Lassini e l’art. 21 della Costituzione

Lassini e l’art. 21 della Costituzione | The Frontpage

Lassini e l’art. 21 della Costituzione

di fr thefrontpage.it    20110422

Per trent’anni Marco Pannella è andato denunciando la “Cupola partitocratica”, ma né i partiti di governo né le vittime della mafia lo hanno mai accusato di vilipendio o ne hanno chiesto le dimissioni dal Parlamento. Perché è evidente che si trattava di una metafora, e che questa metafora esprimeva un’opinione politica, un giudizio, un punto di vista.

Anche “Fuori le Br dalle Procure” è una metafora, e il suo significato è chiaro: alcuni magistrati fanno un uso terroristico della giustizia, cioè colpiscono con violenza nel mucchio per dare il buon esempio e spingere il popolo alla sollevazione. È un’opinione come un’altra, che merita di essere discussa, confutata, respinta o confermata. Non solo: è un’opinione largamente condivisa dal centrodestra, naturalmente con parole e toni anche molto diversi, ed espressa pubblicamente più volte negli ultimi diciassette anni dal presidente del Consiglio.

Perché Roberto Lassini non dovrebbe poter dire ciò che molti altri hanno pensato e detto? È un candidato alle elezioni, e dunque non ha soltanto il diritto, ma anche il dovere di esporre agli elettori le sue opinioni, così da consentire loro di valutarlo ed eventualmente di votarlo. L’indignazione multipartisan che s’è abbattuta su Lassini – persino il presidente della Repubblica s’è sentito in dovere di intervenire, mentre Letizia Moratti ha minacciato di ritirarsi dalla corsa elettorale – è un monumento all’ipocrisia nazionale, alla mediocrità dei politici e dei commentatori, all’arroganza della magistratura organizzata, all’impotenza e alla marginalità del pensiero liberale in Italia.

In tanto difendere la Costituzione, qualche indignato potrebbe rileggersi l’articolo 21: “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”.

Se adesso la Fiat va Detroit ringraziate la Cgil C’è l’accordo: il Lingotto è al 46% di Chrysler

Se adesso la Fiat va Detroit ringraziate la Cgil C’è l’accordo: il Lingotto è al 46% di Chrysler – Economia – ilGiornale.it del 22-04-2011

Se adesso la Fiat va Detroit ringraziate la Cgil C’è l’accordo: il Lingotto è al 46% di Chrysler

di Francesco Forte  ilgiornale.it    20110422

Non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire. È il caso della Cgil, della Fiom, ma anche di un certo nume­ro di politici ed economisti e dei cerchio bottisti che non sembrano capire che quel che sta succedendo in Fiat auto è cruciale per la crescita dell’economia italiana. Fiat, che aveva da poco aumentato la quota di Chrysler dal 25%al 50%ha esercitato,prima del previsto,l’opzio­ne per comprarne un altro 16%, sborsando 1,270 miliar­di di dollari. E Sergio Marchionne ha anche annunciato che entro l’anno Fiat comprerà un altro 5% di Chrysler, raggiungendo la maggioranza assoluta. I conti di Fiat auto vanno bene nonostante il calo di vendite in Italia compensato dall’aumento in Brasile, in Polonia e altro­ve ed ha mezzi e credibilità per anticipare le strategie di acquisizione del 51% di Chrysler. E il modello Marchion­ne, che i sindacati di Detroit hanno accettato, ha funzio­nato, insieme alla strategia di produzione, di marketing e di finanza, dei manager Fiat che si è portato a Chrysler. Quindi le banche danno il credito necessario per l’ope­razione di controllo totale di Chrysler.

Non si può incolpare Fiat auto di non amare l’Italia, perché potrebbe spostare la sua produzione da Torino, Pomigliano e Melfi, in Polonia, in Brasile, a Detroit se la Cgil continua a fare ricorsi alla magistratura che blocca­no i programmi di Fabbrica Italia, che prevedono i nuo­vi modelli di auto, sulla base del nuovo contratto di lavo­ro, che la maggioranza dei lavoratori ha accettato. Che cosa è questo nuovo principio della sinistra politica e sindacale per cui quando non vincono con le schede delle votazioni pretendono di vincere con le carte bolla­te in tribunale o quanto meno di impantanare chi ha vinto nelle vertenze, per estenuarlo? La politica non ha regole oggettive, ma l’economia e la finanza privata e pubblica le ha. E non ci può scherzare, con le carte bolla­te, né giocare con un colpo al cerchio e uno alla botte o il piede in due staffe. Ai rappresentanti sindacali della ex Bertone, ora carrozzeria di Grugliasco, che non lavora da anni ed ha 700 addetti sino alla scorsa settimana in cassa integrazione straordinaria, Fiat, che l’ha rilevata dal dissesto, ha proposto di costruire auto Maserati con un investimento di mezzo miliardo, sulla base del nuo­vo contratto Marchionne. Tutti i posti di lavoro attuali verrebbero garantiti. Fiom di Cgil che ha la maggioran­za fra i 700 addetti che ancora sono in fabbrica, non solo si oppone, come si era opposta a Pomigliano e Mirafiori ove è rimasta in minoranza, ma per aggravare l’opposi­zione il giorno prima dell’incontro con Marchionne ha presentato i ricorsi contro tale contratto negli stabili­menti Fiat. Quanto a Emma Marcegaglia, dopo avere dichiarato, a nome del vertice confindustriale, che l’at­teggiamento della Fiom non fa bene ai lavoratori italia­ni, in quanto di chiusura rispetto alla competitività del­le imprese e rispetto al pagamento di salari più alti ai lavoratori, ha aggiunto che lo si vede alla Bertone, come lo si è visto prima a Pomigliano e Mirafiori.

Dopo questo bel colpo al cerchio, ecco quello alla bot­te. Riferendosi al referendum che la Cgil esige alla ex Bertone essa ha detto «anche in caso di referendum ne­g­ativo auspichiamo che la Fiat decida di tenere la produ­zione in Italia». Una dichiarazione come questa aiuta la Cgil a vincere, perché così essa potrebbe dimostrare che Fiat auto non ha affatto bisogno di far fare i turni notturni e gli straordinari flessibili, per realizzare lo sfruttamento ottimale degli impianti e fronteggiare le variabilità del mercato. E ovviamente gli altri sindacali­sti che chiedono di votare «sì»per salvaguardare l’occu­pazione apparirebbero come dei pavidi servitorelli del padrone. Ma Fiat non bluffa, vuole applicare questo contratto in Italia, perché lo adotta nelle altre fabbriche e se in Italia le auto del gruppo Fiat perdono quote di mercato è perché il rapporto qualità-prezzo non è ade­guato. La questione se facendo nuovi modelli si vende di più con profitto è una questione di costi e prezzi, quin­di di produttività. Molti lavoratori di Bertone sono vici­ni alla pensione e sperano in altra cassa integrazione. Ma è così che si pensa al futuro dei giovani e alla crescita economica?

Persino per Toni Negri Silvio è perseguitato

Persino per Toni Negri Silvio è perseguitato – Interni – Articolo stampabile – Il Giornale.it

Persino per Toni Negri  Silvio è perseguitato

di Giordano Bruno Guerri   ilgiornale.it   20110422

Persino il guru della sinistra, teorico di Potere operaio, ha scritto in un libro: « Ciò che fu fatto dai giudici ai socialisti adesso si ripete coi berlusconiani, è orrido »

Aperte le virgolette: «Il potere giudiziario è diventato un potere quasi autocratico. A quel tempo il partito dei giudici era appena nato: il loro potere è diventato esorbitante grazie a un patto con la sinistra istituzionale che aveva dato alla magistratura mano completamente libera».

A quel tempo significa il 1983. Ma chi è l’autore di queste parole esplosive? Berlusconi, certamente Berlusconi.

Riapriamo le virgolette: «Sia ben chiaro, non metto assolutamente in discussione l’esercizio della giustizia e la sua indipendenza. Il dramma inizia quando la giurisdizione sostituisce interamente la giustizia, quando occupa e alla fine domina lo spazio politico».

Insomma, questo Berlusconi, sempre la solita solfa. L’unica novità, sembra, è che si fa risalire il «patto» scellerato addirittura alla fine degli anni Settanta e non alla sua discesa in campo.

Ancora virgolette, ma con sorpresa: «Quello che è stato fatto dai giudici contro l’estrema sinistra alla fine degli anni Settanta è stato ripetuto dieci anni dopo contro i socialisti e i berlusconiani. È stato orrido, questo déjà vu…». È davvero Berlusconi? Quel riferimento ai magistrati contro l’estrema sinistra avrà fatto venire qualche sospetto ai lettori. Che, infatti, hanno ragione. Il brano non è del capo del governo, bensì di Toni Negri, guru dell’estrema sinistra pensante e operante.

Il passaggio è a pagina 28 di un suo libro abbastanza recente, Il ritorno (Rizzoli 2003), pubblicato poco dopo il successo planetario di Impero, per il quale Time inserì Negri tra «le sette personalità che stanno sviluppando idee innovative in diversi campi della vita moderna». Può darsi, anche se di certo Negri non è un personaggio amabile.

Prima dirigente dei giovani dell’Azione Cattolica, poi socialista, infine fondatore, teorico e stratega di Potere Operaio insieme a Oreste Scalzone e a Franco Piperno. Fu processato per associazione sovversiva e insurrezione armata e condannato a 30 anni, nel 1984. Il processo si svolse sulla base del «teorema Calogero», dal nome del sostituto procuratore di Padova: il quale fu accusato da Amnesty International, insieme a altre autorità italiane, di avere manipolato la vicenda e avere commesso numerose irregolarità. La pena venne poi ridotta a 17 anni. Nel frattempo Marco Pannella aveva candidato Negri alla Camera, sostenendo che era vittima di leggi repressive imposte dal Partito comunista italiano con l’entusiastico appoggio della magistratura. Negri venne eletto, ma sarebbe ugualmente tornato in galera, dopo l’autorizzazione all’arresto concessa dal Parlamento, così fuggì in Francia. Ci rimase per 14 anni, insegnando all’università, finché decise di rientrare in Italia, per scontare la pena: prima in prigione, poi in semilibertà, fino al 2003. Due anni dopo Le Nouvel Observateur lo inserì tra i venticinque «grandi pensatori del mondo intero».

Non giurerei che lo sia davvero, ma non sbagliava quando parlò di una giustizia che «occupa e alla fine domina lo spazio politico»: prima contro l’estrema sinistra, poi con Tangentopoli, oggi contro Berlusconi. Ovvero contro gli avversari di quelli che Berlusconi chiama «i comunisti».

«Dovevano ricacciarmi in galera, nei meandri della persecuzione giudiziaria… troppo spesso in Italia le cose si risolvono così».

Sarebbe interessante sapere cosa pensa delle attuali vicende processuali di Berlusconi, oggi, il quasi ottantenne Toni Negri. Magari durante una cena a Arcore.

http://www.giordanobrunoguerri.it

Una professoressa taglia e incolla

Una professoressa taglia e incolla – News – Italiaoggi

Una professoressa taglia e incolla

Di Giampaolo Cerri   italiaoggi.it              20110420

Se in Germania fai il ministro e hai copiato la tesi di dottorato ti dimetti, se in Italia lo fai con qualche decina di libri con cui ti presenti a un concorso universitario, finisci in cattedra. Alla vicenda di Karl-Theodor Guttenberg, ministro della Difesa dimessosi perché denunciato per il forsennato «copia e incolla» con cui aveva forgiato le 475 pagine della sua tesi di dottorato, l’Italia risponde con la sconcertante vicenda di Flaminia Saccà, ricercatrice in Sociologia a Cassino, idonea a un concorso a Viterbo per professore associato e chiamata dallo stesso ateneo, malgrado avesse copiato interi passaggi di saggi altrui, come un commissario ha documentato a verbale.

Una situazione surreale: il docente-contestatore, Marcellino Fedele, ordinario alla Sapienza, uno dei quattro commissari sorteggiati, produceva, il 19 gennaio scorso, passi di famosi sociologi con, a fronte, i brani della Saccà, tratti dalle pubblicazioni.

Una visione sinottica che mostrava come la studiosa avesse saccheggiato testi di Francesco Amoretti, Gianfranco Bettin, Gianpietro Mazzoleni, Gabriel Almond e Sidney Verba, senza citarli mai, talvolta utilizzando anche, tali e quali, le traduzioni fatte dagli autori. Scoperta che aveva spinto Fedele, come si legge nel verbale sul sito dell’ateneo della Tuscia, «a voler mutare il giudizio originariamente espresso sulla candidata, la cui produzione, alla luce di sopravvenuti elementi di valutazione si configura priva di originalità e dunque con un valore scientifico in larga misura inesistente». Il giudizio, pesante come un macigno, era stato preceduto da una sibillina introduzione del documento: «Questi testi», si legge, «ripetono generalmente senza indicarne le fonti in maniera adeguata, brani di testi precedentemente pubblicati da altri autori». Ma come in una pièce ioneschiana, gli altri quattro commissari, Gloria Pirzio, scelta dalla Tuscia ma docente alla Sapienza, Giacomo Mulé, professore a Palermo, Riccardo Scartezzini, che insegna a Trento, e Vincenzo Pace, ordinario a Padova, decidevano che andava bene lo stesso: «I membri della Commissione», annotano nella medesima relazione, «prendono atto di quanto dichiarato dal professor Fedele» e quindi sentenziano, evidentemente a maggioranza, che «la valutazione complessiva della candidata, in considerazione del curriculum e dei titoli presentati e delle due prove orali risulta essere più che buona». Un giudizio che, per la Saccà, vale l’idoneità, visto che solo la preparazione di un’altra candidata viene definita «ottima».

Un bel risultato, visto che la Saccà da qualche anno non si dedica a tempo pieno alla ricerca, essendo stata nominata, dal giugno del 2007, presidente della Società finanziaria laziale di sviluppo della Regione Lazio, la Filas Spa, dove è in prorogatio dall’aprile dello scorso anno ma che a breve sarà sostituita dalla giunta di Renata Polverini.

A sceglierla era stata infatti la giunta di centrosinistra. Lo stesso Piero Marrazzo aveva parlato di «una nomina di alto profilo che conferma la sensibilità del sistema Regione nei confronti del sostegno alle imprese», ma uno dei meriti della sociologa, all’epoca, era quello d’essere responsabile università dei Ds. In quella veste, nel 2004, guidava la contestazione al ministro Letizia Moratti: «Bisogna dare vita a una battaglia culturale contro tutte le forme di sfruttamento, malcostume e opacità che tuttora esistono nel mondo accademico», dichiarava al Manifesto.Ma non è solo il passato politico di Flaminia a rendere il suo concorso un pasticciaccio brutto. Chi l’ha chiamata, con decreto 171, firmato il 25 febbraio scorso, forse non leggendo troppo attentamente gli atti, è il fresco presidente della Conferenza dei rettori italiani-Crui, il rettore viterbese Marco Mancini, che proprio sulla materia dei concorsi aveva rilasciato al Corriere la prima e unica intervista, in cui chiedeva: «Libertà agli atenei di scegliere i docenti».

Però Lassini le Procure le conosce davvero

Però Lassini le Procure le conosce davvero | The Frontpage

Però Lassini le Procure le conosce davvero

Lassini tiene banco. L’autore dei manifesti milanesi “Fuori le BR dalle Procure”. Adesso donna Letizia ha posto un aut aut al Pdl, imponendo il ritiro della candidatura al candidato indisciplinato. Il casto Firmigoni, già alle prese con la grana (radicale) delle firme false, si affretta a precisare che quella non è la posizione del partito e per questo invoca l’opportunità di un’autosospensione. Ci vuole autodisciplina, tuona moderatamente, com’è nel suo stile. La stessa autodisciplina, bisbigliamo noi, che dovrebbe indurre alle dimissioni il Presidente abusivo, che, ben consapevole della mega truffa elettorale, ha mentito per mesi e mesi ai cittadini lombardi.

Che cosa ha fatto Lassini? Quello che i partiti italiani fanno ogni giorno. Tappezzare di manifesti (preventivamente condonati) i muri delle nostre città, violando ogni regola sulla propaganda elettorale. E mentre gli stessi partiti bisticciano per finta e si accordano per vero, i Radicali sono i soli a denunciare lo scempio di legalità nella quasi indifferenza dei grandi mezzi di distrazione di massa.

Eppure questa volta s’è mobilitato nientemeno che il Presidente della Repubblica. Secondo Napolitano s’è oltrepassato il segno. Perché il manifesto “Fuori le BR dalle Procure” è un’offesa alle vittime delle BR. Mi pare logico, no? Ugualmente dettato dalla logica (politica), del resto, è il silenzio della massima carica dello Stato sull’abusivismo sistematizzato. Sull’illegalità sistematizzata.

Ritorniamo però su Lassini. Mentre tutti si sperticano in professioni di cieca fede nella magistratura (e nei magistrati?), la vita di Lassini è una storia da manuale della malagiustizia. Lui le Procure le ha conosciute, con l’irresponsabilità dei magistrati ha dovuto fare i conti sulla propria pelle. Da sindaco di un Comune del milanese al “più nulla”. In mezzo un’indagine per tentata concussione avviata dalla Procura di Milano, 42 giorni di carcere e poi più di cinque anni in attesa di essere assolto con formula piena. La frase che ripete è: “Ho perso tutto”.

Fuori le BR dalle Procure, a rigor di logica, non significa che le Procure sono le BR. Quella delle BR è evidentemente una metafora, un’esagerazione provocatoria, un’iperbole, che io mi sarei volentieri evitata. Ma ancor prima mi sarei evitata questo spettacolo immondo. La sfilata di ipocrisia partitocratica, che dinanzi alla violazione quotidiana della legalità costituzionale non si scompone; dinanzi alle vite dilaniate dalla malagiustizia italiana non batte ciglio; dinanzi all’attivismo a corrente alternata dei magistrati non proferisce parola, se non per ingraziarsi il benestare del terzo potere.
A me il “reato di vilipendio” fa sorridere, come tutti i reati d’opinione. Che la sensibilità del supremo ordine giudiziario ne sia uscita toccata, me ne dispiace. Risentiti lo siamo tutti. Da questo teatrino, che toglie il fiato. E supera la fantasia.

Il complotto delle toghe inizia trentasei anni fa

Il Tempo – Il complotto delle toghe inizia trentasei anni fa

          Il complotto delle toghe inizia trentasei anni fa

      di Francesco Perfetti   iltempo.it    20110419
      

È davvero incredibile, ma è proprio così. Passano gli anni, passano i decenni e le cose non cambiano. L’invasione di campo della politica da parte della magistratura è antica. Mi è capitato sotto le mani un numero di un periodico moderato, pubblicato dalla casa editrice Rusconi, diretto da Ignazio Contu, «Il Settimanale» dell’11 gennaio 1975: una bella copertina color rosso raffigurante un tocco sormontato da un grande titolo, «Il complotto dei magistrati», e un sommario, «Rapporto sullo strapotere giudiziario», che rinvia a una inchiesta firmata da Giampiero Pellegrini ed Ernesto Viglione. Cominciava con una frase di Henry Kissinger a Aldo Moro: «I vostri giudici hanno messo sotto accusa i servizi segreti italiani proprio mentre, in Medio Oriente, potrebbe scoppiare da un momento all’altro una nuova guerra. Non vi rendete conto di aver imboccato una strada pericolosa?».

Trentasei anni fa. Sembra oggi. L’inchiesta era dura ma dettagliata: parlava dei pretori d’assalto e delle toghe scomode, ma soprattutto denunciava l’esistenza, dietro le quinte, di un «disegno concertato», di un «attentato alla democrazia», di un «vero golpe strisciante» che ha per obiettivo quello di «strangolare le libertà comuni attraverso la costituzione di un corpo di giudici» che mancano al «dovere dell’imparzialità» e «abdicano alle funzioni istituzionali» diventando, per usare le parole di Giovanni Colli, all’epoca Procuratore Generale della Cassazione, «soltanto i gestori di un potere arbitrario». L’inchiesta denunciava gli strumenti – accelerazioni od omissioni o ritardi dell’azione giudiziaria ovvero anche sentenze politiche ispirate a una concezione classista della giustizia – attraverso i quali la parte più politicizzata della magistratura si dava da fare per portare avanti un disegno, in sostanza, eversivo.

E denunciava, per inciso, come si fosse costituita di fatto – attraverso associazioni di magistrati articolate in correnti e sottocorrenti ideologizzate – una vera e propria «partitocrazia giudiziaria». E, ancora, sottolineava come fosse invalsa la moda persino di rispondere con inammissibili «controinaugurazioni» dell’anno giudiziario alle preoccupate denunce provenienti da alti e coraggiosi magistrati decisi a difendere l’indipendenza della magistratura dalla politica militante.

Roba vecchia, si dirà. Roba di trentasei anni or sono. Roba da Prima Repubblica, di una Prima Repubblica, per di più, la cui classe politica era giudicata impietosamente da un sondaggio della Demoskopea, pubblicato nello stesso numero del periodico, che rivelava come solo il 2% degli intervistati ritenesse che i governanti italiani fossero migliori di quelli di altri paesi. Roba vecchia e datata, dunque. Certamente, ma, purtroppo – e fa impressione che qualche modus operandi è cambiato, ma la sostanza – l’ingerenza del giudiziario e le sue pretese di porsi al di sopra dell’esecutivo e del legislativo – è rimasta la stessa. Per esempio, sono scomparse le «controinaugurazioni» degli anni giudiziari ma, al loro posto, sono apparse pittoresche e non meno inammissibili «contestazioni» di quegli stessi eventi.

Ancora, ai sottili tentativi di sostituirsi al legislativo attraverso l’emanazione di sentenze che di fatto snaturavano la legge ricorrendo alla cosiddetta «interpretazione evolutiva» della norma è subentrata la prassi del ricorso a una Corte Costituzionale la quale, attraverso sentenze politicizzate che sono talora veri e propri esercizi di sofismi giuridici, annullano, snaturano o riscrivono le norme. La verità è che il problema della politicizzazione della magistratura, o quanto meno di una parte di essa – e, quindi, del traviamento della civiltà giuridica italiana – ha radici lontane che risalgono ai primi tempi della Repubblica e si ricollegano alla gestione da parte di Palmiro Togliatti del ministero della Giustizia. È storia di ieri, che però non ha esaurito le sue conseguenze. Molta acqua, da allora, è passata sotto i ponti, ma la presenza invasiva della cultura e della mentalità gramsci-azionista, in combutta con il cattocomunismo, si è radicata nei gangli più delicati e vitali del corpo della società italiana, magistratura compresa.

La caduta del muro di Berlino e la fine dei regimi fondati sul cosiddetto socialismo reale hanno distrutto, forse, le illusioni della creazione di una società comunista, ma non sono stati sufficienti per generare degli anticorpi capaci di bloccare i germi patogeni della degenerazione del sistema democratico e liberale fondato sull’equilibrio dei poteri. Anzi. La stagione di «tangentopoli» animata da un giacobinismo giudiziario portato avanti da magistrati che Sergio Romano ebbe a definire icasticamente «Ayatollah della Repubblica» ha realizzato la decapitazione di un’intera classe politica grazie, per usare una espressione di Francesco Cossiga, a un vero e proprio «colpo di Stato legale». Tutto ciò ha comportato non soltanto l’eclissi della politica, indebolita e frastornata, ma anche una vera e propria alterazione dell’equilibrio dei poteri dello Stato, al punto che la magistratura, la magistratura militante, divenuta sempre più un blocco corporativo, ha finito e finisce per dominare la scena pubblica, per occupare spazi e dettare regole.

È diventata, insomma, questa magistratura militante, un vero e proprio «contropotere» che considera strumento legittimo di lotta politica l’uso e l’abuso dell’amministrazione della giustizia. Si tratta di una anomalia, tutta italiana, che fa sì che il problema della cosiddetta riforma della giustizia sia davvero, oggi, una priorità per il governo.

Un’immagine da difendere

Un’immagine da difendere – Corriere della Sera

Un’immagine da difendere

di   Antonio Polito    corriere.it          18 aprile 2011

Ci sono molte ragioni per deprecare Berlusconi (alcune delle quali riguardano proprio i suoi comizi di questi giorni). Ma non c’è nessuna buona ragione per deprecare anche l’Italia e la storia d’Italia al fine di condannare il suo premier pro tempore.
E invece è proprio questo il vizietto che si nasconde dietro quella che è ormai diventata una specie di formula retorica ripetuta all’infinito dai critici di Berlusconi, i quali sembrano tutti avere un amico all’estero che gli chiede stupito: ma come mai gli italiani non se ne liberano? Domanda che sottintende quantomeno una nostra immaturità democratica, se non una congenita attitudine al servaggio, cui viene contrapposta la superiorità di virtù civiche dello straniero.

Un’eco di questa sgradevole auto denigrazione nazionale si trova spesso nelle corrispondenze sulla stampa estera, dove sono invece gli autori stranieri ad avere amici italiani che vorrebbero liberarsi di Berlusconi. Sul New Yorker, prestigioso settimanale americano, è per esempio appena uscito un lungo saggio di Tim Parks – scrittore inglese da trent’anni espatriato in Veneto – secondo il quale le «stravaganze» politiche dell’Italia odierna affondano le radici in un’Unità fasulla e immeritata. Recensendo tre volumi pubblicati all’estero in occasione del 150°, vi si sostiene infatti che la nascita stessa della nazione non fu altro che un «colpo di fortuna», che «la grande maggioranza degli italiani non ha cercato l’unità e anzi molti l’hanno combattuta», e che la sua sopravvivenza fu assicurata solo dal «gioco di potere» tra potenze straniere. Un «infelice anniversario», dunque, ciò che celebriamo quest’anno: «Una coppia sull’orlo del divorzio certo non gioisce per l’anniversario del proprio matrimonio».

Verrebbe da ricordare che ogni processo di unificazione nazionale ha le sue magagne: negli Stati Uniti è passato per una sanguinosa guerra civile, e nel Regno Unito per la sottomissione violenta dell’Irlanda e della Scozia. Ma ciò che conta osservare è che la polemica pubblica anti berlusconiana sconfina sempre più spesso in una contestazione delle basi stesse dello Stato democratico e unitario. Come se solo in una nazione fallita potesse verificarsi un simile fenomeno politico.

Questo slittamento logico andrebbe contrastato con fermezza e buoni argomenti dagli intellettuali, italiani all’estero o stranieri in patria che siano. Ma specialmente da chi in Italia intende fare opposizione a Berlusconi, perché un discorso anti patriottico e denigratorio è politicamente suicida. Purtroppo non avviene. Non tutti i critici del premier arriverebbero infatti a sognare un golpe democratico come ha fatto Asor Rosa; ma molti si auspicano che la scossa per ottenere ciò che a loro non riesce in patria venga dall’estero, da una battuta di Sarkozy o di Obama, da un’agenzia di rating o dal discredito sulla stampa.

Non è solo una speranza mal riposta. È anche un po’ umiliante per un Paese che non è figlio di un dio minore; e che dunque, come tutte le nazioni democratiche, è geloso del suo diritto a scegliere da solo.