Pd. In caso di elezioni, tocca a Renzi? Guarda il vox e rispondi al sondaggio

Pd. In caso di elezioni, tocca a Renzi?

Guarda il vox e rispondi al sondaggio

ilfattoquoditiano.it   20130303    

Con quale leader si dovrà presentare il Pd al prossimo appuntamento elettorale?

Di questo tratta la puntata settimanale dell’”Uomo da marciapiede“.

E’ convinzione diffusa che il più idoneo a raccogliere voti oltre il tradizionale

bacino politico del partito sia Matteo Renzi. I detrattori lo definiscono un

Berlusconi di sinistra“, un “giovane vecchio”, opportunista, abile nel cavalcare

l’onda del risentimento anti-casta e dell’esigenza di rinnovamento generazionale.

Ma il consenso di cui gode è ampio e trasversale. L’ex boy scout di Rignano d’Arno

  ha “bucato” il video, è competitivo sui temi più sentiti dal grosso dell’elettorato del M5S

  e piace anche a molti elettori di centrodestra. Perchè appare dinamico, pragmatico, innovativo.

Prima di tutto “giovane” e non compromesso con i fallimenti del ceto politico che ha governato

il Paese negli ultimi vent’anni. Ben veicolato attraverso i media, il messaggio è andato a segno,

depositandosi nella mente anche dei molti che non seguono attivamente la politica. 

Alle prossime elezioni potrebbe fare la differenza. Saranno necessarie

nuove primarie di coalizione per ufficializzare la leadership del sindaco di Firenze?

Riuscirà il Pd a non spaccarsi sul suo nome? Bersani si farà da parte per spirito di squadra?

Dite la vostra nei commenti e votando la risposta che vi convince di più   di Piero Ricca,

riprese e montaggio di Ricky Farina

Grazie per aver votato!
Sì, per vincere il Pd deve affidarsi a lui 42.22%  (6,759 voti) 

 

Solo se vincerà le primarie di coalizione 17.98%  (2,878 voti) 

 

No, Bersani deve tenere duro 12.41%  (1,987 voti) 

 

Anche con Renzi il Pd non ce la farà 11.94%  (1,912 voti) 

 

Sarà comunque difficile tenere unito il partito, se prevarrà Renzi 15.45%  (2,473 voti) 

 

 

Votanti: 16,009

Il rischio democratico della non rinuncia di Bersani

Il rischio democratico della non rinuncia di Bersani

lettera43.it  

Il profilo costituzionale di questa ultima gestione della crisi appare discutibile. C’è un leader poltico che ha ricevuto dal presidente della repubblica un pre-incarico con l’obbligo di tornare a riferire al Colle sull’esistenza di una maggioranza certa  per avere il via libera per formare il governo e così da sottoporlo al voto delle camere. Dopo una settimana questa maggioranza certa non c’è. Lo ha riscontrato Bersani, lo abbiamo visto tutti noi. La prassi vorrebbe che il presidente incaricato lasci l’incarico e che il tentativo sia affidato ad altri. Invece questo non accade. Bersani non rinuncia. Napolitano, con Bersani ancora al suo posto svolge nuove consultazioni. I “si dice” di questa svolta sono tanti. Il più credibile è che Bersani abbia detto a Napolitano che un governo diretto da altri non avrebbe i voti del Pd quindi tanto vale lasciar andare lui alla Camere. Resta il vulns costituzionale: può un leader che ha un pre-incarico, cioè che non ha maggioranza, rifiutarsi di lasciare il campo agli altri, ritirandosi dignitosamente? L’altra domanda è più inquietante per la gente di sinistra ed è questa: che idea il paese si fa della sinistra se un suo leader, pur non avendo la maggioranza, non accetta di farsi da parte ma conserva un incarico che non alcuna possibilità di esercitare mancandogli i numeri parlamentari? Già me la immagino la polemica sui comunisti attaccati al potere, che non se ne staccano neppure se sono minoranza. Insomma Bersani sta conducendo una partita in cui ha messo in gioco non solo se stesso, sono fatti suoi!, ma l’immagine di un intero campo. Cosa che non è nella sua personale disponibilità nè in quella dei suoi consiglieri che lo stanno spingendo verso una linea avventurosa che nessun altro leader di sinistra aveva mai cercato e che la sinistra avrebbe condannato se questo spettacolo fosse stato inscenato dalla destra.

Lotta alla povertà, la proposta: “Dare lavoro gestito a fini sociali ai cassintegrati”

Lotta alla povertà, la proposta: “Dare lavoro gestito

a fini sociali ai cassintegrati”

Nel suo rapporto 2012 la fondazione Emanuela Zancan propone la gestione del welfare non più come

puro costo, ma come investimento attraverso un sistema capace di rigenerare le proprie risorse,

non solo economiche, ma anche e soprattutto umane.

di  | 25 marzo 2013      ilfattoquoditiano.it    

Trasformare i provvedimenti di welfare da costo a investimento per tutta la società, uscendo dalla logica del mero assistenzialismo. Questo l’obiettivo alla base della proposta di “welfare generativo”, avanzata dalla fondazione Emanuela Zancan nel suo rapporto 2012 sulla lotta alla povertà.

Secondo la fondazione “la crisi, con le sue pesanti ricadute sociali, obbliga a ripensare gli strumenti per contrastare la povertà”. Tra il 2005 e il 2009 la spesa sociale dei Comuni è cresciuta del 22%, e quella dedicata alla povertà del 37%, ma con forti differenze a livello territoriale, tra amministrazioni che possono permettersi di spendere di più e altre che tirano la cinghia.”La crisi chiede di mettere in discussione il sistema della spesa sociale e riqualificarlo”, si legge nel rapporto. In questo quadro, “il sistema di welfare deve diventare capace di rigenerare le proprie risorse, non solo economiche, ma anche e soprattutto umane”.

“Nella nostra idea ha poco senso continuare a gestire il sistema dello stato sociale come puro costo – spiega a Ilfattoquotidiano.it Tiziano Vecchiato, presidente della fondazione Zancan – senza chiedersi se questa spesa possa essere rigenerata. I diritti sociali sono ‘a corrispettivo’, se ricevo qualcosa devo chiedermi se posso dare qualcosa in cambio”. Il capitale a disposizione dell’assistenza sociale è pari a circa 51 miliardi di euro, e secondo la fondazione si possonostudiare soluzioni per potenziarne il rendimento.

“Cosa succederebbe, ad esempio, se la cassa integrazione alimentasse lavoro gestito a fini sociali?”, si chiedono gli autori del rapporto. In pratica, la fondazione propone che i cassintegrati vengano reimpiegati, anche temporaneamente, da altre realtà “pubbliche, private profit o private no profit”, a condizione che “i proventi di questo lavoro vengano riutilizzati per fini di solidarietà”. Una soluzione che, secondo la fondazione, garantirebbe ai lavoratori “socialità, uscita dalla solitudine, dignità, apprendimento e sviluppo di nuove capacità”, oltre al rendimento economico e alla possibilità di rigenerare le risorse spese per l’ammortizzatore sociale. “Ogni persona che riceve un aiuto – chiarisce Vecchiato – se vuole e alle condizioni che andranno studiate, in questo modo potrà decidere di contribuire ad aiutare gli altri”.

“La proposta va nella direzione giusta, ma con alcuni distinguo”, commenta Stefano Zamagni, docente di Economia politica all’Università di Bologna. “Esistono due modelli principali di welfare: il primo punta a migliorare le condizioni di vita delle persone, ed è quello adottato in Italia all’inizio, che spesso sconfina nell’assistenzialismo. Tu hai fame, io ti fornisco il pane. Il secondo modello va a incidere, invece, sulle cause della fame e dell’ignoranza, e agisce per migliorare le capacità delle persone”. In questo senso si inserisce la proposta della fondazione Zancan, ma, secondo l’economista, “bisogna assicurarsi che anche il contesto sia in grado di offrire opportunità di lavoro. Non basta insegnare alle persone a pescare, come recita il vecchio adagio, ma accertarsi anche che nelle vicinanze ci sia un lago ricco di pesce”. Per Zamagni “l’idea va apprezzata e sarebbe anche fattibile, ma non è risolutiva: la soluzione, come teorizzava Keynes, èdare a tutti un lavoro vero, aumentando le tipologie di imprese e semplificando il quadro legislativo. Il problema è che molti continuano a preferire l’assistenzialismo, e anche i programmi dei partiti non affrontano la questione, proponendo solo forme assistenzialistiche che a lungo termine non saranno sostenibili”.

Di diverso avviso Andrea Fumagalli, docente associato di Economia politica all’Università di Pavia e tra i massimi esperti in Italia di reddito minimo garantito. “L’idea è fattibile, ma il principio non è corretto: se una persona è titolare di una forma di sostegno al reddito, non deve dimostrare di meritarsela”, sostiene l’economista, secondo cui “il reimpiego dei cassintegrati potrebbe portare a fenomeni di abbattimento dei salari e di ‘dumping’ sociale”. Scettico anche Claudio Treves, coordinatore dell’area Politiche attive del lavoro della Cgil. “I cassintegrati mantengono un rapporto con l’impresa, per cui la cassa non si deve considerare un costo, ma piuttosto un investimento sul fatto che questi lavoratori possano rientrare in azienda. Un altro caso è quello dei lavoratori disoccupati o licenziati: a loro sarebbe utile offrire un’opportunità. Ma non è possibile fare le nozze con i fichi secchi: occorrono politiche serie di ricollocamento, che richiedono risorse e strutture competenti”.

L’avversario politico cancellato per legge

INELEGGIBILITÀ

L’avversario politico cancellato per legge

corriere.it   20130323

Il leader Pdl Silvio BerlusconiIl leader Pdl Silvio Berlusconi

Reclamare oggi l’ineleggibilità di un cittadino di nome Silvio Berlusconi, già eletto nel Parlamento italiano per ben sei volte dal ’94 ad oggi, può apparire un esercizio surreale. Il passato non può essere smontato a piacimento e la realtà non può essere piegata ai propri desideri. Oggi scenderanno in piazza per chiedere a una legge di controversa interpretazione di operare come fa la magia nei racconti per l’infanzia: far sparire d’incanto i cattivi, abolire la realtà dolorosa con appositi rituali.

 

In termini più adulti, cancellare d’imperio il nemico politico dichiarandolo inesistente. Una scorciatoia puerile, ma anche la premessa di un micidiale errore politico. Perché l’invocazione dell’ineleggibilità di Berlusconi non è solo riesumata da una frangia di oltranzisti dediti alla sistematica delegittimazione politica e persino etica di chi viene dipinto da decenni come l’incarnazione del Male. No, stavolta trova ascolto anche tra gli esponenti di un Pd ancora traumatizzato dalla travolgente avanzata grillina, e che tenta di ritrovare in un più pugnace intransigentismo antiberlusconiano la consolazione di un’identità antagonista oramai appannata. Berlusconi era dato per finito prima delle elezioni. Ma le cose sono andate diversamente, e allora si richiede la sua fine per via legale. Si dirà: sia pur tardiva, la riscoperta di una legge del ’57 (quando la tv commerciale era ancora fantascienza) è pur sempre un doveroso atto di omaggio al principio di legalità e le leggi devono essere applicate.

Ma la sua applicabilità al caso di Berlusconi non è così incontrovertibile, come sostengono illustri giuristi e costituzionalisti certamente non sospettabili di debolezze filoberlusconiane, e come dimostrano ben tre voti parlamentari, due all’interno di legislature a maggioranza di centrodestra, ma una a maggioranza di centrosinistra. Del resto, la stessa recriminazione molto frequente nella sinistra di non aver saputo o potuto varare una legge sul conflitto di interessi dimostra che, da sola, quella norma del ’57 non è così chiara. E allora, che senso ha riesumarla oggi? E quali pericoli può procurare alla politica italiana, la riscoperta di un provvedimento inevitabilmente destinato a scatenare la rivolta dell’elettorato di centrodestra?

Il perché è contenuto nell’eterna tentazione di imboccare la scorciatoia della legge per non dover ammettere i propri errori e le proprie clamorose manchevolezze. Spingere in modo compulsivo sul tasto dell’ineleggibilità rafforza l’impressione che le sconfitte politiche ed elettorali di questi ultimi vent’anni siano il frutto di un inganno e che il consenso incassato in modo così massiccio e reiterato da Berlusconi sia dovuto alla posizione dominante del leader di centrodestra nel possesso delle reti televisive. Sarebbe sciocco negare il peso della tv nell’orientamento delle scelte elettorali. Inoltre non si può negare che una democrazia liberale viva di contrappesi, di pluralità, di forze non smisuratamente diseguali in termini di potenza comunicativa e di ricchezza. Ma il possesso berlusconiano delle tv è anche stato il più potente alibi autoconsolatorio e autoassolutorio per le ripetute sconfitte della sinistra in ben sei tornate elettorali, lungo l’intero arco temporale della Seconda Repubblica. Berlusconi vince perché è il padrone dell’etere: ecco il grande autoinganno dei perdenti nel corso di vent’anni. Non ci sono meriti e demeriti, colpe e responsabilità. C’è solo l’autovittimizzazione, molto simile a quella dei tifosi di una squadra sconfitta che si sentono vittime di un sopruso arbitrale.

Ma la politica non è una partita di calcio giocata sugli «episodi», come si dice in gergo. E oggi ancora una volta la tentazione della scorciatoia legale e giudiziaria tradisce il desiderio di chiudere con il «berlusconismo» non per effetto di una chiara vittoria politica, ma per vie più sbrigative. Da qui anche una certa venefica impazienza che circola nelle file del Pd e che ha spinto un esponente del partito autorevole come Migliavacca a giocare nientemeno con l’ipotesi di un «arresto» di Berlusconi peraltro smentito dagli stessi inquirenti che hanno messo sulla graticola il leader del centrodestra. Ecco perché imboccare la via estremista della richiesta perentoria dell’«ineleggibilità» di Berlusconi, proprio alla vigilia di consultazioni delicatissime per la formazione del nuovo governo, sembra più un esorcismo che una razionale scelta politica. Un errore grave. E anche un sintomo di regressione culturale.

« Siete più ricchi, ma evadete troppo » I tedeschi temono più Italia che Cipro

PANICO NELL’EUROZONA

 

« Siete più ricchi, ma evadete troppo » I tedeschi temono più Italia che Cipro

Sul sito del settimanale di centrodestra « Focus » l’attacco al Belpaese: « Vi mettete nei guai da soli. Cambiate per il bene di tutti »on facebook

22/03/2013

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Cipro rischia di sfasciare l'euro, per i tedeschi il problema è l'Italia "Siete ricchi, evasori e criminali"

 22/03/2013


La crisi in cui si dibatte Cipro fa tremare anche i tedeschi, con un cittadino su due che teme per i propri risparmi. A rivelarlo è un sondaggio della prima rete televisiva pubblica Ard, secondo il quale, nonostante l’assicurazione fornita da Angela Merkel che i risparmi dei cittadini tedeschi sono garantiti dal governo, il 48% degli elettori rimane pervaso da timori sulla sicurezza del proprio conto in banca. Una grande maggioranza della popolazione (59%) rimane tuttavia convinta che Merkel stia lavorando bene nell’attuale crisi e stia agendo in maniera decisa.

Per il centro destra tedesco, però, Cipro è un falso problema: la vera minaccia per l’euro si chiama Italia. E così uno dei più diffusi settimanali tedeschi, Focus, lancia dal proprio sito una lettera appello al Belpaese. Il pezzo firmato da Uli Dönch, il caporedattore dell’Economia della rivista storicamente legata al centrodestra tedesco, si apre con tanti complimenti: “Cari amici italiani! Vi vogliamo bene. Ammiriamo il vostro stile di vita. E vi invidiamo perché vivete nel più bel paese del mondo”. Poi arriva la mazzata: “Ma voi che fate? Vi mettete nei guai da soli: create il peggior caos politico dal 1945, dibattete sull’uscita dall’Euro, scioccando così le borse mondiali e dando un colpo pericoloso ai vostri interessi sulle obbligazioni statali già traballanti”.

Focus poi insiste sulla ricchezza degli italiani: “Voi i siete più ricchi di noi! I vostri depositi e i patrimoni privati raggiungono un valore notevole, il 175 % del PIL. Noi, i vostri vicini al di sopra delle Alpi che sembriamo molto più forti dal punto di vista finanziario, arriviamo appena ad un miserabile, rapportato a voi, 125 % del PIL”. Il problema secondo il sito tedesco è che gli italiani « occultano » la ricchezza al Fisco per non pagare le tasse: “Questo è dovuto prima di tutto ai vostri famosi “vecchi soldi” – i tesori miliardari silenziosi dell’industria nel nord Italia e quelli nel sud che invece appartengono alla…lo sapete già”. Uli Dönchsi conclude l’articolo invitando gli italiani ad un cambiamento radicale, oppure a continuare a fare come in passato, distruggendo uno dei paesi più belli del mondo. “Voi non lo volete? Molto bene. Nemmeno noi. Allora vi resta solo una cosa da fare: mettere su gli occhiali da sole, tenete sigaretta dietro l’orecchio, maniche arrotolate verso l’alto, tasse pagate solo parzialmente – e continuate a sostenete i politici che vi faranno perdere una parte del patrimonio, sicuramente più grande di quanto non sia accaduto fino ad ora. Alla salute del paese più bello del mondo!”

 

http://www.thefrontpage.it/2013/03/18/una-magistratura-di-bacchettoni/

thefrontpage.it  20130318

 

 

Una magistratura di bacchettoni

Le rabbiose reazioni dell’Anm, del Pd – anche attraverso i suoi giornali di riferimento e, figuriamoci, il quotidiano di proprietà di un certo faccendiere con residenza in Svizzera, noto per aver distrutto, Grillo dixit, un’Olivetti che aveva più di 70.000 dipendenti, e non a caso tessera N°1 del Pd –  e dei togati della Procura di Milano alle recenti dichiarazioni di Napolitano sui casi giudiziari del Berlusca, confermano, se ancor ce ne fosse bisogno, in quale “girone” spiritual-mentale si aggirino, appunto, le Boccassini (La doppia morale della Boccassini ), i De Pasquale (Facciecco chi è De Pasquale ) e le altre tante, troppe anime in pena che ammorbano l’italica Magistratura.

Anime in pena, si, ma certo solidali tra loro, in omaggio ad  un’antico proverbio finlandese che recita “Ogni scarrafone è bello a mamma sua“, come si evince da Sesso per soldi col minore? Il giudice fa carriera .

Anime in pena, dunque, come quelle che si scambiano e-mail  (Propenso a delinquere” attacca i magistrati ) dai contenuti francamente imbarazzanti del tenore: “Ma il problema di fondo so­no proprio loro, i cittadini. Quando lo zietto Berlusconi avrà tolto il disturbo, rimarran­no comunque i suoi elettori, e non solo loro. I politici passa­no, la società civile (purtrop­po) resta, e resta tale e quale, senza cambiare. Non sono d’accordo poi quando affermi che noi magistrati non abbia­mo la forza per opporci ai rovi­nosi progetti di riforma della giustizia che tutti conosciamo da lungo tempo“.

(In altri Paesi, quelli cosiddetti “normali”,  gente del genere sarebbe da tempo occupatissima a vender pesce al mercatino rionale o a fare “messe in piega” in un qualche coiffeur pour dames di periferia)

Per non dire  delle loro tante anime sodali in Via del Nazareno.

E delle innumeri, povere anime infelici che ronzano come mosche stercorarie impazzite in quella Gazzetta per manettari e mozzorecchi che è il Fatto Quotidiano.

Con succursali televisive, come quella diretta dal Santoro.

Tant’è che  con precisione inusuale  per un Belpaese purtroppo non sanamente laico, bensì “laicista” – che è tutta un’altra cosa –  di tutta questa imbarazzante, puzzolente faccenda scriveva  il grande Ruggero Guarini  fin dal 19 gennaio 2011 su Il Tempo in ”Quei bacchettoni feroci e senza fede“.

Sarebbe il caso di, finalmente, farne tesoro….

Anche alla luce di come son strutturate e funzionano altre Magistrature d’Oltralpe. Come mi pregiavo illustrare in Unitalica Clockwork Orange .

“È da un pezzo che viviamo immersi in un fetido intruglio di ferocia e sentimentalismo, crudeltà e buonismo, perfidia e melensaggine. Del resto il tratto principale dello spirito del nostro tempo potrebb’essere proprio la sua inesauribile capacità di alternare e mescolare in modi sempre più inverecondi, nei suoi diversi menu, tutte le possibili forme dell’umana fasullaggine.  Questa sua vocazione falsaria il genio del nostro tempo la sta oggi esprimendo, ovviamente, un po’ dappertutto nel mondo, producendo ovunque effetti più o meno devastanti, ma in nessun altro Paese della terra questi effetti sono forse orripilanti come quelli che si registrano oggi nel nostro. In nessun altro luogo del pianeta è infatti possibile assistere, oggi, a uno spettacolo ributtante come il trescone persecutorio che da ormai tre lustri sta infuriando, in forme sempre più micidiali, intorno a un uomo che agli occhi dei suoi linciatori ha fin troppo manifestamente la sola colpa di essere un geniale e lieto beniamino della vita.

Ma quale sarà mai la vera radice di quella passione letale che è l’inestinguibile odio che corrode e divora l’anima di questi poveri ossessi, istigandoli a tornare senza posa a sfregiare, con il loro dissennato accanimento politico, mediatico e giudiziario, l’immagine stessa del nostro Paese nel mondo? Non basta parlare d’invidia. Non basta parlare di rabbia. Non basta parlare di rancore e di volontà di vendetta. Occorre parlare anche di disperazione e di empietà. Nonché, anzi forse soprattutto, di feroce bacchettoneria.

Questi boriosi sbandieratori di questioni etiche e morali sono infatti in primo luogo dei disperati bacchettoni.

Bacchettoni – va da sé – senza fede, senza nessuna fede, salvo, naturalmente, quella che essi hanno nella loro buffa pretesa di essere, nonostante tutte le severe bocciature impartite loro dalla storia, la crème spirituale del paese, se non del mondo. Nulla di più ridicolo.

Eppure proprio in questa bacchettoneria senza fede è racchiuso forse tutto il sugo di quella micidiale ideologia, sopravvissuta al crollo delle sue sorelle e cuginette comuniste e nazifasciste (Dedicato a IngroiaDiliberto e Ferrero , ndr), che è la superstizione laicista.

La quale in effetti consiste appunto nell’illusione di poter recidere ogni legame fra l’etica e il sacro, la morale e il sentimento religioso, l’Europa e le sue radici cristiane, il senso della giustizia e quello della giustizia divina. Illusione ormai confutata dagli effetti micidiali che ha prodotto negli ultimi due secoli, e tuttavia ancora oggi capace, da noi, di produrre sciami di demoni assolutamente identici a quelli così descritti da Nietzsche nella sua «Genealogia della morale»; «Noi soltanto siamo i buoni, i giusti – dicono costoro, – noi soltanto siamo gli uomini di buona volontà». Si aggirano tra noi come rimproveri viventi. Oh, quanto costoro sono pronti, in fondo, a far espiare! Quanta è la loro sete di diventare carnefici!

Pullulano tra loro i bramosi di vendetta travestiti da giudici, che hanno sempre in bocca una bava avvelenata, sempre con una smorfia sulle labbra, sempre pronti a sputare su tutto quanto non ha l’aria scontenta e va di buon animo per la sua strada. Fra costoro non manca neppure quella nauseabonda genia di vanitosi, aborti di menzogna, che mirano a fare da «anime belle», e a esibire sul mercato, avvolta in versi e in altri pannolini, la loro malconcia «sensualità come purità di cuore: la genia degli onanisti morali».

La non politica e i suoi calcoli

LE ELEZIONI APPAIONO PIÙ VICINE

La non politica e i suoi calcoli

Con l’elezione alla presidenza delle Camere di Pietro Grasso e di Laura Boldrini, grazie ai voti della coalizione di sinistra animata dal Partito democratico, che li aveva eletti – si consuma definitivamente quella lunga storia della Sinistra italiana che per settant’anni ha avuto al suo centro l’esperienza comunista, e della quale quel partito è stato fino a oggi in qualche modo la prosecuzione.

Una lunga storia, dicevo: che nei decenni passati ha visto già sedere sul più alto scranno di Montecitorio quattro suoi eminenti rappresentanti: Pietro Ingrao, Nilde Iotti, Giorgio Napolitano e Luciano Violante. Basta per l’appunto ricordare quei nomi per misurare l’ampiezza senza misura della frattura che oggi si consuma a sinistra. Non si tratta delle idee. È ovvio che i valori e le visioni del mondo delle persone che oggi sono investite delle due massime cariche parlamentari siano molto diversi da quelli dei loro predecessori ricordati sopra. Ma ciò che innanzitutto colpisce è quanto siano sideralmente distanti le rispettive biografie. In sostanza, infatti, nelle biografie degli attuali presidenti del Senato e della Camera non ha il minimo posto la politica; che invece è stata la vita e la passione inesausta degli altri.

Intendo la politica come scontro di idee, esperienza di conflitti sociali, come elaborazione di strategie di lotta, come partecipazione ad assemblee elettive e pratica nell’attività deliberativa e legislativa: nulla di tutto questo c’è nel passato di Grasso o di Boldrini. Non si tratta di stabilire se ciò sia un bene o un male. Quel che importa notare è che qui c’è un punto di diversità assoluta rispetto a quella che per decenni, viceversa, è stata la vita concreta (e aggiungo l’ideale di impegno civile) degli uomini e delle donne che si sono riconosciuti nella Sinistra. Alla quale peraltro non risulta che fino a ieri né l’uno né l’altra abbiano mai detto di appartenere. Si può allora forse dire che l’elezione di Grasso e di Boldrini segni non tanto una vittoria dell’antipolitica quanto piuttosto, in senso proprio, della non politica.

È come se quella Sinistra che viene da lontano (e la parte cattolica che da tempo le si è aggiunta) si fosse convinta di non poter più trovare al proprio interno, nella propria storia, né volti, né voci, né biografie capaci di rappresentarla veramente. Come se essa giudicasse ormai irrimediabilmente inutilizzabile la propria vicenda politica, vicina e meno vicina: in un certo senso le proprie stesse radici. Rifiutatasi dopo essere stata comunista di divenire socialdemocratica, e sempre in preda all’antica paura di dispiacere a sinistra, la cultura politica del Partito democratico sembra aver smarrito il filo di qualunque identità che si colleghi al suo passato. Sicché oggi le è apparso naturale designare ai vertici della rappresentanza del Paese da un lato un importante membro della magistratura inquirente, dall’altro una apprezzata funzionaria internazionale, impegnata nella difesa dei diritti umani.

Certo, dietro tale designazione c’era evidentemente anche un calcolo politico. Quello che, presentando candidature ben viste a sinistra, il Pd riuscisse finalmente ad agganciare i grillini, nella speranza di portarli domani ad appoggiare il tentativo di un governo Bersani. A tale obiettivo è stato consapevolmente sacrificato vuoi ogni residuo rapporto con il Centro di Monti, vuoi ogni eventuale avvio di negoziati armistiziali con il Pdl e con la Lega. È quanto mai dubbio, però, che una manciata di voti grillini per il presidente Grasso annunci davvero una conversione del Movimento 5 Stelle e l’alba di un nuovo ministero. Assai più probabile, dopo questa giornata, è che sull’orizzonte italiano si allunghi, invece, solo l’ombra di elezioni anticipate.

Uno strano decreto sui magistrati fuori ruolo

Uno strano decreto sui magistrati fuori ruolo

Nel decreto del governo, la possibilità di aggirare i limiti di tempi e di assumere incarichi nell’esecutivo – Milena Gabanelli, Luca Chianca

corriere.it   20130307

Prima di esalare l’ultimo respiro il Governo Monti deve completare l’approvazione delle norme che riguardano il famoso decreto anticorruzione.Nell’ambito di questo decreto ce n’è una (che già oggi potrebbe essere messa all’ordine del giorno) che riguarda i magistrati fuori ruolo, ovvero quei magistrati chiamati a ricoprire temporaneamente un incarico presso l’ufficio legislativo dei vari ministeri, Capo gabinetto, le Autorità indipendenti, la Presidenza del Consiglio, ecc.

Nella maggior parte dei casi questi incarichi prevedono un nuovo stipendio senza perdere quello originario, fermo restando l’obbligo a ritornare al loro posto dopo 5 anni. Nel tempo gli anni sono diventati 10, ed ora il Governo sta per varare: 
1) la possibilità di raggirare questo limite, 
2) la possibilità di non essere più “terzi” rispetto all’esecutivo assumendo anche incarichi di gestione all’interno dello stesso.

Cosa significa? Che dopo l’approvazione della norma il magistrato potrà fare il Direttore delle Agenzie, per esempio l’Agenzia delle Entrate, delle Dogane, oppure il capo dipartimento dei Ministeri, per esempio dell’Agricoltura o dello Sviluppo Economico, aprendo così la strada ad una possibile situazione di conflitto permanente di interessi fra organi dello Stato.

Ma perché un magistrato dovrebbe poter gestire il portafoglio dell’industria italiana? Non dovrebbe essergli consentito poiché appartiene alla funzione giurisdizionale, che per sua natura è super partes e per definizione è organo terzo rispetto agli interessi pubblici da gestire. La legge non dovrebbe pertanto consentire al magistrato di assumere ruoli di gestione che spettano all’esecutivo! Dovrebbe prima dimettersi, e poi, da libero cittadini, va a fare quello che vuole.

E come viene superato il limite massimo dei 10 anni in fuori ruolo? Scrivendo nella norma: “i magistrati ordinari contabili, amministrativi, militari, gli avvocati e i procuratori dello Stato che ricoprono cariche apicali o semiapicali presso organi o enti partecipati o controllati dallo Stato sono comunque collocati obbligatoriamente in aspettativa senza assegni”.

Un linguaggio ambiguo e furbo che permette di superare ogni vincolo temporale, poiché sull’“aspettativa senza assegni” la legge anticorruzione non ha apposto nessun limite. In altre parole: se oggi il Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, Antonio Catricalà, sarebbe costretto a tornare a fare il giudice perché ormai sono passati 10 anni da quando è in fuori ruolo, con questa norma potrebbe fare il Presidente di Eni o Finmeccanica, o all’Enel, o alla Rai, senza tagliare il cordone ombelicale con la magistratura.

Ma chi in Presidenza del Consiglio ha predisposto il decreto legislativo in corso di approvazione?  Sappiamo che Catricalà “filtra” le carte da portare a Monti, sappiamo che il ministro della Funzione Pubblica (Filippo Patroni Griffi), che annovera tra le sue competenze quelle di carattere ordinamentale come la norma in esame, è lui stesso un Consigliere di Stato in fuori ruolo, come lo è il suo capo gabinetto (consigliere Garofoli), ma chi abbia “cucinato” questo piattino, e in quali stanze .. impossibile saperlo.

Se poi si considera che i magistrati in fuori ruolo sono 227, e che gli uffici di provenienza sono il Tar, il Consiglio di Stato, la Corte dei Conti, non si può eludere la domanda: con quale indipendenza verranno giudicati i ricorsi contro gli atti di gestione approvati da magistrati che saranno al contempo Capi dipartimento di Ministeri o Presidenti di Società a partecipazione pubblica? Magistrati in palese conflitto di interessi e che abdicano alla loro funzione di terzietà. Siamo sicuri che lo spirito che animava il decreto anticorruzione era questo? 
È questo il decreto che il governo Monti vuole lasciare in eredità ai suoi successori?

Guarda l’inchiesta « Fuori ruolo » andata in onda a Report il 5 dicembre 2010

 

Replica del Sottosegretario Catricalà

«Vorrei chiarire quattro punti relativi all’articolo: 
1) non sono « costretto » a tornare a fare il magistrato ma sono onorato di poterlo fare. Dopo aver vinto un difficile concorso di secondo grado ed essere stato chiamato a svolgere incarichi per i quali era richiesta, in alternativa con altre, la qualifica di consigliere di Stato, ho chiesto e ottenuto di essere assegnato a una sezione consultiva che non si occupa di Presidenza del Consiglio dei Ministri né di Antitrust. Proprio per evitare conflitti di interessi. 
2) sono assolutamente convinto che un magistrato non possa essere autorizzato a svolgere funzioni di amministratore o presidente di qualsivoglia società commerciale, né in ruolo né fuori ruolo né in aspettativa, ma debba, per svolgere quelle attività, abbandonare la toga. È un dovere morale prima ancora che giuridico. 
3) lo schema di decreto non istituisce un nuovo caso di aspettativa ma si limita a richiamare la disciplina già vigente dell’art. 23 bis del d.lgs. n. 165 del 2001. È una regolamentazione severa che rimette ai consigli superiori delle singole magistrature di valutare la compatibilità dell’aspettativa con le esigenze del servizio. 
4) lo schema di decreto, che ha ricevuto parere favorevole della commissione parlamentare, restringe di molto la possibilità di svolgere incarichi esterni, perché il numero dei fuori ruolo possibili è limitato presso ogni magistratura. Dal momento di entrata in vigore del decreto i vari incarichi part time (che sono la quasi maggioranza) non saranno più autorizzabili. Per questo la bozza ha molti nemici.»
Antonio Catricalà

Replica di Milena Gabanelli

«Prendo atto con piacere che il Sottosegretario Catricalà tornerà « in ruolo » e che qualora dovesse accettare un incarico presso « qualsivoglia società » si dimetterà dalla magistratura. Se lo schema di decreto si limita a richiamare la normativa vigente significa che i magistrati possono « continuare » ad avere ruoli di gestione, e quindi si persevera ad invadere la sfera dell’esecutivo. 
Perché non cancellare la norma sull’aspettativa non retribuita e stabilire invece per legge il tetto massimo di fuori ruolo autorizzabili annualmente? 
Ciò detto, le leggi devono essere scritte per essere capite. Invece sono scritte per essere da voi interpretate, e la storia ci insegna che vengono interpretate a seconda della convenienza (vostra)». M. G.

DUE PESI, DUE MISURE

Mentana: Su Twitter se insulti Bersani ti aggrediscono

Mitraglietta critica il segretario del Pd, e su twitter scatta il tiro su Enrico. Che sbotta…

 Mentana spiega: Insultare il Cav? Fa tendenza. Se tocchi Bersani...

 

Enrico Mentana

 

04/03/2013  liberoquoditiano.it


http://www.liberoquotidiano.it/news/personaggi/1196347/Mentana–Su-Twitter-se-insulti-Bersani-ti-aggrediscono.html

Alla messa domenicale recitata da Fabio Fazio era presente il grande (ed eterno) sconfitto,

 Pier Luigi Bersani, « super-ospite » di Che tempo che fa. Tra gli spettatori che hanno seguito la trasmissione anche Enrico Mentana.

E il direttore del TgLa7 ha « mitragliettato » su Twitter: « Bersani va da Fazio con la claque, non fa analisi serie sulla sconfitta,

ripete la linea sul governo bocciata da Napo ». Insomma, Mentana ha criticato Bersani. E su twitter è iniziato il « tiro all’Enrico ».

Tutti a ribattere, a insultarlo, a criticarlo. Così Mentana sbotta: « Twitter è quel posto in cui puoi dire peste e corna di Berlusconi 

(e mi capita spesso). Ma non criticare Bersani che i suoi t’aggrediscono ». Insomma, sul social network più radical-chic del web

(e più grillino…) se insulti il Cavaliere vale tutto. Ma se tocchi lo smacchiatore fallito sei morto. Parola di Mentana.

Pansa ricorda: « De Benedetti disse che era bollito. Aveva ragione… »

BERSANI

 

Pansa ricorda: « De Benedetti disse che era bollito. Aveva ragione… »

 

L’Ing pronosticò il ko del segretario del Pd. Nel 2010 sparò: « E’ totalmente inadeguato al suo ruolo ». E il « leader » replicò balbettando

 

 

 

 

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di Giampaolo Pansa  28/02/2013  liberoquoditiano.it


A qualcuno non piacerà, ma dobbiamo rendere onore a Carlo De Benedetti e alla sua perspicacia. Nel 2010, interpellato su Pier Luigi Bersani che l’anno precedente era diventato segretario del Pd scalzando Dario Franceschini, l’Ingegnere si espresse così: «Bersani è stato un eccellente ministro. Ma come leader del Partito democratico è totalmente inadeguato». Confesso che anche a me la bocciatura apparve eccessiva. De Benedetti aveva sparato a Bersani due colpi alla nuca. Con un avverbio senza scampo, «totalmente», e un aggettivo micidiale, «inadeguato». Conoscendo bene l’Ingegnere, mi sembrò soltanto uno dei molti verdetti che ama stilare, con la boria del potente che si considera un vincitore perenne. E giudica il prossimo con arroganza un po’ sadica. Ho cominciato a pensare che forse De Benedetti aveva ragione qualche mese dopo. Accadde la sera che madama Gruber, sempre splendida nel completino Armani, a Otto e mezzo su La7 ebbe di fronte Bersani. La rossa Lilli chiese al segretario del Pd che cosa replicava all’Ingegnere. Lui cominciò a bofonchiare anche più del solito. Borbottò: «Quello di De Benedetti è un giudizio legittimo, sul quale non concordo, forse dettato dal fatto che non è stato lui a scegliermi come segretario del Pd, e bla, bla, bla…». Avrei voluto gridare a Bersani: un leader politico non replica con tanta pavida prudenza, deve tirare un cazzotto verbale all’Ingegnere. E anche al suo giornalone- partito, la Repubblica, che insieme a lui pretende di guidare la sinistra senza farsi eleggere. Ma il povero Pigi si guardò bene dal farlo. Se avesse avuto tra le dita il sigaro toscano, vietato negli studi televisivi, forse lo avrebbe ingoiato, per aiutarsi a tacere. 

La sentenza dell’Ingegnere – Mi sono rammentato della sentenza dell’Ingegnere il pomeriggio di martedì quando, con un giorno di ritardo, Bersani si è deciso ad affrontare la prima conferenza stampa dopo il voto. L’esperienza mi ha insegnato che la faccia dei politici rivela sempre il loro stato d’animo. Bersani mi è sembrato un uomo perso. Era stanco, nervoso, ancora choccato dalla sconfitta o dalla non-vittoria. Ho pensato che anch’io, come tanti altri, avevo giudicato Silvio Berlusconi un morto che pretendeva di camminare. Ma forse il morto vero era il suo avversario, un Bersani alle prese con un kappaò terribile. 

Al tappeto – Sono stati i suoi elettori a mandarlo al tappeto. Il passivo del 24-25 febbraio è orrendo per il Pd. Nelle politiche del 2008 aveva conquistato 12 milioni e mezzo di voti, il 34,2 per cento. Adesso si ritrova con 8 milioni e 600 mila suffragi, il 25,4 per cento, con una perdita secca di quasi 4 milioni di votanti. A Bersani sono sfuggiti di mano anche molti elettori di aree cruciali: meno 300 mila in Emilia Romagna, idem in Toscana, meno 400 mila nel Lazio, meno 330 mila nella Puglia di Nichi Vendola. Tutta colpa di Grillo? In parte sì. Ma il vero fattore negativo si è rivelato la campagna elettorale condotta da Bersani. Prima o poi, i politologi diranno la loro. Per il momento la cronaca suggerisce qualche spiegazione. La famose primarie dell’autunno 2012 erano state una trappola congegnata al solo scopo di battere Matteo Renzi. Eppure il vertice del Pd ne aveva ricavato una sicumera sfrontata. Bersani si affrettò ad annunciare che il suo partito era «una squadrone», pronto «a una nuova avventura: la conquista del governo».

Sondaggi – Poi arrivò la droga dei sondaggi. Dicevano che il Pd stava sul 36 per cento e la coalizione con Sel e i socialisti addirittura al 43 per cento, ventidue punti in più rispetto al Pdl di Berlusconi e soci. Queste previsioni spinsero Bersani a concepire la campagna elettorale come una guerra di posizione.  Al riparo di uno slogan da vittoria annunciata, «L’Italia giusta», bastava rimanere fermi in trincea per incassare i voti di chi stava lasciando Berlusconi. E Grillo? Al Nazareno, la centrale democratica, ruggivano: «Chi se ne frega di quel comico esagitato! Comunque vada, il governo lo faremo noi». Tuttavia, la mela pronta a essere mangiata nascondeva un verme. Lo ha spiegato a Fabio Martini della Stampa un dirigente politico che la sinistra ha dimenticato con troppa fretta, Iginio Ariemma, il portavoce di Achille Occhetto: «Dare per scontata la vittoria è stato uno di quegli errori che la sinistra ha sempre cercato di evitare. Dal momento che così liberi due sentimenti. Da una parte, ti viene addosso il voto di protesta. Dall’altra la prospettiva di successo induce i più incerti a votare per liste diverse, perché tanto si vince lo stesso». 

L’errore fatale – L’errore fatale di Bersani è stato di mettersi conVendola e di sottovalutare Grillo. Eppure era facile non compiere questi passi falsi. All’inizio di febbraio, tre settimane prima del voto, tutti i sondaggi dicevano che il Napoleone stellare stava crescendo. Aveva già superato il 17 per cento e si avviava a raggiungere quota 20. Nel vertice del Pd pochi se ne curavano. Max D’Alema e Walter Veltroni lanciavano segnali d’allarme, ma i pasdaran del cerchio magico di Pigi alzavano le spalle. Adesso la frittata è fatta. E sta seminando il caos nel vertice democratico. Bersani si è dichiarato disposto a trattare con Grillo, però è stato subito respinto.  Napoleone lo ha irriso con disprezzo. Definendo Pigi un morto che parla. Oppure, nel caso migliore, uno stalker, un molestatore che fa proposte indecenti agli eletti delle Cinque stelle. Il disordine sotto le tende democratiche acceca troppi dirigenti. Non possiamo allearci con Grillo? Allora andiamo a votare di nuovo, il più presto possibile. 

L’esercito inamovibile – Ma un dirigente ostile al voto anticipato mi spiega quale sia l’ostacolo più forte al ricorso alle urne: «Il voto di febbraio ha rinnovato in modo profondo la nostra rappresentanza in Parlamento. Oggi abbiamo 297 nuovi deputati e 109 nuovi senatori. È un piccolo esercito di 406 eletti. Quanti di loro sarebbero disposti a rinunciare al posto appena conquistato? È facile immaginare che risulterebbero pochi, molto pochi».  L’unica prospettiva concreta è di dar vita, subito, senza tentennare, a un governo di emergenza con Berlusconi. Il povero Bersani tentenna. Sa bene che il suo partito considera da sempre il Cavaliere un diavolo immondo. Teme che un’intesa con il Pdl possa spaccare i democratici. E forse si augura che sia Giorgio Napolitano a obbligarlo all’accordo. 

Prigioniero  –  Il leader del Pd scopre di trovarsi prigioniero delle circostanze che lui stesso ha creato. E forse si rende conto che a rischiare il disastro non è soltanto l’Italia, ma la sua ben più piccola sorte personale. Nel partito crescono i dissensi che riportano a galla lo spettro di Matteo Renzi. Ci sono dettagli da far tremare. Il sindaco di Bologna, Virginio Merola, si è già schierato con il compagno Matteo. Uno dei suoi assessori, Luca Rizzo Nervo, ha  scritto su Facebook: «Penso che Bersani dovrebbe presentare le dimissioni da segretario del Pd». E le file dei dissidenti si stanno ingrossando giorno dopo giorno. La nemesi delle primarie torna ad agitare le notti di Pigi. Insieme all’incubo di trovarsi all’ultimo giro da leader democratico. E riporta alla memoria una vecchia teoria matematica, quella chiamata di Peter. Sostiene che tutti gli esseri umani prima o poi scoprono di avere di fronte a sé la curva della competenza. Se la oltrepassi, sei finito, perché diventi incompetente a onorare l’impegno o l’incarico che hai ricevuto. E cadi di errore in errore. È il caso di Bersani? Lo scopriremo presto.