Cgil, la casta di burocrati che ha sulla coscienza 30 anni di battaglie perse

Nel brodo di coltura parigino, il killer è diventato un vincitore | Gianni Marsilli | Il Fatto Quotidiano

Nel brodo di coltura parigino, il killer è diventato un vincitore

 di redazione da ilfattoquoditiano.it   20101231

Da Henry Lévy a Carla Bruni, la rete che sostiene il giallista
C’è il “caso Battisti”, le pendenze italiane, la latitanza francese, la prigione brasiliana. Ma c’è anche, e soprattutto, il caso clinico della gauche transalpina, o meglio quell’ambiente molto parigino che un giorno si ispira a Che Guevara e un altro a Voltaire, giostrando disinvolta tra esotiche pulsioni rivoluzionarie e grandi principi di democrazia.

Nel comitato di sostegno a Cesare Battisti si son trovati nomi illustri, o comunque molto noti: per prima la scrittrice Fred Vargas, che l’ha foraggiato e protetto, e che ha trovato una sponda persino all’Eliseo nella première dame Carla Bruni, all’origine – pare – dell’incontro con il ministro della Giustizia brasiliano Tarso Genro, al quale ha spiegato la natura di “vittima” del personaggio in questione.

Al fianco di Fred Vargas è subito apparso Bernard Henri Levy, filosofo e saggista, vociante moschettiere al servizio dei diritti dell’uomo dalla Bosnia alla Georgia, passando per Russia e Pakistan. Levy, bontà sua, si astiene dal pronunciarsi sulla colpevolezza o meno di Battisti. Non esita invece a denunciare il fatto, assai fantasioso, che di Battisti in Italia si voglia fare l’emblema degli anni di piombo, usandolo come capro espiatorio di tutta la stagione terroristica, e che quindi il poveretto sia vittima di “persecuzione” e “calcoli elettoralistici”. Levy si aggrappa poi a quella che chiama la “stranezza” italiana, secondo lui contraria al diritto europeo: che si possa giudicare una persona in contumacia, e che se il latitante viene arrestato non abbia diritto a un processo tutto nuovo in sua presenza, per quanto la sentenza sia passata in giudicato. Si guarda bene, Levy, dal ricordare l’evasione di Battisti nell’81 e il fatto che nel corso dei diversi gradi di giudizio la legge italiana prevede la presenza della difesa del latitante, come nei fatti è avvenuto.

Sotto la protezione della Ville Lumière
A sostenere Battisti sono stati anche Philippe Sollers, il guru delle lettere e dell’editoria francese, che in un secondo tempo, a dire il vero, ha temperato i suoi focosi propositi, dopo essersi accorto di aver sposato non una grande causa, ma una grande cacca di cavallo della quale non controlla gli schizzi. E poi Gilles Perrault, scrittore e “comunista” di radicali convinzioni, disegnatori come Bilal e Tardi e financo i massimi responsabili della Lega per i diritti dell’uomo. Non è stato da meno il sindaco socialista della capitale, Bertrand Delanoe, che dopo aver dichiarato Battisti “sotto la protezione” del Comune, ancora nei giorni scorsi straparlava di “presunzione d’innocenza”. Le firme in favore di Battisti, alla fin fine, sono state circa 12mila: l’ambiente letterario e intellettuale più qualche migliaio di anime tanto candide quanto ignoranti. Perché è stato questo che ha accompagnato in questi anni l’impegno per la scarcerazione di Battisti: la mistificazione costante e puntuale della più recente storia italiana. Ci mise del suo anche Erri De Luca quando scrisse su Le Monde: “La Francia ha avuto bisogno di una rivoluzione per mutare la monarchia in repubblica. L’Italia ha avuto bisogno delle scosse rivoluzionarie degli anni ’70 per acquisire una democrazia…”.

Il caso Battisti è stato presentato come il calvario di un uomo rappresentativo di “una generazione di vinti”. Lo stesso Levy ha paragonato l’Italia degli anni ’70 alla Gran Bretagna alle prese con il problema irlandese, o alla Francia durante la guerra d’Algeria. Insomma in Italia, in quegli anni, ci sarebbe stata una guerra civile, e Battisti, come gli altri “rifugiati” , avrebbe il solo torto di averla persa. Battisti e compagnia avrebbero combattuto contro la P2 e i rigurgiti fascisti: nessuno di questi intellettuali si è preso la briga di spiegare (visto che non si presero la briga di capire, trent’anni fa) che i “combattenti” sparavano nella schiena di docenti universitari, magistrati, giornalisti, sindacalisti. O macellai e gioiellieri, come nel caso di Battisti.

In questa visione asina e romantica l’Italia è narrata con drammaturgia cilena, dove ai brigatisti tocca il ruolo di “resistenti”. È questo il brodo di coltura del movimento di sostegno a Battisti, quello che gli ha permesso di filarsela da Parigi e approdare in Brasile, che ha amplificato e mediaticamente legittimato le sue affabulazioni, che l’ha santificato come scrittore, quindi intoccabile per la casta di Saint Germain des Prés. In qualche salone tappezzato di libri e quadri di gran pregio, ieri pomeriggio, ci si preparava a stappare lo champagne con vista sulla Senna.
Quanto a Torregiani: chi era costui?

Da Il Fatto Quotidiano del 31 dicembre 2010

Cgil, la casta di burocrati che ha sulla coscienza 30 anni di battaglie perse

Il Giornale – L’Avvocato, quanti disastri senza mai pagare il conto – n. 628 del 31-12-2010

di Giancarlo Perna   ilgiornale.it   20101231

Agnelli oggi è esaltato dalla sinistra contro il «nemico di classe» Marchionne Ma rese la Fiat un’impresa fragile, che sopravviveva solo grazie ai soldi pubblici

Con la solita spregiudicatezza, una certa sinistra evoca il delicato fantasma di Gianni Agnelli per contrapporlo alla brutale figura di Sergio Marchionne. L’uno, ai suoi giorni, padrone illuminato della Fiat, padre soccorrevole dei dipendenti, garante di relazioni industriali a misura d’uomo. L’altro, manager superstipendiato, sordo alle tradizioni solidaristiche dell’azienda torinese, che ha imposto le intese antidemocratiche di Pomigliano e Mirafiori.

Nello scavare il solco tra lo stile che fu dell’Avvocato e quello dell’attuale ad, si è distinto l’editorialista del Fatto, Furio Colombo. Furio non è un testimone qualsiasi. È stato per anni il cocco di Agnelli che lo fece presidente della Fiat Usa e gli regalò una cattedra alla Columbia University, remunerandolo come cento tute blu. L’editorialista ha imperversato nelle ultime settimane parlando in nome del defunto. Quasi fosse lui – celebre in vita per l’eleganza e la socievolezza – ha rimproverato a Marchionne la primitività del comportamento e il pugno di ferro adottato con le maestranze. Esagerando nell’immedesimazione con l’Avvocato ne ha bistratto anche il giovane nipote e presidente della Fiat, John Elkann. Mentre Marchionne maramaldeggia con gli operai e «fa a pezzi la Fiat», tu John – questo il senso della reprimenda – «scegli di non esistere» e non intervieni per fermarlo. Sappi però che quello dell’ad «è il contrario del progetto Agnelli». Lui non avrebbe mai voluto una Fiat aguzzina ma una «Fiat popolare». Così, sopraffatto dalla nostalgia per il bel tempo andato, il settantottenne Colombo ci ha regalato una caricatura: l’Avvocato come Don Ciotti e la Fiat come una Onlus.
La realtà è invece che la ricetta agnellesca ha portato l’azienda sull’orlo del crac. La sua conduzione non è stata lungimirante né vantaggiosa per le centinaia di migliaia di esistenze che dipendevano da lui. Due anni dopo la sua morte (2003), è dovuto accorrere al capezzale della Fiat l’italo-canadese col maglioncino per riacciuffarla in extremis. Lasciamo pure che i Colombo e i suoi simili – Cgil, Fiom, Vendola e gli altri con gli occhi alle spalle – beatifichino ora Agnelli demonizzando Marchionne, ma l’etica dell’imprenditore non si misura col loro metro. Al sindacato, l’industriale piace cedevole perché gli dà lustro. Ai politici pure, perché gli dà meno grane.

Ma il capo di un’azienda non ha che un modo per essere in pace con se stesso: far tornare i conti e dare un futuro alla sua creatura.
Non è quello che ha fatto Gianni Agnelli. Uomo affascinate, beniamino dei rotocalchi, voce autorevole per mezzo secolo di vita nazionale, l’Avvocato ha lasciato di se un bel ricordo. Fu – si disse – l’ultimo re d’Italia. Celebre per le sue insonnie, le telefonate notturne in mezzo mondo per tenersi informato, le sue folgoranti battute: De Mita, «intellettuale della Magna Grecia»; Del Piero «un Pinturicchio» ma viziato; Furio Colombo, «la chioccia pakistana», per i capelli a turbante e le occhiaie profonde, ecc. Discreto come ogni buon piemontese non ha mai ostentato le sue favolose ricchezze né tollerato che altri ne abusassero, come sa quell’oste che gli presentò un conto stratosferico pensando di farci la cresta e fu invece denunciato.

Personalità mirabile, ma uomo del suo tempo. E la sua, fu l’epoca democristiana. Aveva la stessa tempra dei Moro e degli Andreotti che invece della strada dritta e difficile, sceglievano le vie traverse e i meandri per evitare le durezze dello scontro. Innamorato di se stesso, amava esser amato e voleva andare d’accordo con la politica. I dc rappresentavano lo Stato e li fiancheggiò. I comunisti e la Cgil erano l’ostacolo e li blandì. In cambio della mansuetudine, pretese e ottenne favori per la Fiat. Invece di un’azienda sana, ne fece un’industria protetta. Con la benevolenza universale conquistò il monopolio italiano delle auto, ma l’auto italiana perse prestigio nel mondo. Assuefatta alle sovvenzioni pubbliche, l’impulso della Fiat all’innovazione deperì con gli anni. Quando, con Tangentopoli e la crisi dell’ultimo ventennio, lo Stato tirò i cordoni della borsa, l’azienda si scoprì indifesa. Alla morte dell’Avvocato era in un vicolo cieco e, prima che si affacciasse Marchionne, la chiusura un’ipotesi concreta.
Agnelli prese le redini della Fiat nel 1966, sostituendo Vittorio Valletta, il severo fiduciario di famiglia. Subito, in contrasto col passato, pensò più alla finanza che all’industria. Leggendari i suoi rapporti con Cuccia e Mediobanca dai quali Valletta si era sempre tenuto lontano. Quando dopo il ’68 ci furono l’autunno sindacale, le occupazioni, gli scioperi, anziché contrastarli a muso duro, cedette. Andò a braccetto con Luciano Lama, il capo della Cgil, che considerava il salario una «variabile indipendente» dei costi di produzione. Elargì aumenti senza badare ai conti. E fin qui, i danni erano suoi e della Fiat. Ma poiché Agnelli era nelle mani della politica, estese il pasticcio all’intera economia nazionale.

Eletto presidente della Confindustria nel 1974, l’Avvocato concordò, infatti, con Lama e il Pci l’indicizzazione automatica dei salari al costo della vita. Doveva, con questo, salvaguardare la «pace sindacale», cosa graditissima alla pavida Dc. Invece, essendo quello il clima, gli scioperi si moltiplicarono. Per di più, innescò una mostruosa inflazione che superò il 20 per cento annuo. Fu cioè complice contemporaneamente dell’incoscienza comunista e dell’insipienza democristiana. Per premio nel 1976, cessato l’incarico confindustriale, la Dc gli offrì un seggio parlamentare, mentre l’economia andava a rotoli. Forse per pudore, Gianni declinò l’invito ma al suo posto divenne senatore dc il fratello Umberto. Poco dopo, anche la sorella Susanna entrò in Parlamento con i repubblicani.
Era la plastica immagine della grande famiglia ostaggio del Palazzo mentre il suo impero sopravviveva con i soldi dell’Erario. Come la fallimentare industria pubblica dell’Iri, l’emblema di quella privata era a carico di Pantalone. In un Paese moderno la Fiat avrebbe dovuto portare già allora i libri in tribunale. Ma il dramma sociale sarebbe stato così grande che la politica continuò a darle ossigeno. Negli anni ’80, Prodi diventato presidente dell’Iri regalò alla Fiat l’Alfa Romeo, negandola alla Ford che voleva rilanciarla davvero. Negli anni ’90, lo stesso Prodi si inventò le rottamazioni per dare ad Agnelli l’ennesima chance. Solo la morte liberò l’Avvocato dall’incubo.
Marchionne ha preso la strada opposta. Ha rotto con la politica e deciso che la Fiat o cammina con le sue gambe o trasloca. Ha mostrato il viso dell’arme, come l’Avvocato non aveva mai osato fare. Gran parte del sindacato ha capito. Furio Colombo, no. C’è qualcuno disposto a disperarsi?

Cgil, la casta di burocrati che ha sulla coscienza 30 anni di battaglie perse

Il Giornale – Cgil, la casta di burocrati che ha sulla coscienza 30 anni di battaglie perse – n. 628 del 31-12-2010

Cgil, la casta di burocrati che ha sulla coscienza 30 anni di battaglie perse

di Vittorio Macioce  ilgiornale.it   20101231

Da troppo tempo non fa più il sindacato ma soltanto politica: la sua classe dirigente è vecchia, ancorata a un mondo inesistente
Non si capiranno mai. Marchionne è pragmatico. La Cgil è finto ideologica. Parla degli operai, ma difende soprattutto il suo apparato di burocrazie, interessi, impalcature. Non sono opposti, ma rivali, concorrenti. In mezzo c’è l’uomo, quello che sta alla catena di montaggio, il singolo individuo che fa i conti con la fatica, i soldi, il lavoro.
La sensazione è che Marchionne conosca i metalmeccanici della Fiat meglio del sindacato. Questo non è un merito di Marchionne. È soprattutto la sconfitta della Cgil. L’Americano fa il suo lavoro, i suoi avversari ne fanno un altro, ma è quello sbagliato. Quanti anni sono che la Cgil è sempre più un’azienda di servizi, che fa i soldi con la formazione e le dichiarazioni dei redditi? Da quanti anni la Cgil fa politica? Da quanti anni non fa più sindacato? Troppi.
Forse se si è arrivati a Pomigliano è anche per questo. C’è il passato. C’è il ricordo di quando nelle fabbriche del Sud si diceva: manderemo gli Agnelli a zappare. C’è l’operaio mai visto come individuo da tutelare, ma come soggetto politico o, peggio, come strumento della rivoluzione. C’è una classe dirigente sindacale che non ha metabolizzato la fine del ’900. Ci sono decenni di fallimenti. Ma i sindacalisti non rispondono agli azionisti e neppure agli elettori, così quella classe dirigente resta sempre uguale a se stessa. Si riproduce per cooptazione. Cambiano i volti, non la cultura. Eterni irresponsabili. Se un manager non funziona lo cacciano. Se un partito deraglia perde consensi. Il sindacato è invece una società chiusa. È fondata sul principio della tradizione. Non riconosce l’errore. È immutabile e se il mondo cambia la colpa è del mondo. Marchionne vince perché dissacrante. Non difende un sancta santorum.
Cosa ha fatto la Cgil in tutti questi anni? Non ha vissuto. Non ha capito che il soggetto più debole erano i precari. Se ne è accorta tardi. Ha continuato a tutelare quelli che già erano tutelati. Non ha visto che si stavano delineando due repubbliche del lavoro: una di garantiti, l’altra senza reti. Ha considerato il precariato un’anomalia. Non si è battuta per dare ai lavoratori che rischiano di più un salario più alto. È successo il contrario: chi più rischia, meno guadagna.
Ha sconfessato il merito, come una sorta di peccato mortale. È quello che è successo per esempio nella scuola. Quando si parlava di premiare gli insegnanti migliori la risposta era sempre la stessa: pochi soldi a pioggia per tutti, ai bravi, ai mediocri e ai fannulloni. I salari sono rimasti bassi, per tutti. L’importante era difendere il comandamento per cui bidelli e professori sono tutti e due proletari della cultura. Stesso prestigio e stessi stipendi.
Il contratto nazionale di lavoro come linea del Piave. La Cgil non lo ha fatto per i lavoratori, ma per salvaguardare il suo potere politico: l’oligopolio della rappresentanza. Non importa che l’operaio massa sia un’invenzione. Non importa che il salario reale a Torino non sia lo stesso di Termini Imerese. Non importa il costo della vita. Non importa sapere quanto costa il pane, la casa, la baby sitter. Tutto è uguale. Tutto è indistinto. Nord e Sud non esistono. È lo sguardo deforme di un’Italia vista solo a tavolino, studiata su vecchie mappe del secolo scorso.
Cosa ha fatto la Cgil? Ha svilito e inflazionato lo sciopero generale, scendendo in piazza per ogni mal di pancia extrasindacale o per celebrare il rito spettacolare delle sante masse. Lo sciopero come concerto rock, come rappresentazione, come gita fuori porta, come la maratona di New York.
Il sindacato che non è più mezzo ma fine. I lavoratori passano, la Cgil resta. Fino a ibernarsi. E quando non l’ha fatto ha ripudiato la sua ragione sociale. Cos’è oggi il sindacato? Un’impresa e un ufficio di collocamento, che nei casi peggiori diventa caporalato. Si è finito per andare in quegli uffici a chiedere lavoro come un tempo ci si presentava dal prete o dal notabile locale per chiedere una raccomandazione. È qui che ha vinto Marchionne. Quando ha messo a nudo un motto che sa di decadentismo: il senso della Cgil è la Cgil. Il sindacato per il sindacato.

Ma chi lo dice che le sentenze si devono solo amare e non discutere?

Ma chi lo dice che le sentenze si devono solo amare e non discutere?

di Ishmael   italiaoggi.it   20101231

Se il buon anno si vede dalle ultime sentenze giudiziarie, per esempio dalla condanna del comandante dei Ros per narcotraffico (niente meno) e dalla sentenza che reintegra la mezzabusta Tiziana Ferrario alla conduzione del Tg1 delle venti, s’annunciano dodici mesi di disgrazie. Qualche sera fa c’è stata un’anteprima.

Interrogato da un gazzettiere di passo, il presidente della Rai Paolo Garimberti, giornalista anche lui, ha commentato la decisione del tribunale de Roma che reintegra la conduttora sulla sedia girevole del Tg1 con una considerazione degna del giornalismo liberal italiano: «Le sentenze si rispettano, non si commentano».

Perciò guardatevi dal commentare il reintegro della Ferrario. E non sognatevi neppure di ridere, o anche solo d’accennare un mezzo sorriso, sentendo che un onesto e stimato generale dei carabinieri, Giampaolo Ganzer, considerato da tutti un signor investigatore, è stato condannato dal tribunale di Milano per avere intrallazzato con le peggiori mafie. Vedrete che a Capodanno salterà su un altro Garimberti a imporci di non commentare neppure la decisione del presidente brasileiro Luiz Inácio Lula da Silva di non concedere l’estradizione di quel pluriassassino (con la faccia, oltre tutto, da pluriassassino) di Cesare Battisti.

Questa è una società aperta e siamo liberi di discutere qualsiasi cosa: le decisioni degli arbitri di calcio, le previsioni del tempo, le critiche cinematografiche e quelle letterarie. Possiamo fischiare, rischiando una denuncia per molestie, dietro alle ragazze e lanciare monetine ai politici, che se lo meritino o no. Possiamo persino mettere in discussione l’esistenza di Dio senza finire sul rogo come ai tempi in cui era meglio non commentare le sentenze della Santa Inquisizione.

Ma guai a discutere le sentenze dei nostri tribunali. Procure e tribunali, come il Capoccione ai suoi tempi, hanno sempre ragione, anche quando condannano generali innocenti e reintegrano mezzebuste legittimamente giubilate dai loro direttori di testata. Ma almeno il Dux aveva sempre ragione a manganellate, di prepotenza. Adesso invece i vari Galimberti addetti all’anatema contro mormoratori e nemici dello stato ci fanno credere che i tribunali hanno sempre ragione perché così vuole (insinuano) la Costituzione repubblicana. Sia chiaro che non è vero. Tutto si può discutere. C’è assoluta libertà di commento. Futurista chi lo nega.

Un disperato qualunquismo

Un disperato qualunquismo – Corriere della Sera

DITE LA VERITA’ AL PAESE

Un disperato qualunquismo

di Ernesto Galli della Loggia   corriere.it   20101230

Non vanno bene le cose per l’Italia. Prima che ce lo dicano le statistiche – comunicandoci per esempio un dato lugubre: che nel 2010 il reddito pro capite degli italiani sarà in termini reali inferiore a quello del 2000 – ce lo dice una sensazione che ormai sta dentro ciascuno di noi e ogni giorno si rafforza.

Basta che ci guardiamo intorno per scorgere un panorama sconfortante: abbiamo un sistema d’istruzione dal rendimento assai basso; una burocrazia sia centrale che locale pletorica e inefficientissima; una giustizia tardigrada e approssimativa; una delinquenza organizzata che altrove non ha eguali; le nostre grandi città, con le periferie tra le più brutte del mondo, sono largamente invivibili e quasi sempre prive di trasporti urbani moderni (metropolitane); la rete stradale e autostradale è largamente inadeguata e quella ferroviaria, appena ci si allontana dall’Alta velocità, è da Terzo mondo; la rete degli acquedotti è un colabrodo; il nostro paesaggio è sconvolto da frane e alluvioni rovinose ad ogni pioggia intensa, mentre musei, siti archeologici e biblioteche versano in condizioni semplicemente penose. Per finire, tutto ciò che è pubblico, dai concorsi agli appalti, è preda di una corruzione capillare e indomabile. C’è poi la nostra condizione economica: abbiamo contemporaneamente le tasse e l’evasione fiscale fra le più alte d’Europa, mentre gli operai italiani ricevono salari ben più bassi della media dell’area-euro; il nostro sistema pensionistico è fra i più costosi d’Europa malgrado le numerose riforme già fatte e siamo strangolati da un debito pubblico il pagamento dei cui interessi c’impedisce d’intraprendere qualunque politica di sviluppo. Ancora: nessuno dall’estero viene a fare nuovi investimenti in Italia, ma gruppi stranieri mettono gli occhi (e sempre più spesso le mani) su quanto resta di meglio del nostro apparato economico-produttivo; nel frattempo il processo di deindustrializzazione non si arresta e la disoccupazione, specie giovanile, resta assai alta.

Nessuno di questi mali ha un’origine recente, lo sappiamo bene. Non paghiamo cioè per errori di oggi o di ieri: o almeno non solo per quelli. È piuttosto un intero passato, il nostro passato, che ci sta presentando il conto. Oggi cominciamo a capire, infatti, che qualche tempo fa – quando? nel ’92-’93? un decennio dopo con l’adozione dell’euro? – si è chiuso un lungo capitolo della nostra storia. Nel quale siamo diventati sì una società moderna (qualunque cosa significhi questa parola), ma pagando prezzi sempre più elevati, accendendo ipoteche sempre più rischiose sul futuro, chiudendo gli occhi davanti ad ogni problema, rinviando ed eludendo. Prezzi, stratagemmi, rinvii, che negli Anni 70-80 hanno cominciato a trasformarsi in quel cappio al collo che oggi sta lentamente strangolando il Paese.

Lo sappiamo che le cose stanno così. Ce ne accorgiamo ogni giorno che l’Italia perde colpi, non ha alcuna idea di sé e del suo futuro. Ma ci limitiamo a pensarlo tra noi e noi, a confidarcelo nelle conversazioni private. Avvertiamo con chiarezza che avremmo bisogno di bilanci sinceri e impietosi fatti in pubblico, di un grande esame di coscienza, di poterci specchiare finalmente e collettivamente nella verità. Che ci servirebbero terapie radicali. Invece sulla scena italiana continua a non accadere nulla di tutto ciò.

Chi dovrebbe parlare resta in silenzio. Resta in silenzio il discorso pubblico della società italiana su se stessa, consegnato ad una miseria che diviene ogni giorno meno sopportabile. Ma soprattutto resta in silenzio la politica, divisa tra lo sciropposo ottimismo di Berlusconi, il suo patetico «ghe pensi mi» da un lato, e la vacuità dei suoi oppositori dall’altro. Bersani, La Russa, Bossi, Fini, Bondi, Vendola, Verdini, Di Pietro, Casini, e chi più ne ha più ne metta credono di parlare al Paese con le loro dichiarazioni, le loro interviste, i loro attacchi a questo o a quello, i loro progetti di alleanze, di controalleanze e di governi: non sanno che in realtà se ne stanno guadagnando solo un disprezzo crescente, ne stanno solo accrescendo la distanza dal loro traballante palcoscenico. Sempre più, infatti, la loro produzione quotidiana di parole suona eguale a se stessa: ripetitiva, irreale, ridicola. Mai una volta che uno di essi proponga al Paese una soluzione concreta per qualche problema concreto: chessò, come eliminare la spazzatura a Napoli, come attrarre investimenti esteri in Italia, come finire la Salerno-Reggio Calabria prima del 3000, come iniziare a risanare il debito pubblico. Mai: anche se a loro scusante va detto che nel solcare quotidianamente l’oceano del nulla sono aiutati da un sistema dell’informazione anch’esso perlopiù perduto dietro la chiacchiera, il «retroscena», il titolo orribilmente confidenziale su «Tonino» o «Gianfri», il mortifero articolo di «costume».

Nelle pagine e pagine dedicate dai giornali alla politica diventa sempre più difficile distinguere il vero dal falso, scorgere qualche spicchio di realtà tra i fumi dell’aria fritta. È così che alla fine siamo condannati a questo necessario, disperato, qualunquismo. Agli italiani non sta restando altro. Disperato perché frutto dell’attesa vana che finalmente da dove può e deve, cioè dalla politica, venga una parola di verità sul nostro oggi e sul nostro ieri. Una parola che non ci esorti – e a che cosa poi? A credere in un ennesimo partito, in un’ennesima combinazione governativa? – ma che ci sfidi: ricordandoci gli errori che abbiamo tutti commesso, i sacrifici che sono ora necessari, le speranze che ancora possiamo avere. Per l’Italia è forse iniziata una corsa contro il tempo, ma non è affatto sicuro che ce ne resti ancora molto.

Ronald Coase compie cent’anni, per lui proprietà, concorrenza, libertà indicano la stessa cosa

Ronald Coase compie cent’anni, per lui proprietà, concorrenza, libertà indicano la stessa cosa – Il Sole 24 ORE

Ronald Coase compie cent’anni, per lui proprietà, concorrenza, libertà indicano la stessa cosa
di Carlo Stagnaro   ilsole24ore.it   20101229

Nel giorno in cui compie un secolo, non basta augurare a Ronald Coase, premio Nobel per l’economia nel 1991, “cento di questi giorni”. Bisognerebbe augurargli e augurarsi: cento, mille, centomila di questi economisti. Perché il contributo che questo studioso eclettico e riflessivo ha dato alla comprensione del mondo che ci circonda è tanto importante quanto, spesso, frainteso. Il nome di Coase è legato soprattutto a due questioni: la natura dell’impresa (titolo di un suo saggio del 1937) e i costi di transazione (a cui è dedicato l’articolo sul costo sociale del 1960).

La sua riflessione muove da una domanda: se il modo più efficiente per procurarsi beni o servizi è affidarsi al sistema dei prezzi, perché esiste l’impresa? Il funzionamento interno di un’impresa è dominato da relazioni gerarchiche, non da transazioni di mercato. Per usare l’espressione di Dennis Robertson – economista industriale a cui Coase attinge per il paper del ’37 – le imprese sono “isole di potere cosciente in questo oceano di cooperazione incosciente, come grumi di burro che si coagulano in un secchio di latte”. La risposta, come hanno spiegato bene Giulio Napolitano e Antonio Nicita sul Sole 24 Ore di ieri, sta nel fatto che le stesse transazioni di mercato hanno un costo: individui e imprese della realtà non si muovono in un mondo dove tutti sanno tutto, ma devono sforzarsi per ottenere informazioni, concludere contratti, trovare ciò di cui hanno bisogno. C’è, dunque, un trade off tra l’efficienza del mercato e il suo costo. A volte, conviene affidarsi a decisioni gerarchiche, pur nella consapevolezza che implicano, a loro volta, costi di coordinamento e di organizzazione. Trovare l’equilibrio migliore tra gerarchia e mercato è esattamente la funzione dell’impresa, ed è tale equilibrio che ne definisce la dimensione ottimale. Da queste intuizioni è sgorgato un ricco filone di ricerca sull’organizzazione industriale e la corporate governance, la cui centralità è stata ulteriormente confermata dal Nobel 2009 a Oliver Williamson.

L’altro aspetto su cui Coase insiste è il “costo sociale” delle azioni umane. Tutto ciò che facciamo produce esternalità, cioè effetti positivi o negativi su chi ci sta intorno. A quali condizioni è lecito, utile o giusto che lo Stato intervenga per allineare il “costo privato” al “costo sociale”, per esempio tassando le attività inquinanti o sussidiando quelle che hanno conseguenze gradevoli per il prossimo? Molti economisti ritengono che la semplice esistenza di un’esternalità fornisca la giustificazione per l’intervento pubblico. Coase coltiva una visione opposta: “l’esistenza di ‘esternalità’ non implica che ci sia, in prima istanza, motivo per l’intervento del governo, se con questa affermazione si vuole dire che qualora si trovino delle ‘esternalità’ si suppone che l’intervento del governo (tassazione o regolamentazione) sia preferibile ad altre vie di azione che potrebbero essere intraprese (inclusi l’inazione, l’abbandono di precedenti azioni del governo, o l’agevolare le transazioni del mercato)”. Questo perché possono esistere situazioni in cui “i costi di transazione e i costi dell’intervento governativo fanno sì che sia desiderabile che l’ ‘esternalità’ continui a esistere e che non venga intentato alcun intervento governativo per eliminarla”. Ancora più radicalmente, le esternalità sono onnipresenti perché i costi di transazione sono onnipresenti (così come in fisica l’attrito è onnipresente): sarebbe assurdo da ciò dedurre l’esigenza di un controllo totale del governo sull’economia. Riconoscere l’imperfezione delle transazioni umane e la relativa presenza di esternalità, ossia effetti indesiderati su terzi, “mi suggerisce piuttosto una presunzione contro l’intervento”. La tesi innovativa dell’articolo del 1960 è, appunto, che le negoziazioni di mercato possano consentire di raggiungere esiti efficienti anche in presenza di esternalità, tanto più che – sovente – il tentativo di internalizzare i costi esterni produce a sua volte delle esternalità, che possono essere più gravi o meno facilmente internalizzabili rispetto a quelle originarie.

Il caso da manuale – oggetto esso stesso dell’approfondimento di Coase, che se ne occupò nel 1974 – è quello del faro. Il faro è il tipico bene pubblico, caratterizzato da non rivalità (cioè il fatto che l’individuo x ne fruisca non impedisce a y di fruirne) e non escludibilità (cioè x non può impedire a y di fruirne). Si riteneva che, in virtù di questi limiti, il mercato non avrebbe mai potuto produrre in quantità ottimale i fari, perché sarebbe caduto vittima degli scrocconi (i free rider): coloro che, pur sfruttando (internalizzando) i benefici del faro, si rifiutano di contribuire al suo mantenimento. Attraverso un’accurata indagine storica, Coase scoprì che, al contrario, nei porti inglesi si erano imposte una serie di prassi volte a far pagare tutti coloro che approfittavano del faro, per esempio raccogliendo un pedaggio dalle navi che attraccavano nei porti. In questo modo, egli dimostrò due cose: che i suoi colleghi non si curavano granché della verifica empirica dei loro casi-studio, e che ci sono più cose tra cielo e terra di quante ne stiano nei libri del giustificazionismo per l’intervento pubblico.

In questo modo, Coase ha giocato un ruolo enorme nello smascherare i miti dello statalismo e nell’invitare gli economisti ad avere più fiducia nella fantasia dei mercati che nella presunzione dei regolatori. I problemi sorgono più frequentemente dall’interventismo che dal suo contrario, e se c’è un compito a cui i governi si devono attenere è quello di proteggere i diritti di proprietà, e aiutarne la formalizzazione quando sono incompleti. Per il resto, possono e devono lasciar fare all’ingegno umano. Perché “la proprietà, la concorrenza e la libertà sono nomi che indicano la medesima cosa”.

Nessuno si indigna per questo

Il Tempo – Politica – Nessuno si indigna per questo

Nessuno si indigna per questo

Polemiche quando gli attacchi arrivano dai giornali di destra. Il Manifesto dipinge il manager Fiat e le sue idee come un ordigno e tutti tacciono.

di MARIO SECHI   iltempo.it  20101229

Quando al Meeting di Rimini di Comunione e Liberazione Marchionne fece un indimenticabile discorso sulla Fiat, la missione di un’impresa e la situazione italiana nel contesto globale, capii che quello era un p
* Pressing di Sacconi su Fiat l’accordo entro Natale
* Il piano per il premier del popolo
* Granarolo con il fiato sospeso
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La prima pagina de il Manifesto In queste ore Sergio Marchionne, amministratore delegato del gruppo Fiat, sta chiudendo l’accordo per il contratto dei lavoratori dello stabilimento di Pomigliano. In gioco ci sono migliaia di posti, venti miliardi di euro di investimenti, il futuro di un pezzo fondamentale dell’industria tricolore, l’automobile. Pomigliano e Mirafiori hanno i destini incrociati, la Fabbrica Italiana, il progetto Fiat per il nostro Paese, va avanti se si trova un accordo solido tra sindacati e impresa. È questa la partita importante, il resto è davvero poca cosa, ma la vibrante protesta in questo Paese continua ad essere permanente e a senso unico. Così ci ritroviamo con Fini e i finiani sostenuti nella loro tenzone contro Libero e Il Giornale dall’ormai scontato codazzo di solidarietà vociante, mentre nessuno si accorge di quel che sta accadendo intorno a Sergio Marchionne, nessuno mette nero su bianco che quel che si dice e scrive del numero uno della Fiat è pericoloso, nessuno si indigna per le frasi e le offese durissime su un manager che vuol far crescere l’azienda e investire ancora in Italia, nessuno si indigna per la prima pagina che il Manifesto ha dedicato a quest’uomo.

Cari lettori, dategli un’occhiata e pensate al contesto in cui Marchionne guida la trattativa con i sindacati. Guardatela bene. Per i compagni del giornale comunista è lui il vero «pacco bomba». C’è da rabbrividire, ma nessuno si straccia le vesti, nessuno tiene alta la bandiera del progresso, nessuno urla all’attentato alla democrazia. Il dibattito politico di questo Paese non è avvelenato dai giornali, ma da un pensiero unico che presuppone il fatto non marginale che il bene stia solo da una parte e dall’altra alberghi il male. Qualche mese fa scrissi un articolo dove raccontavo come Marchionne fosse destinato a diventare il secondo Nemico Pubblico da abbattere a tutti i costi. Dopo Berlusconi, c’è il capo della Fiat e la sua idea di far funzionare l’azienda come un’azienda e non come una succursale dello Stato.

Quando al Meeting di Rimini di Comunione e Liberazione Marchionne fece un indimenticabile discorso sulla Fiat, la missione di un’impresa e la situazione italiana nel contesto globale, capii che quello era un punto di svolta, che stava succedendo qualcosa che avrebbe cambiato il sistema delle relazioni tra impresa e sindacati in Italia, che quell’uomo aveva un’idea precisa del futuro, un orizzonte e una visione e, soprattutto, che aveva il carattere per portare questa sua idea della fabbrica a compimento. Qualche mese dopo, siamo giunti a un «nuovo inizio» di questa storia. Ma contemporaneamente è successo quel che temevo: il livello dello scontro si è alzato paurosamente, il linguaggio degli oppositori di Marchionne stilla veleno, paragoni storici improponibili, iperboli alla polvere pirica, incitamenti alla rivolta nelle fabbriche. Tutto questo è un cocktail micidiali che può innescare reazioni difficili poi da controllare. Bisogna ricordare sempre la nostra storia: l’università e la fabbrica sono state in Italia l’incubatore principale della violenza politica e del terrorismo. I paralleli storici sono ardui, lo scenario è completamente mutato, ma la globalizzazione e le sue regole – difficili da comprendere e da accettare – sono come un interruttore che accende la testa degli ignoranti: non capiscono cosa accade, non si capacitano del fatto che al vertice della Fiat, dentro la Fiat, nel cuore della Fiat, tutto è cambiato, e allora reagiscono ringhiando e minacciando sfracelli. È chiarissimo il percorso di questo scontro politico: se nessuno fa prevalere la ragione, se la sinistra non si mostra responsabile, se il Pd non ritrova il filo conduttore di una forza riformista invece di spaccarsi per l’ennesima volta, se gli agitatori delle minoranze rumorose sembrano essere gli alfieri della maggioranza, se tutto questo prende il sopravvento, ecco che le teste calde entrano in azione. Si parla di «metodo Marchionne» quasi per indicare un sistema di coercizione submano, si usa la parola «fascismo» come se si trattasse di un dispensatore di olio di ricino, si incita alla «radicalità» come dice Nichi Vendola, sottovalutando – in buona fede – che questa parola solletica la fantasia di quelli che amano risolvere le questioni politiche con le maniere spicce. Se qualcuno volesse farsi un’idea delle cose che girano su internet su questo tema, resterebbe prima di stucco e poi comincerebbe a chiedersi in che razza di paese viviamo. Mentre Fausto Bertinotti e Sergio Cofferati escono dal limbo politico per fare un’alleanza anti-Lingotto contro «la deriva Marchionne», online si dipingono scenari per cui il manager della Fiat è «l’amerikano», colui che vuole importare in Italia un modello schiavistico o giù di lì.

Entriamo in un mondo paranoico per cui tutto quello che non è «collettivo» diventa automaticamente «marcio» e da respingere. È il procedimento culturale che ha finora impedito all’Italia di fare riforme radicali sempre più necessarie. La globalizzazione, un fenomeno ineluttabile, viene rifiutata a priori, in nome prima di una confusa teoria «No Logo» (ricordate? Naomi Klein) e dopo di una utopia per cui l’Europa e gli Stati devono farsi carico dei processi industriali e finanziare un welfare che i conti invece dicono sia impossibile da sostenere senza andare dritti verso il fallimento. Bene, tutto questo è realtà nel dibattito pubblico del Paese, un fatto che si tocca con mano e sul quale Marchionne si gioca praticamente tutto, forse anche la pelle. In Italia gli estremisti rossi hanno ammazzato Marco Biagi per molto meno, preso di mira Pietro Ichino e Maurizio Sacconi per il solo fatto di aver sostenuto riforme ragionevoli per garantire flessibilità e lavoro. Marchionne addirittura fa di più: scommette sull’Italia, un Paese dove il costo del lavoro è altissimo e lascia a terra altri pretendenti con le carte in regola per produrre auto a costi più bassi. Il vero rischio è quello che una minoranza irresponsabile e archeologica – la Fiom – e un sindacato ostaggio del radicalismo e in crisi d’identità – la Cgil – blocchino il cambiamento e finiscano per spegnere ogni luce sulla Fiat italiana. Ieri Marchionne era in Brasile, posava la prima pietra del nuovo stabilimento che sorgerà nel complesso industriale portuale di Suape, nella regione metropolitana di Recife. Qui a partire dal 2014 la Fiat produrrà 200 mila nuove automobili all’anno.

Questo è il mondo reale: un mercato unico con poche aziende che si contendono la produzione e i consumatori. Di fronte a tutto questo il destino di Pomigliano e Mirafiori può essere grande o infinitamente piccolo. Nel peggiore dei casi, può essere semplicemente zero, la chiusura e il trasferimento delle attività produttive all’estero. Marchionne ha molti nemici ed è sbagliato individuarli solo nel sindacato duro e puro. La stessa Confindustria esce ridimensionata da questa rivoluzione, l’establishment che ha sempre vissuto degli accordicchi all’ombra della Fiat e delle due o tre grandi industrie del sistema continua a remare contro l’uomo del Lingotto. La paura è quella di perdere il potere di interdizione, non avere più i privilegi derivanti da un modello neocorporativo per cui la Confindustria per l’impresa e la Cgil per il lavoro finivano per avere lo stesso interesse. Sbagliato, ovviamente, perché i buoni accordi si basano sulla concorrenza delle idee e non sul consociativismo al ribasso. Come ha scritto Francesco Forte sul Foglio, Marchionne sta picconando questo sistema e fa «cadere il Muro di Berlino della vetusta concertazione del 1993». Ecco perché viene dipinto come «il pacco bomba». E nessuno si indigna, nessuno fa una piega. L’accusa cade nel silenzio generale di chi pensa di cambiare la storia con uno sciopero generale.