SENZA BERLUSCONI? SI PUO’ VIVERE, MA NON PROVIAMOCI

Il Giornale – SENZA BERLUSCONI?
SI PUO’ VIVERE,
MA NON PROVIAMOCI – n. 26 del 30-01-2011

SENZA BERLUSCONI? SI PUO’ VIVERE, MA NON PROVIAMOCI

di Giuliano Ferrara  ilgiornale.it   20110130

Oggi inizia la collaborazione di Giuliano Ferrara con il nostro giornale. Il primo editoriale: « Siamo tutti un po’ in mutande, ma il Cav ha ancora una risorsa che gli altri non hanno: il consenso dei cittadini »
La destra può fare a meno di Berlusconi. Per quanto amico della nipote, il Cav non è Mubarak. Mi spiego. I nemici più accaniti del Cav godono, e si capisce perché, nel diffondere l’idea che dopo di lui sarà il diluvio, tutto si sfascerà, di questi anni non resterà pietra su pietra. È vero, come dice Luciano Violante, che mentre Craxi era figlio del sistema dei partiti firmatario della Costituzione del 1948, Berlusconi è il padre del sistema maggioritario nato nel 1994, del suo concreto modo di funzionare, della nuova Costituzione materiale in base alla quale oggi in Italia gli elettori scelgono il governo e chi lo guida, e hanno un rapporto diretto di mandato con i loro capi.
Però questo non vuol dire che il giocoliere galante di Arcore sia un caudillo sudamericano nelle mani di una plebe adorante e vociante, uno incapace di formare una classe dirigente se non di plastica. Le rancorose oligarchie di un certo giro mondano puntano su questa rappresentazione della realtà perché, se Berlusconi fosse soltanto un simbolo irrazionale, un idolo, invece che un uomo di Stato un po’ particolare, abbatterlo alla fine sarebbe più facile, specie con l’aiuto delle Procure militanti e dei media d’assalto. Una volta eliminato il simbolo, il nuovo potere ingrasserebbe nella desertificazione della destra italiana. Parlo di una destra riformatrice, antifiscale, antistatalista, popolare e liberale, ché la destra immobilista e illiberale è ben radicata nella foresta pietrificata della sinistra.
Tolto Berlusconi, in un modo o nell’altro, Letta, Tremonti, Alfano, la Gelmini, Maroni, e molti altri potrebbero benissimo formare una squadra, guidare un governo, formulare un programma, tenere insieme una coalizione politica, rappresentare il Paese. Non mancano esperienze collaudate, talenti, rigore e intelligenza, insieme a tanti e vistosi difetti, nell’armata civile messa insieme dall’imprenditore fattosi politico. Perfino la canzoncina pidiellina in stile nordcoreano, se non sbaglio, recita «meno male che Silvio c’è» e non «se Silvio non ci fosse tutti a casa».
Perché dico queste cose? Perché penso che Berlusconi è agli sgoccioli o perché auspico che si ritiri a vita privata? No. Siamo tutti un po’ in mutande, ma il presidente del Consiglio ha ancora risorse politiche, la principale delle quali è quella che scarseggia tra i suoi numerosi e agguerriti nemici: il consenso dei cittadini. Bisogna riconoscere, certo, che ci sono stati momenti più spensierati di questo. E allora? Deve imbarcarsi per Antigua? No, proprio no. Credo, al contrario, che debba impegnarsi fino in fondo anche in questa complicata battaglia, mostrando anche al suo popolo di sapere che una leadership carismatica non è un totem intorno a cui danzano orde selvagge. La brutale esposizione della vita privata del Cav da parte di un circo di guardoni travestiti da moralisti ha ferito lui e chiunque lo sostiene senza fanatismi devozionali. Ma alla fine quello è e resta un circo di guardoni, e il tipaccio che ha rivoluzionato venti o trent’anni della nostra storia democratica invece è, e deve dimostrare di essere, non il padrone solitario di una tifoseria ma l’espressione di un’altra Italia, di un’altra idea di società e di politica incarnata in una band of brothers senza complessi di inferiorità («We few, we happy few, we band of brothers», dall’Enrico V di William Shakespeare).
Berlusconi non ha bisogno della vita pubblica, d’altra parte. Non finirà mai in galera, quale che sia la sua posizione in futuro, se queste sono le risibili accuse che lo riguardano. I capi di imputazione rimbombano e sembrano materia esplosiva perché l’indagato o imputato è il conquistatore del Paese, l’ingombro da rimuovere per i sepolcri imbiancati dell’establishment, il sorridente e surreale decano del G20 con abitudini da produttore di Hollywood. Ma se fosse il cittadino Berlusconi, di quelle accuse riderebbe chiunque. Quel mattocchio liberale che i piacioni amano odiare la sua parabola l’ha già compiuta, e nei prossimi cinquant’anni leggende e libri di storia parleranno variamente di lui, non delle figure tremule che lo contrastano istericamente. Berlusconi deve resistere per impedire la vittoria del partito della patrimoniale e della restaurazione, che è insidiosamente trasversale; e anche per eleganza (non si può darla vinta ai guardoni, non è decente), ma non per rabbia, non per tigna, non per ritorsione. È la politica che sembrerebbe ancora aver bisogno di lui, non lui della politica.
P.S. Scalfari sull’Espresso civetta un po’ con me e poi mi dice che devo provare vergogna. Mi sono sforzato ma non ci riesco, mi spiace. Se però lui o il suo Peppe D’Avanzo volessero farsi una bella chiacchierata in televisione con me, evitando naturalmente postriboli televisivi e fumerie d’oppio, sono disponibile. Vediamo chi arrossisce e, se mi è permessa una innocente guasconata, glielo do io il bunga bunga.

Serve chiarezza. Non un monito

Il Tempo – Serve chiarezza. Non un monito

Serve chiarezza. Non un monito

Giorgio Napolitano entri nello scontro politico. E dica finalmente chi ha torto e chi ha ragione.

Francesco Damato   iltempo.it    20110130

Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano Occhio al Quirinale. Dove il presidente della Repubblica, giustamente preoccupato per un marasma che non è più soltanto politico ma anche istituzionale, ha maturato la decisione di «dire e fare qualcosa», come hanno riferito ai giornali quanti lo frequentano abitualmente. Qualcuno si è anche avventurato ad anticipare date o circostanze dell’intervento del capo dello Stato incorrendo in una smentita: quella, per esempio, opposta ieri ad un quotidiano che aveva preannunciato per martedì prossimo una convocazione sul Colle dei presidenti dei due rami del Parlamento. Fra i quali peraltro si è appena consumato, sia pure a distanza, cioè per interposte persone, uno scontro durissimo per il maledetto affare finiano della casa di Montecarlo. Che nei giorni scorsi è approdato nell’aula di Palazzo Madama con una interrogazione parlamentare, assai scomoda per il presidente della Camera Gianfranco Fini, alla quale le opposizioni sostengono che il presidente del Senato Renato Schifani avesse concesso maliziosamente una corsia preferenziale non dovuta, con la complicità del ministro degli Esteri Franco Frattini. Ma, per non stare a ripetere cose ancora fresche di stampa, torniamo al Quirinale. Per fortuna Giorgio Napolitano era calvo già prima della sua elezione a capo dello Stato, il 10 maggio 2006. Sennò, i capelli gli sarebbero caduti in queste settimane per lo spavento procuratogli dalle cronache politiche e giudiziarie, che non risparmiano ormai niente e nessuno sull’accidentato terreno delle istituzioni.

Dove è comparsa la sigla internazionale che il direttore de Il Tempo Mario Sechi ha con ragione riproposto ai lettori mutuandola dal linguaggio termonucleare dei militari: Mad, che in italiano significa mutua distruzione assicurata. Abbiamo, fra l’altro, un presidente del Consiglio braccato contemporaneamente dal presidente della Camera, che ne reclama pubblicamente le dimissioni; dalle opposizioni parlamentari, che infornano mozioni di sfiducia come pane nel forno senza riuscire però a sfornarlo; dalla loro stampa fiancheggiatrice; da canali televisivi privati e pubblici, a dispetto della favola che gliene attribuisce un odioso controllo, e da una magistratura impegnata da anni a rivoltarne le aziende, gli affari e ora anche le lenzuola e le mutande. Abbiamo una Corte Costituzionale che prima accetta il ricorso ad una legge ordinaria, pur bocciandone il contenuto, per fornire al capo del governo ed altre fra le maggiori autorità dello Stato uno scudo giudiziario adatto non a cancellare ma a rinviare i processi a loro carico al momento in cui cesseranno dai loro incarichi, e poi boccia lo strumento della legge ordinaria quando le viene a tiro in un nuovo testo. Che il presidente della Repubblica non ha esitato a promulgare ritenendolo conforme, nei contenuti, alle indicazioni precedentemente espresse dagli stessi giudici costituzionali. Abbiamo un Consiglio Superiore della Magistratura, peraltro presieduto per norma costituzionale dallo stesso capo dello Stato, che con le cosiddette pratiche a tutela processa praticamente i politici che si permettono di criticare i magistrati ma non i magistrati che attaccano i politici, ne contestano le iniziative parlamentari e disattendono, con una interpretazione a dir poco fantasiosa, le leggi che il Parlamento osa approvare senza il consenso del sindacato delle toghe.

Abbiamo magistrati -sempre loro- che dovrebbero rispondere civilmente, cioè economicamente, dei loro errori per volontà espressa a stragrande maggioranza dal popolo in un referendum, ma che poi sono stati praticamente messi al riparo da una legge della quale non si può neppure ipotizzare, e tanto meno chiedere, una modifica senza essere tacciati di «eversione». Che è anche l’accusa mossa in questi giorni al presidente del Consiglio per avere contestato, come pure la legge gli consente, la competenza funzionale o territoriale, o entrambe, degli inquirenti milanesi che lo accusano di concussione, peraltro senza che vi sia un concusso dichiarato, e di prostituzione minorile, pur trattandosi di una minorenne, ora maggiorenne, che nega di aver fatto sesso con lui. A questo punto un intervento del capo dello Stato occorre veramente, e finalmente. Ma che non sia, per carità, l’ennesimo monito più o meno generico, che ormai non servirebbe più neppure a placare la sua coscienza. Ci vuole un intervento preciso, in cui si capisca chiaramente chi ha più torto o ragione.

«I conflitti di attribuzione tra i poteri dello Stato» hanno certamente il loro giudice nella Corte Costituzionale, come dice l’articolo 134 della Carta della Repubblica, ma il loro arbitro politico nel capo dello Stato. Che si trova nella singolare situazione di gestire un capitolo forse ancora più drammatico e confuso di quello vissuto come presidente della Camera fra il 1992 e il 1994. Allora la magistratura -sempre lei- ghigliottinò la Prima Repubblica, non immaginando uno sbocco elettorale vinto da un incomodo chiamato Berlusconi: proprio lui, il Cavaliere.

Negli Stati Uniti fu dalla lotta alla patrimoniale che nacque il reaganismo

Negli Stati Uniti fu dalla lotta alla patrimoniale che nacque il reaganismo – [ Il Foglio.it › La giornata ]

Negli Stati Uniti fu dalla lotta alla patrimoniale che nacque il reaganismo

di Antonio Martino, economista  ilfoglio.it   20110128

La proposta di Pellegrino Capaldo di tassare le plusvalenze immobiliari con aliquote comprese fra il 5 e il 20 per cento mi ha fatto ringiovanire di oltre trent’anni. Sono tornato con la mente a una stagione gloriosa per noi liberali: la fine degli anni Settanta e l’inizio del più formidabile trentennio di liberalizzazione, crescita economica e civile nella storia millenaria dell’umanità. Ad accendere la miccia di quella straordinaria “rivoluzione conservatrice” fu proprio la ribellione a un’imposta sugli incrementi di valore immobiliare. La California negli anni Settanta era afflitta dall’imposta cara a Capaldo e, dal momento che il valore delle case aumentava costantemente, molti proprietari, non riuscendo a pagare il balzello, erano costretti a vendere le proprie case. Nacque così un’iniziativa per un emendamento costituzionale, nota come “Proposition 13”, che per rimediare ai danni prodotti dal tributo finì anche per innescare la grande rivolta antistatalista degli anni Ottanta. Approvato per referendum nel giugno 1978, l’emendamento bloccava i valori immobiliari rilevanti a scopi fiscali al livello medio del 1975-76, fissava l’aliquota all’uno per cento di quel valore, poneva un tetto agli aumenti futuri e fissava in due terzi degli aventi diritto le maggioranze necessarie a decidere aumenti d’imposizione. Era il preludio all’avvento di Ronald Reagan e Margaret Thatcher!

Non m’illudo: so bene che, ove il suggerimento capaldesco fosse accolto, le conseguenze sarebbero solo negative, perché in questo momento storico non mi sembra che esistano in Italia le condizioni necessarie a una rivolta fiscale preludio di una rivoluzione liberale. Suggerirei ugualmente a chi di dovere molta prudenza in questo campo: le rivolte fiscali si sa come cominciano ma non come finiscono. Giorgio III e Luigi XVI sarebbero d’accordo: per una rivolta fiscale il primo perse la sua migliore colonia, il secondo la testa.

Sorvolo sull’ovvia considerazione che l’edilizia è già in crisi nel nostro paese, dove la scarsa presenza di un mercato delle locazioni è causa non secondaria della scarsa mobilità del lavoro, e che gravarla di un altro balzello darebbe il colpo di grazia agli investimenti immobiliari. Ma temo che le argomentazioni economiche non faranno presa su chi fa delle spese pubbliche e delle tasse un articolo di fede: sono variabili indipendenti, sacre, incomprimibili; se poi lo stato s’indebita la colpa è di chi gli ha fatto credito, i privati, che vanno esemplarmente puniti con ulteriori oneri tributari. Sappiano però che la loro cieca statolatria finirà inevitabilmente con l’uccidere la gallina dalle uova d’oro; se non ci credono, cerchino di spiegarci perché l’Italia non cresce più da quasi due decenni.

Ora solo il Cav. contro il club della sinistra “ideologica” e della destra “contabile »

Ora solo il Cav. contro il club della sinistra “ideologica” e della destra “contabile » – [ Il Foglio.it › La giornata ]

di Francesco Giavazzi, economista  ilfoglio.it   20110128

Qualcuno a favore, ma l’intelligenza economica non ama l’esproprio una tantum e senza riforme. Girotondo fogliante di idee

Giuliano Amato, Walter Veltroni, Susanna Camusso, Pellegrino Capaldo e altri ancora: il coro pro imposta patrimoniale si amplia, non soltanto sulle colonne dei giornali. Siamo di fronte a un caso di coincidenza tra una certa ideologia a sinistra e una lettura distorta della realtà economica di una fetta della destra.
A sinistra le mozioni favorevoli vengono da chi ha un pregiudizio ideologico contro la ricchezza. Per carità, queste sono preferenze, ognuno è libero di pensare che i ricchi siano cattivi. Allora però occorrerebbe tassare il reddito che produce la ricchezza, non la ricchezza una volta che è accumulata. A destra, invece, c’è una visione contabile molto pericolosa che porta a sostenere la fattibilità di una imposta patrimoniale: l’idea, sostenuta anche dal ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, è che si può sommare debito pubblico e ricchezza privata. In realtà il debito pubblico non è detenuto da chi ha la ricchezza e quindi per fare quella operazione bisogna espropriare la ricchezza privata.
L’impatto negativo però è assicurato. Se le famiglie hanno un certo target di ricchezza privata, ovvero un livello di ricchezza che ritengono necessario raggiungere per godere di maggiore tranquillità nel corso della propria vita, se si toglie una parte di questa ricchezza alle famiglie, queste cosa faranno? Ricomincerebbero a risparmiare per raggiungere quell’obiettivo di ricchezza che si erano poste. E non bisogna essere keynesiani per sapere che un aumento del tasso di risparmio, determinando un’ulteriore caduta dei consumi, spingerebbe l’economia a scendere a picco. Quindi qui si prova l’incapacità della visione contabile di interpretare la situazione macroeconomica.

Penso che il motivo per cui, nonostante tutto quello che si legge sui giornali, il presidente del Consiglio sia ancora in cima alle preferenze degli italiani, è che i cittadini, i quali non vogliono una patrimoniale, hanno capito che – tolto di mezzo lui – la patrimoniale si farebbe. Per Berlusconi, fortunatamente, vale infatti il motto inglese: “Over my dead body!”, “dovrete passare sul mio cadavere”, che ci siano pressioni europee o meno.
E comunque, se l’obiettivo è quello di diminuire il fardello del debito pubblico, perché bisogna espropriare la ricchezza privata? Iniziamo a vendere il patrimonio pubblico; sono anni che parliamo del patrimonio dello stato. Alla fine degli anni Novanta abbiamo abbattuto il debito pubblico in misura pari a circa 15 punti percentuali del pil in un decennio con un po’ di privatizzazioni. Rifacciamo quell’operazione: quanto vale il Poligrafico dello stato, le partecipazioni in Enel, Eni, e tutto il patrimonio immobiliare? L’alienazione del patrimonio pubblico darebbe credibilità al paese e non avrebbe l’effetto depressivo di una espropriazione. Poi, quando lo stato dimostrerà di aver venduto tutto, io resterò pur sempre contrario ma almeno a quel punto si potrà legittimamente porre il problema. Dopo, non prima.

Piccoli Torquemada, io vi lascio

Piccoli Torquemada, io vi lascio | The Frontpage

Piccoli Torquemada, io vi lascio
http://www.thefrontpage.it/   20110126

Cari amici e militanti del Partito democratico, questa volta la mia bandiera del Pd non sfilerà con le vostre.

So che queste poche righe vi potranno sorprendere e far arrabbiare, ma io rivendico il diritto al dissenso, anche in forma pubblica. Chi mi conosce sa che rifuggo i riflettori della carta stampata in un modo che può apparire quasi elitario. Questa volta no.

In questi giorni la cronaca ci regala intere pagine su presunte, vere o verosimili serate del presidente del Consiglio. Preferisco interessarmi dell’evoluzione della crisi che sta investendo la costa meridionale del Meditteraneo, a poche centinaia di chilometri dal nostro Paese. E mi sono interessato anche a Lissone, provincia di Monza, e quindi veniamo al dunque.

Titolo: “Lissone, intitolata piazza a Bettino Craxi. Manifestazione di protesta con bandiere dell’Idv e del Pd, con annesso lancio di monetine”. Perché tanto astio? Perché dopo così tanto tempo? Perché ancora oggi non è possibile serenamente analizzare in un’ottica storica, sociologica e politica la vita di Bettino Craxi, mentre è solo possibile analizzarla solo con gli occhi della cronaca giudiziaria?

Sappiamo come andò a finire e che evoluzione ha avuto la vita politica italiana. Berlusconi presidente e il fronte progressista forza residuale in tutto il Norditalia e nel Sud del Paese. La storia ha dimostrato, ancora una volta, che la repressione giudiziaria, non di un fenomeno penale, ma di un fenomeno di natura politica, un fenomeno di sistema, non può avere la meglio in un sistema democratico. I voti, il consenso, si ottengono solo quando i propri programmi e le proprie idee prevalgono nel sentire comune della gente. La politica è scontro di idee, non di commi del codice di procedura penale.

I bilanci di tutti i partiti negli anni ’60, ’70 e ’80, depositati in Parlamento, vidimati dai revisori dei conti, erano tutti falsi. Tutti lo sapevano. Lo sapevano i giornalisti. Lo sapeva la magistratura. Lo sapevano le forze politiche. Ma tutti hanno fatto finta di non sapere e hanno lasciato solo Craxi a lottare per la verità. Lo hanno lasciato solo a lottare contro una folla di benpensanti Torquemada italici. I Torquemada affascinati dall’uso spropositato di quell’infamia giuridica che è l’utilizzo della carcerazione preventiva per estorcere confessioni o meglio ancora, accuse a carico di altre persone. I Torquemada che hanno gioito nel vedere i ceppi ai polsi dell’on. Enzo Carra. I Torquemada che con gusto sadico osservavano la bava sulla bocca dell’on. Arnaldo Forlani, che con dignità raccontava di non ricordarsi, interrogato da un Pm noto per le sue chiare difficoltà nell’uso del congiuntivo. I Torquemada che con indifferenza hanno visto lo spegnersi lento di un galantuomo come l’on. Severino Citaristi. I Torquemada che hanno liquidato con una alzata di spalle il tonfo sordo del fucile nella bocca dell’on. Sergio Moroni. I Torquemada che si sono rammaricati perché la pressione mediatica ha ucciso con un infarto l’on. Vincenzo Balzamo prima che venisse arrestato.

I Torquemada sono tornati a Lissone, se non personalmente, ma senz’altro idealmente. Non conoscete nulla di Craxi e se invece lo conoscete è pure peggio, perchè solo per lucido e ipocrita calcolo politico lo ignorate. Io non vi proibirò di andare con le bandiere del Pd dove volete, ma dovete sapere che nel nostro partito non tutti sono come voi. Vi potrei citare un grande intellettuale comunista, Alberto Asor Rosa, che disse, riassumendo l’azione politica di Craxi: “Ma che c’è nella bisaccia di Craxi, questo ex ragazzone venuto da Milano? Con Sigonella ha umiliato i Repubblicani, distrutto il polo laico, inchiodato i democristiani all’impotenza, raccolto le scuse di Ronald Reagan e riscosso gli applausi dei comunisti, pochi mesi dopo averli battuti sonoramente con il referendum. Bettino gioca e vince, vince tutto, vince sempre.” Perché spiegarvi questa citazione? Siete sordi, siete ciechi, siete ottusi.

Potrei dirvi che Giuseppe Mazzini, sì proprio quello di una via in ogni città, raccomandò a Crispi due società “amiche” per un appalto delle ferrovie meridionali. Potrei citarvi Luigi Longo che con la prudenza di chi è stato in montagna a rischiare la pelle disse che “la rivoluzione deve sempre avere delle riserve in caso di disastro….”. Ma siete sordi, siete ciechi, siete ottusi.

Potrei spiegarvi perché Craxi vietò al suo legale di chiamare a testimoniare in sua difesa testi internazionali, usando queste parole: “Non ho detto nulla quando quei soldi li ho dati, perché potevo farlo e servivano a cause di giustizia e libertà e proprio per questo li ho dati in gran segreto. Perché rivelarlo ora? Per farmi bello? Per difendermi quasi fosse una colpa?” Ve lo dico io, chi erano quei testi perchè magari trovate qualche loro foto nel vostro salotto radical chic: Lech Walesa di Solidarnosc, Yasser Arafat dell’Olp, il Partito socialista cileno e ceco (entrambi in clandestinità), l’argentino Alfonsin, il peruviano Alan Garcia, Sanguineti in Uruguay, Carlos Andrei Peres in Venezuela, Juanio Quadros e Lula in Brasile, il salvadoregno Ungo, Ortega in Nicaragua, il domenicano Penà e il portoghese Soares. Potrei spiegarvi chi sono queste persone e perché Craxi li aiutò senza avere nulla in cambio. Ma siete sordi, siete ciechi, siete ottusi.

Potrei spiegarvi perché un gigante del socialismo europeo, François Mitterand, scaraventò giù dal letto l’ambasciatore francese in Tunisia e gli disse di consegnare un biglietto a Craxi appena atterrato che si concludeva con “A Vous fidèlement”, e come si lega questo episodio alla “dottrina Mitterand sui rifugiati politici” Potrei citare un vostro eroe, Francesco Saverio Borrelli, che vi inchioda più di ogni altro: “Finchè la folla ha assistito alla decapitazione della famiglia regnante, si è scatenato il gusto sanguinario. Ma quando la gente si è resa conto che quello che stava accadendo investiva tutto e tutti, si è manifestato un moto di rifiuto”. Ma siete ciechi, siete sordi, siete ottusi.

Siete gli stessi che dalle colonne dell’Unità scrivevano fiumi di inchiostro per elogiare il “teorema Calogero”, la più spaventosa farneticazione mediatico-giudiziaria della storia della Prima repubblica. E mentre canticchio De Andrè, perché io posso farlo e voi di Lissone no – “chi alla sbarra in piedi mi diceva “Vostro Onore”, e di affidarli al Boia fu un piacere tutto mio…” – vi saluto con poca stima.

Francesco Negrini
Segreteria provinciale del Partito democratico di Mantova

Ai compagni del “Riformista”

Ai compagni del “Riformista” | The Frontpage

Ai compagni del “Riformista”

DI Massimo Micucci http://www.thefrontpage.it/2011/01/27/ai-compagni-del-riformista/

Caro compagno Cappellini e caro compagno Caldarola, le critiche mosse all’appello firmato da Velardi, Rondolino e Sansonetti, cui ho contribuito, mi toccano personalmente e spiacciono perchè vengono da una testata di cui mi considero uno dei “padrini” putativi. Non è la prima volta. In passato mi toccò una reprimenda dell’allora vicedirettore Cingolani, per aver difeso Chicco Testa dal reato di “connivenza in Cda” nella terribile “Spectre” della Carlyle, assieme a Letizia Moratti. Mi sembrava una presunzione di colpevolezza infondata.

Tornando all’appello e alla morale che ci fate. Non possiamo dire “noi” solo perchè c’erano a sinistra posizioni diverse? O non possiamo dire compagni perchè non siamo di sinistra? Chi ha fatto parte di una comunità politica fa le sue battaglie, ma ne assume in parte la responsabilità di ciò che la sua comunità ha fatto. Ed essere comunità, al tempo in cui abbiamo fatto politica noi, era la parte migliore. Proprio quello che oggi manca del tutto. Ma non può andar bene solo per compiacersi nelle mostre rievocative con sofisticati distinguo. A meno di non avere ognuno una specie di “posizione previdenziale”, basata su un Curriculum politico certificato dall’ufficio quadri “ma-io-non-ero-d’accordo”. La notazione ad personam sulle campagne per la Polverini, poi, riguarda anche me: il bene della sinistra non si fa se si lavora da professionisti per una candidata di destra?

Evidentemente al Riformista hanno fatto breccia i “teologi” in crisi con Mondadori. Quelli che facevano le pulci a Saviano (problema risolto), ma non a Scalfari. Forse non bisognerebbe scrivere sul Foglio, come il bravissimo compagno Cundari, pena non poter poi apostrofare accoratamente la sinistra, da sinistra, su Left Wing? Il Riformista ha sempre respinto (ed io con voi) l’idea assurda secondo cui lavorare per un editore di centro destra, come il vostro, non darebbe il diritto di definirvi riformisti. E allora? O i giornalisti sono una categoria “eticamente indiscutibile” mentre i consulenti di comunicazione debbono una coerenza di fede politica?

Poi c’è la obiezione, secondo voi, più grave: manca all’appello il “premesso che Berlusconi se ne deve andare”. Il compagno Caldarola aggiunge “che i vizi privati del potere vanno sorvegliati”. Cioè: possiamo fare certe affermazioni semprechè facciamo “giurin giurella”, contestualmente, contro Berlusconi. Ma è proprio la priorità assoluta dell’anti-berlusconismo giudiziario uno dei danni che denunciamo nella sinistra: che hanno spinto Veltroni a “preferire Di Pietro ai socialisti”, D’Alema a chiedere l’ingerenza del Vaticano, Bersani a temere Vendola. Così ha vinto, a sinistra, l’icona e la speranza nelle manette. Senza parlare di tante altre mostruosità di cui la sinistra stessa è stata vittima. In parte lo avete detto con forza (anche) voi e adesso.

Perchè allora dovremmo preliminarmente parlar male di Berlusconi se il tema è così ampio e devastante? Vorreste un mantra da gesuiti per riconoscere il diritto a chiamare in causa la sinistra? Come quando, per poter sostenere una politica riformista nel Pci bisognava prima attaccare il capitalismo e gli Stati Uniti. Oppure vengono in mente le accuse che vennero rivolte ad Emanuele Macaluso di avere rotto il “fronte della fermezza” quando si adoperò, ottenendola, per la grazia a Fiora Pirri Ardizzone in carcere per reati di terrorismo.

Capellini conosce meglio di me la terribile storia del Pci e del terrorismo e Caldarola non si può appellare neanche al fatto generazionale. Gli schematismi sul tema giudiziario, poi diventato mediatico, hanno paralizzato spesso la sinistra (e anche la destra, ma sono affari suoi). Lo spiegano molto bene Pellegrino e Fasanella nel libro Il morbo del giustizialismo, che si chiama così nonostante Berlusconi. Un appello è un appello e serve a lanciare un allarme, una preoccupazione o una proposta e si rivolge ad una comunità, ed insieme è pubblico. Molti non lo condivideranno, ma si fa sentire e lo hanno letto sul nostro sito più di 30.000 persone. Tra questi anche diversi dei numerosi lettori del Riformista, giornale che, una volta, queste campagne se le inventava.

Vittime: un minuto di silenzio

Vittime: un minuto di silenzio | The Frontpage

Vittime: un minuto di silenzio
http://www.thefrontpage.it/2011/01/27/vittime-un-minuto-di-silenzio/

Vittime. Le persone, le famiglie, le attività che sono state investite da processi mediatici, poi giudiziari, e che sono risultate in tutto o in parte estranee alle accuse formulate. Risorse, imprese, carriere o reputazioni. Strizzate, spente, straziate, esposte. Imprenditori, politici, servitori dello Stato e semplici cittadini, o cittadine, finiti nel vortice del gossip sempre più privato, ma dedotto dal pubblico e in nome della virtù civile.

Berlusconi o no, Pm di Milano o no, le vittime ci sono, il campo pluridecennale di questo scontro politico è ingombro di macerie. E molti di loro non credono di poter riavere giustizia, sperano solo nell’oblio. I media sulla base dei comunicati delle procure stabiliscono un frame definitivo di buoni e cattivi. La riabilitazione (vocabolo che evoca atmosfere post-staliniane) è tardiva, ambigua e non proporzionata anche laddove preveda delle compensazioni pecuniarie. Fine pena mai.

Vi ricordate solo Craxi e il suo esilio ad Hammamet? Della stessa epoca è l’arresto di Francesco Caltagirone: accusato con il fratello Leonardo di tangenti a Severino Citaristi. Carcere, giornali e via. Fu assolto nel 2001. Di fronte alla richiesta di risarcimento alla Corte d’Appello il presidente scrisse: “Il pm che richiese e il gip che concesse l’arresto sarebbero potuti andare più cauti in materia di misure restrittive, il che induce a ritenere rilevante il danno morale (con le relative conseguenze sul piano personale, sociale e familiare)” per “la sua notorietà” e per l’”ampio risalto mediatico”. 5000 euri.

Angelone Rizzoli, 26 anni di odissea, “sei processi, sei assoluzioni. Malato di sclerosi multipla con tre ordini di cattura sul capo, spogliato di tutto – reputazione, affetti, aziende, patrimonio, passaporto – e privato della libertà per più di 13 mesi, tre in cella d’isolamento, neanche un giorno d’infermeria, né visite mediche, né cure specialistiche, sbattuto da un carcere all’altro”. Scagionato da poco. Non ha ancora avuto risarcimenti.

Vito Gamberale: arrestato nel ‘94 per una telefonata al socialista Donati, viene assolto e poi risarcito con 290 milioni di lire. “Offro questa assoluzione a mia figlia, alla mia famiglia, alla presidenza della Repubblica, a tutte le istituzioni, e al popolo italiano”, dichiarò allora il manager in lacrime dopo aver subito lunghi giorni di carcere e di arresti domiciliari. E poi Calogero Mannino, Rino Formica, tutti prosciolti dopo intere epoche storiche. In mezzo ci sono il sucidio di Gabriele Cagliari cui era stata promessa la scarcerazione, quello del socialista Moroni. Nell’immaginario collettivo, nei mattinali del Fatto: tutti protagonisti di Tangentopoli, non vittime.

Poi ci sono i “prescritti” che nell’immaginario dei giustizialisti diventano “proscritti”. Eh sì, perché se i giudici non sono in grado di provare per tempo, nonostante l’invocata presenza in aula, la colpevolezza, c’è sempre modo di “non assolvere” l’imputato. Colpa sua anche questa. Come nel caso di Andreotti, che grazie a questo meccanismo è ancora dato dai giustizialisti come referente della mafia. E poi migliaia di sconosciuti, per noi tutti. Gli errori giudiziari catalogati dal sito http://www.errorigiudiziari.com appartengono a quegli anni. Se volete approfondire ci sono 409 casi.

Ma veniamo a tempi più recenti e spesso ancora on line, sempre tralasciando Berlusconi. Andiamo per blocchi. Vallettopoli e Woodcock. Da Giancarlo Perna sul Giornale: “Con l’assoluzione di Vittorio Emanuele di Savoia, il pm Henry John Woodcock raggiunge la quota di 210 innocenti accusati senza fondamento… la sua media è stata di 15 infelici cui ha tirato il collo ogni anno”.

Why Not: l’inchiesta coinvolge Prodi, l’on. Sandro Gozi, Agazio Loiero presidente della Calabria, Clemente Mastella, più di 150 persone. L’implicazione di Mastella contribuisce alla caduta di Prodi. I casi vengono via via archiviati. Solo 34 persone vengono rinviate a giudizio e 26 sono assolte. Secondo il gup Mellace l’inchiesta Why Not è figlia dell’enorme “risalto mediatico che il procedimento ha avuto soprattutto nella fase delle indagini preliminari e che ha portato alla ribalta nazionale i suoi principali protagonisti divenuti nel frattempo veri e propri personaggi pubblici televisivi di grande notorietà”. Cioè De Magistris diventa deputato.

Pescara e regione Abruzzo: l’equilibrio politico viene rovesciato in due inchieste che riguardano il sindaco di Pescara e il presidente della Regione, entrambi costretti alle dimissioni. Si scopre poi, tra l’altro, che i carabinieri avevano già indagato proprio l’accusatore di Del Turco, l’imprenditore Angelini, considerando il presidente una minaccia per il potere dell’Angelini, considerato il re della sanità abruzzese. La sinistra anche davanti alle ingiustzie che la riguardano ha quasi sempre subito, rilanciando in termini di lotta interna. Senza capire, volendosi male.

Caso Romeo: decine di indagati coinvolti sui media, Rutelli, Bocchino, La Boccetta e Lusetti. L’assessore Nugnes si suicida in carcere, la Iervolino lo considera un atto di dignità e definisce invece “sfrantummati” gli assessori indagati. Questi ultimi si fanno carcere e domiciliari. Poi Giuseppe Gambale, Ferdinando Di Mezza, Enrico Cardillo e Felice Laudadio vengono assolti. Che fanno oggi? Che pensano le loro famiglie? Romeo e Mautone sugli undici capi di imputazione sono stati condannati, in prima istanza, solo per il reato di corruzione per la assunzione di due disoccupati. Potremo continuare e continueremo, spero non per sempre.

Compagni, amici, liberali, se ne restano, di tutte le confessioni: è un massacro cui la legge della velocità dei media, l’uso spregiudicato di un sistema unilaterale di informazione finiscono per contribuire anche non volendo. Non girate la testa. Qui non c’è neppure la scusa abbattere il tiranno. Fate qualcosa, se questi sono uomini.