Quando Hillary spiava il Cav per vincere la guerra del gas

Quando Hillary spiava il Cav per vincere la guerra del gas

Intrigo internazionale: svelate le strategie occulte di Berlino, Londra e Washington contro l’asse Roma-Mosca

Gian Micalessin – Ven, 07/06/2013 – 14:33   ilgiornale.it

 «Quali sono i punti di vista dei funzionari del governo e di quelli dell’Eni sulle relazioni nel settore energia dell’Italia con la Russia e con il progetto South Stream… Vi preghiamo di fornire ogni informazione sui rapporti tra i funzionari dell’Eni, incluso il presidente Scaroni e i componenti del governo, specialmente con il primo ministro Berlusconi e il ministro degli Esteri (all’epoca Franco Frattini, ndr)».

 

La pressante richiesta d’informazioni è contenuta in un cablogramma segreto, datato gennaio 2010, inviato all’ambasciata di Roma dalla segreteria di stato Usa guidata da Hillary Clinton. La richiesta sembra quasi anticipare alcune inchieste giudiziarie destinate a colpire in periodi successivi alcune nostre importanti aziende di stato, impegnate in ambito internazionale. Ovviamente è azzardato pensare che le indagini della nostra magistratura italiana siano state influenzate dalle informazioni raccolte dai servizi segreti o dal personale diplomatico statunitense. Alla base di tutto c’è però il sospetto e l’ostilità per il rapporto personale stretto da Silvio Berlusconi e Vladimir Putin sin dal vertice di Pratica di Mare del lontano 2002. Un rapporto dalle inevitabili ricadute sul fronte della guerra per l’energia e delle condutture strategiche. Un rapporto che gli americani tengono sott’occhio fin dall’aprile 2008, quando un telex inviato dall’ambasciata statunitense a Roma al ministero del Tesoro di Washington consiglia di far pressione su Berlusconi, da poco rieletto, perché metta un freno all’alleanza tra Eni e Gazprom. «Bisognerebbe spingere il nuovo governo Berlusconi ad agire un po’ meno come il cavallo scalpitante degli interessi di Gazprom… l’Eni – scrive il dispaccio confidenziale diventato poi pubblico grazie a Wikileaks – sembra appoggiare i tentativi di Gazprom di dominare le forniture energetiche dell’Europa, andando contro i tentativi americani, appoggiati dall’Unione Europea di diversificare le forniture energetiche». 

Quell’informativa non incrina certo i rapporti tra l’amministrazione Bush e il Cavaliere, chiamato di lì a due anni a un intervento davanti al Congresso americano su richiesta della maggioranza repubblicana. Diventa però un pesante atto d’accusa quando a decidere le nuove strategie è l’amministrazione Obama. All’origine di quell’informativa ci sono gli incontri del 2 aprile 2008 tra il presidente dell’Eni Paolo Scaroni e Vladimir Putin nella dacia di Ogaryovo, in cui viene definito l’intervento di Gazprom in Libia e Algeria con l’aiuto dell’Eni e la partecipazione italiana al progetto South Stream. Quei due protocolli d’intesa diventano nell’era Obama un vero atto d’accusa nei confronti del governo Berlusconi, sospettato di favorire una manovra a tenaglia per imporre all’Europa l’egemonia energetica di Mosca. A far paura è soprattutto il South Stream, il progetto di gasdotto italo-russo-turco destinato a portare il gas del Caspio in Puglia e in Friuli Venezia Giulia, tagliando fuori l’Ucraina e passando per Turchia, Serbia e Slovenia. Un progetto in diretta competizione con il Nabucco, il gasdotto messo in cantiere da Ue e Usa per vendere in Europa il gas dell’Azerbaijan ed evitare così qualsiasi dipendenza dalla Russia.
In questo clima la foto di Putin, Berlusconi e del premier Turco Recep Tayyp Erdogan, che firmano – il 6 agosto 2009 – l’accordo per il passaggio delle tubature sotto il Mar Nero, si trasforma in un’autentica ossessione per l’amministrazione Obama e per i paesi dell’Unione Europea avversari di Mosca.
Primi fra tutti la Francia e la Gran Bretagna. Nell’immaginario di quell’ossessione, South Stream rappresenta il piano di Berlusconi e Putin per stringere la Ue in una vera e propria ganascia energetica e ricattarla. Il secondo potente braccio di quella tenaglia immaginaria è rappresentato da «Greenstream» e «Transmed», le due condutture controllate dall’Eni che portano in Europa il gas dalla Libia e dall’Algeria. All’accerchiamento dell’Europa contribuisce su un terzo settore anche il North Stream, il gasdotto destinato a rifornire di gas russo il nord dell’Europa. Ma su quel progetto, appoggiato e voluto dalla Germania, nessuno fiata. South Stream e gli accordi Gazprom-Eni diventano, invece, il bersaglio preferito degli strali europei e americani. Bruxelles dichiara già nel 2008 di voler sorvegliare i crescenti interessi garantiti da Eni a Gazprom nel Nord Africa. E Andris Pielbags, al tempo commissario europeo dell’energia, mette in guardia dalla possibilità che Eni collabori con Gazprom anche in Algeria. Nel luglio 2010 il suo successore Guenther Oettinger, non si fa problemi a dichiarare che il South Stream non rientra negli interessi dell’Europa in quanto concorrente del Nabucco. La prima ad agire direttamente è Angela Merkel, che nel luglio 2010 vola ad Astana per chiedere al presidente Nursultan Nazarbayev di mettere il gas kazako a disposizione del Nabucco. Da quel momento la vera tenaglia diventa quella messa insieme da Washington e Londra da una parte e da Parigi e Berlino dall’altra. Una tenaglia studiata per schiacciare l’asse Roma-Mosca e annullarne gli effetti. 

Il primo a sfruttare il cambio di strategia introdotto dall’amministrazione Obama è il presidente francese Nicolas Sarkozy. Sospettato e accusato di aver beneficiato di 50 milioni di euro, messigli a disposizione dal rais per la sua elezione, Sarkò si ritrova, come gli inglesi, incapace di tessere un rapporto proficuo con Gheddafi. Nonostante il Colonnello abbia piantato la sua tenda nel cuore di Parigi assai prima che a Roma, la Total porta a casa solo 55mila barili di petrolio al giorno contro gli oltre 280mila della nostra Eni. La «tenaglia» Eni-Gazprom rischia di rendere inutili anche gli accordi per la vendita sul mercato europeo del gas stretti da Parigi con l’emirato del Qatar. Un emirato a cui Sarkozy fa di tutto per «regalare» i campionati mondiali di calcio del 2022. 

La deflagrazione delle cosiddette primavere arabe sponsorizzate e appoggiate dal Qatar è un altro atto importante per avvicinare le posizioni dei principali avversari dell’asse Roma-Mosca-Tripoli. Il vero colpo da maestro il Qatar lo realizza in Libia, dove accende la rivolta manovrando gli ex al qaidisti tirati fuori dalle galere di Gheddafi grazie a una mediazione con il figlio Saif. Come è risaputo, la rivolta di Bengasi si realizza solo grazie alla defezione di Adnan al Nwisi, un colonnello dell’esercito libico sul libro paga del Qatar, che consegna a un gruppo jihadista un deposito di armi della città di Derna. I 70 veicoli e i 250 fucili razziati in quell’arsenale consentono qualche giorno dopo di espugnare il quartier generale di Bengasi e accendere la rivolta che porterà alla caduta di Gheddafi. Una caduta che Berlusconi, libero dall’immagine devastante cucitagli addosso dal processo Ruby, avrebbe potuto forse evitare. La fine del Colonnello non porta la democrazia in Libia, ma si rivela perfetta per smantellare gli interessi di Eni e Gazprom, per rendere più debole l’economia dell’Italia e aggravare quella crisi che porterà, alla fine del 2011, alle dimissioni del governo Berlusconi e all’avvento del governo «europeista» e «atlantista» di Mario Monti.

 

L’administration Obama entend modérer la prolifération de plaintes pour violation de brevets initiées par des des fermes de brevets, ou patent trolls.

Guerre des brevets : le gouvernement Obama à l’assaut des patent troll

Le mercredi 05 Juin 2013 à 11:40 par Christian D.  |  9 commentaire(s)Source : Wall Street Journal

 

L’administration Obama entend modérer la prolifération de plaintes pour violation de brevets initiées par des des fermes de brevets, ou patent trolls.

 http://www.generation-nt.com/guerre-brevet-patent-troll-administration-obama-actualite-1742152.html

 

La création de propriété intellectuelle demande beaucoup d’efforts de R&D mais elle peut être ensuite monnayée sous forme de royalties. Le mécanisme des brevets est censé protéger, et même stimuler, l’innovation en protégeant les créateurs de valeur.

Le système est équilibré en s’appuyant sur ces deux axes : dépenses en R&D puis retour sur investissement par les droits de licence. Cependant, des sociétés se sont insérées dans le dispositif en ne s’intéressant qu’au second volet du système, celui des royalties.

Ces sociétés, baptisées fermes de brevets ou moquées en anglais sous le terme patent trolls, ont racheté des portefeuilles de brevets et tentent d’en obtenir un maximum de droits de licence, quitte à menacer les entreprises visées. Les droits obtenus de gré ou par la contrainte permettent d’acheter de nouveaux brevets et d’approfondir les rentes

Un système détourné

Ces patent trolls posent plusieurs problèmes : ils ne créent pas directement de valeur, leurs brevets étant achetés à d’autres, et ne supportent donc pas d’efforts de R&D, et ils mettent une forte pression sur des sociétés qui sont souvent des start-up ou des entreprises moyennes qui n’ont pas forcément les moyens de se défendre, tandis que les grands groupes doivent dépenser des sommes faramineuses pour contrer les attaques.

Ces jeunes pousses préfèrent payer les droits de licence réclamés par ces patent trolls plutôt que de contester leur légitimité et de risquer un procès long, coûteux, et à l’issue incertaine. Avec le regain d’intérêt pour les brevets, les procès initiés par des patent trolls se sont multipliés depuis deux ou trois ans, avec une intensité qui menace de freiner l’innovation en drainant les ressources des sociétés créatrices de valeur en droits de licence abusifs au profit de sociétés qui ne créent rien.

Ouvrir des pistes à défaut de trouver un remède

L’administration Obama a décidé de s’attaquer à cette forme de parasitisme et a annoncé vouloir prendre des mesures pour réguler ces dérives. Elle a soumis un ensemble de propositions mais les observateurs notent que c’est seulement avec des décisions prises par le Congrès américain que les choses peuvent vraiment bouger.

L’initiative est cependant perçue comme la conséquence du lobbying de grands groupes excédés de devoir dépenser plus d’argent en guerre des brevets que pour leur R&D et mettant en avant les risques économiques de ces pratiques.

L’autre problématique à traiter est que les brevets mis en avant par les patent trolls sont souvent très génériques, permettant d’attaquer facilement et n’importe qui ou presque tandis que la défense est beaucoup plus difficile à justifier.

La difficulté reste cependant que toute modification, même légère, du cadre législatif actuel, peut entraîner des conséquences inattendues sur certains acteurs, comme les instituts de recherche et les universités.

 

Bond «salsiccia» e mutui subprime: torna a Wall Street lo spettro della finanza d’assalto

Bond «salsiccia» e mutui subprime: torna a Wall Street lo spettro della finanza d’assalto

di Morya Longo  con un articolo di Marco Valsania5 giugno 2013   olsole24ore.com

 

Le grandi banche d’affari americane sono tornate a fabbricare «Cdo»: quelle obbligazioni « salsiccia » che nel 2007 per prime si meritarono l’appellativo di «titoli tossici». I mutui subprime americani vanno a ruba. Gli investitori che si indebitano per comprare azioni a Wall Street sono aggressivi come nel 2007. I fondi di private equity mondiali sono tornati a strapagare le aziende e a rimpinzarle di debito. I mercati finanziari – secondo i calcoli del Sole 24 Ore – valgono oggi circa 740mila miliardi di dollari: circa 20mila miliardi in più rispetto ai picchi del 2007. Dieci volte più del Pil mondiale. Insomma: la finanza speculativa, gigantesca, prorompente è tornata. Quel mostro che nel 2007 si mangiò l’economia reale ruggisce ancora. Il problema è che oggi, se scoppiasse una crisi sistemica, gli Stati non avrebbero più molte munizioni per combatterla: hanno troppo debito.

Più dei numeri, sono i casi recenti a dimostrare l’esuberanza. Ieri il Wall Street Journal ha scritto che JP Morgan e Morgan Stanley stanno tornando ad assemblare i Cdo sintetici (Collateralized debt obligations). Si tratta di quelle obbligazioni costruite impacchettando debiti di varia natura (mutui, bond aziendali, titoli vari), che nel 2007 sparpagliarono i rischi americani in giro per il mondo. Decine di enti locali europei andarono vicini al fallimento per colpa dei Cdo. Migliaia di investitori finirono in crisi. Persino un convento di frati italiano fece crack per colpa dei Cdo. Ebbene: i Cdo stanno tornando. Per un motivo desolante: siccome sono ad alto rischio e offrono buoni rendimenti, gli investitori sono tornati a chiederli. E le banche d’affari stanno pensando di riaprire le fabbriche.

E che dire dei famosi mutui americani? Quelli da cui, nel 2007, partì la crisi globale? Oggi vanno a ruba. È così che il britannico Lloyds Banking Group sta per mettere all’asta 8,7 miliardi di dollari di mutui Usa. Un mese fa il fondo Lone Star e Credit Suisse hanno pagato miliardi per gli asset detenuti dalla fallita Fortis. E di casi ce ne sono molti altri. Oggi ci sono fondi hedge che fanno incetta di titoli di Stato greci, fondi di private equity comprano le aziende con i multipli – considerati folli – del 2007. È l’effetto della grande liquidità pompata dalle banche centrali. Sembra quasi una barzelletta: la cura dei mali del 2007, ha ridotto i sintomi ma ha ingigantito i mali.

La Fed pronta a comprare il debito italiano. Così la Germania perde l’egemonia sull’Ue

La Fed pronta a comprare il debito italiano. Così la Germania perde l’egemonia sull’Ue

Cambia la geografia politica mondiale. Gli Stati Uniti spostano l’attenzione dal Medio Oriente alla Ue e valutano la possibilità di comprare il debiti dei Paesi in difficoltà (come l’Italia)

Andrea Indini – Mer, 05/06/2013 – 18:50     ilgironale.it

Nella geopolitica mondiale qualcosa sta cambiando. Per il momento si tratta solo di indiscrezioni non confermate (ma neanche smentite), mezze verità e dichiarazioni d’intenti che lasciano ipotizzare in rinnovato interesse dell’amministrazione statunitense per il Vecchio Continente e, in particolar modo, del Belpaese

C’è già qualcuno che ipotizza un nuovo Piano Marshall, ma più che agli aiuti gli Stati Uniti sembrano pensare le modalità con cui aumentare la propria influenza sull’Unione europea. Secondo rumor riportati ieri da Milano Finanza, la Federal Reserve sarebbe infatti pronta a comprare il debito italiani svaligiando i Btp decennali sul mercato secondario.

« Che l’America sposti il fulcro dei suoi interessi dal Medio Oriente ad altre fonti, come il Pacifico e il Sud America non ci sono dubbi – spiega Vittorio Dan Segre – è stanca dell’incapacità dei leader delle due zone di prendere delle decisioni ». Tutt’altro discorso se la Casa Bianca e Wall Street iniziano a guardare all’Unione europea con occhi famelici. « Se in parallelo gli Stati Uniti compreranno il debito europeo è ancora tutto da vedere – avverte Segre – tuttavia è tecnicamente possibile ». La Fed di Ben Bernanke è, infatti, pronta ad avviare quell’operazione che da mesi i governi europei chiedono che venga messa in cantiere dalla Bce. D’altra parte è stato proprio Bernanke a spiegare che « la Fed ha l’autorità per acquistare sia debito pubblico nazionale sia debito pubblico straniero »« Nulla può fermare la Fed dal fare il lavoro che la Bce si rifiuta di fare », spiega il capo economista di Ubs Andreas Hoefert ricordando, tuttavia, che l’economia americana non è ancora del tutto uscita dalla crisi economica che lei stessa ha fatto esplodere con il buco creato dai mutui subprime. Anche perché, qualora la Fed dovesse entrare a gamba tesa sui mercati del Vecchio Continente, deve sganciare euro che, al contrario di come fa coi dollari, non può stampare. Aldilà della validità dell’operazione che gli analisti di Bernanke stanno studiando, l’interesse del lettore deve spostarsi sui motivi che spingono l’amministrazione Obama a spostare l’interesse dal Medio Oriente, carico di petrolio ma instabile politicamente, al Vecchio Continente, che da anni non è più un luogo strategicamente interessante da dover impegnare le proprie risorse politiche, diplomatiche ed economiche. La risposta dovrebbe essere cercata nei disordini che hanno trasformato il Mediterraneo in una vera e propria polveriera. La primavera araba in Egitto e Tunisia, la guerra civile in Siria e in Libia e le sempre più scarse prospettive d’ingerenza in Iran hanno spinto il presidente Barack Obama a lavorare perché l’Unione europea riesca ad uscire definitivamente dalla crisi economica e, al tempo stesso, entri sotto la sfera egemonica americana. Un’operazione che potrebbe togliere lo scettro alla cancelliera tedesca Angela Merkel che da anni fa il bello e il cattivo tempo con i Paesi economicamente azzoppati dalla recessione. La preoccupazione maggiore degli Stati Uniti, però, è legata all’appoggio che i singoli Paesi Ue sono in grado di fornire all’esercito americano in caso di conflitti bellici. Nelle ultime occasioni (dall’attacco sferrato alla Libia di Gheddafi all’intervento in Mali), la Germania si è dimostrata refrattaria a intervenire.

Che lo strapotere tedesco a Bruxelles non faccia piacere alla Casa Bianca, non è certo un mistero. In questo senso va infatti letta la batosta firmata in settimana dagli analisti del Fondo monetario internazionale che non solo hanno dimezzato le stime di crescita del pil tedesco, ma anche lancia un rischio recessione per l’intera economia. Mentre il governo di Berlino punta a rafforzare politicamente e, soprattutto, economicamente l’Ue e Francoforte, l’intervento della Fed sui debiti pubblici dei Paesi periferici dell’Europa, in primis Italia e Spagna, sposterebbe violentemente il baricentro dei poteri. Il risultato? Da colonia tedesca l’Italia rischierebbe di diventare una colonia americana. « Una mossa del genere non potrà certo lasciare indifferente la Bce che, tendenzialmente, rimarrà nel limbo fino alle elezioni in Germania », spiega l’analista Ulisse Severino ricordando come le difficoltà europee stiano « zavorrando » tutto il mondo. « Grazie al suo sistema finanziario-federale – spiega Segre – l’America può stampare tutti i dollari che vuole senza che nessuno la controlli ». Tuttavia, l’iniziezione eccessiva di moneta potrebbe anche svalutare il dollaro nei confronti dell’euro, con il risultato che l’export dall’Europa costerebbe di più rispetto a quella dall’America. Dal momento che, dall’inizio dell’anno, il Giappone ha preso a svalutare lo yen, la parallela svalutazione del dollaro rafforzerebbe la moneta unica sfavorendo, in questo modo, le aziende che producono in Europa e dall’Europa esportano. Un esempio su tutti: il settore automobilistico. Con un euro forte la Volkswagen, il più grosso gruppo nel Vecchio Continente, avrebbe difficoltà a vendere le proprie vetture in Asia e, in particolar modo, in Cina. D’altro canto, comprare euro per pagare titoli di Stato farebbe aumentare la circolazione dei dollari sul mercato« Se la massa di dollari dovesse apparire agli americani eccessiva – continua Segre – non avrebbero difficoltà a inventare un nuovo dollaro che ingloberebbe parte del vecchio debito ». Al tempo stesso, l’operazione eviterebbe che i prezzi del petrolio e delle materie prime schizzino alle stelle. « Il fatto che gli Stati Uniti, grazie al loro sviluppo tecnologico, si siano trasformati da maggiore importatore di petrolio dall’estero a probabile maggiore produttore di petrolio el prossimo futuro – conclude Segre – trasforma radicalmente la situazione finanziarie e il debito degli Stati Uniti ».

JE PARLAIS L’ENGLISH FLUETTEMENT, YES, YES !

Je parlais l’english fluettement, yes, yes !

 

jean Qatremaire   les Coulisses de Bruxelles   29-05-2013 
 

SpeakwhiteTous les interprètes vous le diront : il n’y a rien de pire qu’un non-anglophone de naissance qui, au lieu de laisser les interprètes faire leur travail, s’ingénie à parler un mauvais anglais. Non seulement sa pensée est appauvrie, mais ses tournures de phrases, calquées sur sa langue maternelle, sont souvent intraduisibles. Le problème devient gravissime lorsque les institutions communautaires, qui ont fait de l’anglais leur langue quasi unique de travail, se mettent à produire des textes, dont beaucoup de normes juridiques directement applicables dans les États membres, de plus en plus incompréhensibles pour les « native english speaker » et donc les législateurs de Grande-Bretagne et d’Irlande. La direction générale de la traduction de la Cour des comptes (et non de la Commission, comme je l’ai indiqué par erreur) vient donc de tirer la sonnette d’alarme en publiant un document hilarant intitulé : « une brève liste de mauvais usages de la terminologie anglaise dans les publications de l’Union européenne ». Car, contrairement à ce que croient certains, l’anglais et ses 100 millions de mots ne sont pas une langue « facile ».

 

« Avec les années, les institutions européennes ont développé un vocabulaire qui diffère des différentes formes admises de l’anglais », notent avec componction les traducteurs (en anglais, of course, mais je traduis). « Cela inclut des mots qui n’existent pas ou sont relativement inconnus des anglophones de naissance en dehors des institutions européennes (« planification », « to precise » or telematics » for example) ou des mots qui sont utilisés dans un sens, souvent dérivé d’autres langues que l’on ne retrouve dans aucun dictionnaire ».  Le document cite en particulier « GPS » ou « navigator » pour « satnav », « SMS » pour « text », « to send an SMS to » pour « to text », « GSM » ou « handy » pour « mobile » ou « cell phone, « internet key, pen or stick » pour « dongle », « recharge » pour « top-up/top up ».

La DG traduction rappelle qu’il y a plusieurs formes d’anglais (une langue d’usage dans 88 pays), mais que les publications de l’UE en anglais sont normalement destinées aux Britanniques et aux Irlandais, ce qui implique qu’ils puissent les comprendre. « A common reaction to this situation is that it does not matter as, internally, we alle know what « informatics » are (is ?), what happens if we « transpose » a directive or « go on mission » and that, when our « agents » are on a contract, they are not actually going to kill anyone ». Mais voilà, les institutions doivent être capables de communiquer avec l’extérieur, ce que leur anglais ne permet pas, car il n’est plus compris hors de Bruxelles. « It is worth remembering that whereas EU staff should be able to undestand « real » English, we cannot expect the general public to be au fait with the EU variety »… Par exemple, « transpose a directive » ne veut rien dire. La bonne formule est : « the enactement of a directive in a national law ».

La DG traduction a donc dressé une première liste de 89 mots mal utilisés, de « actor » à « visa » en passant par « concerning », « opportunity » ou « trimester ». Ainsi, « actor » devrait être remplacé par « player » à moins qu’on ne parle d’une star d’Hollywood. « Actual » ne signifie pas « actuel », mais « real » ou « existing » : le bon mot est « current » ou « present ». « Agent » signifie espion et devrait être remplacé par « staff », « employee » ou « official ». La liste est un pur délice d’anglais torturé qui montre que cette langue n’a pas la « simplicité » vantée par certains. Le « EU globish » est juste un esperanto du pauvre, incompréhensible par le commun des mortels… Un avertissement qui tombe à pic quand la France croit que des Français vont pouvoir enseigner subtilement en anglais à des Français.

L’enseignement en anglais en France, une erreur historique

L’enseignement en anglais en France, une erreur historique

 

jean Qatremaire   les Coulisses de Bruxelles   24-05-2013   http://bruxelles.blogs.liberation.fr/coulisses/2013/05/lenseignement-en-anglais-en-france-une-erreur-historique.html

 


Voici un texte remarquable
, publié par Libération du 21 mai, signé par des universitaires étrangers qui condamnent le projet de loi du gouvernement de François Hollande d’autoriser l’enseignement en anglais en France au nom de la «compétitivité». Tous les arguments y sont et je ne saurais mieux dire, d’où ma décision de le publier à nouveau sur ce blog, car je ne partage évidemment pas la ligne de mon journal («Let’s do it», a-t-on titré ce lundi, comme un écho au très Nike «just do it»). Si on accepte cette innovation, je ne comprends plus pourquoi on défend encore l’exception culturelle : pourquoi ne pas ouvrir tout grand nos frontières à la culture nord-américaine et renoncer à la nôtre, toujours au nom de la «compétitivité» ? Un point important pour éviter les mauvais procès : il ne s’agit pas de s’opposer à l’apprentissage des langues, bien au contraire. Mais apprendre dans une autre langue, c’est autre chose. Comme le dit très bien le philosophe Michel Serres, qui enseigne aux Etats-Unis, «une langue vivante, c’est une langue qui peut tout dire. J’ai vu mourir des langues en France – le breton, l’alsacien, le gascon… – parce qu’elles ne pouvaient pas tout dire. Elles ne disent pas hexaèdre ou ADN. Et si vous ne dites plus hexaèdre ou ADN en français, le français est virtuellement mort ».

 

«Le Parlement français (se prépare à adopter) un projet de loi qui risque de contribuer à l’expansion rapide de l’anglais comme vecteur principal d’enseignement dans le système universitaire français. Nous, qui décidons depuis la Chine, le Brésil, les Etats-Unis, l’Europe centrale, de l’envoi de nos étudiants en France, nous nous permettons de vous mettre en garde contre la disposition législative envisagée, présentée comme un remède miracle pour favoriser «l’attractivité» de vos universités auprès de nos étudiants.

Elle repose en fait sur une double erreur d’appréciation. La première porte sur les raisons qui conduisent des étudiants étrangers à faire le choix de la France. Pas plus que les touristes ne viennent chercher dans votre pays des Starbucks ou des McDonald’s, nos étudiants n’aspirent à recevoir en anglais, dans vos universités ou grandes écoles, une formation que, sans vouloir vous désobliger, vos partenaires anglophones sont mieux armés que vous pour dispenser. La mondialisation, qui provoque des phénomènes d’uniformisation, a cet effet paradoxal de faire de la diversité une valeur : ce que les meilleurs d’entre eux viennent chercher en France, la raison pour laquelle nous les y envoyons, c’est justement une autre façon de penser, une autre façon de voir le monde, un modèle culturel alternatif aux modèles anglo-saxons dominants. Nous avons impérativement besoin de cette autre voie. Or, cette différence est liée à la langue que vous parlez.

Si le savoir est universel, la langue qui permet d’y accéder, elle, ne l’est jamais. Les langues ne sont pas interchangeables, on ne dit pas la même chose dans une langue et dans une autre. Vous avez la chance de disposer en français d’un formidable capital d’intelligence lié à une tradition plusieurs fois séculaire : ne le dilapidez pas en renonçant à la langue qui le constitue. Il est absurde de considérer le français comme un obstacle à l’attractivité de votre pays : dans la concurrence mondiale, il représente votre avantage comparatif, votre valeur différentielle.

Enfin, en venant en France, et parce que votre pays est une porte d’entrée vers le Maghreb et l’Afrique, nos étudiants cherchent aussi à bénéficier d’un tremplin, en accédant par votre intermédiaire à ce vaste espace francophone, à ses richesses, à ses perspectives de développement. Prenez garde à ne pas décourager les pays qui en font partie, car comment voulez-vous qu’ils conservent l’usage du français dans leurs systèmes éducatifs si vous-même y renoncez ? Il est douteux que votre intérêt soit de brader les avantages économiques que vous pouvez tirer de solidarités linguistiques forgées par l’histoire.

Améliorez vos infrastructures universitaires, facilitez l’obtention des visas, simplifiez les formalités administratives, offrez des perspectives de carrière aux étudiants étrangers que vous accueillez, renforcez chez eux, mais aussi chez les Français eux-mêmes, la maîtrise des langues : tels sont en France, comme partout ailleurs, les objectifs à poursuivre pour améliorer l’attractivité d’un système d’enseignement. Mais ne renoncez pas à l’usage de votre langue dans la transmission des savoirs, car en vous appauvrissant vous-même, vous appauvrirez aussi le monde entier.»

Emily Apter New York University, responsable de collection à Princeton University Press; Izabela Aquino Bocayuva, directrice du centre de recherches en philosophie antique de l’Université de l’Etat de Rio de Janeiro (UERJ) ; Xiaoquan Chu Doyen de l’Institut des langues et de la littérature étrangère, université Fudan, Chine; Jacques Lezra Department of Comparative Literature, New York University; Michael Loriaux Professor of Political Science, Northwestern University; Nobutaka Miura Professeur à l’université Chûo, Japon; Myroslav Popovych Directeur de l’Institut de philosophie de l’Académie des sciences d’Ukraine; Dumitru Topan Recteur de l’université de Craiova, Roumanie; Fernando Santoro professeur à l’Université fédérale de Rio de Janeiro, responsable du programme de deuxième et troisième cycle.