La democrazia della speculazione

La democrazia della speculazione | The Frontpage

di Liutprando

La democrazia della speculazione

La speculazione finanziaria è quella pratica che cerca guadagni dal movimento del denaro. Solo dal denaro e dal suo spostamento alla ricerca del miglior interesse, senza occuparsi a cosa il denaro è riferito o utilizzato e da chi. La speculazione finanziaria è, dunque, in funzione delle regole con cui si possono ottenere questi spostamenti di danaro.

Per esempio, se permettiamo la vendita allo scoperto (“operazione finanziaria che consiste nella vendita, effettuata nei confronti di uno o più soggetti terzi, di titoli non direttamente posseduti dal venditore”), l’ultima preoccupazione del venditore è di avere i titoli trattati col valore in crescita, come ci si aspetterebbe da ogni impresa, perché, in tal caso, ci perderebbe del suo, per cui farà tutto ciò che gli è possibile per deprimerli e nulla per enfatizzarli. Autorizzare la vendita allo scoperto induce facili guadagni (è molto più semplice convincere che i titoli stanno perdendo valore anziché il contrario, dove sarebbe necessario uno studio sui bilanci e sui progetti documentati dell’impresa che li emette), ma è distruttivo per il funzionamento dell’economia in generale. Da questo si può capire che la speculazione è gestita da persone autorizzate dall’apparato politico-burocratico, che le consente grandi guadagni pur non facendo nulla o quasi. Esattamente come l’apparato politico-burocratico.

La speculazione è una caratteristica del capitalismo, cioè quella tecnica che crea ricchezza semplicemente anticipandola. Un esempio: la costruzione della ferrovia che attraversa una nazione è molto costosa e si deve aspettare che sia finita di costruirla per poter vendere, guadagnandoci, l’uso che le persone ne vogliono fare. Il periodo della sua costruzione si chiama “investimento” perché si investe il denaro con il compito di realizzare fattivamente la ferrovia pur non guadagnandoci nulla, anzi rischiando di perderci. Nonostante non vi sia guadagno, la vita di chi costruisce la ferrovia è garantita da chi ha anticipato i soldi in attesa di moltiplicarli ad opera finita. Se non si facesse così non ci sarebbe sviluppo economico accettabile per la popolazione. L’investimento capitalista sostituisce l’uso della schiavitù nelle opere faraoniche che l’organizzazione umana ha sempre avuto la vanità, fortunatamente, di realizzare.

Quando il denaro aveva un controvalore, l’oro per esempio, l’investimento e il rischio erano veri e materiali. Il distacco del valore della moneta da un riferimento oggettivo ha creato una comoda (quanto pericolosa) forma di ricchezza: quella offerta dalla credenza che il denaro sotto forma di titolo abbia un valore certo nonostante non vi sia alcun debitore reale. Questa certezza è fornita dagli emettitori di denaro, gli Stati, presupponendo che siano solidi e pressoché indistruttibili. Verità parziale.

Se lo Stato, garante dell’abbondanza di denaro e, dunque, di pace, prosperità, virtuosismo del diritto più bizantino, controlla l’emissione del denaro in funzione della realtà economica oggettiva, il gioco funziona benissimo: se si produce ricchezza, la si concentra, la si investe e si attendono i frutti, tutto va per il meglio. Ma se lo Stato è più stupido del dovuto, chiamerà investimenti anche l’uso sconsiderato di questa concentrazione; se gli investimenti sono, per ragioni opportunistiche, per influenze extra politiche, per motivazioni ideologiche, orientati al consumo anziché al finanziamento di imprese specificatamente redditizie, lo Stato, il peggiore dei criminali, distruggerà il valore capitalistico della concentrazione di ricchezza. In particolare tutti quegli esborsi che non hanno ritorno (finanziamenti a fondo perduto d’ogni tipo, l’incremento dell’impiego pubblico non necessario, il mantenimento di imprese fuori mercato, l’abuso degli ammortizzatori sociali, la previdenza non legata a fondi specifici non nominali) sono pura demolizione della nazione.

Nulla sarà in grado di risolvere il problema, riconoscibile dall’ammontare del debito pubblico, perché ogni azione atta a sostenerlo moltiplicherà il problema anziché risolverlo. Cioè aumenterà a dismisura il debito perché semplicemente inesigibile. Ogni azione atta a ridurlo lo farà lievitare, perché l’unica vera soluzione è ammettere l’incapacità di restituire la ricchezza distrutta.

Ecco perché bisogna ringraziare la speculazione finanziaria quando mostra la verità: gli Stati sono fallibili. Nulla è più democratico di questo potere.

Gli USA hanno potuto godere dell’apparenza di onnipotenza (potevano stampare dollari come si stampano quotidiani perché non c’era più alcun debitore a cui fare riferimento nel caso si volesse convertire il denaro), ma si è palesato per quel che è quando è nato l’euro. L’euro è un dollaro stampato in Europa e ha la stessa prerogativa. Ciò che ha reso il dollaro una moneta più debole è stato il fatto che i produttori di petrolio hanno minacciato di voler essere pagati in euro anziché in dollari: se ciò fosse avvenuto sarebbe stato impossibile per gli USA convertire i dollari in circolazione con qualcosa di concreto. Sarebbero stati insolvibili.

Quel che sta avvenendo sui mercati globali è una ricollocazione dei titoli di credito sfoltiti dalla credibilità dei titoli sovrani perché questa credibilità non esiste. Finirà come sempre: chi ha dato ha dato e chi ha avuto ha avuto, per poi ricominciare daccapo.

Quel che sta avvenendo in Europa è la salutare e virtuosa, per noi italiani in particolare, ripartizione dei debiti degli Stati membri in modo uniforme. L’acquisto da parte della Bce dei nostri titoli di Stato scarica parte del nostro debito pubblico sull’Unione ma non lo evade. Il che significa che nei prossimi anni l’Italia dovrà cambiare quella ridicola politica economica di stampo socialista che ha avuto la scelleratezza di applicare dal dopoguerra in poi e razionalizzare la spesa pubblica.

Ben venga la speculazione finanziaria quando veicola la verità pura e semplice.

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