Der Spiegel contro l’Italia: siete pieni di soldi

Der Spiegel contro l’Italia:

siete pieni di soldi

Il settimanale tedesco sostiene che i suicidi

ci sono sempre stati e che gli italiani sono

più ricchi dei tedeschi

 

17/04/2013   liberoquoditiano.it

  

Un asino carico di soldi che avanza a testa bassa sotto il peso della ricchezza. Un ciuco montato

da un uomo anziano con lo sguardo pecettato che si protegge sotto l’ombrello dell’Unione Europea.

E’ l’immagine scelta dal settimanale tedesco Der Spiegel per sostenere la tesi della finta povertà

dei Paesi europei in crisi. In soldoni, l’autorevole rivista sostiene che  la Germania non può,

non deve accollarsi i debiti dei Paesi che si dichiarano in difficoltà per un motivo semplicissimo:

questi Paesi mentono. I Paesi del Sud Europa i soldi li hanno, ma  li nascondono nei Paesi del Nord,

quindi è giusto che si salvino da soli.

 Ognuno pensi per sé – Il settimanale fa riferimento ai dati statistici pubblicati recentemente

dalla Banca Centrale Europea sulla ricchezza delle famiglie europee, sono dati che hanno infiammato

il dibattito in Germania e consolidato il fronte di quelli che sostengono che ogni Paese debba ripondere

da solo dei propri guai finanziari.  L’idea è che il metodo Cipro dell’autosalvataggio deve diventare

un modello per il futuro anche se Mario Draghi precisa che quello di Nicosia è un cao isolato e che mai

sarà imposta una patrimoniale per i salvataggi futuri.

 

L’Italia e il precedente da paura Ovviamente per noi è molto interessante il passaggio sull’Italia.

I giornalisti che firmano l’inchiesta (due esperti di economia) sostengono che i suicidi che si verificano

tutti i giorni c’erano già prima della crisi e che la  ricchezza media delle famiglie italiane, essendo

di 173.500 euro, « tre volte quella dei tedeschi ». Avendo l’Italia un debito pubblico del 130 per cento

contro quello tedesco che è all’80 per cento c’è una sola soluzione perché esca dall’impasse.

Ecco quindi la ricetta tedesca: sarebbe più sensato che i Paesi in crisi riducano i loro debiti con le proprie forze:

aggredendo maggiormente la ricchezza dei suoi cittadini. Non viene fatto nessun riferimento al fatto

che lo stipendio medio in Germania è più alto di quello italiano e che anche la qualità dei servizi resi

dello Stato è imparagonabile, nessun riferimento al livello ormai insopportabile di tasse

che si abbattono e falcidano i nostri salari. Nell’inchiesta i gironalisti ammettono che i tedeschi hanno

una tradizione da cicale e preferiscono vivere in affitto piuttosto che risparmiare. Ma la conclusione

è sempre la stessa: gli italiani i soldi li hanno quindi si salvino da soli…Ed ecco che torna alla mente il passato,

impossibile non pensare alla teoria hitleriana secondo cui gli ebrei erano più ricchi dei tedeschi…

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La guerra di coltello della Cia (che non è più se stessa)

La guerra di coltello della Cia (che non è più se stessa)

di Daniele Raineri   ilfoglio.it  14/04/2013

Un reporter specializzato del New York Times con fonti “da dentro” racconta le operazioni clandestine dei servizi segreti americani. “Un secondo Pentagono” al servizio di Obama

“La Cia può accendere a distanza un telefono cellulare spento in Pakistan e ottenere la posizione del proprietario”.

Mark Mazzetti è un cronista del New York Times, si occupa di sicurezza nazionale, terrorismo e servizi segreti. Ha studiato dai gesuiti, ha un master in Storia a Oxford, è diventato una firma conosciuta durante gli anni del presidente George W. Bush con una serie di scoop sui misfatti compiuti dalla Cia (gli valsero una nomination al premio Pulitzer nel 2008, lo prese l’anno dopo). Mazzetti era “la buca delle lettere” degli insoddisfatti dell’agenzia di intelligence di Langley. Riceveva e pubblicava, dopo un gran lavoro giornalistico di verifiche e di contesto. Quando da dentro la sede dei servizi segreti volevano combattere la linea politica dettata dal governo, ecco arrivare l’articolo sul New York Times servito da Mazzetti grazie a “fonti che vogliono rimanere anonime”. Spesso era materiale potente. Nel 2007 fu lui a rivelare che la Cia aveva distrutto i video di alcuni interrogatori per timore di essere accusata di torture – un’inchiesta che insegue ancora oggi il nuovo direttore della Cia, John Brennan. L’atteggiamento e i sentimenti della redazione del New York Times verso la Casa Bianca sono cambiati con l’arrivo di Barack Obama. Dal 2009 non c’è più bisogno di fare la guerra all’Amministrazione, anzi: tra il governo americano e il giornale più influente d’America si è aperta una fase di collaborazione. Non è dichiarata, ma è implicita, nei fatti. Mazzetti continua a produrre scoop sui servizi segreti e sul terrorismo, ma ora sono di segno diverso. Non sono più scomodi, imbarazzanti, adatti a incalzare e tenere sotto pressione il potere politico. Rappresentano invece un’Amministrazione americana impegnata senza soste sul fronte della lotta al terrorismo, come una macchina da guerra (qui sotto Mattia Ferraresi spiega i rapporti tra la Cia, il Pentagono e i giornali americani). Nel 2012, Mark Mazzetti ha preso un periodo sabbatico di quindici mesi lontano dalla redazione del New York Times per dedicarsi alla scrittura del suo primo libro, uscito martedì scorso: “The way of the knife”, (512 pp., Penguin Press) “Il metodo del coltello”. Il titolo è stato ispirato da un discorso di John Brennan, quando ancora non era direttore della Cia. Disse che a differenza dei conflitti in Iraq e Afghanistan, dove l’America aveva usato il martello, in questo nuovo tipo di guerra portata avanti nell’ombra sarebbe stato necessario usare “il bisturi”. Brennan voleva comunicare un’idea di precisione chirurgica, di interventi studiati e rigorosamente necessari e con effetti contenuti. Mazzetti ora sostiene che è più realistico dire che la nuova guerra è combattuta con il coltello: “E a volte i combattimenti con i coltelli diventano un macello”. Il libro è lungo cinquecento pagine ed è il frutto di ricerche, interviste e ricostruzioni. In queste due pagine si prova a riferirne i contenuti più succosi. Sempre tenendo a mente lo schema: Cia di Bush uguale guerra sporca, Cia di Obama uguale efficienza micidiale, la Cia è comunque sempre meglio del Pentagono. 

“The Cia gets what it wants”.

La Cia ottiene quello che vuole: sono le parole pronunciate da Obama alla fine di una riunione nella Situation Room della Casa Bianca per tagliar corto sopra le proteste e le beghe delle altre agenzie del governo. E’ anche il refrain del libro. Durante gli anni del primo mandato di Obama, il direttore dell’agenzia Leon Panetta vince automaticamente tutte le battaglie perché sa di avere le spalle coperte dall’autorità massima del presidente, in ogni frangente. Oltre a vedere approvate l’espansione del programma droni e l’apertura di nuove basi in giro per il mondo, ottiene persino il licenziamento del suo superiore, Dennis Blair, a capo della Direzione nazionale dell’intelligence, quando osa interferire con uno dei sacri principi che regolano l’esistenza della Cia, ovvero che c’è una linea diretta tra Langley e il presidente. Blair commette un errore fatale. Mette in dubbio il troppo affidamento che secondo lui l’agenzia fa sugli omicidi mirati con i droni e si chiede – durante un discorso pubblico – se per l’America non sia il caso di tornare “a metodi e strumenti tradizionali in luoghi che un tempo erano raggiungibili soltanto con azioni clandestine”. Parole soavemente diplomatiche, ma il riferimento è chiaro. Panetta prende nota. Un mese più tardi, Blair è cacciato. 
Nel 2011 l’ambasciatore di Obama in Pakistan, Cameron Munter, non è contrario al programma droni, ma è convinto che la Cia è troppo spericolata e che la sua posizione come diplomatico stia diventando insostenibile. I suoi rapporti con il capo della stazione Cia di Islamabad, già messi a dura prova dal processo a Raymond Davis – un contractor americano dei servizi segreti arrestato per aver ucciso a colpi di pistola due ladri per strada, non un modello di discrezione operativa – si deteriorano ancora di più quando Munter chiede che la Cia lo avverta in anticipo di ogni bombardamento e gli conceda pure un diritto di veto per bloccare, se è il caso, l’operazione. Nel corso di un litigio furioso, Munter tenta di far capire al suo interlocutore chi comanda davvero in Pakistan. Ne esce scornato. “Non sei tu l’ambasciatore americano in Pakistan!”. “Hai ragione e non ci tengo nemmeno a esserlo”, si sente rispondere dall’uomo della Cia. La battaglia territoriale si sposta a Washington. E un mese dopo l’uccisione di Osama bin Laden i membri del Consiglio nazionale di sicurezza si scontrano apertamente su chi sia davvero al comando delle operazioni americane in Pakistan. All’incontro del giugno 2011, Munter in teleconferenza sostiene la necessità di avere, con terminologia calcistica, il potere di estrarre un “cartellino rosso” per fermare gli strike. Il direttore della Cia, Leon Panetta, lo interrompe a metà frase. La Cia ha l’autorità di fare quello che vuole in Pakistan. Non ha bisogno dell’approvazione dell’ambasciatore in nessun caso. “Non lavoro per te”, dice Panetta a Munter, secondo chi era presente all’incontro. Interviene il segretario di stato, Hillary Clinton, a difendere il suo uomo. Panetta sbaglia se pensa di avere il potere di scavalcare l’ambasciatore e di lanciare i bombardamenti con i droni senza la sua approvazione. “No Hillary – risponde il capo della Cia – sei tu quella che sbaglia”. Segue silenzio generale sbigottito. La Cia di Obama zittisce anche il dipartimento di stato. Anche in quel caso, ottiene quello che vuole. Verosimilmente, le cose stanno ancora così. 

 “Non più un servizio tradizionale di spionaggio, specializzato nel rubare segreti a governi stranieri, la Cia ora è diventata una macchina per uccidere, un’organizzazione consumata dalle cacce all’uomo”.

Subito dopo l’11 settembre, la Direzione delle operazioni della Cia reclutò agenti per un nuovo programma:infiltrare piccole squadre di assassini in paesi stranieri per dare la caccia e uccidere una lista di persone individuate dall’Amministrazione Bush. Tra i paesi destinati a diventare “terreno di caccia” c’erano scelte ovvie, come il Pakistan, ma anche sorprendenti, come la Germania. Il vicepresidente Dick Cheney fu un grande sostenitore di questo piano, ma non se ne fece nulla. La Cia tuttavia scelse di conservare il programma in vita, nel caso diventasse attuale e necessario. Quando il presidente Obama arrivò alla Casa Bianca lo bocciò (probabilmente questa è la ragione per cui l’informazione arriva ora al pubblico. Nel 2001 il programma droni era ancora agli inizi: oggi non c’è bisogno di mandare agenti, nella maggior parte dei casi). Anche il Pentagono voleva infiltrare squadre speciali in paesi stranieri, ma senza che le ambasciate americane e i capistazione locali della Cia ne fossero a conoscenza. Per questo spedì un memo segreto a tutti gli attacché militari (sono gli ufficiali di collegamento che risiedono nelle ambasciate) sparsi nei paesi nel mirino dei generali, in cui chiedeva di non dire nulla agli ambasciatori – tecnicamente i loro superiori – e ai servizi segreti. Quasi tutti lo ignorarono. Subito gli ambasciatori protestarono in massa con il segretario di stato. 

“Il Pentagono cominciò ad avere bisogno di mandare i suoi soldati in posti dove – secondo le leggi e la tradizione – prima soltanto alle spie era permesso di andare”.

La guerra di coltello della Cia si combatte dovunque, ma soprattutto dentro il Pakistan, lo stato alleato che diventa il simbolo dei luoghi ostili e indecifrabili per i servizi segreti americani. Mazzetti rivela che dopo l’11 settembre, quando l’America era sul punto di attaccare i talebani che davano rifugio a Osama bin Laden in Afghanistan, il segretario di stato americano Colin Powell era adamantinamente convinto che il Pakistan avesse abbandonato il Mullah Omar e i suoi al loro destino. Scrisse un memo segreto per il presidente Bush, insistendo sul punto. Aveva terribilmente torto. Questo equivoco si trascinerà a lungo nella politica estera americana. 
Salto in avanti di dieci anni, estate 2011. C’è un avvertimento dell’intelligence su due camion carichi di fertilizzante diretti dal Pakistan verso l’Afghanistan, confusi tra i convogli infiniti che portano rifornimenti alla Nato. Il fertilizzante al nitrato d’ammonio è la base – mescolato assieme a carburante diesel – per fare un potente esplosivo usato negli attentati. L’avvertimento dice che i due camion potrebbero essere usati per attaccare basi americane in Afghanistan. I militari telefonano al capo di stato maggiore in Pakistan, il generale Kayani, per avvisarlo e ottengono la promessa che i camion saranno bloccati prima che possano raggiungere il confine. In realtà i pachistani non fanno nulla. I veicoli stanno fermi nella regione del Waziristan per due mesi, mentre gli uomini dell’Haqqani network – uno dei gruppi terroristi più pericolosi dell’area – li trasformano in bombe su ruote, potenti abbastanza per uccidere centinaia di persone. L’intelligence americana non ha un’idea chiara della loro posizione, ma il capo di stato maggiore americano, l’ammiraglio Mike Mullen, è fiducioso: le spie pachistane grazie ai loro contatti di lunga data sapranno trovarli e fermare l’attacco. Mike Mullen è considerato a Washington l’uomo con i migliori contatti con il Pakistan, grazie soprattutto alla sua relazione amichevole e personale con il generale Kayani coltivata negli anni con pazienza. L’americano è convinto che la controparte sia un nuovo tipo di ufficiale pachistano, che capisce che i legami con i gruppi terroristi sono un patto suicida per il paese. Il 9 settembre 2011 i camion muovono verso l’Afghanistan. Il comandante delle truppe americane nella regione, John Allen, vola a Islamabad e chiede a Kayani di fermare i camion, il generale risponde: “Farò una telefonata per prevenire ogni possibile attacco”. Le parole gelano lo staff americano, indicano rapporti ancora più stretti di quanto si pensasse tra gli apparati di sicurezza pachistani e il gruppo Haqqani. Alla vigilia del decimo anniversario dell’attacco dell’11 settembre, uno dei due camion accosta al perimetro di una base militare a Wardak, nell’Afghanistan orientale. Lo scoppio abbatte un lato del muro di difesa, uccide una bambina afghana a mezzo chilometro di distanza e ferisce settanta marine americani. Pochi giorni dopo, l’ammiraglio Mullen sale al Congresso per essere ascoltato come capo di stato maggiore. Il dipartimento di stato ha tentato di limare il suo discorso, senza successo. I servizi segreti pachistani comandano la guerriglia in Afghanistan, dice Mullen davanti alla commissione, e hanno le mani sporche del sangue di soldati americani e civili afghani. “Il gruppo Haqqani – dice Mullen – agisce come il braccio armato dei servizi segreti militari del Pakistan”. La relazione tra i due vecchi amici, Mullen e Kayani, muore. Non si parleranno più dopo quel giorno. 
Due giorni fa un altro giornalista specializzato in sicurezza nazionale, Tom Ricks, ha fatto un’intervista a Mazzetti per Foreign Policy e ha trovato una definizione efficace: la guerra del coltello è “la terza guerra” di questa fase storica dell’America, dopo Iraq e Afghanistan.

“Le fondamenta della guerra segreta furono gettate da un presidente repubblicano e poi abbracciate da uno democratico liberale che si innamorò di quello che aveva ereditato. Il presidente Barack Obama cominciò a considerarla come un’alternativa alle guerre costose e incasinate che rovesciano governi e richiedono anni di occupazione americana”.

Il primo test con un drone armato di missili fu a China Lake, in California, nel gennaio 2001, tre giorni dopo l’inaugurazione della prima presidenza di George W. Bush. Ma si tratta di un programma bellico democratico per eccellenza, sviluppato durante il mandato di Bill Clinton e portato a vette di spietata efficienza sotto Barack Obama, per le sue caratteristiche: è discreto, è più preciso di altre armi, ha effetti circoscritti, non mette a repentaglio la vita di militari americani. Quel giorno il drone centrò il suo bersaglio, un carro armato, e tornò alla base senza danni. La Cia però si interessò al programma soltanto nel 2004, dopo un disastroso rapporto interno dell’ispettore generale dell’agenzia, che criticava duramente le torture e le extraordinary rendition. La prima prigione segreta della Cia, poi conosciute come black hole, buchi neri, fu aperta in Thailandia e il suo nome in codice era “cat’s eye”. Nel giugno 2003 la Cia bloccò un annuncio dell’Amministrazione Bush, che intendeva esprimere solidarietà alle vittime di torture in tutto il mondo. Gli Stati Uniti, spiegò, non avrebbero potuto legalmente dire di essere “impegnati nell’eliminazione della tortura in tutto il mondo”. 

Cuba divenne la raccomandazione più caldeggiata dalla Cia per la nuova prigione americana e molto presto l’agenzia costruì le sue celle segrete in un angolo del centro di detenzione di Guantánamo Bay. Una prigione di massima sicurezza che fu soprannominata dagli agenti della Cia “Strawberry Fields”, perché i prigionieri sarebbero stati tenuti rinchiusi là dentro, come cantavano i Beatles, “forever”. 

Un giornalista yemenita ha passato due settimane con i leader di al Qaida nella penisola araba (AQAP) e descrive le procedure di sicurezza che usano per evitare di essere colpiti dal cielo. Se un jet yemenita è in avvicinamento non si muovono, perché “gli aerei yemeniti non centrano mai il bersaglio”. Se invece sentono il caratteristico ronzio di un drone americano fanno l’opposto, spengono i telefonini, saltano sulle macchine e scappano, perché “i droni non riescono a colpire bersagli in movimento”. Gli uomini di al Qaida hanno scoperto un punto debole dei droni. I piloti sono distanti migliaia di chilometri in una base negli Stati Uniti e sono collegati ai velivoli via satellite, quindi il segnale viaggia in ritardo di pochi secondi su quello che avviene “in diretta”. Per anni il problema ha reso la vita difficile ai piloti di droni della Cia e del Pentagono, e potrebbe spiegare alcuni bersagli mancati e i casi di vittime civili, anche se sembra essere stato risolto con l’aiuto di puntatori laser. 

“Rumsfeld raccolse i suoi pensieri in un memorandum segreto per il presidente Bush. La guerra sarà globale, disse, e gli Stati Uniti dovevano essere all’altezza degli obiettivi finali. ‘Se la guerra non cambia significativamente la mappa politica del mondo’, scrisse al presidente, ‘gli Stati Uniti non avranno raggiunto il loro scopo’”. 

La Cia attacca con i droni in Pakistan per la prima volta nel giugno 2004. Il bersaglio non è un capo di al Qaida, ma è un leader della guerriglia locale. Si chiama Nek Muhammad, è a capo di una rivolta semipermanente degli abitanti del Waziristan contro il governo centrale, allora guidato dal presidente Pervez Musharraf (che ora è tornato in Pakistan perché vuole correre alle elezioni di giugno – ma ha poche speranze). Muhammad è una spina nel fianco per il presidente e per i servizi segreti militari pachistani. Accetta tregue con l’esercito, dichiarate nel corso di affollate cerimonie di pace in cui lui e i generali si scambiano ghirlande di fiori e offerte solenni d’amicizia, ma si tratta soltanto di pause tattiche, poi la guerra ricomincia. Il problema è che il Waziristan è un’area bellicosa e ripida, tutta colline e poche strade, i waziri sono delle tigri, i soldati del governo non riescono a fare progressi, dal vicino Afghanistan i talebani che ancora nel 2004 non sono abbastanza forti per la guerra aperta contro gli americani vengono a prestare aiuto – tanto basta attraversare un confine che nemmeno è riconosciuto dai locali. La Cia nel frattempo dà la caccia agli uomini di al Qaida fuggiti dall’Afghanistan e ospiti nelle stesse zone. Il nuovo programma con i droni è ancora nella sua fase sperimentale, ha funzionato bene in Yemen due anni prima – un singolo attacco – ma è disprezzato dalla maggioranza degli agenti Cia. Sono gli albori della svolta cruciale nella storia delle operazioni segrete della Cia, ma non è ancora riconosciuta. “The boys with toys”, i ragazzi con i giocattoli, è il nome di chi si occupa del programma droni. Più degli ostacoli tecnici, ci sono da mettere le cose a posto dal punto di vista diplomatico. Se l’America colpisce davvero gli uomini di al Qaida con i droni, allora la Cia tecnicamente sta bombardando il territorio e la popolazione di un paese alleato. Inoltre ha bisogno di una base segreta nei paraggi, per montare un’operazione di sorveglianza dall’alto in grande stile su quelle zone. Queste due necessità si incontrano in un patto segreto. I pachistani danno il permesso agli americani di far decollare i droni da una base segreta vicino a Quetta e di colpire, ma in cambio chiedono e ottengono la testa di Nek Muhamamad – e anche di chi quel giorno si trova per caso in casa sua, compresi due ragazzi di 10 e 16 anni. Il primo di centinaia di bombardamenti in Pakistan non è contro un leader di al Qaida; è contro un leader locale, che non minaccia direttamente gli Stati Uniti. I servizi di Washington elaborano una giustificazione per l’uccisione, sostengono che Nek Muhammad con la sua campagna contro il governo di Islamabad e a favore dei talebani aiuta al Qaida. In realtà è un “goodwill strike”. Un bombardamento per dimostrare buona volontà. “Ma come spiegherete gli strike al pubblico?”, chiedono gli americani a Musharraf. “Cadono cose di continuo dal cielo, non ci faranno caso”. Il generale Shaukat Sultan, portavoce dell’esercito, ridicolizza qualsiasi domanda sul possibile coinvolgimento degli americani nella morte di Nek Muhammad. “E’ una cosa totalmente assurda”. In realtà, ci faranno caso. Cominciano a girare le foto dei dettagli dei frammenti dei missili, con le stampigliature in inglese, e poi, mentre il programma va avanti, si accumulano testimonianze, c’è il ronzio acuto emesso dai droni, e pure il loro luccichio metallico nei cieli delle aree tribali. La finzione va avanti per anni, fino al libro di Mazzetti. Washington non ammette di avere un programma droni in Pakistan – e questo si sa – il governo del Pakistan aveva sempre sostenuto che si tratta di una campagna di bombardamenti lanciata dagli americani a sua insaputa. In fin dei conti, è un’altra pezza d’appoggio ufficiale concessa a Obama. Bombarda il Pakistan, ma ha il permesso dei pachistani.

“Prima degli attacchi dell’11 settembre, il Pentagono si dedicava poco allo spionaggio fatto con gli agenti e la Cia non aveva più ufficialmente il permesso di uccidere. Negli anni successivi hanno avuto entrambe le cose, in grande quantità, ed è emerso un complesso militare-spionistico per far funzionare il nuovo modo americano di fare la guerra”. 

Trentacinque anni fa, quando sono usciti i dettagli rovinosi sui tentativi della Cia di assassinare capi di stato stranieri, il presidente Gerald Ford ha imposto ai servizi segreti il divieto di uccidere. Sperava di mettere un ostacolo sulla strada dei presidente futuri che avessero sentito la tentazione di autorizzare le “black operation”. Ma nel decennio successivo all’11 settembre, un battaglione agguerrito di esperti legali ha redatto dossier interi su come gli omicidi mirati della Cia e del Pentagono anche lontano da zone di guerra dichiarata non violano il divieto del presidente Ford. Scrive Mazzetti: “Proprio come gli avvocati al servizio del presidente Bush hanno ridefinito la tortura per consentire alla Cia e ai militari tecniche di interrogatorio estreme, così gli avvocati del presidente Obama hanno dato alle agenzie segrete lo spazio per lanciare grandi ‘killing operation’”. Uno di questi esperti legali è stato Harold Koh, che viene dalla scuola di legge di Yale, dov’era preside. Era stato un critico deciso e da sinistra della guerra al terrore dell’Amministrazione Bush e aveva denunciato i metodi d’interrogatorio della Cia – incluso il waterboarding – come torture illegali. Ma quando si è unito al governo in qualità di massimo esperto legale al dipartimento di stato, si è trovato a passare ore su dossier di terroristi preparati e passati sul suo desk dai servizi segreti, per decidere chi dovesse vivere e chi invece dovesse essere ucciso. Oggi nei discorsi pubblici è schierato con convinzione a difesa delle operazioni di assassinio mirato e sostiene che in tempo di guerra il governo americano non ha alcun obbligo di dare ai sospetti un giusto processo prima di metterli sulla lista dei bersagli. Eppure, scrive il giornalista del New York Times, in momenti di riflessione pubblica l’ex preside di Yale parla del peso psicologico di passare tutto quel tempo a leggere le biografie dei giovani che gli Stati Uniti stavano decidendo di uccidere o risparmiare. “Ho passato molte ore a Yale a leggere i curriculum di studenti ventenni, per capire chi di loro potesse essere ammesso alla facoltà”, disse Kohl in un discorso. “Ora passo un tempo più o meno simile a studiare curriculum di terroristi che hanno la stessa età. A leggere di come sono stati reclutati. Della loro prima missione. La seconda missione. Spesso finisco per conoscerli bene come fossero miei studenti”.
Nel luglio 2004 la Commissione d’inchiesta sull’11 settembre concluse che la Cia avrebbe dovuto abbandonare le attività paramilitari. Non ha senso, scrisse, che la Cia e il Pentagono siano entrambi e allo stesso tempo impegnati a fare guerre clandestine. L’Amministrazione Bush prima e poi l’Amministrazione Obama, in misura molto maggiore, sono andate in senso contrario a quella raccomandazione: “La Cia e il Pentagono si contendono con gelosia i pezzi dell’architettura della guerra clandestina, una base di droni in Arabia Saudita, un’ex installazione della legione straniera a Gibuti… ”. Il Pentagono investe risorse massicce per costruire una rete di spionaggio simile alla vecchia Cia. “C’è un’agenzia d’intelligence che combatte una guerra e un’organizzazione militare che cerca di raccogliere intelligence – dice George Jameson, un avvocato con trent’anni di lavoro nei servizi segreti – va tutto a rovescio”.
Non sarà Obama a correggere questa deviazione. Nella campagna elettorale del 2012 ha spesso alluso alla guerra di coltello come a un segno della durezza del commander in chief. Ricorda Bush nei giorni successivi all’11 settembre, commenta Mazzetti. Quando un reporter gli ha chiesto conto delle accuse dei repubblicani, che lo dipingevano come troppo incline all’appeasement, ha risposto: “Chiedete a Osama bin Laden. Chiedete ai ventidue leader di al Qaida, su una lista di trenta, che sono stati spazzati via”.

di Daniele Raineri   –   @DanieleRaineri

Seconda guerra mondiale, Atene chiede i danni a Berlino: 162 miliardi di euro

L’importo corrisponde all’80% del Pil corrente e se questo fosse pagato

coprirebbe la maggior parte del debito con la Troika. Il governo tedesco

ritiene però che non vi sono al momento gli estremi per una compensazione 

di    Francesco De Palo            11 aprile 2013            ilfattoquoditiano.it

Centosessantadue miliardi di euro. A tanto ammonterebbe, secondo un rapporto confidenziale giunto sulla scrivania del premier greco Antonis Samaras, il risarcimento che Berlino dovrebbe corrispondere ad Atene per i danni della Seconda guerra mondiale. I numeri vengono pubblicati dal quotidiano ellenico To Vima e si riferiscono a un lungo lavoro di analisi e classificazione di quasi 750 volumi effettuato da parte di un pool di esperti tra cui dirigenti del ministero e dell’archivio generale di Stato. Che hanno scansionato più di 190mila pagine di materiale ritrovato nei sottoscala di ministeri e in camere seminterrate: erano stati messi nei sacchi per l’immondizia, mai catalogati. Il report è arrivato anche in Germania: una nota è stata infatti ripresa dallo Spiegel.

Solo la Banca Centrale della Grecia, però, conosce il totale dei pagamenti ai vincitori durante il periodo di occupazione. Ma la prima valutazione subito dopo la guerra, da parte della Banca della Grecia, dimostra che l’importo da restituire ad Atene corrisponderebbe a 4,5 milioni di libbre d’oro. E secondo indiscrezioni del ministero delle Finanze l’importo sarebbe di 162 miliardi di euro. É la prima volta non solo che la notizia viene diffusa con numeri specifici, ma che viene pubblicata anche in Germania. Quindi, secondo il report, mai la Grecia ha in passato ricevuto un risarcimento, né il prestito occupazione, né l’ammontare dei disagi subiti durante l’occupazione nazista.

La relazione del team greco si basa su volumi di materiale d’archivio, compresi gli accordi, la legislazione e le precedenti decisioni giudiziarie. Come affermato dal capo del comitato,Panaghiotis Karakousis, sono state scandagliate 190mila pagine rinvenute in vari archivi, molti dei quali sono stati trovati nei sotterranei di edifici pubblici. L’importo complessivo di 162 miliardi di euro corrisponde all’80 per cento del Pil corrente e se questo fosse pagato coprirebbe la maggior parte del debito del Paese con la Troika. Il governo tedesco ritiene che non vi sono al momento gli estremi per una compensazione e considera la materia estremamente sensibile, temendo che possa danneggiare i rapporti con il creditore più importante d’Europa.

Secondo la ricostruzione di Karakousis questo materiale storico è stato disperso nel corso degli anni, gettato in sacchi polverosi e mai attenzionato. Molti fascicoli sono stati ritrovati in alcuni sottoscala di vari quartieri ateniesi: “Il nostro primo lavoro è stato quello di recuperare tutte le cartelle con i documenti e salvarli. Una volta riunificati nella sede del Tesoro, abbiamo chiesto l’aiuto di specialisti dell’Archivio Generale dello Stato per la manutenzione e la classificazione condotta con metodologia specifica”.

 Il contenuto di ciascuna cartella, con circa 240-300 pagine di dati e documenti, continua il responsabile della task force, “dovrebbe essere messo a disposizione di ricercatori e storici”. Il prossimo passo, conclude, sarà la digitalizzazione dell’intero archivio. Delle 761 cartelle si sa che il 14 per cento risalgono al primo conflitto mondiale, e il restante al secondo. Su 109 file della Prima guerra mondiale il 93 per cento riguarda il risarcimento dei danni causati durante il periodo di neutralità (legge 496/76), mentre relativamente alla Seconda guerra mondiale, il 91 per cento dei casi riguarda proprio le compensazioni (DL 4178/61). Circa il 90 per cento dei documenti si riferisce a casi di individui, come richieste di compensazione da parte degli eredi dei defunti per infortuni o malattie, o per danni a proprietà, immobili, aziende.

I danni perpetrati al Paese dopo l’invasione di Hitler datata aprile 1941 dovrebbero tenere conto di 300mila cittadini greci morti di fame, come risulta da un rapporto ufficiale redatto per l’occasione dalla Croce rossa internazionale. In seguito Germania e Italia non solo pretesero cifre elevatissime per le spese militari, ma ottennero forzatamente dalla Grecia anche quello che venne definito unprestito d’occupazione di 3,5 miliardi di dollari. Lo stesso Fuhrer in quella circostanza ne certificò il valore legale e dispose il risarcimento. Ma alla Conferenza di Parigi nel 1946 alla Grecia vennero riconosciuti solo 7,1 miliardi di dollari come risarcimento, anziché i 14 richiesti. Quindi l’Italia restituì come doveva la propria parte del prestito, mentre la Germania no. Un rapporto redatto nel luglio del 2011 dall’economista francese Jacques Delpla sostiene che Berlino dovrebbe alla Grecia ben 575 miliardi.

Del tema, oltre allo Spiegel, si è occupato anche il giornale tedesco Tassespiegel. E secondo il sito web di Deutsche Welle, “nessun altro come la Germania ha distrutto tanto in Grecia: 130.000 civili morti, donne e bambini giustiziati per rappresaglia; 70.000 ebrei ammassati in campi di concentramento, 300.000 subirono congelamenti e morirono di fame perché i tedeschi confiscarono loro cibo; distrutto il 50% delle infrastrutture del paese e il 75% del settore industriale di allora”.  Ma nello stesso articolo si descrive il dilemma del primo ministro greco Samaras. ” Se il governo greco rinuncia alle pretese, poi in Grecia ci sarebbero ondate di indignazione. D’altra parte, Antonis Samaras non vuole gravare il suo rapporto con la Merkel, che tanto faticosamente ha restaurato di recente, chiedendo miliardi”.

 twitter @FDepalo

Grillo suona lo spartito di Robespierre e la sinistra lo segue ipnotizzata

Grillo suona lo spartito di Robespierre e la sinistra lo segue ipnotizzata

 

di Giorgio Israel                    ilfoglio.it     04/aprile/2013

 

Poiché – come dice Roger Scruton – l’Europa è in mano di élite che hanno deciso di distruggere le identità nazionali e le loro culture, anche al prezzo di massacrare le economie dei singoli paesi sull’altare del modello tedesco, non è da stupirsi che sorgano ovunque reazioni estremiste (“populiste”) che non si dissolveranno con le deprecazioni. La teoria Gardels-Goulard-Monti (di recente in voga) della limitazione della democrazia da parte delle “élite selezionate in base al merito” evocava la scivolata in cui era incorso Condorcet, uno dei teorici del principio secondo cui la democrazia si fonda sulla “rappresentanza”, quando disse che “una società che non è governata dai filosofi cade in mano ai ciarlatani”. Sono estremizzazioni che suscitano il loro simmetrico e contrario: Robespierre travolse in un sol colpo l’idea platonica della dittatura dei sapienti e la teoria della rappresentanza, proclamando che l’unico sapiente è il popolo, l’unica democrazia è quella diretta, in cui il popolo governa senza mediazioni. In un memorabile discorso tenuto nel maggio 1794 proclamò che l’artigiano e il contadino erano conoscitori dei diritti dell’uomo e della luce della filosofia più dell’accademico Condorcet, di fama scienziato e letterato, in verità cospiratore che lavorava contro quei diritti e quella luce “con il perfido guazzabuglio delle sue rapsodie mercenarie”.

A ennesima conferma dell’aforisma di Marx secondo cui la storia si ripete come farsa, le flatulenze verbali hanno preso il posto del linguaggio letterario di Robespierre. Ma lo spartito è lo stesso, quel vetusto spartito che da Rousseau in poi in Europa è stato più volte eseguito per soffocare la democrazia rappresentativa tra il mito del governo delle élite e i totalitarismi. E’ una musica stravecchia: il governo non serve, la vera democrazia è esercitata direttamente dalle masse nelle assemblee popolari. Del resto, Grillo l’ha detto chiaramente: la sua è una rivoluzione francese senza ghigliottina (grazia sua). Al posto del culto della Dea ragione abbiamo le profezie millenaristiche di Casaleggio. La rivoluzione si avvale di nuovi mezzi: informatica e assemblee in streaming. La prima manifestazione di democrazia diretta sarà la nomina in rete del presidente della Repubblica. Quanto al popolo, occorre comunque che qualche tribuno lo porti per mano e gli insegni a dirsi “cittadino” e non “onorevole” e a non farsi abbacinare dai furbi tentativi di riproporre la mediazione della rappresentanza e dei partiti.

Il guaio è che quella musica ha anche incantato generazioni di militanti di sinistra il che rende l’odierna rilettura del vecchio spartito assai poco farsesca. Così va in scena il dramma dell’implosione di una sinistra che non è mai riuscita a liberare tanti dei suoi militanti e dirigenti dal mito della democrazia diretta, del potere alle masse. Ora si vede il tragico risultato di non aver saputo sviluppare già prima del 1989, ma almeno da quel momento, un’opera profonda di revisione culturale e politica volta a sradicare quelle antiche mitologie palingenetiche che rendono fondato parlare di un legame mai completamente reciso con l’utopia comunista. Se il gruppo dirigente del Pds-Ds-Pd non ha svolto quest’opera per un inesausto attaccamento al passato o per il timore di perdere per strada parte dei militanti è tema di storiografia, non di un articolo di giornale. Ma quel che è certo è che lo spettacolo di un partito che trova motivi di convergenza e anzi di parentela con i “citoyens” diretti dai Robespierre e Saint-Just de noantri, e si umilia nell’inseguirli, più che desolante è fonte di grandissimo allarme. Difatti, che la vicenda cui stiamo assistendo sia l’ultimo atto di una storia che non vuole finire, è cosa indubbia. Ma il rischio è che nei sussulti di questa dissoluzione finisca disintegrata la democrazia. A meno che da essi nasca una nuova forza definitivamente lontana dalle mitologie assembleari della democrazia diretta. Ma ogni giorno trascorso senza che questo accada è un passo verso il baratro.

L’Europa ha un problema: Deutsche Bank

L’Europa ha un problema: Deutsche Bank

Se Deutsche Bank dovesse traslo­care baracca e burattini a Mila­no, sarebbero guai seri, per la prima banca europea

ilgiornale.it

Se domani la sede legale di Unicredit o di Intesa-Sanpaolo o persino di Mps dovessero per magia essere spostate a Francoforte, il valore delle rispettive azioni salirebbe in un istante.

Per il solo fatto di abbracciare i regolamenti creditizi della grande Germania. Se, al contrario, Deutsche Bank dovesse traslocare baracca e burattini a Milano, sarebbero guai seri, per la prima banca europea. In pochi oggi mettono in discussione la solidità del sistema creditizio tedesco. Eppure se c’è un rischio per l’Europa sono proprio le banche della Signora Merkel. Che godono di immeritata reputazione. Intanto qualche numero. Delle circa duemila banche tedesche solo due di una certa dimensione sono private: Db e Commerz. Più di 1.100 sono banche cooperative, 450 sono casse di risparmio comunali e 10 casse di risparmio statali. Il sistema bancario teutonico è sostanzialmente pubblico. E le due reginette private sono davvero mal conciate.

Deutsche Bank è stata investita da uno scandalo da far tremare i polsi. Negli anni della crisi, hanno confessato due suoi ex dipendenti, la filiale Usa avrebbe nascosto 12 miliardi di perdite in derivati. Per farla semplice, ogni banca deve dare un prezzo di mercato ai suoi investimenti, la Deutsche non l’avrebbe fatto. Grazie a questo escamotage, non ha fatto quegli aumenti di capitale che tutte le altre banche europee hanno invece dovuto faticosamente chiedere al mercato. La storia di Commerz è ancora peggiore. Un quarto del suo capitale è oggi ancora in mano allo Stato. Negli anni della crisi finanziaria si è beccata (tra azioni in mano al Tesoro e Tremonti Bond alla tedesca) circa 35 miliardi di iniezione di quattrini pubblici: il doppio di quanto richiesto dal default cipriota e 5 volte la sua capitalizzazione di Borsa. I tedeschi a metà del 2008 costruirono un Fondo (Soffin) per aiutare le banche in stato fallimentare che aveva una potenza di fuoco di 480 miliardi (un quarto del Pil italiano). Fondo che ha prestato quattrini e comprato azioni a più non posso (la citata Commerzbank, ma anche WestLb, Hypo Real Estate e Aarel bank solo per citare le più grosse). Stiamo parlando di un Paese che gode di una grande reputazione di solidità, ma che ha un sistema bancario sostanzialmente pubblico e praticamente incasinatissimo.
Uno dei grandi manager di Unicredit ci ha confessato: «Ma secondo lei perché nel 2005 riuscimmo a comprare Hvb? Semplice: era in stato comatoso. Erano allora di moda le operazioni “cross border” e i tedeschi si volevano liberare di una zavorra».

Ci sono quattro motivi per i quali le banche tedesche sembrano, a dispetto della realtà, così solide. E si devono tutti alla loro grande influenza sulle Autorità di regolamentazione bancaria europea.
1. La banca ha bisogno di capitale per vivere. Ma le metodologie di calcolo cambiano da Paese a Paese. Un euro di mutuo in Italia assorbe ad esempio (cioè si brucia contabilmente) più capitale di quanto faccia in Germania. Insomma da noi il mestiere della banca è più difficile che in Germania solo per un regolamento più duro.
2. Si continua a spacciare un numeretto (il core capital di gruppo) come magico: più alto è, più si è in forma. Ma come dimostra il caso di Deutsche bank in America le medie sono fallaci. Se Db Germania ha 10 e America ha 4, si può fingere di avere un rapporto di 7. Ma è falso. Gli americani pretendono che la controllata tedesca a New York si ricapitalizzi, nonostante la casa madre stia in forma. È quanto successo a Unicredit che ha dovuto fare aumenti di capitale per l’Italia, nonostante la sua buona condizione in Germania. Per Mediobanca Securities questo problema in Europa ammonta a più di 100 miliardi di capitale mancante nelle capogruppo (deficit che non riguarda le banche italiane).
3. Le banche pubbliche tedesche (cioè la larga maggioranza) si finanziano a tassi statali di tripla AAA. Un tempo perché direttamente controllate proprio dai loro enti locali. Oggi perché finanziate dalla loro Cassa depositi e prestiti, che gode di un’ottima pagella. Insomma, la loro natura pubblicistica le mette in concorrenza sleale, ad esempio, con le nostre banche private che debbono andare a cercare i soldi sul mercato e non dalla nostra Cdp.
4. È inspiegabile come mai Deutsche Bank sia la banca europea più grande e, al tempo stesso, la più lontana dal soddisfare i criteri patrimoniali di Basilea 3. Non solo la lobby bancaria tedesca ha modificato nel proprio interesse tali criteri (rimuovendo ad esempio la leva finanziaria dai requisiti patrimoniali e mantenendo così la propensione anglosassone a fare i bilanci con i derivati), ma resta anche il Paese più in ritardo nell’adeguarsi a una tabella di marcia che gli istituti italiani già rispettano grazie a costosi aumenti di capitale.

Il mondo si arma e poi muore di fame

Il mondo si arma e poi muore di fame

Ogni anno si spendono 1.738 mld di dollari per le spese militari. Ne basterebbero 120 per ridurre la povertà. Ma gli Stati preferiscono farsi la guerra che raggiungere il benessere.

di Gabriele Perrone

L’escalation di tensione tra gli Stati Uniti e la Corea del Nord, con Pyongyang che ha dato il via libera a un attacco nucleare contro Washington, ha riacceso improvvisamente i riflettori sul pericolo di una nuova guerra atomica. Uno scenario inevitabile, visto che la corsa agli armamenti non ha mai smesso di crescere negli ultimi decenni.
Come ha stimato nel report del 2012 l’Istituto internazionale di ricerche sulla pace di Stoccolma (Sipri), nel 2011 le spese militari mondiali hanno raggiunto quota 1.738 miliardi di dollari: un dato che conferma come i Paesi non abbiano rinunciato a investire in questo settore.
SI SPENDE IL 63% IN PIÙ DEL 1998. In termini reali (al netto dell’inflazione e dei rapporti di cambio) si tratta infatti del 63% in più rispetto al 1998 e la cifra corrisponde al 2,5% del Prodotto interno lordo globale, pari a 249 dollari a persona.
Solo per il nucleare a livello complessivo, si stima che le spese totali siano di circa 150 miliardi di dollari l’anno.
Gli investimenti maggiori sono stati degli Usa i cui 711 miliardi di dollari rappresentano il 41% del totale, cinque volte di più di quanto speso nel 2011 dalla Cina (la seconda potenza militare) e 10 volte più della Russia.

Nella corsa alle armi ci sono anche i Brics

Tutte le grandi nazioni hanno però moltiplicato i loro armamenti, tra cui i cosiddetti Brics – Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica – caratterizzati da una forte crescita del Pil: secondo i dati della Federation of american scientists (Fas) aggiornati a dicembre 2012, il totale di armi strategiche dispiegate e le testate nucleari esistenti nel mondo ha raggiunto quota 17.225.
E se nei primi posti ci sono sempre Usa, Russia e Cina, anche Francia, Gran Bretagna, Israele, Pakistan, India, Sudafrica e Corea del Nord hanno aumentato le loro spese militari.
IMPORT-EXPORT: +24%. Non si placa nemmeno il mercato dell’import-export di armi, che secondo i dati del Sipri è cresciuto del 24% tra il quinquennio 2002-06 e il 2007-11.
Tra i protagonisti ci sono anche Paesi come Germania, Italia e Spagna, alle prese con la gravissima crisi economica.
L’Italia, per esempio, spende ancora circa 137 milioni di dollari per ogni caccia F-35.
MINE ANTI-UOMO E TEST NUCLEARI. A queste cifre bisognerebbe poi aggiungere gli enormi costi sociali delle azioni militari (dai danni al sistema sanitario a quelli per l’agricoltura e le infrastrutture), le spese per disattivare le mine anti-uomo e quelle per curare le persone mutilate.
Discorso simile per i danni ambientali provocati dai test nucleari in giro per il mondo: basti pensare che dal 1945 gli Stati Uniti hanno condotto più esperimenti atomici (1.054) di tutte le altre nazioni messe insieme.
«Non tutti i Paesi corrono in questo senso, si tratta di 10-15 super potenze», ha spiegato a Lettera43.it Maurizio Simoncelli, storico esperto di Geopolitica dei conflitti e vicepresidente di Archivio disarmo, istituto di ricerche internazionali.

  • La spesa militare mondiale nel 2011 (Fonte: Sipri yearbook 2012: armaments, disarmament and international).

Con il 7% dei soldi investiti in armamenti si vincerebbe la fame

L’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico ha stimato che basterebbero 120 miliardi di dollari (meno del 7% delle spese militari mondiali) per raggiungere tutti i cosiddetti Obiettivi del millennio – come la riduzione della povertà estrema – che gli Stati membri dell’Onu si sono impegnati a realizzare entro il 2015.
In particolare, 5 miliardi di dollari all’anno sarebbero sufficienti per eliminare dal mondo la fame e la malnutrizione: 9 miliardi all’anno garantirebbero la scolarizzazione a tutti i bambini della Terra. E con 60 miliardi ogni anno si potrebbe fermare la diffusione di Aids e malaria, riducendo la mortalità infantile di due terzi e quella materna di tre quarti.
STRUMENTO DI SOVRANITÀ NAZIONALE. Peccato però che le grandi potenze mondiali preferiscano spendere tutti questi soldi per i loro armamenti, invece di usarli per combattere il cambiamento climatico, la fame, le malattie e l’oppressione.
La ragione è semplice. «Certamente gli armamenti», prosegue Simoncelli, «costituiscono uno strumento della sovranità nazionale, di influenza politica, e rappresentano anche un fattore di deterrenza».
RICCHEZZA E BENESSERE CIVILI PENALIZZATI. Inoltre piuttosto che ridurre gli investimenti militari, si preferisce tagliare istruzione, assistenza sanitaria e altri servizi sociali.
«Le testate nucleari, nonostante la loro riduzione rispetto ai tempi Guerra fredda (da circa 80 mila a circa 20 mila, ndr), possono sempre distruggere il mondo e intanto le spese militari continuano ad aumentare», continua il vicepresidente di Archivio disarmo. «Invece ci vorrebbe più spesa civile che militare per produrre più ricchezza e benessere, specialmente in Paesi come l’Italia con un tasso di disoccupazione così alto».

La Costa Rica ha rinunciato agli armamenti per investire nella salute

Un esempio estremo è la Costa Rica, primo Paese senza esercito (dal 1949) che utilizza i soldi destinati un tempo agli armamenti per investire nella salute, nell’educazione e nell’ambiente.
In altri Stati più poveri del mondo, invece, si trascurano i problemi sociali favorendo le spese militari.
«Nel Nord Africa, specialmente in Algeria, l’incremento dei costi militari è legato a questioni interne e movimenti terroristici», spiega Simoncelli, «mentre in alcuni Paesi dell’Africa sub-sahariana c’è un diverso approccio alla gestione del potere, spesso tribale, rispetto al nostro».
IL TRATTATO DI PELINDABA. Ma lo storico esperto di Geopolitica dei conflitti ricorda anche che attraverso il trattato di Pelindaba del 1996 (entrato in vigore nel 2009) gli Stati africani si sono impegnati a non permettere l’installazione di armi nucleari sul territorio del Continente nero, seguendo l’esempio di altre aree del mondo libere da armi atomiche come l’America Latina, il Sud Est asiatico e il Pacifico meridionale.
Intanto Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna, Cina e Russia continuano la loro corsa verso la distruzione del mondo.

Sabato, 06 Aprile 2013

Se Cipro dà una lezione agli Stati Uniti

Nicosia ha tutelato, nei limiti del possibile, la gente comune dalla crisi. I cittadini d’Oltreoceano, invece, continuano a pagare un prezzo troppo alto per il salvataggio del 2008. Reso ancora più amaro dalle bugie di Obama e Geithner.

di Mario Margiocco

editoriale

Pochi sono disposti a prendere lezioni di crisis management dal Mediterraneo, dove non mancano le crisi ma dove scarseggia anche, si dice, il management. E neppure la Bruxelles comunitaria, a sentire molti, fa scuola. Merita una menzione quindi quanto scritto a caldo sul sito di New Republic, il decano dei periodici progressisti americani, dal corrispondente dalla Casa Bianca Noam Scheiber, autore poco più di un anno fa di una delle migliori ricostruzioni sui primi tre anni della presidenza Obama, (il libro è The Escape Artists)
GEITHNER NEL MIRINO. Certo, Scheiber è un semplice giornalista, non un guru dell’economia. Si esprime in lingua e non con formule matematiche. Si chiede, però, «che cosa Geithner avrebbe potuto imparare da Cipro», ripercorrendo alcuni passaggi cruciali della politica di salvataggio seguita dall’ex ministro del Tesoro di Obama, in carica dal 2009 al gennaio scorso dopo essere stato anche presidente della Federal Reserve di New York, supremo regolatore delle maggiori banche di Wall Street e del Paese.
CHI SBAGLIA PAGA. Scheiber osserva che, dopo varie, tormentate ipotesi, Uem, Bce e Fondo Monetario da un lato, governo cipriota dall’altro, hanno deciso di non scaricare i costi del grande salvataggio bancario di Nicosia sul cittadino comune, come si pensava all’inizio con le ipotesi di confisca di quote non piccole di tutti i conti correnti. La scrematura sarà pesante ma per due banche, le maggiori, una destinata a chiudere e un’altra a essere ricapitalizzata. Salvi i conti fino a 100 mila euro. Gli obbligazionisti pagheranno invece il peso dei loro investimenti sbagliati e la fiducia in una banca che non la meritava
UN’OCCASIONE PERSA. È più o meno il contrario di quanto fatto negli Stati Uniti, spiega Scheiber. E non nel vortice della tempesta (settembre-dicembre 2008), quando alla fine ogni errore va condonato, visto che bene o male il sistema è stato salvato. Ma nei tre o quattro mesi successivi, quando i vertici bancari erano estremamente deboli e sarebbe stato opportuno gettare le basi per una riforma che potesse impedire per i prossimi 20 anni un ritorno alle follie che avevano determinato la crisi. A partire da un richiamo alle responsabilità, anche in solido. Non è successo nulla di tutto questo. 

Le bugie di Obama e Geithner

Certo, ammette Scheiber, un conto è operare con le banche di Cipro, un altro è farlo con i giganti di Wall Street, molto più interconnessi con il sistema mondiale. Ma sia Tim Geithner sia Barack Obama hanno mentito sull’entità del salvataggio avvenuto tra il 2008 e il 2009.
Hanno detto che non è stato dispendioso. Invece, i costi per il solo bilancio federale, senza coinvolgere famiglie e mancata crescita, si aggirano intorno ai 2 mila miliardi, a fondo perduto o dal molto difficile rientro. In più c’è la Fed, che ha messo a disposizione e continua a sborsare somme enormi, anche queste “pubbliche”, destinate in qualche modo a pesare sui conti della crisi.
I PRIVILEGI DELLE BANCHE. Le maggiori banche americane, tutte coinvolte in maniera e misura diverse nel salvataggio, stanno ricevendo direttamente dalla Fed a vario titolo (in gran parte interesse sui depositi) circa 50 miliardi di dollari l’anno.
E questo, ricordava a febbraio James Bullard presidente della Fed di St.Louis, «è più del totale dei profitti delle maggiori banche». In più, vanno considerati i vantaggi nei costi del denaro derivanti dalla dichiarata protezione pubblica (too big to fail) che gli editors dell’agenzia Bloomberg stimano in circa 83 miliardi di dollari l’anno.
PERSEVERARE È DIABOLICO. Ma non è tutto. Qualcosa lascia pensare che nelle stanze che contano troppa gente ancora non abbia imparato la lezione. La settimana scorsa la commissione Agricoltura della Camera americana, che per tradizione sovraintende ai derivati (nati in origine proprio per supportare con i futures i mercati agricoli), ha approvato in via preliminare una serie di provvedimenti volti ad aggirare per i derivati le (modeste) regole della riforma finanziaria Dodd-Frank. Una in particolare mira a rendere di nuovo possibile il parcheggio dei derivati, spesso potenzialmente pericolosi, nelle unità operative che, raccogliendo il risparmio, godono della protezione pubblica. L’obiettivo primo e conclamato della Dodd-Frank, impedire di imporre in futuro al contribuente un nuovo salvataggio, verrebbe così messo in pericolo.
UN VOTO PERICOLOSO. Il presidente della commissione Agricoltura, Collin Peterson, ha invitato prima del voto a riflettere: «Fate attenzione, potete esprimervi come volete. Ma il voto potrebbe anche rivoltarvisi contro e non dare tregua alla vostra memoria». Peterson non è l’unico ad avere più dubbi che certezze sulla crisi finanziaria statunitense e su come è stata affrontata. Lui, come gli altri che criticano le scelte di Washington, però, difficilmente cercherebbe un modello di crisis management tra i Paesi del Meditrraneo. E in quel di Cipro in particolare.
A sentire Scheiber, tuttavia, sarebbe ora che a Washington la classe dirigente iniziasse a farci un pensierino.

Martedì, 26 Marzo 2013