Sinistra e/a puttane

Sinistra e/a puttane.

thfrontpage.it   20120808

Sinistra e/a puttane

“Erano queste giovani [sacerdotesse, ndr] che avevano, anche, il nome di «vergini» (parthénoi ierai), di «pure», di «sante» –qadishtumugigzêrmasîtu; si pensava che incarnassero, in un certo modo, la dea, che fossero le «portatrici» della dea, da cui traevano, nella loro specifica funzione erotica, il nome – ishtaritu. L’atto sessuale assolveva così per un lato la funzione generale propria ai sacrifici evocatori o ravvivatori di presenze divine, dall’altro aveva una funzione strutturalmente identica a quella della partecipazione eucaristica: era lo strumento per la partecipazione dell’uomo al sacrum, in questo caso portato e amministrato dalla donna.”

C’è bisogno della Metafisica del Sesso di Julius Evola per mettere un po’ di ordine intorno a quello che, un po’ sbrigativamente ma non senza una ragione profonda, è conosciuto come il mestiere più antico del mondo. “Puta” è una radice sanscrita presente nei Veda indiani, poi esondata dall’Avesta alle lingue romanze, che allude a qualcosa di puro, santo. La “Grande Prostituta” o “Vergine Santa”, infatti, anticamente era una sacerdotessa che amministrava il culto della dea.

“L’atto sessuale tra un uomo e la sacerdotessa era il mezzo per ricevere la gnosi, per fare esperienza del divino […]. Il corpo della sacerdotessa diventava, in modo impensabile per il mondo occidentale contemporaneo, letteralmente e metaforicamente una via per entrare in rapporto con gli dei […]. Per i pagani, infatti, le donne erano naturalmente in contatto con il divino, mentre l’uomo, da solo, non poteva raggiungere questo obiettivo.”

Sino ai tempi dei romani il termine “vergine” significava “nubile”, tant’è che in latino a “virgo” si affiancava l’allocuzione “virgo intacta” per identificare la ragazza non sposata e priva di esperienza sessuale. Non stupisce, dunque, la trasfigurazione etimologica – e culturale – operata dalla gestione patriarcale del messaggio di Cristo. In più i cristiani, junior del Vecchio Testamento, erano avvantaggiati: gli avi ebrei erano stati i primi a liberarsi del culto della dea e a sostituirla con il (presunto) unico dio maschio.

Proprio una Vergine sarà la madre del Salvatore e il suo carisma si diffonderà con trasversale rapidità. Le madonne nere di Francia, il culto di Iside, le eredità etrusche, cretesi e druidiche, insieme al Natale e alle altre feste copiaincollate su quelle pagane e celtiche, si fondono nel Cristianesimo che porta a compimento il rovesciamento dei poli, iniziato dagli ebrei e dalle invasioni di elleni, dori e achei nella Grecia pre-socratica e matriarcale: gli uomini amministrano il culto, le donne sono sante o puttane.

Le antiche sacerdotesse della luna vengono sfrattate dagli altari e sbattute in strada, proprietarie solo di quel corpo che un tempo fu il tempio e ora diventa l’icona del peccato. Maddalena non per caso assurgerà a simbolo di resistenze carbonare, oltre che a croce e delizia della sbandierata tolleranza della religione del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo (tutti con la “o”). Così come i padroni maschi del pantheon greco si erano dovuti inventare il parto cerebrale di Era da parte di Zeus, per giustificare la patrilinearità celeste su cui poggiava il loro potere ai piedi dell’Olimpo.

La sessuofobia contemporanea, quindi, non è che un retaggio antropologico antico, un riflesso condizionato di quel naturale timore reverenziale che ogni maschio di potere prova nei confronti di una donna libera e del suo corpo. Tutto quello che ne discende, in termini di tic e paranoie culturali sull’educazione, la cultura, il buon gusto e persino la politica, è solo un pallido rimbalzo di una partita antica come il sole e la luna. Il beghinaggio moralista su videogiochi, pornografia, preservativi e tutto il resto è tutto qui.

Ma c’è anche la tolleranza. Questa dev’essere una delle ragioni per cui il motto – il mestiere più antico del mondo – è ancora valido. Le prostitute sono sempre state tollerate, spesso utilizzate per le “necessità corporali” di papi, confratelli e prelati, come monito del peccato ma anche della possibile redenzione, incarnata dalla sempiterna Maddalena. Tolleranza non vuol dire uguaglianza, però. Anzi. La condizione di minorità, di clandestinità professionale, di oscurità sociale è essenziale, per il monito.

Niente di male, intendiamoci: la Chiesa fa la sua partita. Quello che disarma, come al solito, è la nullità culturale e la sudditanza politica espressa dai sinistri moralizzatori che si ergono a paladini dei diritti della donna, con la “d” maiuscola. E non spostano un fico secco circa le condizioni materiali delle donne in carne ed ossa che, per scelta, costrizione o (estremo peggio) schiavitù, si prostituiscono per strada.

L’ultima della lista è la neo-portavoce del governo Hollande, Najat Vallaud-Belkacem, che ha dichiarato: “Non si tratta di sapere se vogliamo abolire la prostituzione, ma di trovare gli strumenti per farlo”. Le “sex workers” di Francia (lì le case chiuse sono state abolite nel 1946), circa ventimila di cui ottomila solo a Parigi, sono scese in piazza per protestare, volto coperto da maschere di plastica e lavagnetta al collo con su scritto: “Non siete voi a riempirmi il frigo, a pagarmi le bollette, perciò non potete parlare”.

In Italia la senatrice radicale Poretti, che ha proposto un disegno di legge per la legalizzazione della prostituzione, ha fatto i conti: “settantamila prostitute presenti nel nostro Paese per nove milioni di clienti e un costo medio per prestazione di trenta euro fa un giro d’affari, sicuramente per difetto, di novanta milioni al mese, oltre un miliardo l’anno”. In tempi di crisi nera forse è meglio tassare l’ipocrisia di Stato, visto che la prostituzione in sé non è reato, piuttosto che strangolare imprese e pensionati.

Un barlume di lucidità giunge dalla Romagna. A Ravenna il sindaco Matteucci ha annunciatorecentemente il progetto per la “zonizzazione” della città, prevedendo alcune zone illuminate e sicure per farle lavorare in santa pace. Si è anche lanciato in un’apologia liberalizzatrice commovente sulla necessità di una legge che regolamenti il mestiere più antico del mondo con laica serietà. In tempi normali sarebbe una battaglia persa in partenza, chissà se la fame si dimostra catartica.

http://orione.ilcannocchiale.it

L’Europa batte gli Usa nella lotta agli eccessi

L’Europa batte gli Usa nella lotta agli eccessi

 

di Marco Onado 20120826 ilsole24ore.com

 


L’Europa sta cercando di costruire una diga contro gli eccessi della finanza e lo sta facendo

molto meglio degli Stati Uniti, che per lungo tempo hanno vantato un’efficienza del proprio sistema di regole

e vigilanza che la crisi finanziaria ha dimostrato essere ampiamente immeritata. Il vecchio continente

nel corso dell’estate, ha fatto due passi avanti importanti, mentre la vigilanza americana e in particolare la Sec,

ha segnato due clamorosi autogol. Se fosse una partita di calcio, saremmo quattro a zero per noi.

Nel corso dell’estate hanno preso definitivamente corpo due regolamenti europei importanti, relativi a tre aspetti

che sono stati al centro della crisi finanziaria: le vendite allo scoperto, le posizioni in Credit default swap (Cds),

i mercati derivati Over-the-counter (Otc) cioè non regolamentati e comunque privi di una controparte centrale

che assuma su di sé il rischio di insolvenza di uno dei contraenti. Questi ultimi, come hanno dimostrato i casi

Lehman e Aig, sono un fattore scatenante delle crisi sistemiche.

Fin dal 2009, sulla base di un documento del Financial Stability Board (Fsb) allora presieduto da Mario Draghi,

il G-20 aveva indicato la necessità di una regolamentazione adeguata su questi, come su altri problemi.

Quel documento iniziava con un’interessante premessa che ribadiva la necessità di un quadro di nuove regole

e rivolto alle banche diceva testualmente che «la speranza illusoria che gli affari possano andare avanti esattamente

come prima deve essere cancellata».
L’Europa, pur travagliata dalla crisi, ha «fatto i compiti a casa» e sta completando l’iter legislativo e regolamentare

delle importanti misure prima citate. Il Regolamento su vendite allo scoperto e Cds entrerà in vigore

il prossimo novembre, mentre la consultazione sui mercati Otc è in fase avanzata. Due aspetti meritano

di essere sottolineati. Primo: è molto difficile disciplinare settori tecnicamente così complessi, in cui finora nessuno

era intervenuto in modo sistematico.

Il regolatore europeo si è spinto davvero in territori inesplorati dell’attività finanziaria, ma lo ha fatto con decisione

ed assicurando un’ampia dialettica con gli operatori e il mercato. Non è esagerato dire che nei grandi territori

della finanza in cui, come nel vecchio West, dominava solo la legge del più forte, oggi è arrivato lo sceriffo. 

Il secondo punto è ancora più importante. La regolamentazione di vendite allo scoperto, Cds e Otc ha alla base

un concetto fondamentale: non tutta l’attività finanziaria è utile, anzi una parte può costituire un grave fattore inquinante

e destabilizzante per l’attività produttiva. L’obiezione cara alle lobby che il regolatore ostacola in questo modo l’innovazione

finanziaria è priva quindi di fondamento, perché è provato al di là di ogni ragionevole dubbio che non tutta l’innovazione

è efficiente. Come hanno messo in evidenza autorevoli economisti e anche molte autorità di vigilanza (in particolare

Adair Turner nominato nel 2008 a capo della britannica Financial Services Authority) esiste una finanza utile

all’attività produttiva (useful), una finanza puramente fine a sé stessa (useless) e una finanza nociva (harmful).

La crisi ci ha insegnato non solo che eravamo totalmente privi di strumenti contro la seconda e la terza, ma non avevamo

neppure le informazioni necessarie per identificarle e misurarle. E’ quindi un’autentica innovazione leggere

nel Regolamento europeo (art.4) che « le posizioni scoperte in Cds su emittenti sovrani sono posizioni che non servono

come copertura legittima », oppure che « chi detiene una posizione corta netta in debito sovrano superiore

ad una determinata soglia deve notificare tali posizione all’autorità competente ». 

Naturalmente, l’applicazione tecnica di questi principi sarà molto complessa, ma il significato politico di questa innovazione

regolamentare non può essere sottovalutato. Da un lato, si è detto chiaramente che vi sono operazioni finanziarie che è

nell’interesse generale considerare nocive e dall’altro si è scelta la strada della trasparenza, anziché del divieto generalizzato,

per le vendite allo scoperto.

E l’America? Come è noto, è stata varata una riforma a tutto campo (il Frank-Dodd Act del 2010) tanto ambiziosa

quanto farraginosa: il testo è un agile volumetto di oltre 2000 pagine che rinvia a decine di altri provvedimenti

delle autorità di vigilanza. Fra queste, la Sec appare quella più in difficoltà e nel corso dell’estate ha lanciato

due segnali negativi al mercato. A luglio, ha deciso di rinviare, non si sa bene per quanto, la discussione

sulla adozione negli Stati Uniti dei principi contabili internazionali.

Qualche giorno fa, è arrivata una notizia ancora più clamorosa: la presidente, Mary Shapiro ha scritto sul sito dell’autorità

che tre commissari, che costituiscono la maggioranza della Commissione, non condividono un documento preparato

dagli uffici sulla regolamentazione dei Money market mutual funds e che questo quindi non sarà messo

in pubblica consultazione.

Si badi che questi fondi sono quantitativamente molto importanti negli Stati Uniti (2,6 trilioni di dollari, di cui 1,7

detenuti da operatori istituzionali) e promettono agli investitori una liquidità eccessiva rispetto ai normali rischi

di un investimento in titoli, sia pure a breve.

Quando il prezzo rischia di scendere sotto il valore nominale (cioè breaks the buck, la soglia fatidica di 100) scatta un’autentica

spirale distruttiva fatta di vendite a prezzi sempre più bassi e di ritiro di fondi liquidi (l’equivalente di una corsa agli sportelli bancari)

che dal 2008 si è dimostrata essere una delle cause fondamentali delle implicazioni della diffusione sistemica della crisi.

Sia l’adozione dei principi contabili internazionali (cioè quelli vigenti oggi in Europa), sia la regolamentazione dei fondi monetari

erano incluse fra le raccomandazioni del Fsb e del G-20 di tre anni fa. Ma su entrambi gli Stati Uniti e in particolare la Sec

hanno alzato bandiera bianca. Purtroppo, non possiamo consolarci con la legittima soddisfazione di aver realizzato

in Europa quello che l’America non è stata in grado di fare perché nel mondo della finanza globale, le asimmetrie di regolamentazione

possono avere effetti devastanti. Anche noi quindi abbiamo legittimi motivi per preoccuparci, ma sappiamo fin d’ora dove stanno

quelli che vogliono continuare a « fare gli affari esattamente come prima ». Una frase di Mario Draghi,

non di uno del movimento Occupy Wall Street.


26 agosto 2012

La Merkel ha le sue Pussy Riot e le tratta proprio come Putin

La Merkel ha le sue Pussy Riot

e le tratta proprio come Putin

 

Tre attivisti irrompono nella cattedrale di Colonia,

rischiano anche loro tre anni di galera e pure di più.

E Angela criticava la Russia « anti-europea »…

 

La Merkel le sue Pussy Riot le tratta proprio come Putin

 

di Maurizio Stefanini   liberoquoditiano.it    20120825

Anche in Germania protestare in una cattedrale espone a una condanna a tre anni di carcere.

«La sentenza troppo severa ed eccessiva non è in linea con i valori della legge europea e

della democrazia sottoscritti dalla Russia in qualità di membro del Consiglio d’Europa»,

aveva dichiarato Angela Merkel quando si era saputo della condanna alle Pussy Riot

a tre anni per la “preghiera punk” alla Madonna nella Chiesa del Cristo Salvatore,

a «liberare la Russia da Putin».

Ma è la stessa pena che il codice della Repubblica Federale di Germania riserva

ai tre attivisti che lo scorso fine settimana hanno fatto irruzione in una cattedrale

di Colonia per manifestare proprio in favore del gruppo russo.

Insomma, un altro bel saggio di ipocrisia da parte della Kanzlerin, che peraltro deve

esserci ormai abituata! I tre, due uomini di 23 e 25 anni e una donna di 20,

si erano vestiti esattamente come le Pussy Riot nella famosa performance,

e si erano messi non solo a distribuire volantini con la scritta “Libertà alle Pussy Riot

e a tutti i prigionieri”, ma anche a gridare slogan dello stesso tenore. La Chiesa cattolica

li ha denunciati e ora i tre rischiano la condanna. «La pace della Cattedrale di Colonia

è stata interrotta. Non possiamo accettarlo e non lo accetteremo»,

ha detto il decano della cattedrale Robert Kleine al quotidiano Frankfurter Rundschau.

«Il diritto di manifestazione non può stare al di sopra della libertà religiosa e dei

sentimenti religiosi della congregazione». Va detto che mentre per le Pussy Riot

sono state una condanna anche mite visto che avrebbero potuto arrivare

a un massimo di sette anni, per i tre tedeschi si tratta della punizione massima

. In effetti potrebbero cavarsela anche con una multa, e nel 2006 un berlinese

che interruppe un servizio religioso gridando e lanciando volantini ebbe nove mesi. 

Ci sono pure alcune differenze di contesto, che però dal punto di vista dei tedeschi

potrebbero essere considerate aggravanti. Innanzitutto, mentre le Pussy Riot

contestavano l’allineamento del Patriarcato di Mosca al governo di Putin, non si

capisce cosa c’entri la Chiesa cattolica tedesca con le scelte della chiesa ortodossa russa.

Sarebbe come dire che la Juventus ha rubato l’ultima Supercoppa a Pechino, e per protesta

andare a sfasciare la sede dell’Inter o del Milan. 

E poi, la Germania è un Paese dove esiste una larga libertà di manifestazione,

e i tre non avrebbero avuto problemi a ottenere il permesso per manifestare il proprio appoggio

alla Pussy Riot in qualunque altro luogo più consono. A differenza della Russia, dove ci sono

effettivamente alcune storiche limitazioni alla libertà di manifestazione: ora riconosciute

implicitamente anche dal Comune di Mosca, nel momento in cui ha appena annunciato l’istituzione

di due “manifestodromi” in cui si potranno organizzare proteste e comizi senza bisogno neanche

di chiedere l’autorizzazione. Comunque un passo avanti, anche se gran parte dell’opposizione

ha già espresso il proprio rifiuto per quella “ghettizzazione”.  

Ma anche se ci si trovasse nei confronti del più totalitario dei regimi, sarebbe moralmente lecito

usare per una protesta un luogo di culto senza il consenso dei religiosi che vi sono preposti?

Il problema si è posto poco prima dell’ultima visita di Benedetto XVI a Cuba,

quando un gruppo di 13 militanti del clandestino Partito repubblicano di Cuba aveva occupato

una chiesa dell’Avana per chiedere la liberazione dei prigionieri politici, la fine della repressione,

l’aumento dei salari e delle pensioni, e che Benedetto XVI si incontrasse con esponenti del dissenso.

Lo stesso cardinale Ortega, che pure in passato è stato detenuto nei famigerati campi di lavoro

castristi della Umap, chiese alle autorità di intervenire, e la polizia sgomberò la chiesa in 10 minuti.

Ne seguirono dure polemiche, ma due importanti esponenti del dissenso come Marta Beatríz Roque Cabello

e Yoani Sánchez riconobbero che i “repubblicani” avevano sbagliato, e che trasformare un luogo di culto

in una trincea di scontro politico era un’offesa alla sensibilità dei credenti. 

Il Gattopardo e il bluff dell’Italia repubblicana

Il Gattopardo e il bluff dell’Italia repubblicana.

 

Il Gattopardo e il bluff dell’Italia repubblicana

Pochi hanno capito che senza una profonda revisione

dell’attuale Costituzione in chiave presidenzialista

(o magari con la scrittura di una Costituzione

tutt’affatto nuova), come affermavo nell’articolo

Spiacente, ma il Cav resta l’unico statista che abbiamo“,

comunque vadano le cose l’Italia continuerà ad esser ingovernabile.

L’acuto Gaetano Salvemini – notoriamente un proto-berlusconiano

– non a caso,  bollava l’attuale Carta come un monstrum mezzo stalinano,

un né carne né pesce che sarebbe dovuto andar bene sia che l’Italia

 fosse rimasta  nell’Occidente democratico, sia che, tramite i buoni uffici di Togliatti, Terracini&Pci

(peraltro autorizzati  dai milioni e milioni di voti di tanti intelligentissimi italiani), fosse felicemente traghettata

sotto le ali amorevoli del baffuto Piccolo Padre, di stanza a Mosca. Che l’avrebbe pure  dotata di salvifici gulag, come,

secondo quanto testimoniava il deputato Giancarlo Lehner anni addietro su il Giornale, il Padre della Patria Terracini

si augurava.

Così quando il nipote Tancredi allo zio Gattopardo, dubbioso dell’efficacia dei cambiamenti politici in corso,

dice “Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi”, non immaginava che quel principio

fosse valido anche su scala non solo italiana, ma europea, se non mondiale.

Quando masse di  infolarmati  rivoluzionari presero e semidistrussero il Palazzo d’Inverno, a San Pietroburgo,

pensavano di instaurare quella Città Celeste che Lenin diceva esser il traguardo rivoluzionario,

e che il potere sarebbe stato esercitato tramite dittatura del proletariato (che in India chiamiamo “Sudra”),

dai proletari stessi e cioè, finalmente, che il potere fosse delle classi (o caste) inferiori, che con ciò avrebbero

finalmente realizzato il Paradiso in terra. I poverini, invece, spenti i primi eccitati entusiasmi, vennero sottoposti

ad una dittatura sanguinaria basata sul terrore, come mai si era verificato, in Santa Madre Russia,

in precedenza.

A capo di tale terrificante dittatura, al Kremlino  si allocò un ex criminale, uno che assaltava diligenze e rapina

va banche, uno che instaurò in breve tempo –  altro che Paradiso in Terra – un regime dittatoriale tra i più crudeli

e sanguinari che la storia umana ricordi: Giuseppe Stalin.

Costui, infatti, in gara con Hitler, sterminò dai trenta a quaranta milioni di russi, e non solo quelli allergici al comunismo

, ma anche quelli che, pur comunisti, non andavano d’accordo col (sic) Piccolo Padre.

In effetti Stalin fu il più cinico, baro e sanguinario Csar (dal latino Caesar, come Kaiser e Scià)

che Santa Madre Russia abbia mai avuto.

Meravigliosa, se pur tremenda, conferma del motto gattopardesco.

Di più.

La Russia comunista ha provocato uno dei maggiori disastri a livello mondiale,

con cui tutto l’Occidente sta tuttora facendo i conti: quella proditoria invasione dell’Afghanistan

che provocò tre milioni di profughi, un milione di morti e che lasciò il territorio di quel Paese farcito

di tre milioni e più di mine antiuomo su cui tuttora spesso ballano la rumba i bambini di colaggiù.
(Interessante notare che, strano caso, a parte quattro radicali, allora non si verificarono sterminate marce

della pace sotto le finestre dell’ambasciata russa a Roma, e/o ad Assisi, al grido di “Russians go Home”:

un bacio Perugina in premio a chi sa dire il perché).
Tutto per attuare, sempre in omaggio  al grande Tomasi di Lampedusa, l’antica politica imperialista

dello Csar Pietro il Grande, che voleva uno sbocco sull’Oceano indiano per il suo già sterminato impero.
Come  infatti ci informa Elèmire Zolla in Archetipi, quando essi si instaurano nelle menti delle masse umane,

più ancora che nelle menti individuali, fanno per lungo tempo sentire la loro titanica, soggiogante  forza.

Nel Belpaese, invece, vi è da tempo  un gran ciacolare, litigare e dibattere sull’idea berlusconiana di trasformare

l’italica Res Publica da Res Publica parlamentare in Res Publica presidenziale.

Naturalmente al Cav, che è un vero laico, non importa un bel nulla di esser accusato di “cesarismo” ed altre panzane

del genere: essendo uno spirito pratico, pensa a detta formula perfettamente funzionante in altri Paesi a Democrazia

avanzata (qualcuno dovrebbe chiedere, a chi si oppone, se a suo avviso in tali Paesi vi sia meno democrazia che nel nostro)

solo in funzione di una maggiore praticità, per dare a  chi governa la possibilità di rispondere alle esigenze della Nazione

in tempi celeri,  tra la concezione, il dibattimento e l’approvazione, o non approvazione, di leggi e provvedimenti, e,

in caso affermativo, la loro svelta entrata in operatività, e, di conserva,  fornire a chi è eletto la possibilità di attuare

in tempi brevi il completo  progetto per cui è stato votato in maggioranza, in modo da poter con sollecitudine rendere reali

quei cambiamenti che le nuove esigenze politico-sociali ed economiche continuamente oggidì reclamano.

Infatti, come ben si sa, la vita è in continua evoluzione e movimento. Oggi più che mai. Tutto qui.

Ma la cosa che tempo addietro, mentre facevo colazione, mi fece  scoppiare improvvisamente a ridere,

è stata la visione che altrettanto che della vicenda russa, si può dire del passaggio del Belpaese, tramite

referendum popolare, da Monarchia a Res Publica.

Ogni generazione resta confitta in un suo scenario politico, rifiuta di riconoscere  le modificazioni successive

a quando, durante una crisi, incontrò il suo archetipo fatale. Per le generazioni psichicamente mutilate da guerre

e rivoluzioni, lo schieramento politico si cristallizza irrimediabilmente, esse non riescono più a concepire un diverso

sistema di riferimenti e ogni novità riportano nei termini del gioco passato che le strega. Lo statista che deve sbrigare

gli affari quotidiani, dovrà mentire, fingere che le categorie sono sempre  le stesse della guerra o della rivoluzione in cui

la sua generazione si è incapsulata: dovrà usare residuati linguistici delle contese trascorse, perché soltanto

a questo prezzo il suo gregge lo segue”, commenta sarcasticamente il grande Elèmira Zolla in Archetipi.

Questa è la ragione per la quale ancora in Italia non si riesce ad avere una memoria condivisa e quando, in occasione

del 25 aprile del 2009, sfidato dal querulo Franceschini, il Cav, a Onna, da vero liberale e quindi laico, propose

di trasformare la festa della “Liberazione” in festa della “Libertà”, cosa che finalmente avrebbe instaurato una memoria condivisa

e cancellato il falso storico per il quale le italiche stirpi, nel loro infantilismo sociale, non prendendosi responsabilità per il fascismo

e la guerra conseguente, con perfetta rimozione freudiana  si sono raccontate la fola che la nuova Italia nasceva dalla Resistenza

e non dalla Guerra di Liberazione anti-nazifascista angloamericana, si levarono indignati cori accusanti il Cav di sacrilegio.

Ma la verità storica è che l’apporto militare della Resistenza a tale evento fu irrilevante: “No Yankees, no Freedom”. Punto.

Tornando al motivo della risata che mi è uscita dal cuore, possiamo osservare, risalendo al periodo della rifondazione in chiave

repubblicana del nostro Belpaese, come, dopo aver cacciato con ignominia la famiglia reale italiana, colpevole di tutte le nefandezze,

il modello monarchico, in ossequio al dettato gattopardesco, sia perfettamente sopravvissuto.

A tutt’oggi, infatti, noi abbiamo un presidente della Repubblica investito dei poteri di un monarca, eletto non dai cittadini

ma dalle “Camere dei Comuni e dei Lords” riunite.

A tal monarca un presidente del Consiglio eletto, secondo la non abolita Costituzione scritta, anche lui dalla Camera dei Comuni

e da quella dei Lords, si  presenta in qualità di gran ciambellano, per ottenere benedizione ed investitura a petto di giuramento, così come i Ministri del suo governo.

Direi che il quadro è medievale.

E la riprova è che addirittura coloro che sono dal Popolobue eletti alla Camera dei Comuni o a quella dei Lords, possono, tuttora,

infischiandosene di coloro che li hanno eletti, cambiar bandiera come e quando vogliono, liberi, come fringuelli,

di svolazzare da una formazione all’altra.

E come in una vera monarchia di antica memoria, le lobbies di interessi vari  – articolo di Daniela Coli

Il vero conflitto di interessi in Italia va cercato nei giornali” docet – possono utilizzare congreghe politiche che si formano

nelle due Camere in barba alla volontà del popolo sovrano, per meglio rappresentare i loro interessi. Spesso e volentieri

in contrasto con gli interessi del popolo sovrano.

Ed è per questa, interessata  ragione che sia Fini  che Casini, non sostenendola, contribuirono non poco ad affossare,

insieme alla, off course, sinistra, tramite referendum, quella Devoluzione realizzata dal penultimo governo Berlusconi

che vedeva rafforzate almeno le prerogative ed i poteri del Premier.

Ancora nessuno di coloro che sono confitti in tale obsoleto, inadeguato, farraginoso ed oggi oramai  disfunzionale

archetipo monarchico, riesce a liberarsi, e per ragioni ideologiche e per ragioni di mero interesse ad aver le mani libere,

di tal fardello, come possiamo evincere dalle polemiche intorno alla figura di Berlusconi e delle riforme costituzionali

che vuole realizzare, che le opposizioni, ed oggi anche una parte della ex maggioranza che fa riferimento ad un altro

autoelettosi “gran sacerdote” della sacralità delle istituzioni, il Fini, hanno armato ed ancora armano, è riuscito

ad  alzare lo sguardo alle sfide attuali e future a cui il nostro Paese deve far fronte fornendosi al più presto

di strutture amministrative moderne, leggere e svelte.

Realmente repubblicane, appunto.

La faccenda è talmente chiara che in campo culturale solo i cosiddetti “intellettuali” – Micromega docet

dal pensiero più o meno debole o agonizzante, non l’hanno ancora, come al solito, capita. Come del resto

non avevano capito, finché fu in vita, la genialità universale di Totò.

A proposito di come sta messa l’attuale Costituzione, una divertente storiella racconta che un tipo di un paesino

del Napoletano, emigrato anni prima, metti in Danimarca, ritorna dopo molto tempo al paesello, per espletare

 certe  pratiche burocratiche. E chiede al vecchio amico gestore del Bar Sport del paesello, che novità ci fossero in giro.

E l’amico gli dice: “Si è finalmente spusata a Carmelina.”

“Carmelina? Nun me l’arricuordo.”

“Si, quella tutta sciancata, col labbro leporino e con la gobba.”

“Ah si, è vero.”

“S’è spustata co’ Peppino, quello con un occhio di vetro, un braccio paralizzato, l’enfisema cronico e che tartaglia.

E hanno avuto pure un figlio.”

“Ah si? E comme sta a’ criatura?”

“L’hanno iettata.”

Persino la toga brasiliana si vergogna per Battisti

Persino la toga brasiliana si

vergogna per Battisti

Francesco Cramer – Mer, 22/08/2012 –  ilgiornale.it


Il giudice dal Meeting di Rimini: « Lo stop all’estradizione non fa onore alla nostra categoria ».
Il terrorista italiano è libero a Rio

Roma – C’è un giudice in Brasile: si chiama Tomaz De Aquino Resende (nella foto a destra)

e in questi giorni è a Rimini.

Il terrorista Cesare Battisti

È un magistrato dello Stato de Minas, non un parruccone della Corte suprema. Ma lui è solito

parlar chiaro e, sul caso Battisti (nel tondo), non si è smentito. Gli hanno domandato cosa pensasse

del tristemente noto Cesare, terrorista di Cisterna di Latina, condannato in contumacia all’ergastolo

con sentenze passate in giudicato, per aver commesso quattro omicidi durante gli anni di piombo.

Gli hanno chiesto un parere su quella sentenza del Supremo Tribunal Federal brasiliano che ha confermato

la decisione dell’ex presidente Lula di non estradare Battisti e ha votato a favore della sua liberazione.

E lui non s’è tirato indietro: «Quella su Battisti è una sentenza federale e io sono un magistrato

di uno Stato periferico – ha detto De Aquino al Meeting -; ma posso dire che si è trattato di un problema di ordine politico

. È una cosa che ci ha fatto vergognare, molto di più di quanto abbia fatto vergognare i nostri politici».

S’è vergognata la toga verdeoro, perché il suo Paese ha impedito che un pluriomicida pagasse quanto doveva.

La vergogna: sentimento estraneo all’ex militante dei Proletari armati per il comunismo che proprio dal Brasile,

libero come un uccellino, prosegue a sbeffeggiare i familiari delle sue vittime. Sì perché Battisti, un tempo lesto con la P38,

ora è veloce con le provocazioni. L’ultima è di qualche settimana fa quando a un giudice federale brasilero, Alexandre Vidigal,

è saltato in mente di andare a vedere dove fosse l’ergastolano a piede libero. Silenzio al campanello di casa. Battisti non c’era.

La notizia è «montata» come la panna e persino in Brasile hanno arricciato il naso. Articoli per raccontare la vicenda

con un particolare: se entro cinque giorni l’ex terrorista non avesse fatto un fischio, avrebbe rischiato l’estradizione.

«Italia? Pagare? Galera? Sia mai». Battisti s’è appalesato: «Sono a Rio. Cos’è tutto questo clamore? Chiarirà il mio avvocato».

Gioca col fuoco, l’estremista dal ghigno facile e dall’eterne provocazioni impunite.Come quando, lo scorso febbraio,

ha voluto far sapere che sarebbe andato al carnevale di Rio, nella baraonda di coriandoli e samba, probabilmente a sfilare su un carro.

Mentre una sua vittima, Alberto Torregiani, a causa sua è da 33 anni che sfila su una carrozzina. Gambizzato. Oppure quando,

appena guadagnata la totale libertà di scorrazzare a Capocabana, Battisti ha testualmente detto: «Spero che si riesca a voltare la pagina

degli anni Settanta e che tutto possa essere risolto in modo diverso, senza vendette tardive». Sì, insomma: uno spara, ferisce, ammazza,

fugge, evade, non paga il conto e se qualcuno chiede giustizia beh, no, sono passati così tanti anni… Sarebbe vendetta. Ma Battisti è così:

irritante come il peperoncino negli occhi. Come quando, solare e indisponente, ha fatto sapere che «Non ho nessuna voglia di andarmene

dal Brasile: adoro Rio, le spiagge, le belle ragazze…». Senza vergogna. Quella che, invece, prova il giudice periferico,

pensando ai suoi colleghi federali.

Formigoni all’Idv: «Avvisi di garanzia finiti in nulla»

Formigoni all’Idv: «Avvisi di

 

garanzia finiti in nulla»

 

Meeting Cl, il governatore:

 

«Pedica può stare pure calmo».

 

 

Pollice verso per Roberto Formigoni.

 

 

 

 

 

 

 

 

Domenica 19 agosto ha preso il via a Rimini il meeting di Comunione e Liberazione.

‘Padrone di casa’, il presidente della Regione Lombardia Roberto Formigoni.

Una cosa che non è certo andata giù al senatore dell’Italia dei valori Salvatore Pedica:

 

«Un meeting d’indagati. Un meeting da chiudere».

La risposta dal governatore è arrivata: «Vorrei tranquillizzare l’Idv,

il senatore Pedica e tutti i quotidiani e tivù», ha affermato Formigoni

«che con fanciullesco servilismo hanno sottolineato che partecipo

al Meeting di Rimini pur avendo ricevuto un avviso di garanzia».

14 AVVISI DI GARANZIA IN 17 ANNI. 

«Ricordo loro infatti», ha aggiunto che «nei miei 17 anni di presidenza

di Regione Lombardia sono stato destinatario di 14 avvisi di garanzia.

E bastano meno delle dita di una mano per contare le edizioni del Meeting

in cui ho partecipato senza la simpatica dotazione di un avviso di garanzia».

«Bene», ha concluso «i primi 13 avvisi sono tutti finiti nel nulla.

Con 11 mie assoluzioni in altrettanti processi o senza neppure il rinvio a giudizio».

 

Domenica, 19 Agosto 2012