo». Cioè scriviamo Silvio invece che Berlu­sconi. La cosa è grave al punto che i verti­ci del partito hanno deciso di inoltrare un esposto al Garante delle comunica­zioni, chiedendo di aprire un’indagine e adottare le sanzioni conseguenti, non esclusa la chiusura della testata. Il docu­mento, quattro cartelle su carta intesta­ta del Pd, è firmato da un vero democrati­co, l’ex ministro e attuale responsabile dell’informazione, Paolo Gentiloni Sil­veri, già cofondatore negli anni Settanta del Pdup (Partito di unità proletaria), na­to da una scissione del Pci ritenuto all’ epoca poco comunista. Gentiloni non è certo l’unico a essere passato dalle barricate di piazza contro il potere borghese ai lauti stipendi dei governi borghesi.

La sua rivoluzione l’ha baratta­ta con i­quindicimila euro net­ti al mese dello stipendio di de­putato, il doppio cognome l’ha tenuto come vezzo, così come ha diretto una rivista ecologica di sinistra ( La nuo­va ecologia ) ovviamente paga­ta con i contributi pubblici. In sostanza, da buon comunista, non ha quasi mai guadagnato un soldo che venisse dal mer­cato ma si è fatto sempre man­tenere dai contribuenti. Per Gentiloni il fatto che un giornale scriva bene di Berlu­sconi e male della sinistra è inammissibile: «A giudizio del­lo scrivente- si legge nell’espo­sto – la condotta ascrivibile al­la direzione del quotidiano Il Giornale configura in tutta evi­d­enza una fattispecie di soste­gno privilegiato al presidente del Consiglio… il quotidiano ha giocato un ruolo di soste­gno sistematico alle posizioni del premier ma di attacco con­tinuato alle posizioni dei sog­getti politici considerati quali suoi avversari… per tutto que­sto si chiede a codesta autorità di aprire una istruttoria…». Ci avesse telefonato, gli avremmo chiarito direttamen­te il suo sospetto. È vero, soste­niamo, quasi unici nel panora­ma della stampa italiana, Sil­vio Berlusconi e il suo gover­no. Sì, critichiamo anche aspramente la politica di Ber­sani, di Di Pietro e di chi me­glio crediamo. Il perché è sem­plice: ci piace così, siamo libe­ri, crediamo in quello che fac­ciamo, non vogliamo vivere in un Paese dove un Gentiloni qualsiasi, alla pari di qualche pm in malafede e in cerca di gloria, possa tappare la bocca a giornali e giornalisti. Gentiloni Silveri, a nome di Bersani, pensa, e scrive, che noi sosteniamo Berlusconi perché pagati dalla famiglia Berlusconi. Non lo sfiora nep­pure il contrario, per lui non è ammissibile che un gruppo di persone la pensi come Berlu­scon­i e quindi lavori spontane­amente e volentieri negli unici mezzi di informazione dove è possibile sostenere le proprie tesi.

Avanti di questo passo il Pd chiederà l’interdizione dal voto per i tredici milioni di ita­liani che alle ultime elezioni hanno messo la croce sul sim­bolo del Pdl. Per i tre milioni di disgraziati corrotti e prezzola­ti che alle recenti europee han­no osato addirittura scrivere sulla scheda il nome di Silvio Berlusconi come candidato preferito, Bersani farà un espo­sto in tribunale (i pm amici non gli mancano) per chieder­ne l’arresto. La sinistra sogna un mondo dove non si possa parlare be­ne di Berlusconi, male di loro, di Fini, di Di Pietro. In compen­so l’inverso deve essere un di­r­itto garantito dalla Costituzio­ne. Il concetto è simile a quel­lo degli integralisti islamici che ogni tanto ci allietano con aerei e pacchi bomba nelle no­stre città: noi esigiamo mo­schee e diritti in Occidente, voi cristiani se vi becchiamo a pregare Dio dalle nostre parti vi condanniamo direttamen­te a morte. Ma senza scomodare Bin La­den basta fermarsi a Romano Prodi. Sette giorni dopo esse­re stato eletto premier, licen­ziò sui due piedi il direttore del Tg1, Clemente Mimun, per fare posto all’amico Gian­ni Riotta e ai suoi editoriali filo governativi. Gentiloni, allora ministro delle Comunicazio­ni, nulla ebbe da obiettare. An­zi, sembrava pure contento, sia della scelta che degli edito­riali. Oggi invece l’ex ministro grida allo scandalo perché su quella poltrona c’è seduto Au­gusto Minzolini, al quale il Pd vuole negare anche la possibi­lità di dire la sua. Il Garante delle comunica­zioni, per quanto ne sappia­mo, non è intenzionato a pro­cedere sull’esposto targato Pd. Anche lui sarà di parte. Op­pure ha capito che è vero che Silvio Berlusconi ha un enor­me conflitto di interessi, ma nel senso che ha gli stessi inte­ressi del 35 per cento degli ita­liani. Si chiama democrazia e lei, caro Gentiloni Silveri, non può farci nulla. Si rassegni e cerchi almeno di essere un po’ meno ridicolo.

Morte a microcredito

Morte a microcredito – [ Il Foglio.it › La giornata ]

Morte a microcredito

Negli stati indiani più poveri l’invenzione (sopravvalutata) di Yunus mostra il suo volto peggiore

  di Nicoletta Tiliacos    ilfoglio.it  20101030

Da panacea universale contro la povertà, da geniale strumento finanziario che unisce efficienza e solidarietà, che nel 2006 ha fruttato il Nobel per la Pace al suo ideatore, il bengalese Muhammad Yunus, a “sistema di sfruttamento degli esseri umani, crudele come il nazismo e improntato soltanto su criteri di profitto”. E’ questa oggi la realtà del microcredito secondo le crude parole di Lenin Raghunvashi, attivista per i diritti umani indiano intervistato la scorsa settimana dall’agenzia Asianews. Nell’ultimo mese e mezzo, almeno quarantacinque suicidi nelle zone più povere dell’India sono stati con sicurezza collegati alla pratica dei piccoli prestiti senza garanzie, mentre uno studio commissionato dal governo, i cui risultati sono stati resi noti due settimane fa, ha evidenziato come siano a volte gli stessi agenti degli istituti di microfinanza incaricati di riscuotere le rate settimanali a suggerire il suicidio agli insolventi. Lo ha confermato ad Asianews Sujata Sharma, direttore dell’Autorità statale per lo sviluppo dei distretti rurali: “Sanno che c’è un fondo di protezione assicurativo a tutela di chi concede prestiti, che interviene in caso di morte improvvisa del debitore. Non vogliono aspettare tanto tempo o stare dietro a debitori poveri, quindi presentano la morte come un’alternativa molto pratica”.

Il Financial Times racconta che nello stato indiano dell’Andhra Pradesh, dopo che un’ordinanza aveva imposto una moratoria di dieci giorni alla raccolta delle rate da parte degli incaricati di SKS Microfinance (quotata in Borsa da settembre, quindi molto determinata a garantire il rientro dei prestiti per salvaguardare il proprio titolo) lunedì molti intermediari sono stati fermati mentre cercavano di recuperare le rate dai debitori. Pesa certamente la notizia delle decine di suicidi diffusa due settimane fa, e pesa il timore che l’annunciata legge governativa di riforma del sistema del microcredito possa ostacolare la crescita di istituti come SKS.
Qualcosa sta andando storto, insomma, nell’osannato meccanismo messo in moto tre decenni fa da Muhammad Yunus, bengalese oggi settantenne, intraprendente e carismatico, studi americani di economia, islamico ma non troppo (di sé, intervistato da Repubblica, dice di non considerarsi “esattamente” religioso), personalmente ricco ma non ricchissimo, comunicatore provetto di suo e molto potenziato da un Nobel che lo ha definitivamente circonfuso di gloria politicamente corretta. In più di trent’anni, hanno fatto molta strada sia la sua idea finanziaria – piccoli prestiti concessi a poveri così poveri che mai una banca vera avrebbe potuto prenderli in considerazione (soprattutto le donne, povere tra i poveri nei paesi del terzo mondo), per favorire la creazione di piccole imprese autosufficienti – sia la Grameen Bank, erogatrice di speranza e di sviluppo, oggi diventata fondazione coordinatrice di centinaia di iniziative in tutto il mondo.

Ma per molta strada fatta nella realtà (il microcredito coinvolge oggi circa centocinquanta milioni di persone, soprattutto in Asia, America Latina e Africa), le idee di Yunus ne hanno fatta moltissima in un immaginario occidentale colpevolizzato, che ha voluto vedere nell’economista bengalese e nella sua “banca dei poveri” la quadratura del cerchio di un mercato davvero solidale, di un piccolo capitalismo diffuso “che funziona” e che avrebbe potuto sollevare le sorti dei diseredati del pianeta, trasformandoli in piccoli imprenditori. Tanto entusiasmo, ha scritto sul Monde lo scorso gennaio l’economista Esther Duflo (docente al Massachusetts Institute of Technology e al Collège de France, studiosa di strumenti di lotta alla povertà), “non poteva non suscitare reazioni contrarie. Certi sono scettici, altri ostili, perché considerano i banchieri del microcredito come nuovi usurai che sfruttano l’incapacità dei più poveri di resistere alla tentazione del prestito; sottolineano che i tassi d’interesse, spesso presentati in modo oscuro, restano molto elevati in rapporto a quello che pagano i più ricchi”. Senza contare che gli agenti, “remunerati in funzione del numero di clienti e del tasso di rimborso, sono incitati a spingere al prestito, prima, e a forzare al rimborso con ogni mezzo, dopo”.

Convinta che Yunus non sia l’angelo del bene ma nemmeno il demonio, Paola Pierri, consulente nell’ambito del settore non-profit e fino a poco tempo fa a Unidea, fondazione non profit di Unicredit, dice al Foglio che “il problema vero è che quella del microcredito è diventata l’industria nazionale del Bangladesh. Dove, dal punto di vista sociale, non rifondere il prestito è diventata la peggiore delle colpe. Il risultato è che chi non ha i soldi da restituire va dall’usuraio. Il microcredito, insomma, almeno in alcune realtà non è riuscito nemmeno a smantellare la vecchia rete dell’usura di villaggio. E se Grameen bank presenta ottimi numeri, con tassi di restituzione altissimi, superiori al novantacinque per cento, dobbiamo tener conto anche di questo. Come pure bisogna considerare che oggi il bilancio di Grameen Bangladesh ha più depositi che crediti. Yunus continua a essere famoso come colui che presta i soldi, mentre pochi sanno che la sua banca oggi i soldi li prende in deposito, soprattutto. Non è un delitto, naturalmente. Ma bisognerebbe sempre tener conto della realtà, non del mito”. E, in realtà, di essere più pragmatico di molti dei suoi ammiratori, Yunus ha dato varie prove. Ha avviato joint venture con Danone (a Bogra, nel Bangladesh uno stabilimento produce yogurt a prezzi ridotti, con totale reinvestimento degli utili), Adidas, Veolia (azienda francese di servizi che si occupa di potabilizzazione), Basf (insetticidi), mentre nel 1998 ha dovuto rinunciare, per le forti proteste di gruppi ambientalisti, a un progetto di partnership con Monsanto, il gigante mondiale delle sementi, per diffonderne i prodotti nei villaggi bengalesi.

“Una storia assurda”, l’ha definita lo stesso Yunus in un incontro all’Abi, nel 2009, rispondendo a una domanda del pubblico: “Se mi viene un’idea vado dal migliore del mondo, e per quella mia idea il partner era Monsanto, eppure sono stato costretto a rinunciare”. I grandi gruppi coinvolti nel social business di Yunus in Bangladesh ricavano comunque grandi benefici di immagine – in questo l’economista bengalese è davvero un re Mida – compensati dai sussidi a imprese che mai potrebbero sostenersi da sole.
Il social business è la cosa che più sta a cuore a Yunus, nella fase attuale, mentre il microcredito rimane la bandiera. Un po’ malconcia, come si è visto, anche secondo un’analisi del CGAP (Consultative Group to Assist the Poor) riportata da Bloomberg, che parla di aumento deciso delle insolvenze in molti paesi emergenti nel corso degli ultimi due anni (i paesi più in difficoltà sarebbero Nicaragua, Marocco, Bosnia-Erzegovina e Pakistan).

Il motivo starebbe nel successo stesso dell’idea di Yunus, nella sua espansione e nella feroce concorrenza per accaparrarsi nuovi clienti, con prestiti concessi più facilmente. Solo in India, il comparto degli istituti di microfinanza è cresciuto ogni anno dell’ottanta per cento negli ultimi tre anni, per un totale di oltre tremila soggetti, circa quattrocento dei quali sono istituti di credito.
Alla domanda se il microcredito sia da considerare un miracolo o un disastro, l’economista Esther Duflo ha risposto, sulla base dei primi due studi sufficientemente accurati sul fenomeno (nelle Filippine e in India) che, se vero disastro non c’è, non c’è nemmeno “alcun segno di trasformazione profonda nella vita delle famiglie: nessuno dei due studi dimostra un vero impatto sulla salute, sulla scolarizzazione o sul potere di decisione delle donne”. Anche l’effetto volano per l’economia latita: “Nelle strade indiane, indonesiane o bengalesi, si vedono innumerevoli piccoli negozi di spezie, che vendono tutti la stessa cosa, e i cui ricavi sono a malapena sufficienti per pagare un salario minimo al proprietario”. Duflo non arriva alla totale bocciatura. Ma nega al “sistema Yunus” il carisma di strumento per trasformare nel profondo la vita dei più poveri: “La visione romantica di un miliardo di imprenditori a piedi nudi è probabilmente un’illusione”.

© – FOGLIO QUOTIDIANO

Sbirri e malacarne, così il pentitismo mediatico ha ribaltato verità e ruoli

Sbirri e malacarne, così il pentitismo mediatico ha ribaltato verità e ruoli – [ Il Foglio.it › La giornata ]

Sbirri e malacarne, così il pentitismo mediatico ha ribaltato verità e ruoli
Le ombre d’infamia che toccano Mori e il Sisde spiegate dai mafiologi che non si bevono Spatuzza e Ciancimino

di Salvatore Merlo  ilfoglio.it  20101029

“Succede che i processi, questi riti difficili che semplificano tutto, non riescono più a semplificare nulla, e anzi ingarbugliano e si ingarbugliano per sempre”. Lo dice Massimo Bordin, ex direttore di Radio radicale – voce della rassegna “Stampa e regime” – e uno degli osservatori più attenti delle vicende giudiziarie e mafiologiche d’Italia. Si riferisce alle inchieste di Caltanissetta e di Palermo, alle dichiarazioni del pentito Gaspare Spatuzza che gettano un’ombra d’infamia sull’agente dei servizi Lorenzo Narracci. Ma Bordin parla anche delle rivelazioni insinuanti di Massimo Ciancimino contro il generale Mario Mori, nuovamente accusato di fatti per i quali è già stato assolto. “In un universo ormai scardinato, i superpoliziotti di ieri sono i colpevoli di oggi, i superpolitici di ieri sono i mascalzoni di oggi, e i pentiti, anche i meno credibili, riscrivono la storia secondo un copione che ha già conquistato gli italiani”.

La trattativa stato-mafia? “Secondo loro Mori avrebbe negoziato con Riina. Ma allora com’è possibile che poi, proprio lui, lo ha arrestato? Così come è stato arrestato anche Provenzano. E questo famoso ‘papello’? Non una delle richieste si è realizzata. La fantomatica trattativa non ha avuto alcun esito”. I dichiaranti pentiti sono credibili non perché in grado di provare ciò che dicono, ma perché raccontano, in modo variopinto e a volte ridicolo, quel che abbiamo nel cuore e nel cervello, dice Bordin: “Retribuiti, ridistribuiscono a piene mani la verità di un popolo senza più passato che cerca la propria comunione intorno alle aule di giustizia trasformate in ring. A dispetto della logica, della consequenzialità dei fatti, dei rapporti di causa e di effetto. Certi pentiti raccontano i rapporti tra la politica, lo stato e la criminalità secondo gli schemi della fiction cinematografica. Come fosse la ‘Piovra’”.

Narracci e Mori, secondo la traiettoria che accomuna, pur con sfumature diverse, l’azione delle procure di Caltanissetta e di Palermo, e che si basa anche sulle dichiarazioni di Spatuzza e Ciancimino, avrebbero avuto un ruolo nel negoziato tra lo stato e la criminalità organizzata. Spatuzza accusa Narracci di “assomigliare” a una persona che avrebbe incontrato per pochi minuti, più di diciotto anni fa, nel corso del nauseante rituale con il quale in un garage di Palermo veniva confezionata l’autobomba che il 19 luglio 1992 ha poi ucciso Paolo Borsellino. Sono spicchi della teoria giudiziaria che disegna la “trattativa stato-mafia”. C’è chi non ci crede. “La polizia e i servizi di intelligence, in molti casi, nei rapporti con la mafia si muovono su un crinale scivoloso. Ma un negoziato con lo stato è altra roba”, dice lo storico Salvatore Lupo. “E’ sempre successo che la polizia avesse rapporti con i criminali. E’ fisiologico, o patologico, a seconda dei casi. Nell’800 non sarebbe mai successo che un magistrato decidesse di inquisire un poliziotto per questa ragione. Il primo caso credo sia stato intorno al 1870. Il giudice Diego Taini incriminò il questore di Palermo, Albanese. Come andò a finire? Il magistrato venne trasferito, ma poi si fece eleggere dall’opposizione in Parlamento e creò grande scandalo”. Dunque è possibile che ci sia stata una trattativa con la mafia negli anni Novanta? “Quando si parla di trattativa stato-mafia mi viene da sorridere. Può esserci un singolo funzionario che per qualche motivo, di servizio o per collusione, coltiva dei rapporti con una fazione della mafia. Ma lo stato cosa c’entra? I rapporti non sono mai apicali. Non lo sono mai stati.

La grande politica non c’entra nulla anche se i mafiosi, persino in buona fede, credono che sia così. Credo sia vero che Stefano Bontade dicesse ai suoi uomini frasi del tipo: ‘Tranquilli, ci penserà Andreotti’. Ma questo non significa che Andreotti fosse mafioso o avesse rapporti diretti con loro. Erano semmai i mafiosi a essere andreottiani. Gente volgare, non certo stupida, ma che ragiona in maniera rozza”. Il professore esce di metafora: “Le bombe le ha messe Riina. E’ stato lui a prendere la decisione. Era funzionale alla sua strategia, che è poi quella che aveva imparato dai suoi predecessori e che lui stesso aveva già applicato in precedenza. Gli omicidi di Falcone e Borsellino non sono diversi da quelli di Dalla Chiesa e di Chinnici, due personaggi di prima grandezza. Riina era in difficoltà, puntava sull’annullamento del maxiprocesso e avviò le stragi”. Eppure la teoria giudiziaria, forse più avvincente, è un’altra. Sembrano pensarla come quel personaggio di Sciascia: “La vera mafia non dovete cercarla a Palermo, è a Roma che abita il capo di tutte le mafie”.

Così funziona il « metodo » Repubblica

Il Giornale – Così funziona il « metodo » Repubblica – n. 574 del 29-10-2010

Così funziona il « metodo » Repubblica
di Vittorio Macioce  ilgiornale.it   20101029
Quando si tratta del Cavaliere il quotidiano-partito di Ezio Mauro confeziona fango spacciandolo per giornalismo d’inchiesta: allusioni, dubbi e condanne già scritte. Una vera e propria ossessione: da 15 anni i maestri della pubblica gogna vogliono solo far dimettere il premier

Il fango non è uguale per tut­ti. Dipende da chi lo tira e a chi arriva in faccia. Quello che parte da Repubblica e col­pisce Silvio Berlusconi puz­za sempre di sacrosanta veri­tà. È industriale. È confezio­nato bene. Non ammette dubbi. È succulento. Non im­p­orta se ti arriva in busta chiu­sa direttamente dalle mani fantasma di qualche Procu­ra. Non ci sarà mai un becchi­no o un moralista che avrà il coraggio di accusarti di dos­sieraggio. Anzi, si fa capire che Il Fatto , con la fuga di no­­tizie, ha inquinato le prove. Come dite? Forse perché ha battuto Repubblica sul tem­po. Può darsi. Ma Repubblica ci mette il romanzo. Non c’è nessuna remora a fare no­mi e cognomi, tirare in ballo questo o quell’ospite seduto a cena, raccontare il menù e gettare lì un bel «bunga bun­ga » con effetto mediatico ga­rantito. Basta dire «bunga bunga» e l’inchiesta che gli stessi Pm definiscono carica di dubbi, incompleta, tutta da verificare, con un registro de­gli indagati incerto e ballerino si trasforma in un tormentone da hit parade. Il bunga bunga è un’arma di sputtanamento micidiale.

L’ingrediente pic­cante per provare ancora una volta a far cadere il governo con un’esecuzione extrapoliti­ca. Il «metodo Repubblica » costa poco.Non c’è bisogno di scar­pinare in giro per cercare pla­nimetrie o i progetti di qual­che cucina. Non serve andare a Montecarlo. Il lavoro fatico­so lo fanno altri, segugi in to­ga. A loro basta aggirare il se­greto istruttorio e leggere le carte. Il resto è narrazione. Re­pubblica ti prende questa ra­gazzina marocchina, che si chiama Karima, ma i più cono­scono come Ruby, e ti porta dentro la sua storia. Segue i suoi occhi e le sue parole e rac­conta tutto come se fosse la sceneggiatura di una fiction. Non si sa bene da dove arrivi­no le informazioni. Come fa Repubblica ad avere i verbali? Non dovrebbero essere segre­ti? Chi è il passacarte? No, co­sa state a pensare, questi non sono dossier.

Questo è mestie­re. Solo che in un Paese dove tutti sostengono che la pri­vacy è sacra, il racconto della storia di Ruby è già una con­danna per Berlusconi e per chi lo frequenta. Non c’è nes­suno che dica: aspettiamo l’esito dell’inchiesta. Questa ragazzina potrebbe essere una mitomane, qualcosa ma­gari è vero, molto è inventato. Quando fu arrestata a Messi­na­per furto raccontò che l’ave­vano violentata. Non era vero. Era una scusa. Era un modo per cavarsela perché certe vol­te le bugie sono l’unica via di fuga. Anche i Pm dicono che le sue parole sono un conti­nuo stop and go. Allude. Non convince. Ma nel «metodo Re­pubblica » non ci sono troppi chiaroscuri. Ecco Berlusconi, ecco la minorenne, ecco il bunga bunga. La condanna è già scritta. Aspettiamo la fine dell’inchiesta? No, dimissio­ni. Dimissioni subito. Ma que­sto non è fango.

È giornalismo d’alto bordo. Il «metodo Repubblica » è un romanzo postmoderno che ha da 15 anni un solo protago­nista. Ma non chiamatela os­sessione. Non è una campa­gna di odio. È, la loro e solo la loro, il noumeno della libertà di stampa. L’essenza del gior­nalismo democratico. È alchi­mia. È il fango che si trasforma in oro colato. Il vero, il verosi­mile, il falso e l’ipotetico s’in­trecciano su questo nome e di­ventano il sale dello stesso ca­novaccio. L’ambiguità crea fa­scino e in questo dire e non di­re si assestano colpi bassi da maestri della gogna pubblica. Leggete. Titolo: «Ruby e il Ca­valiere. Le mie notti ad Arco­re».

Non importa che Ruby non parli di notti di sesso. È marginale. La villa di Arcore è evocata come un bunga bun­ga di massa. Scrivono. «Ruby fa i nomi degli ospiti. C’è inte­ro il catalogo del mondo fem­minile di Silvio Berlusconi. Conduttrici televisive celebri o meno note, star in ascesa, qualcuna celeberrima, starlet in declino, qualche velina, più di una escort, ragazze single e ragazze in apparenza fidanza­tissime, due ministre. E Re­pubblica non intende dar con­to dei nomi ». Ma in realtà quel­le due ministre dice già molto. Quante sono le ministre in ca­rica? Quattro. Dici due e il so­spetto cade su tutte e quattro. Dici due e ne sputtani quattro. Parli di una sera a cena con Ru­by, Berlusconi, Daniela San­tanchè, George Clooney, Eli­sabetta Canalis. Sarà vero? Di­ce il vero, Ruby, o mente? A quanto pare mente. Ma intan­to la butti lì.

La Santanchè dice che lei Clooney non l’ha mai incontrato. «Io George Cloo­ney non ho mai avuto il piace­re di conoscerlo, né in Italia né nel resto del mondo. Non mi sono mai seduta al tavolo di un ristorante, di un bar, di una casa privata con Clooney, per cui se tanto mi dà tanto, non vorrei che tutto fosse un bufala». Ma per Repubblica tutto questo non conta. La ve­rità è già scritta. Berlusconi non è Fini. Il romanzo del Ca­valiere deve avere un solo fi­nale: la sconfitta del protago­nista. La missione Ruby è par­tita. Sarà lei a seppellirlo sot­to un cielo di fango? Bunga bunga.

Il dovere della Procura di Milano

Il Riformista

Il dovere della Procura di Milano

di Antonio Polito  ilriformista.it   20101029

l’ultimo sex-gate. Un altro festino del Premier irrompe nella politica italiana

Con Edmondo Bruti Liberati ho partecipato qualche mese fa a un seminario organizzato dal Csm sul tema della riservatezza delle indagini. So dunque come la pensa, so che considera le fughe di notizie come una pestilenza per le indagini, un’offesa per gli indagati, e uno scempio per il diritto perché esporta sui media ciò che sui media non può mai essere giusto: il processo.

Ciò non di meno, anzi proprio per questo, mi aspettavo e tuttora mi aspetto che il procuratore capo di Milano metta al più presto fine a questa nuova emorragia di voci che riguardano il presidente del Consiglio e i suoi vizi privati. O che almeno faccia tutto quello che è in suo potere per mettervi fine, perché è chiaro che non tutto dipende da lui. Come abbiamo scritto ieri, ci piacerebbe insomma che su una storia che riguarda una minorenne e Silvio Berlusconi la procura di Milano tenga lo stesso riserbo che la procura di Roma ha tenuto sulla storia che riguardava Gianfranco Fini e suo cognato.

Quando le notizie fuggono, infatti, non possono mai essere definite tali. Non sono cioè abbastanza univoche, abbastanza verificabili, e abbastanza credibili. Ieri abbiamo letto sui giornali notizie molto diverse tra loro e spesso addirittura contrastanti. E abbiamo letto sulle agenzie smentite, conferme e qualche ammiccamento (non si capisce infatti a quale «bisogno» si riferisca il presidente del Consiglio quando afferma di aver aiutato la giovane bellezza marocchina).

Eppure, nonostante la gran confusione che c’è ancora intorno a questa storia, essa già comincia a produrre effetti politici: il Pd, per esempio, chiede addirittura le dimissioni del premier per aver telefonato alla Questura di Milano chiedendo un trattamento di favore per la sua conoscente.

Come si vede, dunque, un’altra tempesta perfetta è alle porte, in un paese che non se ne fa mai mancare una. ll premier teme che sia cominciata la fase finale della sua distruzione politica, l’opposizione spera che sia davvero cominciata, i media si augurano che sia cominciata un’altra prolifica stagione di sesso da raccontare, proprio mentre si esurisce il filone aureo di Avetrana, anch’esso popolato di minorenni.

Naturalmente nessuno mette in dubbio la rilevanza pubblica che avrebbe l’accertamento di comportamenti moralmente riprovevoli o superficiali e ricattabili da parte del presidente del Consiglio, anche se non fossero reati. Ma quello che sappiamo finora è troppo poco, e troppo confuso per trarre conclusioni che possono apparire al grande pubblico premature o pregiudiziali.

Il Pd, in particolare, sta commettendo un errore lanciandosi a briglia sciolta per la seconda volta su un sex-gate del premier, avendo potuto già accertare la prima volta, quando il sex-gate era tra l’altro molto più provato e fondato, che storie così non modificano nel profondo l’orientamento dell’elettorato. E anzi, proprio nel momento di massima difficoltà politica e isolamento del premier, rimasto senza Fini, senza Lodo, con il partito che gli scappa tra le mani e una sensazione da ultimi giorni di Pompei, polveroni del genere possono piuttosto rilanciarne l’immagine di martire e perseguitato, mettendolo nella parte che meglio gli riesce: quello della vittima. Ero proprio con Bersani in un paio di feste dell’Unità al Nord, nel pieno del primo sex-gate, e ricordo benissimo e come deve ricordarlo Bersani che al semplice pronunciare la parola «veline» il popolo del Pd esplodeva in una salva di fischi, che chiedeva al suo leader di occuparsi dei dolori del paese e non dei divertimenti del primo ministro.

Il compito di un procuratore capo in una sede come quella di Milano è anche di tener conto delle conseguenze inintenzionali delle sue inchieste. Non per fermarle, ovviamente: ma per riconoscere un obbligo di rapidità e di riservatezza speciale, perché prima ancora di produrre una qualche verità processuale esse possono già aver prodotto rilevanti effetti istituzionali. Conoscendolo, non abbiamo dubbi che Bruti Liberati ne sia consapevole.

Il Cavaliere spiegato ai posteri

Il Cavaliere spiegato ai posteri Dieci motivi per 20 anni di «regno» – Corriere della Sera

Il Cavaliere spiegato ai posteri

Dieci motivi per 20 anni di «regno»

Il segreto della longevità politica del premier e la pancia del Paese

Cosa pensa la maggioranza degli italiani? «è uno di noi». E chi non lo pensa, lo teme

Beppe Severgnini   corriere.it   20101027

Il Cavaliere spiegato ai posteri
Dieci motivi per 20 anni di «regno»

Il segreto della longevità politica del premier e la pancia del Paese

«Berlusconi, perché?». Racconta Beppe Severgnini che nel suo girovagare per il mondo infinite volte si è sentito rivolgere quella domanda da colleghi giornalisti, amici, scrittori di diverso orientamento politico, animati da curiosità più che da preconcetti. E così, cercando una risposta per loro, ha cominciato a elencare i fattori del successo del Cavaliere. Umanità, astuzia, camaleontica capacità di immedesimarsi negli interlocutori. Virtù (o vizi?) di Berlusconi, ma anche del Paese che ha deciso di farsi rappresentare da lui. Disse una volta Giorgio Gaber: «Non ho paura di Berlusconi in sé. Ho paura di Berlusconi in me». Quella frase fa da epigrafe a «La pancia degli italiani. Berlusconi spiegato ai posteri», il libro di Beppe Severgnini in vendita da oggi, del quale pubblichiamo l’introduzione

Silvio Berlusconi (Afp)
Silvio Berlusconi (Afp)
Spiegare Silvio Berlusconi agli italiani è una perdita di tempo. Ciascuno di noi ha un’idea, raffinata in anni di indulgenza o idiosincrasia, e non la cambierà. Ogni italiano si ritiene depositario dell’interpretazione autentica: discuterla è inutile. Utile è invece provare a spiegare il personaggio ai posteri e, perché no?, agli stranieri. I primi non ci sono ancora, ma si chiederanno cos’è successo in Italia. I secondi non capiscono, e vorrebbero. Qualcosa del genere, infatti, potrebbe accadere anche a loro. Com’è possibile che Berlusconi – d’ora in poi, per brevità, B. – sia stato votato (1994), rivotato (2001), votato ancora (2008) e rischi di vincere anche le prossime elezioni? Qual è il segreto della sua longevità politica? Perché la maggioranza degli italiani lo ha appoggiato e/o sopportato per tanti anni? Non ne vede gli appetiti, i limiti e i metodi? Risposta: li vede eccome. Se B. ha dominato la vita pubblica italiana per quasi vent’anni, c’è un motivo. Anzi, ce ne sono dieci.

1) Fattore umano
Cosa pensa la maggioranza degli italiani? «Ci somiglia, è uno di noi». E chi non lo pensa, lo teme. B. vuole bene ai figli, parla della mamma, capisce di calcio, sa fare i soldi, ama le case nuove, detesta le regole, racconta le barzellette, dice le parolacce, adora le donne, le feste e la buona compagnia. È un uomo dalla memoria lunga capace di amnesie tattiche. È arrivato lontano alternando autostrade e scorciatoie. È un anticonformista consapevole dell’importanza del conformismo. Loda la Chiesa al mattino, i valori della famiglia al pomeriggio e la sera si porta a casa le ragazze. L’uomo è spettacolare, e riesce a farsi perdonare molto. Tanti italiani non si curano dei conflitti d’interesse (chi non ne ha?), dei guai giudiziari (meglio gli imputati dei magistrati), delle battute inopportune (è così spontaneo!). Promesse mancate, mezze verità, confusione tra ruolo pubblico e faccende private? C’è chi s’arrabbia e chi fa finta di niente. I secondi, apparentemente, sono più dei primi.

2) Fattore divino
B. ha capito che molti italiani applaudono la Chiesa per sentirsi meno colpevoli quando non vanno in chiesa, ignorano regolarmente sette comandamenti su dieci. La coerenza tra dichiarazioni e comportamenti non è una qualità che pretendiamo dai nostri leader. L’indignazione privata davanti all’incoerenza pubblica è il movente del voto in molte democrazie. Non in Italia. B. ha capito con chi ha a che fare: una nazione che, per evitare delusioni, non si fa illusioni. In Vaticano – non nelle parrocchie – si accontentano di una legislazione favorevole, e non si preoccupano dei cattivi esempi. Movimenti di ispirazione religiosa come Comunione e Liberazione preferiscono concentrarsi sui fini – futuri, quindi mutevoli e opinabili – invece che sui metodi utilizzati da amici e alleati. Per B. quest’impostazione escatologica è musica. Significa spostare il discorso dai comportamenti alle intenzioni.

3) Fattore Robinson
Ogni italiano si sente solo contro il mondo. Be’, se non proprio contro il mondo, contro i vicini di casa. La sopravvivenza – personale, familiare, sociale, economica – è motivo di orgoglio e prova d’ingegno. Molto è stato scritto sull’individualismo nazionale, le sue risorse, i suoi limiti e le sue conseguenze. B. è partito da qui: prima ha costruito la sua fortuna, accreditandosi come un uomo che s’è fatto da sé; poi ha costruito sulla sfiducia verso ciò che è condiviso, sull’insofferenza verso le regole, sulla soddisfazione intima nel trovare una soluzione privata a un problema pubblico. In Italia non si chiede – insieme e con forza – un nuovo sistema fiscale, più giusto e più equo. Si aggira quello esistente. Ognuno di noi si sente un Robinson Crusoe, naufrago in una penisola affollata.

4) Fattore Truman
Quanti quotidiani si vendono ogni giorno in Italia, se escludiamo quelli sportivi? Cinque milioni. Quanti italiani entrano regolarmente in libreria? Cinque milioni. Quanti sono i visitatori dei siti d’informazione? Cinque milioni. Quanti seguono Sky Tg24 e Tg La7? Cinque milioni. Quanti guardano i programmi televisivi d’approfondimento in seconda serata? Cinque milioni, di ogni opinione politica. Il sospetto è che siano sempre gli stessi. Chiamiamolo Five Million Club. È importante? Certo, ma non decide le elezioni. La televisione – tutta, non solo i notiziari – resta fondamentale per i personaggi che crea, per i messaggi che lancia, per le suggestioni che lascia, per le cose che dice e soprattutto per quelle che tace. E chi possiede la Tv privata e controlla la Tv pubblica, in Italia? Come nel Truman Show, il capolavoro di Peter Weir, qualcuno ci ha aiutato a pensare.

5) Fattore Hoover
La Hoover, fondata nel 1908 a New Berlin, oggi Canton, Ohio (Usa), è la marca d’aspirapolveri per antonomasia, al punto da essere diventata un nome comune: in inglese, «passare l’aspirapolvere» si dice to hoover. I suoi rappresentanti (door-to-door salesmen) erano leggendari: tenaci, esperti, abili psicologi, collocatori implacabili della propria merce. B. possiede una capacità di seduzione commerciale che ha ereditato dalle precedenti professioni – edilizia, pubblicità, televisione – e ha applicato alla politica. La consapevolezza che il messaggio dev’essere semplice, gradevole e rassicurante. La convinzione che la ripetitività paga. La certezza che l’aspetto esteriore, in un Paese ossessionato dall’estetica, resta fondamentale (tra una bella figura e un buon comportamento, in Italia non c’è partita).

6) Fattore Zelig
Immedesimarsi negli interlocutori: una qualità necessaria a ogni politico. La capacità di trasformarsi in loro è più rara. Il desiderio di essere gradito ha insegnato a B. tecniche degne di Zelig, camaleontico protagonista del film di Woody Allen. Padre di famiglia coi figli (e le due mogli, finché è durata). Donnaiolo con le donne. Giovane tra i giovani. Saggio con gli anziani. Nottambulo tra i nottambuli. Lavoratore tra gli operai. Imprenditore tra gli imprenditori. Tifoso tra i tifosi. Milanista tra i milanisti. Milanese con i milanesi. Lombardo tra i lombardi. Italiano tra i meridionali. Napoletano tra i napoletani (con musica). Andasse a una partita di basket, potrebbe uscirne più alto.

7) Fattore harem
L’ossessione femminile, ben nota in azienda e poi nel mondo politico romano, è diventata di pubblico dominio nel 2009, dopo l’apparizione al compleanno della diciottenne Noemi Letizia e le testimonianze sulle feste a Villa Certosa e a Palazzo Grazioli. B. dapprima ha negato, poi ha abbozzato («Sono fedele? Frequentemente»), alla fine ha accettato la reputazione («Non sono un santo»). Le rivelazioni non l’hanno danneggiato: ha perso la moglie, ma non i voti. Molti italiani preferiscono l’autoindulgenza all’autodisciplina; e non negano che lui, in fondo, fa ciò che loro sognano. Non c’è solo l’aspetto erotico: la gioventù è contagiosa, lo sapevano anche nell’antica Grecia (dove veline e velini, però, ne approfittavano per imparare). Un collaboratore sessantenne, fedele della prima ora, descrive l’insofferenza di B. durante le lunghe riunioni: «È chiaro: teme che gli attacchiamo la vecchiaia».

8) Fattore Medici
La Signoria – insieme al Comune – è l’unica creazione politica originale degli italiani. Tutte le altre – dal feudalesimo alla monarchia, dal totalitarismo al federalismo fino alla democrazia parlamentare – sono importate (dalla Francia, dall’Inghilterra, dalla Germania, dalla Spagna o dagli Stati Uniti). In Italia mostrano sempre qualcosa di artificiale: dalla goffaggine del fascismo alla rassegnazione del Parlamento attuale. La Signoria risveglia, invece, automatismi antichi. L’atteggiamento di tanti italiani di oggi verso B. ricorda quello degli italiani di ieri verso il Signore: sappiamo che pensa alla sua gloria, alla sua famiglia e ai suoi interessi; speriamo pensi un po’ anche a noi. «Dall’essere costretti a condurre vita tanto difficile», scriveva Giuseppe Prezzolini, «i Signori impararono a essere profondi osservatori degli uomini». Si dice che Cosimo de’ Medici, fondatore della dinastia fiorentina, fosse circospetto e riuscisse a leggere il carattere di uno sconosciuto con uno sguardo. Anche B. è considerato un formidabile studioso degli uomini. Ai quali chiede di ammirarlo e non criticarlo; adularlo e non tradirlo; amarlo e non giudicarlo.

9) Fattore T.I.N.A.
T.I.N.A., There Is No Alternative. L’acronimo, coniato da Margaret Thatcher, spiega la condizione di molti elettori. L’alternativa di centrosinistra s’è rivelata poco appetitosa: coalizioni rissose, proposte vaghe, comportamenti ipocriti. L’ascendenza comunista del Partito democratico è indiscutibile, e B. non manca di farla presente. Il doppio, sospetto e simmetrico fallimento di Romano Prodi – eletto nel 1996 e 2006, silurato nel 1998 e 2008 – ha un suo garbo estetico, ma si è rivelato un’eredità pesante. Gli italiani sono realisti. Prima di scegliere ciò che ritengono giusto, prendono quello che sembra utile. Alcune iniziative di B. piacciono (o almeno dispiacciono meno dell’alternativa): abolizione dell’Ici sulla prima casa, contrasto all’immigrazione clandestina, lotta alla criminalità organizzata, riforma del codice della strada. Se queste iniziative si dimostrano un successo, molti media provvedono a ricordarlo. Se si rivelano un fallimento, c’è chi s’incarica di farlo dimenticare. Non solo: il centrodestra unito rassicura, almeno quanto il centrosinistra diviso irrita. Se l’unico modo per tenere insieme un’alleanza politica è possederla, B. ne ha presto calcolato il costo (economico, politico, nervoso). Senza conoscerlo, ha seguito il consiglio del presidente Lyndon B. Johnson il quale, parlando del direttore dell’Fbi J. Edgar Hoover, sbottò: «It’s probably better to have him inside the tent pissing out, than outside the tent pissing in», probabilmente è meglio averlo dentro la tenda che piscia fuori, piuttosto di averlo fuori che piscia dentro. Così si spiega l’espulsione e il disprezzo verso Gianfranco Fini, cofondatore del Popolo della libertà. Nel 2010, dopo sedici anni, l’alleato ha osato uscire dalla tenda: e non è ben chiaro quali intenzioni abbia.

10) Fattore Palio
Conoscete il Palio di Siena? Vincerlo, per una contrada, è una gioia immensa. Ma esiste una gioia altrettanto grande: assistere alla sconfitta della contrada rivale. Funzionano così molte cose, in Italia: dalla geografia all’industria, dalla cultura all’amministrazione, dalle professioni allo sport (i tifosi della Lazio felici di perdere con l’Inter pur di evitare lo scudetto alla Roma). La politica non poteva fare eccezione: il tribalismo non è una tattica, è un istinto. Pur di tener fuori la sinistra, giudicata inaffidabile, molti italiani avrebbero votato il demonio. E B. sa essere diabolico. Ma il diavolo, diciamolo, ha un altro stile.

Beppe Severgnini