Disfare l’Italia

 

da ilfoglio.it   thefrontpage.it    20101007

 

L’Italia non va salvata dalla crisi, ma da se stessa: l’Italia va disfatta. Disfare l’Italia significa due cose: secessione e autogoverno delle comunità, drastica riduzione dei poteri e degli àmbiti del governo ad ogni livello.

Il diritto alla secessione è un diritto naturale, perché scaturisce dal diritto a disporre liberamente della propria persona. Il diritto alla secessione ha la medesima origine e la stessa sacralità del diritto all’autogoverno. Se posso decidere chi mi governa, devo anche poter decidere che cosa mi governa. Ne consegue che ogni comunità – dal singolo nucleo familiare a intere regioni del Paese – ha il diritto, in ogni momento, di secedere dal corpo politico di cui fa parte (senza peraltro averlo mai scelto né deciso) per autogovernarsi come meglio crede. Quando una Costituzione nega un diritto naturale, è da considerarsi nulla e illegittima, e come tale decaduta. Ne consegue che il diritto naturale alla secessione e all’autogoverno è anche un diritto costituzionale, indipendentemente da ciò che la Costituzione attuale contiene.

Disfare l’Italia, in questa prima accezione, significa dunque consentire alle comunità di organizzarsi come preferiscono. Attraverso successive secessioni, e secessioni di secessioni, il governo nazionale cessa spontaneamente di esistere per lasciare il posto ad una pluralità di comunità e di corpi politici liberi di interagire e cooperare spontaneamente tra loro e con il resto del mondo.

Questa, del resto, è stata la sola grandezza dell’Italia: è dalla sua pulviscolare frammentazione politica che sono nati l’Umanesimo, il Rinascimento, le banche e il capitalismo, Leonardo e Dante. Soltanto da centocinquant’anni la Penisola è ridotta in schiavitù da una gabbia artificiale e posticcia, storicamente ingiustificata, frutto delle mode nazionaliste di un pugno di letterati di provincia e, da ogni punto di vista, del tutto inefficiente. Disfare l’Italia significa dunque liberarla e restituirla alla propria millenaria tradizione di territori, regioni e città libere.

L’altro modo per disfare l’Italia è la rivolta fiscale. Anche questo è un diritto naturale, poiché discende dal diritto di proprietà (tutte le rivoluzioni liberali, del resto, sono nate come rivolte fiscali). Seppur prelevati forzosamente dallo Stato, i miei soldi restano infatti i miei soldi, e se ho la ragionevole convinzione che vengano dissipati, è mio diritto fare di tutto per metterli al sicuro. Fino alla Grande guerra l’aliquota sul reddito non superava in Occidente l’8%; oggi è dappertutto oltre il 40%. È nostro diritto riprenderci quel terzo del nostro patrimonio che lo Stato ha incamerato con la forza nel corso dell’ultimo secolo.

Meno soldi allo Stato significa abbattere la mostruosa burocrazia istituzionale e politica che ci soffoca e ci impedisce di lavorare. Meno soldi allo Stato significa che lo Stato dovrà privatizzare – cioè restituire alla libertà di scelta dei cittadini – settori pubblici oggi del tutto anacronistici, come la radiotelevisione, la sanità e l’istruzione. Meno soldi allo Stato significa che la pubblica amministrazione dovrà drasticamente dimagrire perché non ci sarà di che pagare gli stipendi; di conseguenza, non dovendosi più giustificare l’esistenza di un esercito sterminato di funzionari incaricato di ostacolarci la vita, diminuiranno sensibilmente anche le leggi, i regolamenti e le circolari. Meno soldi allo Stato significa, in generale, che lo Stato si occuperà sempre meno di noi, e che ogni singolo e ogni comunità potranno scegliere liberamente sul mercato i servizi e le opportunità che preferiscono.

Con meno tasse e meno vincoli, in un ambiente privo della mastodontica burocrazia politico-statale, dove le persone, le merci e i capitali circolano liberamente, la prosperità e il benessere sono alla portata di chiunque abbia voglia di provare a raggiungerli. Fermo restando il diritto di ciascuno a scegliere la propria strada alla felicità.

La crisi aiuta a disfare l’Italia perché colpisce al cuore lo Stato sociale-assistenziale, di cui mette a nudo il carattere intrinsecamente truffaldino. A far cadere le borse e a far aumentare lo spread non sono i fantomatici “speculatori” evocati dalla propaganda politico-burocratica, ma i cittadini-risparmiatori che mettono al riparo i propri soldi. Il cuore della crisi è tanto semplice quanto definitivo: il debito pubblico, che ha finanziato negli anni un Welfare sempre più inefficiente e sempre più spendaccione, consentendo così ad una classe politica parassitaria di comprare ogni volta il consenso degli elettori, ha superato il livello di guardia e sta implodendo sull’economia del mondo.

Per questo la crisi è epocale, e probabilmente irreversibile. Lo Stato sociale – cioè lo Stato che prende i soldi dalle tasche dei cittadini per imporre loro una serie di servizi non richiesti, che redistribuisce la ricchezza a propria insindacabile discrezione, e che interviene sistematicamente nell’economia – è la peggior invenzione del Novecento, ed è il degno figlio naturale della peggior invenzione dell’Ottocento, il nazionalismo. Fascismo, comunismo, New Deal, nazionalsocialismo, socialdemocrazia, cattolicesimo democratico e sociale sono altrettante declinazioni (certo non tutte uguali) dello stesso principio ipertrofico, dirigista e impiccione dello Stato.

Ma qualsiasi economia alterata dall’intervento pubblico è destinata prima o poi a implodere e a trascinare con sé il sistema politico di cui è espressione. È successo con il socialismo reale, che è crollato per un fallimento economico (quello politico era già evidente da mezzo secolo); sta succedendo con il socialismo occidentale, finalmente prossimo alla bancarotta.

Il mondo del futuro può dipendere anche da noi. Il crollo dello statalismo democratico sotto il peso di un debito abnorme s’accompagna non per caso alla frantumazione politica e istituzionale. Anche qui vale il precedente dell’Est. Dove c’era l’Urss, oggi ci sono una dozzina di paesi; la guerra “civile” in Iugoslavia è finita quando finalmente ogni comunità ha potuto secedere dalla Serbia; la Cecoslovacchia è stata sciolta. Con il crollo dello statalismo democratico, nulla potrà impedire alla Catalogna o alla Baviera, alla Lombardia o al Tirolo di proclamare l’indipendenza. Le nazioni non esistono: sono per metà una teoria politica fra le tante, e per l’altra metà un accordo fra le case regnanti di due secoli fa. Le nazioni non esistono: in natura esistono le persone, le comunità che si formano e si autogovernano liberamente, e il grande mondo. Non abbiamo bisogno di altro per vivere liberi.

L’Italia, per la sua gloriosa tradizione di frammentazione politica, è nei fatti all’avanguardia del processo di dissoluzione degli Stati nazionali-assistenziali. La possibilità che il default del Paese, oltre a travolgere una classe politica parassitaria e un apparato burocratico-assistenziale impiccione, inefficace e costosissmo, faccia anche esplodere l’artificiosa unità “nazionale” che ci è stata imposta centocinquant’anni or sono dal Re di Sardegna, restituendo così agli italiani le loro libertà naturali, è oggi una possibilità più concreta. Disfare l’Italia sta diventando qualcosa di più di una speranza.

(da Il Foglio)

 

Publicités

Magistratocrazia

 

di Angelo Libranti                  thefrontpage.it             20101007

 

Non passa giorno che questo riverito Ordine istituzionale non faccia parlare di se per le più svariate ragioni, tutte intese a regolare la vita del cittadino fin nelle sue intime manifestazioni e sensazioni.
Siamo ormai uno Stato sotto tutela ed i parlamentari, che pur rappresentano il popolo italiano, da almeno una quarantina di anni, hanno rinunciato a far valere i loro diritti costituzionali, per viltà o paura di essere inquisiti, magari per un’infrazione qualsiasi.
Lo stesso presidente del Consiglio, massima autorità del potere legislativo, è sotto schiaffo da 18 anni per accuse tra le più varie, tra le quali spiccano quelle di essere mafioso e pedofilo.

La cosa si spiega perchè, purtroppo, una parte della magistratura,  fin dai primi anni del dopoguerra, auspice il ministro della Giustizia Palmiro Togliatti, ha cominciato a far politica aderendo alle tesi socialiste.
Togliatti, politico raffinato e lungimirante, influì sulla stesura della Carta costituzionale facendo inserire articoli sull’indipendenza della magistratura, creando di fatto un potere parallelo a quello legislativo pensando al domani, in quanto sapeva che elettoralmente il Pci  non sarebbe mai diventato partito di maggioranza.
Massimo Caprara, segretario particolare del capo del Partito comunista, dopo aver abiurato all’ideologia marxista, ebbe più volte a denunciare l’inquinamento della magistratura italiana, fin dal 1946, arrivando a testimoniare a favore di Giancarlo Lehner, in un processo a Trento nel 2005, l’esistenza di un registro riservato, custodito a Mosca, con l’elenco di tutti i magistrati italiani aderenti al Pci.

Nel 1964, ritenendo maturi i tempi, alcuni magistrati di sinistra uscirono allo scoperto fondando Magistratura Democratica, nel cui documento programmatico era scritto a chiare lettere, l’intenzione di “riformare” lo Stato, ispirandosi “ai valori della resistenza”.
Favorito da un momento storico, quando già si profilava la strategia della tensione, il gruppetto iniziale si allargò inserendo nuovi elementi, fidando nell’ignavia del partito di maggioranza che non seppe, o non volle, opporre  idee garantiste e più consone alla nostra civiltà giuridica,  e piano piano riformò, se non proprio l’Italia, la Magistratura, modificando le procedure delle indagini giudiziarie e dei processi penali e civili.
Da allora è stata una continua escalation nell’imporre la loro politica giudiziaria ed i primi effetti evidenti si notarono dopo il 1969, quando fior di terroristi la sfangarono per distrazione o collusione di certi magistrati, espatriando all’estero.

Con la discesa in campo di Silvio Berlusconi, amico di Craxi e nemico giurato della sinistra tutta, la giustizia creativa si è manifestata in tutta la sua virulenza, arrivando a sconvolgere le regole e la Costituzione alla quale dicono, mentendo spudoratamente, di ispirarsi.
Non trovando ostacoli al loro procedere, hanno invaso tutti i campi del vivere civile e dei rapporti fra cittadini e fra il cittadino e lo Stato. Al dolo si unisce la superficialità ed ora siamo all’invasione completa della vita privata.
E’ di questi giorni, ma già si esercitavano da tempo, la novità di togliere i figli alla famiglia legittima, senza avviso e senza indagini, basta la relazione di un assistente sociale qualsiasi e scatta improvvisamente il decreto di affido ad altra famiglia, creando problemi psicologici notevoli in un minore di 10 anni.
Certa magistratura regola pure (e sopratutto) i rapporti di lavoro, intervenendo pesantemente nelle controverse aziendali, riassumendo o spostando il personale, ignorando i contratti e condividendo in toto le tesi dei sindacati.

Nella Rai-Tv riesce a mutare i palinsesti ed anche nelle attività sportive ignora i regolamenti di autonomia delle Federazioni, rifacendo risultati e classifiche.
Entrano pure nelle redazioni dei giornali e perquisiscono i giornalisti non graditi con un’impunità unica, adducendo pretesti che non valgono per altri giornalisti ed per altre testate.
Cosa dire poi di certe sentenze nel penale (il civile lo lascio perdere), quando si va dalla condanna certa all’assoluzione con formula piena, o viceversa, oppure quando si imbastisce un processo per il furto di un ovetto di cioccolata.

Novità degli ultimi anni è l’intercettazione a tappeto; l’origliare al telefono la vita altrui, per poi passare tutto a giornali amici per la pubblicazione.
Il risultato, devastante, è lo sputtanamento dell’intercettato, pur non dovendo rispondere di nessun reato.
Scontato il fatto che nessuno li controlla, il Csm tace in tutt’altre faccende affaccendato, il ministro della Giustizia non fa valere le sue prerogative, pur indicate nella Costituzione, il Parlamento è succube ed incapace di reagire, schiavo pure delle magagne di alcuni suoi esponenti di spicco.
Della loro arroganza e dei loro errori non paga nessuno, anzi paga lo Stato, cioè tutti noi.