La geografia è un’opinione (politica)

La geografia è un’opinione (politica)

Ieri i quotidiani titolavano: tre omicidi a Roma. Solo che due di questi sono avvenuti altrove. L’obiettivo è sparare conto Alemanno e aiutare Marino

Salvatore  Tramontano –   Giovedi    30/05/2013 –     15:00

 

Quanto è grande Roma? Dipende. Dipende dal sindaco, da cosa dicono i sondaggi, dalla campagna elettorale o da chi è in ballottaggio.

 

Se per esempio in qualche modo c’entra Alemanno allora Roma arriva quasi a Latina e se poi bisogna parlare di violenza e omicidi ci si ricorda perfino di Roma caput mundi, non è detto quindi che se scoppia una bomba ad Atene o a Gerusalemme la responsabilità non sia dell’ultimo sindaco della città eterna. Ieri tutti i quotidiani nazionali hanno titolato in grande evidenza: tre omicidi a Roma. Il messaggio è chiaro. Il sindaco che ha fatto della «sicurezza» un cavallo di battaglia è ostaggio di una città violenta, dove si ammazza a ogni angolo di strada. Non è difficile sospettare che questa campagna di stampa a titoli unificati sia in fondo un assist a Ignazio Marino, lo sfidante, il mite avversario di Alemanno. È tempismo elettorale, anche perché il medesimo allarme non vale per Pisapia e per Milano, lì dove si è tornati a rapine in banca da sceneggiati anni ’70, quelli dei primi noir metropolitani. Ma al di là della protezione di Pisapia, che da sempre gode di stampa migliore rispetto al suo collega romano, qui c’è anche un problema di geografia. 

Come dice il proverbio? Tutte le strade portano a Roma. Forse è per questo che qualcuno si è confuso. Solo che due dei tre delitti non sono avvenuti a Roma. Uno può dire che erano vicino Roma, ma fuori dall’amministrazione di Alemanno. Uno è avvenuto a Focene, Comune di Fiumicino, l’altro addirittura ad Anzio, 58 chilometri a sud di Roma e 26 a ovest di Latina. Non è periferia dell’Urbe. È un’altra cosa. Non è solo la sintesi di un titolo di cronaca. È l’idea di sparare in prima pagina l’allarme Roma, di metterlo sul conto di Alemanno e di dare una pacca sulle spalle a Marino per dargli coraggio e un aiutino. È la stampa italiana che a parole si veste sempre da imparziale, per poi colpire agli stinchi il candidato non gradito. Così anche la geografia diventa un’opinione. Politica

 

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Angela Merkel, garante di Pechino nel Vecchio continente

 

Angela Merkel, garante di Pechino nel Vecchio continente

 La cancelliera s’impegna a tutelare gli interessi cinesi in Ue. In cambio, una serie di vantaggi commerciali.

 di Pierluigi Mennitti                 lettera43.it                   20130527

 È attrazione fatale fra i leader delle due terre di mezzo, quella asiatica e quella europea. Berlino è stata l’unica tappa in un Paese dell’Ue del viaggio nel Vecchio Continente di Li Kequiang, da marzo capo dei ministri del governo cinese, e Angela Merkel l’unico leader europeo a riceverlo, il 26 maggio.

Un tempo erano le strategie geopolitiche a dominare l’agenda degli incontri fra i grandi del mondo, oggi l’economia. È così tutto ricco di contratti commerciali il bottino dei colloqui fra le due parti: accordi per la coperazione fra aziende, scambi nel campo della formazione, trattati di sostegno alle imprese. In cambio la Germania diventa una sorta di tutore degli interessi cinesi in Europa, il suo rappresentante ufficiale contro i tentativi di Bruxelles di imporre dazi doganali per contrastare il dumping dei prezzi nel settore dei pannelli solari.

LO SPETTRO DEL PROTEZIONISMO. 

La visita tedesca di Li Kequiang si è consumata nei pochi chilometri che dividono Potsdam da Berlino. «Germania e Cina vogliono evitare che il conflitto commerciale fra Pechino e Bruxelles inauguri una nuova epoca di protezionismo», ha scritto la Frankfurter Allgemeine Zeitung, sintetizzando l’esito dei colloqui, «e Angela Merkel ha confermato che farà di tutto per scongiurare che fra le due parti si arrivi a un confronto che porti all’innalzamento reciproco di barriere doganali».
LA MEDIAZIONE DI BERLINO. Il ruolo tedesco è quello di intermediario. La cancelliera si è ben guardata dal rimproverare apertamente la linea di Bruxelles, ma lo ha lasciato fare al suo ospite, senza provare a correggerne gli accenti più critici. «Le misure che l’Ue ha in mente», ha detto Li Kequiang, «si rifletterebbero in maniera molto negativa sui posti di lavoro nelle aziende cinesi, ma danneggerebbero anche le imprese e i consumatori europei. Siamo intenzionati a rifiutarle con decisione, tanto più che una guerra commerciale avrebbe in questo momento effetti drammatici a livello globale e approfondirebbe una crisi economica che non è stata ancora superata».

Pechino e Bruxelles a colloquio. Ma le posizioni restano distanti

Dal 27 maggio Ue e Cina sono pronte ad avviare una serie di consultazioni ufficiali per provare a dirimere la questione, ma la trattativa appare molto difficile e le posizioni delle due parti restano distanti. Per questo i cinesi hanno chiesto il supporto della Germania e Merkel ha detto sì.
In cambio ha ottenuto la firma su un pacchetto di accordi commerciali che hanno rafforzato la dipendenza reciproca fra i due Paesi.
«Il valore economico complessivo delle trattative concluse non è stato dichiarato», ha osservato la Süddeutsche Zeitung, «ma alcuni accordi sono stati resi noti. Tra gli altri, quelli sottoscritti dalle aziende automobilistiche Bmw e Volkswagen, così come quello della Siemens per un contratto di servizio legato alle turbine a gas e un accordo quadro per la cooperazione nel settore delle raffinerie di petrolio». Un meccanismo di fidejussioni «consentirà agli armatori tedeschi di acquistare navi container prodotte nei cantieri cinesi, mentre i due ministeri economici hanno stipulato accordi per nuovi investimenti reciproci nel campo delle energie rinnovabili e dell’efficienza energetica».

ACCORDI SULLA FORMAZIONE.

 In coda, intese nel settore della formazione: l’università Humboldt di Berlino si impegna a riservare una serie di borse di studio agli studenti cinesi mentre nuove risorse dovrebbero finanziare un programma intensivo di corsi di lingua nelle scuole dei due Paesi.

L’unico vantaggio per gli altri partner europei riguarda la moneta unica. La Cina ha bisogno di un euro forte e stabile ed è terrorizzata da un collasso dell’Eurozona, che metterebbe in pericolo gli enormi investimenti fatti negli ultimi tempi nell’area. Pechino ha impegnato risorse anche in Romania, Polonia e Balcani, Paesi le cui economie non uscirebbero indenni da un disastro dell’euro. Li Kequiang è convinto che Berlino detenga le chiavi della stabilità della moneta unica e ha spinto la cancelliera a impegnarsi con ogni mezzo per aiutare l’Europa a uscire dalla crisi.

GARANTISCE IL BUNDESTAG.

 Non è un caso che, nel fine settimana, il governo tedesco abbia cominciato a rendere più chiaro il suo piano di aiuti per i Paesi dell’Europa meridionale, da sviluppare attraverso trattative bilaterali che al momento coinvolgono Spagna e Portogallo. Come riferito dallo Spiegel, «la banca d’investimento pubblico Kfw (Kreditanstalt für Wiederaufbau) dovrebbe attivare un sistema globale di fidejussioni per consentire agli istituti gemelli dei Paesi in crisi di riversare sulle loro imprese crediti a basso tasso di interesse per investimenti». Al Bundestag, il parlamento tedesco, il compito di garantire le fidejussioni della Kfw.

Lunedì, 27 Maggio 2013

 

Per fermare la crisi serve una rivolta

 

Per fermare la crisi serve una rivolta

 

Fermare l’autolesionismo. Scendere in piazza. Rottamare i politici. Il sociologo Revelli: «Rischio di recessione infinita».

 

 

di Antonietta Demurta     lettera43.it   23/05/2013

 

La crisi economica è sempre più sociale. A testimoniarlo è il rapporto annuale 2013 La situazione del Paese firmato dall’Istat e incentrato sulla situazione economica delle famiglie, il cui potere d’acquisto ha registrato una caduta di «intensità eccezionale» (-4,8%). Che ha portato l’istituto di statistica a definire quella dal 2008 al 2012 la più forte riduzione dei consumi dagli Anni 90.
Una fotografia che secondo Marco Revelli, docente universitario di Scienza della politica, economista e sociologo, testimonia come l’Italia sia finita «in una spirale a scendere», dice aLettera43.it, dove «non c’è un punto di rimbalzo se non lo determiniamo noi».

 

SERVE UNA NUOVA CLASSE POLITICA. Per riuscirci è però necessario ritornare all’economia reale, non a quella della finanza e delle banche «che sono la malattia, non la cura». Ma soprattutto «ci vorrebbe una classe politica nuova che viene da un altro mondo rispetto a quello che ha prodotto questi disastri».
Un allarme che il sociologo aveva già lanciato nel 2010 quando nel libro Poveri, noi raccontava come gli italiani fossero convinti di crescere quando invece il declino era in atto. E ora che l’Istat ne ha confermato la caduta libera, avverte: «Questa è una crisi sistemica e se non si interviene con una netta rottura del trend, la situazione potrà solo peggiorare».

 

DOMANDA. Che cosa l’ha colpita di più del rapporto dell’Istat?

RISPOSTA. Il dato più sconvolgente è quello sulla deprivazione materiale che è cresciuto del 9% dal 2010 al 2012. Ci sono famiglie che non riescono più a mangiare adeguatamente, ad arrivare a fine mese e a sostenere una spesa extra.
D. Il 16,6% degli italiani non ha più accesso nemmeno a un pasto decente.
R.
 E l’Istat ha rilevato che la quota è triplicata in soli due anni. Questo ci dà la misura dell’impatto della crisi.

D. Spagna e Grecia non sono poi così lontane?

R. No, basta vedere i dati sull’occupazione. La riduzione del volume di ore di lavoro è inquietante.

D. Soprattutto nel Mezzogiorno: il tasso di disoccupazione supera il 17%, quasi 10 punti più che al Nord. L’eterno ritorno della questione meridionale?

R. Sì, senza contare che il Meridione è in una condizione limite per quanto riguarda tutti gli indicatori di povertà. Nel Sud è concentrata la percentuale più alta di poveri. E non dal 2012, ma dal 2007, prima ancora che iniziasse la crisi.

D. Quando finirà?

R. Il dato più inquietante è che questo rapporto dà l’impressione di una spirale a scendere perché esamina indicatori di disagio che si alimentano a vicenda.

D. Ci spieghi meglio.

R. L’impoverimento della popolazione comporta un deterioramento delle sue condizioni di salute. Così come è destinato a deprimere i tassi di scolarizzazione, perché la riduzione di reddito delle famiglie comporta un disinvestimento nell’educazione dei figli. Fattore a sua volta strettamente correlato con il tasso di povertà, perché chi ha un basso titolo di studio tende a essere più povero o a impoverirsi più facilmente.

D. Nessuna crisi temporanea insomma?

R. Non penso si possa intravedere un punto di rimbalzo in cui la curva inizi a salire. Questi dati danno l’impressione di una crisi sistemica e se non si interviene con una netta rottura del trend, la situazione è destinata a peggiorare ulteriormente.

D. Dal 2010 si prevedeva un miglioramento, si sono sbagliati?

R. Erano tutte balle, la fine del tunnel non la vede nessuno ed è impossibile da individuare dentro la dogmatica che guida gli orientamenti economici europei. È un meccanismo che non riguarda tanto la riduzione della spesa o il rigore di bilancio che pure pesano, ma i modi e i tempi del pagamento del debito pubblico.

D. Colpa del Fiscal compact?

R. Questo comporta l’esborso di circa 50 miliardi all’anno solo per ricondurre la dimensione del nostro debito pubblico dentro la soglia del 60% del Pil in 20 anni. E si tratta di 50 miliardi di gettito sottratto agli investimenti, ai cittadini e trasferito al sistema finanziario globale. Oltre agli 80 miliardi di interessi sul debito pubblico che ogni anno dobbiamo pagare.

D. Ma come si può spezzare questa spirale?

R. Credo siano due i pilastri. Il primo è una diversa filosofia socio-economica da parte delle istituzioni, a cominciare da quelle europee, che però finora hanno proposto solo formule retoriche e non politiche concrete.

D. Il secondo pilastro?
R.
 Questo Paese avrebbe bisogno di una grande energia morale e politica. Risalire una china così pesante richiederebbe una ventata di entusiasmo o comunque la percezione di una discontinuità.

D. Una bella rottamazione?

R. Sì un nuovo inizio. Invece la nostra politica presenta la continuità con tutti i peggiori passati. È la riconciliazione con i nostri peggiori vizi.

D. Per esempio?
R.
 Non si interroga mai su come spezzare il rapporto perverso tra la sfera finanziaria e l’economia reale.

D. Un rapporto parassitario?

R. La finanza globale è una gigantesca spugna che assorbe le risorse prodotte dall’economia reale e le trasferisce all’economia di carta, anzi di bit. Una massa di ricchezza invisibile che ha continuato a far crescere le Borse. Le gigantesche iniezioni di liquidità che fanno gli Stati Uniti e il Giappone, vanno tutte a finire nel circuito finanziario.

D. Il solito falò delle vanità?

R. Continuiamo a costruire bolle che poi regolarmente scoppiano in faccia alla povera gente.

D. Che ora non ha più alcuno strumento per difendersi?

R. L’Italia aveva assorbito in modo non traumatico la crisi del 1929 perché era un Paese già di per sé povero e prevalentemente agricolo con un costume di coattiva sobrietà. Non aveva ancora vissuto l’ubriacatura del consumismo che ci fu dagli Anni 80 al 2000 e che ha fatto del consumo il tratto principale dell’identità e del legame sociale.

D. Per questo ora il calo dei consumi ha dimensioni così drammatiche?

R. Sì perché abbiamo un crollo verticale delle identità individuali, familiari, dei ruoli, del sistema di relazioni. I cellulari, i capi firmati e la cura del benessere per anni hanno strutturato anche i sistemi di relazione. E nel momento in cui vengono meno lasciano gli individui assolutamente indifesi.

D. Come ha scritto nel suo libro la «modernizzazione è un piano inclinato verso la fragilità e l’arretratezza». Un processo di evoluzione che se si ferma produce involuzione?

R. E macelleria sociale.
D. Quando ci sarà quella vera?
R.
 L’unica minaccia che può smuovere i politici è che ci siano rivolte, moti di piazza. E per quanto possa sembrare una bestemmia, solo se ci fossero davvero potremmo dare una lettura ottimistica della crisi.

D. Perché?

R. Perché vorrebbe dire che in questo Paese ci sono ancora delle energie. Se ci fosse una mobilitazione collettiva, magari anche controllata politicamente, seppure nelle forme non ortodosse delle manifestazioni di piazza, sarebbe comunque una voce.

D. Invece?

R. Temo che questa crisi venga consumata nel privato delle famiglie, che si esprima in micro violenza inter-familiare, a partire da quella nei confronti delle donne, dei soggetti più deboli e dei migranti.

D. O contro se stessi.

R. Il fenomeno del suicidio per ragioni economiche è in scandalosa crescita rispetto al passato. C’è un incremento della violenza individuale non collettiva che diventa anche autolesionismo, depressione, malattia, apatia, disistima di sé, pena dei fallimenti individuali.

D. E il velo della vergogna nasconde tutto?

R. È la forma peggiore, perché uccide il tessuto sociale, resta invisibile e non riesce afarsi ascoltare. Così chi governa continua a fare come se nulla fosse. Tanto anche se qualche milione di persone non va più a votare, loro si spartiscono i voti dei pochi che ci vanno.

D. Non si può spezzare questo silenzio?

R. Le grandi macchine che permettevano di mettere insieme i tanti ‘io’ e trasformarli in un ‘noi’ sono a pezzi. La grande crisi del sindacato è evidente. Come quella dei partiti politici, che sino a qualche decennio fa organizzavano la protesta, erano in grado di analizzarla. Ma oggi sono del tutto inadeguati, non stanno più sul territorio, in mezzo alla gente.

D. Al loro posto oggi ci sono le mafie…

R. È questa l’altra faccia della medaglia: le macchine occulte vanno a nozze in queste situazioni, si sostituiscono allo Stato, svolgono un surrogato di compito statale e tendono a peggiorare la situazione.

D. Non c’è nessuna speranza?

R. Ci vorrebbe una classe politica che viene da un altro mondo rispetto a quello che ha prodotto questi disastri, che si sia formata fuori dalle mura di questa città corrotta.

D. La sua è una visione utopistica?

R. No. Per fortuna non siamo un Paese totalmente disfatto. Ci sono ancora delle strutture valide. Penso al ruolo svolto in questi anni dalla Fiom, compresa l’ultima manifestazione del 18 maggio: finalmente abbiamo avuto una piazza, un’occasione collettiva con una presa di posizione. E poi ci sono organizzazioni del volontariato che continuano a presidiare il territorio e monitorare il disagio.

D. Il vero stato sociale.

R. Una supplenza dello Stato non solo per quanto riguarda l’aiuto dato alle famiglie, ma anche per le informazione che danno sul fenomeno. Non avremmo un profilo della povertà se non avessimo il rapporto annuale della Caritas.

D. Dovrebbero essere loro a governare il Paese?

R. Basterebbe che i politici si sturassero le orecchie, invece tentano di fare le leggi per bloccare i colleghi e azioni anche peggiori.

D. Che cosa pensa delle prime proposte del governo in tema di lavoro?

R. Ci sarebbe una mossa principe che avrebbero dovuto dare da tempo: siamo gli unici insieme con Grecia e Ungheria a non avere un reddito minimo garantito. Siamo solo tre su 27 Paesi dell’Unione europea e i risultati si vedono perché siamo quelli messi peggio.

D. Anche perché siamo senza un soldo.

R. Per prosciugare l’intero bacino della povertà assoluta – sono circa 3,5 milioni di italiani – basterebbero 4,8 miliardi di euro. Una cifra consistente certo, ma non fuori dalla portata del nostro Paese.

D. Manca la volontà politica?

R. E la cultura adeguata. Anche se in Europa, gli altri governi hanno un minimo di sensibilità, visto che c’è il reddito minimo garantito. Ma quando devono decidere per gli altri…

D. Non sono sensibili ai dati sulla povertà altrui?

R. No. Lo sarebbero se questo mondo dolente sarebbe in grado di prendere con forza la parola, ma purtroppo come ho dovuto imparare, i poveri non fanno le rivoluzioni.

D. Perché hanno troppa fame per lottare?

R. Perché sono deboli. Non hanno più niente. E le rivoluzioni le fanno quelli che hanno qualcosa da perdere.

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Il flop del welfare state per gli immigrati in Scandinavia

 

Il flop del welfare state per gli immigrati in Scandinavia 

Era l’Eldorado dei migranti. Ma l’ospitalità del Nord Europa ha fallito. La Danimarca ha già ridotto le accoglienze. E in Svezia l’estrema destra sovvenziona chi fa ritorno a casa. 

di Cinzia Franceschini     Lettera43.it     Venerdì, 24 Maggio 2013

 

Quando nel 2006 il ministro danese per l’Immigrazione e l’integrazione, Rikke Hvilshoj, annunciò che il suo Paese avrebbe presto adottato nuove regole in materia di accoglienza, bastò un numero a far capire che l’ospitalità nordeuropea sarebbe stata rivoluzionata.
«Se l’immigrazione dai Paesi del terzo mondo venisse bloccata, quel 75% di tagli indispensabili alla sopravvivenza del nostro welfare state non sarebbero più necessari», disse infatti il politico, segnando uno spartiacque.
La Danimarca mise a punto allora una delle politiche migratorie più restrittive in Europa, riducendo della metà i ricongiungimenti e accogliendo non più di 2 mila rifugiati l’anno.

IMMIGRAZIONE BOOM IN SVEZIA. Oggi la Svezia, sconvolta dai riot nelle periferie di Stoccolma, si trova nella stessa situazione della Danimarca di 7 anni fa.
Lo Stato scandinavo s’interroga sul futuro delle sue politiche di accoglienza. Da una parte c’è l’altissimo numero di richiedenti asilo, 44 mila richieste nel 2012 che dovrebbero alzarsi fino a 50 mila nel 2013.
In genere ne vengono accolte poco meno della metà, un numero comunque alto per un Paese di 9 milioni di abitanti e con uno stato sociale allargato come quello della Svezia.

LA RABBIA DEI QUARTIERI GHETTO. Dall’altra ci sono i segni evidenti delle fallite politiche di integrazione.
Ne sono un esempio i quartieri-ghetto di Rosengård, a Malmö, e quelli della periferia di Stoccolma, dove da cinque notti ragazzi tra i 15 e i 19 anni incendiano le automobili e lanciano pietre contro la polizia, sfogando la rabbia di chi, dicono, è stato dimenticato dalla politica.

FLOP DELLE POLITICHE D’IMMIGRAZIONE. L’immigrazione, lo sostengono anche i sondaggi, sta diventando uno dei temi più importanti per i cittadini svedesi.
I massicci flussi migratori, composti in maggior parte da rifugiati politici dei fronti nordafricani, dalla Somalia, dall’Afghanistan e, di recente, dalla Siria, non sono stati accompagnati da adeguate politiche di integrazione. Sussidi, casa, servizi sanitari e istruzione sono appannaggio di tutti (da luglio anche ai figli di immigrati irregolari). Ma diventare a tutti gli effetti un membro della società resta difficile.

LA PIAGA DELLA DISOCCUPAZIONE. «In Svezia avere un lavoro è tutto», ha detto il ministro dell’Immigrazione Tobias Billström.
Avere un impiego significa infatti contribuire al benessere della società, a quello stato sociale cui, secondo un’opinione sempre più diffusa, gli immigrati attingono senza dare nulla in cambio.
A Rosengård, però, solo il 38% delle persone è occupato. A Husby, il quartiere di Stoccolma dove sono i riot sono cominciati, il 30% dei giovani non lavora e non va nemmeno a scuola. 

L’immigrazione non è però un problema solo della Svezia.
La Norvegia, come la Danimarca ai tempi delle vignette satiriche su Maometto, fatica a integrare quei lavoratori e rifugiati di religione islamica (il 3,2% della popolazione sui poco più di 5 milioni di abitanti) che vivono sul suo territorio.

IL SILENZIO DEI MEDIA. Ole Jorgen Anfindsen, ricercatore universitario e collaboratore del blog della destra antislamica Fjordman, intervistato per il primo anniversario dalla strage di Utoya ha dichiarato: «Non ho risposte facili al tema della difficile integrazione degli islamici nella nostra società. Ma anche se i media non ne parlano volentieri, in Norvegia ci sono problemi reali con l’immigrazione islamica».
Per esempio «molti cittadini non vedono di buon occhio la presenza di religioni diverse da quelle della nostra cultura e, mentre molte delle persone che arrivano qui sono gente per bene che pensa solo a lavorare e a inserirsi nella società, una parte finisce a ingrossare le fila della criminalità».

CONSENSI ALL’ESTREMA DESTRA. Qui, come in Svezia e, da poco, in Finlandia, il partito di estrema destra catalizza un buon numero di consensi (nel 2009 si è aggiudicato 41 seggi su 169 in parlamento), ma la manodopera straniera, qualsiasi sia la sua origine, è fondamentale per mantenere in piedi l’economia.
Le soluzioni proposte dai partiti per non sono univoche.

SOLDI A CHI RIENTRA IN PATRIA. A dicembre del 2012 in Svezia i centristi avevano suggerito di liberalizzare l’immigrazione, sostenendo che il Paese avesse bisogno di persone che occupassero posizioni meno qualificate, ma altrettanto necessarie all’economia. La proposta era stata liquidata in malo modo da stampa e opinioni pubblica.
Oggi la politica migratoria che sembra raccogliere il maggior numero di consensi sembra essere quella del partito di estrema destra, Sverigedemokraterna. Meno immigrazione e più sostegno a chi, non riuscendo a integrarsi in Svezia, preferisce tornare nello Stato di origine, al quale viene pagato il biglietto per rientrare.
Ma per sapere se anche il giro di boa della Svezia possa portare a destra, bisogna aspettare le elezioni del 2014. 

 

Perseguitata dai magistrati madre malata della deputata Pdl

Perseguitata dai magistrati madre malata della deputata Pdl

L’assurda vicenda dell’anziana mamma del sottosegretario Biancofiore. Indagata per una firma sbagliata, deve lasciare la casa di cura: poi è prosciolta

Gian Marco Chiocci – Sab, 25/05/2013 – 08:03  ilgiornale.it

 

Affetta da Alzheimer con inizio Parkinson (lei). Colpito da ictus celebrale che ne ha paralizzato la parte destra del corpo (lui, il compagno).

Indagata e perseguitata la prima, quasi ottant’anni devastati dalla malattia, solo per aver messo la croce sulla casella sbagliata del questionario di accesso alla casa-albergo per anziani Inpdap di Pescara dove peraltro pagava una retta consistente doppia, per lei e per il suo compagno. Umiliato quest’ultimo, per le giornalate dedicate alla sua adorata Giovanna moralmente «colpevole» di essere la mamma della deputata berlusconiana Michaela Biancofiore e per «aver dichiarato il falso» – questa era l’accusa – al fine di accaparrarsi una sistemazione insieme alla sua metà nel centro di riposo abruzzese.

Nella domanda di ammissione del giugno 2009, infatti, allorché chiedeva «in qualità di pensionata» di «poter essere ospitata presso la casa albergo di Pescara», tra le caselle denominate «singolarmente» e «unitamente al proprio coniuge», l’anziana malata di Alzheimer ha barrato la seconda perché convivente more uxorio da oltre 20 anni. Ma siccome il vincolo di coniugio è cosa diversa dalla convivenza, apriti cielo, chissà cosa c’è sotto, quale raggiro è stato realizzato tra la povera vecchia, magari la figlia deputata, e i vertici dell’istituto previdenziale. A settembre 2010, sulla scia di una denuncia interna, nell’ufficio giudiziario pescarese noto per mille polemiche (l’ex procuratore capo Trifuoggi è quello del fuorionda antiCav con Fini, del processo flop al sindaco D’Alfonso, dell’incredibile inchiesta su Del Turco) vengono indagati anche il presidente nazionale dell’Inpdap, Paolo Crescimbeni, e il responsabile del Welfare, Alessandro Ciglieri. Dopodiché il fascicolo arriva per competenza a Roma, e qui archiviato su richiesta del pm Paolo Ielo.

I giornali abruzzesi e altoatesini si sono particolarmente eccitati («Indagata la mamma di Michaela Biancofiore», «Vedova, ha detto di essere sposata per far accettare il suo nuovo (sic!, ndr) compagno», «L’Inps ha avallato le false attestazioni della madre della Biancofiore»). Le motivazioni assolutorie del gup, improntate al buonsenso e alla lettura serena delle carte, si rifanno anche alle prove mediche esibite dall’avvocato Fabio Lattanzi, difensore della donna, dalle quali emergeva che al momento del fatto, la donna «era affetta da demenza di Alzheimer lieve moderato, come da valutazione neuropsicologica peraltro oggetto di aggravamento» come riscontrato da successivi accertamenti «da cui emerge – scrive il gup – che a oggi l’indagata è affetta da Alzheimer in stato grave».

Letti gli atti d’indagine, confrontate le perizie di parte e il grave stato di salute della signora Giovanna, il giudice si fa l’idea che non v’è prova alcuna che l’indagata abbia volutamente, scientificamente, fregato il prossimo non avendo «ben compreso» le differenti qualità giuridiche. Ragion per cui «anche tenuto conto delle condizioni di salute e in presenza di deliberazioni Inpdap aventi oggetto analogo a quello in disamina con riferimento ad assegnazioni extra ordinem per situazioni di disagio sociale» il caso va archiviato. La deputata Pdl, oggi sottosegretario con delega alla Pubblica amministrazione e semplificazione, si dice felice e amareggiata al contempo. «Felice per l’esito scontato del procedimento penale nato sulla base di alcune inspiegabili, se non per motivi politici, denunce interne. Amareggiata perché questa vicenda è stata ovviamente amplificata dai giornali ai fini diffamatori della mia famiglia solo perché l’indagata era mia madre. La grancassa mediatica è stata semplicemente uno schifo. Ci sono stati sciacalli e speculatori che per colpire me hanno approfittato di una donna gravemente malata e del suo compagno, altrettanto malato, col quale convive da una vita. Avevano bisogno di respirare aria di mare e si ritrovano tra i monti di Bolzano, vicino casa. Vi sono centinaia di sentenze della Cassazione che equiparano le coppie di fatto a quelle regolarmente sposate. Non darò pace a chi ha infierito, in modo vile, su mia madre».

 

Sguardi rivolti al passato

Sguardi rivolti al passato

  

di  Angelo Panebianco  corriere.it   20130523

 

Matteo Renzi avrebbe potuto essere – e potrebbe essere ancora, se commettesse meno errori – la novità della politica italiana. È l’unico che, sulla carta, possiede il carisma per riassorbire la sfida grillina, l’unico che potrebbe impedire lo sfaldamento del Partito democratico e la conseguente affermazione di un inedito bipolarismo fra i 5 Stelle e il centrodestra. E’ l’unico che potrebbe, per la prima volta nella sua storia ultrasecolare, dare una identité stabilmente riformista a una sinistra da sempre condizionata, quando non dominata, da correnti massimaliste.

Le condizioni sono cambiate rispetto a quando, solo pochi mesi fa, Renzi sfidò Bersani nelle primarie. Allora il Pd era ancora un partito sicuro di sé, orgoglioso delle proprie radici, di una storia che risaliva alla Prima Repubblica.

 

Un partito che, con la segreteria Bersani, aveva messo brutalmente da parte, trattandolo come un mero incidente di percorso, il tentativo di Walter Veltroni, primo segretario del Partito democratico, di introdurre una certa discon- tinuità e un po’ di innovazione nella sinistra italiana. In quel momento i sondaggi davano ragione a Bersani e alla sua linea all’insegna della continuità con il passato. Renzi, vissuto dai militanti come un corpo estraneo, e una minaccia alla tradizione e alla loro stessa identità, e percepito dall’apparato di partito come un pericolo mortale, non avrebbe potuto vincere quelle primarie neppure se le regole elettorali fossero state per lui meno penalizzanti.

Lo scenario ora è assai diverso. Il partito è a pezzi, vicino all’implosione. Adesso sì che Renzi potrebbe prenderselo, sicuro di essere accolto come un salvatore anche da molti di coloro che, all’epoca delle primarie, lo trattavano da «destro», da «berlusconiano». Come tutte le organizzazioni anche i partiti, quando è a rischio la loro sopravvivenza, sono pronti a gettarsi fra le braccia di un messia che mostri di conoscere quale sia la via d’uscita dall’inferno. Se non ora quando? 
Ma Renzi, incomprensibilmente, non ci sta. Si dichiara non interessato alla leadership del partito. In molti lo abbiamo ascoltato con una certa curiosità alcuni giorni fa a Porta a Porta . Il suo eloquio brillante e veloce non riusciva a nascondere la debolezza della sua posizione. Ad esempio, non puoi dire che non conta chi controlla il partito ma conta che il partito non sia autoreferenziale (come spesso accade ai partiti caratterizzati dalla presenza di consistenti apparati) e che, pertanto, per rinnovarlo, occorra eliminare il finanziamento pubblico. Non puoi dirlo senza cadere in una vistosa contraddizione. Il finanziamento pubblico, grazie al quale si sono fin qui riprodotti gli apparati, si mantiene per il fatto che quegli apparati riescono di solito a procurarsi leadership compiacenti, che li tutelino. Se vuoi ridimensionare l’apparato (che consideri una causa dell’autorefe- renzialità) eliminando il finanziamento pubblico, devi impadronirti del partito. Probabilmente lo si vedrà fra breve, quando cominceranno le sorde resistenze parlamentari contro la proposta del governo tesa ad abolire il finanziamento pubblico.

Il Partito democratico è, soprattutto, la sua segreteria e la sua tesoreria. Se non ti prendi segreteria e tesoreria sei destinato a contare poco o nulla.
È singolare che una leadership che si presenta come innovatrice si saldi poi a una strategia che fa tanto Prima Repubblica. Una strategia del tipo: a me il governo, a voi il partito. Come nella vecchia Dc: la segreteria all’esponente della fazione A, Palazzo Chigi all’esponente della fazione B.

 
   Si noti la differenza fra la posizione di Renzi oggi e quella che fu di Romano Prodi negli anni Novanta, ai tempi dell’Ulivo. Prodi fu il candidato al governo di una coalizione i cui partiti egli non controllava. Ma Prodi era giunto a quella posizione «dall’esterno», non veniva (a differenza di Renzi) da battaglie condotte dentro il principale partito della coalizione. Era un uomo allora spendibile contro Berlusconi per il suo profilo di tecnico di area con un prestigio acquisito nei posti di responsabilità occupati. E in ogni caso, con l’Ulivo, Prodi riuscì a essere, per un certo periodo, il leader di governo più adatto per la sinistra nella (allora) nuova età bipolare. 
Renzi ha tutt’altra storia (viene dalla politica di partito) e agisce in tutt’altra congiuntura. Una congiuntura nella quale non c’è più la coalizione che sorresse Prodi, e in cui il rischio che si corre è quello del definitivo ritorno (ma senza più i solidi partiti di allora) alle logiche politiche da Prima Repubblica. L’attuale strategia di Renzi, se non cambierà, sembra fatta per contribuire a quel ritorno, non per impedirlo.

Forse serve altro. Serve un Renzi che (come fece il suo modello Tony Blair) si impadronisca del partito, lo trasformi, anche a costo di pagare il prezzo di una scissione a sinistra, per farne il docile strumento di una politica innovatrice, e dopo (e soltanto dopo) si candidi alla guida del governo. Oltre a tutto, tale scelta sarebbe la più coerente con la suggestione maggioritaria e presidenzialista («eleggiamo il sindaco d’Italia») che Renzi accarezza. L’errore, se di un errore si tratta, sta nel contrasto fra il messaggio e la strategia, fra ciò che Renzi propone e ciò che fa (o non fa). Nell’Italia dei mille paradossi accade spesso che il ritorno al passato venga spacciato per una grande novità. Sarebbe una occasione sprecata, e non solo per il Pd, se, alla fine, dovessimo archiviare sotto questa voce anche il caso di Matteo Renzi.

 

 

TRAVAGLIO E I GRILLINI FANNO A PEZZI IL CODICE PUR DI FERMARE SILVIO

 

Travaglio e i grillini fanno a pezzi il codice pur di fermare Silvio

 
 
Travaglio e i grillini fanno a pezzi il codice pur di fermare Silvio
La giurisprudenza secondo Marco e i grillini. Il punto? L’ineleggibilità fa acqua da tutte le parti

Di Filippo Facci  liberoquoditiano.it   23/05/2013   @FilippoFacci


Fantastico, Marco Travaglio e i pentastellati hanno scoperto la giurisprudenza. Dopo aver copiato milioni di sentenze, il nostro laureato in filosofia ha scoperto che esiste una «interpretazione della legge» come quella che dal 1957 ha riguardato la 361, la norma sull’incandidabilità dei titolari di concessioni statali, quella che – effettivamente – avrebbe dovuto impedire a Berlusconi di candidarsi. A corto di bersagli, il nostro cabarettista se l’è presa con il giurista Michele Ainis che sul Corriere l’aveva messa così: «Nel diritto parlamentare ogni errore reiterato si trasforma in verità». E questa è una «solennissima corbelleria», secondo Travaglio: il quale ignora, per cominciare, che il suo amicone Gustavo Zagrebelsky (costituzionalista come Ainis) aveva espresso concetti identici a Piazza Pulita di lunedì scorso. Ignora che ciò non accade nel diritto parlamentare: accade nel diritto e basta. Finge di ignorare, soprattutto, che la giurisprudenza – intesa come facoltà d’interpretare una legge sino a stravolgerla o spesso a rovesciarne i propositi iniziali – è esattamente quella che negli ultimi 24 anni ha permesso ai suoi amici magistrati e ai loro addetti stampa d’interpretare la legge a loro uso e consumo, fottendosene delle velleità del legislatore e tradendo lo spirito di chi elaborò il Codice penale del 1989. Ma, soprattutto, facendo perdere un sacco di tempo a tutti: perché in Italia si biascica sempre di «riforma della Giustizia» come se servissero nuove regole per sostituire quelle vecchie, ma è falso, servono nuove regole soltanto per rendere inequivoca l’applicazione delle vecchie: che da principio andavano benissimo ma che i magistrati hanno stravolto con la prassi, la giurisprudenza, la corte di Cassazione e la Corte Costituzionale. 
 
La semplificazione dei riti: era già contenuta nel Codice del 1989. La terzietà del giudice e la pari dignità giuridica dell’avvocato e del pubblico ministero: era l’ossatura fondamentale dello stesso Codice del 1989, col processo accusatorio che avrebbe dovuto soppiantare l’inquisitorio; la differenziazione delle carriere ne era l’ovvia conseguenza. La responsabilità dei magistrati che commettano errori gravi: quella norma l’abbiamo votata nel referendum del 1987, ma è restata lettera morta. E le intercettazioni, il segreto istruttorio? Il Codice di procedura del 1989, agli articoli 114 e 329, metteva nero su bianco le stesse novità che il centrodestra vorrebbe reintrodurre e che fanno gridare «bavaglio» ai poveretti. Il vicepresidente del Csm, nel 1992, diceva: «La stampa deve intervenire solo a conclusione delle indagini, e l’avviso di garanzia deve essere protetto da segreto istruttorio». Il professor Giandomenico Pisapia, relatore del Nuovo Codice, chiarì che «è il processo che è pubblico, non le indagini. Il Nuovo Codice vieta la divulgazione di atti che sono in gran parte segreti: il segreto delle indagini c’è, e serve a tutelare l’indagato». E la carcerazione preventiva, allora? Doveva essere «l’extrema ratio»: spiegatelo ai giudici della stagione di Mani Pulite. 
 
Anzi spiegatelo a Travaglio, che se le prende col professor Ainis soltanto perché non è amico suo: «Per i giuristi come lui rispetto delle leggi non è un valore», ha scritto, fingendo abilmente di essere ignorante. Ma se la prenda con la categoria da lui tanto amata, quella che il Codice l’ha fatto a pezzi. Fu la magistratura a usare Antonio Di Pietro come ariete e a operare una contro-legislazione dall’alto: alcune sentenze della Corte costituzionale (n. 255 del 3 giugno 1992) e una legge suicida fatta da una classe politica spaventata dalla strage di Capaci (la riforma dell’articolo 371, che consentiva l’arresto per reticenza) di fatto ristabilirono e rafforzarono lo strapotere delle indagini preliminari. Altro che processo alla Perry Mason, altro che parità tra avvocato e pm, altro che prova che si formi rigorosamente in aula: ai pubblici ministeri tornò a essere sufficiente estrarre verbali d’interrogatorio e riversarli meramente in processi che non contavano più nulla, ridotti a vidimazioni notarili delle carte in mano all’accusa. La totale discrezionalità dei pm prese a dipendere cioè dalla loro buona o cattiva disposizione, dalle trattative che l’indagato fosse disposto ad accettare pur di uscire dal procedimento o dalla galera preventiva: colpevole o innocente che si ritenesse. La riforma costituzionale dell’articolo 513, nel 1999 – cioè ben diec’anni dopo l’entrata in vigore del Codice – ristabilì proprio il principio chiave che Mani pulite aveva fatto a pezzi, ma appunto, per rimettere in riga i magistrati ci volle una riforma della Costituzione. 
 
Non è neppure un caso che nel Codice del 1989 il famigerato «concorso esterno in associazione mafiosa» non esista proprio: è diventato la libera somma di due ipotesi di reato (il «concorso» previsto dall’art.110 e l’«associazione mafiosa» prevista dall’art. 416 bis) a mezzo del quale la magistratura ha ritenuto di colmare una lacuna legislativa: col risultato, noto, di aver creato una configurazione molto generica le cui applicazioni sono continuamente reinventate e stilizzate dalle sentenze appunto della Cassazione, e questo ben fregandosene dei supposti «principi molto rigorosi» con cui le Sezioni unite della stessa Suprema Corte hanno cercato più volte di disciplinarlo (come fecero con la sentenza Mannino del 2005, quella che il pm Antonio Ingroia, secondo il procuratore della Cassazione, nel processo Dell’Utri ha finto che non esistesse). Gli esempi sarebbero milioni, ma il problema secondo Travaglio è solo è la legge del 1957 da riesumare nella sua interpretazione originale, così da cacciare Berlusconi in barba alla giurisprudenza – paracula – che negli ultimi vent’anni gli ha permesso di fare politica con il placet dell’opposizione. I principi non si barattano, ma per una volta si potrebbe proporre uno scambio: gli diamo Berlusconi e loro ci restituiscono il Codice, la giustizia, questo nodo che angustia il Paese da decenni, questa zeppa sulla strada del Paese normale.