Nemmeno il morto ferma la voglia di linciaggio

Nemmeno il morto ferma la voglia di linciaggio

Non riusciamo a liberarci della voglia di guerra civile. In politica, su media

e internet trionfa l’insulto che può uccidere.

 

Neanche il morto ferma la voglia di linciaggio

 

di Giampaolo Pansa   http://www.liberoquotidiano.it     20120729
voglia di linciaggio
Non riusciamo a liberarci del virus della guerra civile
In politica, sui media e su internet trionfa l’insulto che può uccidere. E molti non si fermano nemmeno di fronte a un morto

Mario Monti ha l’aspetto terrificante di uno zombie, con la faccia coperta del sangue dei tanti esseri umani che sta sbranando. Uguali al premier sono i capi dei tre partiti che lo sostengono: Alfano, Bersani e Casini. Anche il terzetto dell’ABC ha gli occhi bianchi e il volto insanguinato dei morti viventi. 

Erano queste le immagini repellenti di un video ideato da qualche cervellone dell’Italia dei Valori. Il filmino si concludeva con la facciona da agrario di Tonino Di Pietro, concionante sulla fine della maggioranza che sorregge il governo dei tecnici. Il capo dell’Idv garantiva che il trio ABC si era dissolto: «Al suo posto esistono soltanto dei morti viventi che hanno paura di andare alle elezioni perché saranno presi a calci nel sedere dagli italiani». 

Giovedì 26 luglio il video con il relativo bla bla è rimasto per qualche ora sul sito dell’Idv. Poi qualche anima buona deve aver suggerito a Di Pietro di farlo sparire. Perché il filmino faceva davvero schifo e produceva più danni che vantaggi. Dal momento che era l’involontario autoritratto del regista.  

Non mi sono stupito della trovata dipietrista. È da molto tempo che l’ex pubblico ministero di Mani pulite ci ha abituati alla sua specialità: l’insulto più volgare e fantasioso. Sino al novembre 2011 era Silvio Berlusconi il bersaglio quotidiano. Di Pietro paragonava il Cavaliere a una serie di dittatori sanguinari che avevano dato il peggio di sé in varie epoche storiche e in tante parti del mondo. Ho domandato a un amico psicanalista perché lo facesse. La risposta è stata lapidaria: «Perché Di Pietro conosce le proprie infinite debolezze. Ha paura di soccombere. E urlando vuole convincersi di essere forte». 

Oggi il leader dell’Idv è più debole di prima. Bersani l’ha cancellato dalla lista degli alleati che il Partito democratico ritiene indispensabili. Anche il rampante Beppe Grillo sostiene di non averlo preso in nota. All’interno del partito sembra agitarsi una piccola fronda che, al momento, non esce allo scoperto. 

Per questo insieme di circostanze non vorrei essere nei panni di Tonino. Mi fa pensare a un capo partito rinchiuso in un bunker che si fa sempre più stretto. Dunque è naturale aspettarsi che, di giorno in giorno, diventerà più furioso. E andrà molto al di là della trucida invenzione degli zombi. 

Tuttavia, anche nella pessima congiuntura che lo affligge, Di Pietro ha conservato una perversa capacità di essere in sintonia con il clima che arroventa una parte della politica italiana. È una ariaccia fetida, dove si sparano le parole più nefande. Ad alimentarla ci pensa un vulcano pronto a eruttare qualsiasi bestialità: Internet. Protetti dell’anonimato, migliaia di perdigiorno frustrati si scagliano contro mezzo mondo. 

Dopo la fine di Loris D’Ambrosio, il consigliere giuridico del Quirinale, si è letto sul web robaccia infame. Lo ha fatto notare Mario Calabresi, il direttore della Stampa. Venerdì, nell’articolo di fondo, ha osservato: «Una grande quantità di commenti apparsi su Internet alla notizia della morte erano assolutamente osceni. Nessuna pietà, nemmeno il più elementare rispetto dei morti, ma dileggio, ironia, complottismi. Un fetore nauseabondo». 

Calabresi si sarà ricordato di quanto era stato detto e scritto sul conto di suo padre Luigi, prima e dopo l’assassinio. Lui ha una sensibilità diversa dalla nostra. Lo  aiuta a vedere più lontano di noi che non abbiamo vissuto una tragedia come la sua. Per questo ritiene, e lo ha scritto, che dobbiamo liberarci dell’istinto al linciaggio, «oppure saremo davvero perduti». 

Condivido l’allarme di Calabresi, ma confesso di essere pessimista. Nelle viscere dell’Italia resiste, imbattuto, il virus della guerra civile. Ecco un rischio terribile per tutti, qualunque sia la bandiera politica che sventoliamo. Nelle guerre civili, che sono sempre guerre contro se stessi, non c’è spazio per la pietà. Tutti diventiamo nemici di tutti. 

Se hanno ancora qualche potere, i media dovrebbero fare l’impossibile perché il virus non dilaghi. Purtroppo i media, a cominciare dalla carta stampata, sono lo specchio dell’Italia. E ne riflettono i molti difetti e le poche virtù. Aggredire chi non ti piace è diventato un obbligo e un vanto. Il Fatto quotidiano si lamenta delle critiche di Libero e di altre testate. Ma prima di strillare dovrebbe rileggersi che cosa è andato scrivendo per giorni e giorni contro D’Ambrosio, l’uomo da bruciare nell’intento di colpire il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. 

Certe campagne di stampa sono davvero odiose e difficili da sopportare. Lo dico sulla base di un’esperienza personale. Nel 2003, per aver pubblicato Il sangue dei vinti sulle stragi compiute dopo il 25 aprile 1945, diventai l’obiettivo di Repubblica. Era il giornale dove avevo lavorato per quattordici anni e che apparteneva allo stesso gruppo editoriale dell’Espresso di cui ero ancora il condirettore. Eppure fu Repubblica il ferro di lancia dell’offensiva delle tante sinistre trinariciute che non accettavano un minimo di revisione della storia resistenziale e della retorica che la inquinava. 

Allora avevo 68 anni, quattro più del povero D’Ambrosio, ma non ero predisposto all’infarto. A difendermi dalla tempesta di falsità scritte sul mio conto fu soprattutto la pellaccia di cronista abituato a sopportare le cose peggiori. Replicai colpo su colpo. E soprattutto mi infischiai della banda che mi assaliva perché avevo la certezza di aver fatto la cosa giusta. Ma non tutti hanno la mia fortuna. 

Da quel momento sono trascorsi nove anni. L’Italia si è incattivita. Alla televisione vediamo talk show che si reggono soltanto sulle risse tra gli ospiti. Chi garantisce il litigio è bene accetto. Chi vuole ragionare sparisce dalla lista degli invitati. Prima o poi i conduttori otterranno la licenza di far scorrere il sangue. Potranno offrire pistole e coltelli da usare in diretta. Con la speranza furbesca di alzare un’audience sempre più in crisi.   

Oggi, nella politica e sui media trionfa l’insulto che può uccidere. D’Ambrosio era una persona per bene, un giurista di valore, un servitore dello Stato di grande equilibrio. Un italiano molto diverso, e migliore, di quanti lo hanno lapidato. La sua scomparsa dovrebbe pure insegnarci qualcosa, no? 

A me ha ricordato una verità che spesso noi giornalisti dimentichiamo. I media servono a spiegare ai lettori come va il mondo e non ad attaccare chi non la pensa come noi. Anch’io ho commesso molti errori in proposito. La polemica aggressiva è una droga che, alla lunga, ci divora e ci uccide. 

Siamo in grado di sconfiggere questo nemico? E soprattutto vogliamo tentare di provarci? Ecco due domande che mi trovano privo di risposta.

Norma “ad parrocchiam” dalla chiesa spunta l’outlet

Norma “ad parrocchiam” dalla chiesa spunta l’outlet

Nel piano casa della Regione Lazio la norma che consente di costruire edifici commerciali annessi alle chiese

Lazio, modifica al piano casa. Ma è scontro con il governo

GIUSEPPE SALVAGGIULO     lastampa.it    20120729

Lo chiamano «piano chiesa» o «norma ad parrocchiam». Certo il codicillo approvato nottetempo dalla Regione Lazio è un fantasioso inedito. Una modifica alle leggi urbanistiche per consentire a Curia ed enti ecclesiastici di ampliare o costruire edifici religiosi aggiungendo a parrocchie e oratori appartamenti, uffici, alberghi, centri commerciali. Tutto in deroga ai piani regolatori e con facoltà di cedere l’ulteriore diritto edificatorio a privati. Esempio: la Curia ha un terreno agricolo di seimila metri quadri. Può costruire una nuova parrocchia con oratorio e locali religiosi annessi su tremila metri quadrati. E sugli altri tremila una palazzina residenziale, un albergo, un centro direzionale, un outlet. Oppure vendere il secondo appezzamento a un costruttore che tirerà su quel che vuole, grazie al premio del «piano Chiesa».

La norma è spuntata a sorpresa nel corso della tempestosa seduta del Consiglio regionale laziale dedicata all’approvazione delle modifiche al piano casa. La prima stesura, varata un anno fa dalla maggioranza di centrodestra tra le polemiche di associazioni come Legambiente, Italia Nostra, Legambiente e Wwf, era stata bocciata dal governo Berlusconi e spedita alla Corte Costituzionale perché cancellava vincoli paesaggistici e archeologici e prevedeva un condono sulle aree vincolate. Per evitare la mannaia della Consulta, la giunta regionale guidata da Renata Polverini aveva chiesto tempo, promettendo correzioni risolutive. Così è nato un testo arrivato giovedì scorso in aula, con la giunta a rassicurare sul preventivo «via libera» del ministero dei Beni culturali. Ed è spuntato, nel sub-maxi-emendamento (un unico articolo di dodici pagine con ventidue commi da votare in colpo solo per superare l’ostruzionismo), la «norma ad parrocchiam». Farina del sacco di Luciano Ciocchetti, assessore all’urbanistica dell’Udc.

Tutto risolto? Macché: pasticcio su pasticcio. Le opposizioni hanno abbandonato l’aula denunciando forzature procedurali: prima il sub-maxiemendamento (che suscita dubbi di legittimità tra i costituzionalisti) con l’aggiunta in extremis del piano chiesa su cui non c’è stata discussione; poi la cancellazione per inammissibilità di 248 ordini del giorno su 250 (che comporterà addirittura denunce alla Procura per abuso d’ufficio e falso ideologico da parte dei Radicali).

Gli ambientalisti hanno sollevato perplessità sulla norma urbanistica definita «un regalo a Chiesa e palazzinari», oltretutto varata nello stesso giorno in cui il governo, in accordo con associazioni come Slow Food e con plauso generale, presenta un rivoluzionario disegno di legge per salvare i suoli agricoli dalla cementificazione. Crepe si sono aperte anche nella maggioranza, con sette voti mancanti e la polemica defezione di Rodolfo Gigli, ex presidente regionale e «padre nobile» dell’Udc, lo stesso partito dell’assessore Ciocchetti, che ha parlato di «metodo assolutamente inaccettabile».

Il ministero ha gelato la giunta laziale, smentendo qualsiasi placet sul piano casa bis, anzi precisando di aver comunicato mesi fa alla Regione di considerarlo persino «peggiorativo» rispetto al primo, il che rende probabile un nuovo stop con ricorso alla Consulta. Infine dalla Curia romana filtra imbarazzo per la «norma ad parrocchiam», e la precisazione di non averla richiesta né sollecitata, anche perché destinata ad avvantaggiare soprattutto migliaia di enti religiosi internazionali che hanno sede e proprietà immobiliari a Roma.

Resta la domanda: perché tanta fretta, con blitz procedurali così vistosi e un affannoso voto alle due di notte, tagliando dibattito, emendamenti e ordini del giorno su un provvedimento così delicato? L’approvazione entro fine mese era un impegno assunto con il governo, spiega l’assessore Ciocchetti. L’opposizione nega l’urgenza istituzionale e attribuisce la premura a ragioni diverse: bisognava chiudere giovedì notte per consentire allo stesso Ciocchetti di volare venerdì a Londra per assistere alla cerimonia inaugurale dell’Olimpiade.

Crisi, « L’euro rischia la distruzione E tra i tedeschi l’umore peggiora »

 

lastampa.it      20120728
28/07/2012 – INTERVISTA A LARS FELD

Crisi, « L’euro rischia la distruzione
E tra i tedeschi l’umore peggiora »

Il « saggio » della Merkel: Italia non è la Spagna. Riforma 
del lavoro? Insufficiente

TANIA MASTROBUONI

Ha firmato con i più importanti economisti europei riuniti sotto la sigla “Inet” un appello che parla del rischio elevatissimo di una fine dell’euro. E in quest’intervista Lars Feld, che figura nel più importante consiglio di economisti tedeschi, quello dei cosiddetti “cinque saggi” di Angela Merkel, spiega quali sono i suoi timori, anche riguardo agli scenari e agli umori che circolano nel suo paese.

Professore, l’impressione è che in Germania si stia discutendo con una certa leggerezza delle conseguenze della fine dell’euro.

«L’uscita della Germania dall’euro o un crollo della moneta unica, sarebbero molto costosi. Attualmente le imprese, le banche e lo Stato sono esposte verso il resto dell’eurozona per 2.800 miliardi di euro. A questi vanno aggiunti i titoli a rischio che gravano attualmente sul bilancio della Bundesbank. Totale, 3.300-3.400 miliardi. Nel caso di un’uscita dall’euro finirebbero in una sorta di limbo. Non verrebbero cancellati ma bisognerebbe chiarire come convertirli. Per l’economia tedesca significherebbe che buona parte dei crediti non riuscirebbero a rientrare in tempo nel paese per scongiurare fallimenti a catena di imprese medie. Con la conseguenza di una contrazione massiccia dell’economia tedesca e un aumento dei tassi. È il messaggio di Moody’s».

Rischierebbe il default, nel caso?

«No, ma ad una recessione peggiore di quella attraversata dopo il crollo di Lehman Brothers. La situazione finanziaria tedesca rimarrebbe sotto controllo».

Certo, con il nuovo marco la Germania potrebbe comprarsi mezza Europa…

«Non è così facile da dirsi. Certo, il potere d’acquisto sarebbe maggiore, ma d’altra parte ci sarebbero grandi svantaggi per l’export. Faccio un esempio pratico: anche la Svizzera potrebbe comprarsi molto ora in Europa, in virtù del franco forte; invece risente soprattutto degli svantaggi dell’apprezzamento della sua valuta».

Pensa che l’appoggio all’euro del governo sia ancora pieno?

«Mi sento di parlare a nome di Angela Merkel ma anche del governo quando dico che la Germania crede nell’euro e che farà tutto ciò che può, per preservare l’integrità dell’eurozona».

Ma forse nel suo paese molti pensano che sia meglio uno shock adesso che l’agonia dei salvataggi continui…

«È vero, alcuni pensano che sia meglio una fine terrorizzante che un terrore senza fine. E si percepisce che tra i tedeschi la disponibilità a farsi carico dei salvataggi sta diminuendo. Tuttavia il senso dell’appartenenza all’Europa resta forte. Anche se il tempo vola. Perciò è indispensabile dare attuazione a soluzioni più ampie. Sono seriamente preoccupato per la sopravvivenza dell’euro».

Voi di Inet proponete una temporanea mutualizzazione dei debiti per i paesi virtuosi.

«Sì, siamo convinti che il solo fatto di annunciarlo, magari al prossimo vertice europeo, avrebbe un effetto benefico sugli spread. Voglio ricordare che non è un processo breve: bisogna cambiare i Trattati ed è una misura legata a una serie di garanzie non facili da digerire per qualcuno, come le riserve auree».

Intanto però la Spagna si dirige a tutta velocità verso il default.

«Se ci saranno ancora delle turbolenze, la Bce potrà intervenire comprando titoli di Stato e difendere questa scelta con l’esigenza di tutelare il corretto funzionamento della politica monetaria. Certo, non può annunciare al mercato che garantirà migliori condizioni di finanziamento:sarebbeunamonetizzazione delle finanze pubbliche attraverso la Bce».

E l’Italia può essere liberata dal contagio della crisi spagnola?

«Sì, per il semplice motivo che ha fondamentali molto diversi. L’Italia è un paese molto ricco. Non deve certo nascondersi, nel confronto con la Germania. Non ha assolutamente un problema di solvibilità. Inoltre sta risanando talmente bene i bilanci che ha un avanzo primario migliore di quello tedesco. Lo sforzo è notevole. Ma l’Italia ha un problema strutturale di bassa crescita che deriva da un mercato del lavoro molto rigido e incrostato. So che non è un problema semplice da risolvere. Ma le misure adottate sinora per la riforma del lavoro sono insufficienti. Se al governo Monti riuscirà di rendere il mercato molto più flessibile, l’Italia avrà fatto un gigantesco passo in avanti».

UE la vera guerra nord-sud

http://www.lettera43.it/economia/industria/ue-la-vera-guerra-nord-sud_4367559007.htm.

 

lettera43.it     20120727

 

Ue, la vera guerra Nord-Sud

I dossier su cui l’Europa è divisa.

di Giovanna Faggionato

Infrastrutture e industria tessile, etichette e dogane: nei corridoi di Bruxelles e Strasburgo, tra le poltrone del parlamento europeo o negli uffici dei lobbisti, si parla di economia reale. Quella fatta di fabbriche, sudore e lavoro, da cui il premier Mario Monti vorrebbe ripartire.
Ma a guardare i dossier in mano agli europarlamentari delle commissioni Mercato interno e Commercio internazionale, si scopre che la guerra tra il Nord e il Sud d’Europa inizia proprio da qui. Dalla visione del mercato e dell’industria continentale, dagli interessi divergenti di chi ha delocalizzato la manifattura e di chi la difende a denti stretti.
TENSIONE TRA SUD E NORD. Il solco tra Europa del Nord e del Sud ha radici profonde quanto la nascita del mercato europeo. Dagli Anni 90, infatti, le uniche potenze manifatturiere del Nord, cioè Gran Bretagna e Germania hanno deciso di puntare sulla terziarizzazione. Con una visione precisa: l’idea che l’Europa  fosse destinata ad abbandonare la produzione industriale per diventare un centro strategico di servizi e distribuzione. Su queste basi è stato costruito il mercato unico, ancora oggi il più libero del globo.
IL BILANCIO DELL’INDUSTRIA. In questo modo la costruzione europea è avvenuta in contrasto con gli interessi delle grandi economie manifatturiere del Sud, meno pronte a competere sul mercato globalizzato, con un alto contenuto artigianale e tendenzialmente bassi investimenti in innovazione.
Alla crisi ha contribuito anche la nascita della moneta unica che, fondata sul marco tedesco, ha impedito di fare leva sulla svalutazione per spingere le esportazioni. Intanto Londra scommetteva sulla finanza e la Germania delocalizzava intere fasi della filiera manifatturiera, concentrando gli investimenti sull’industria ad alto contenuto scientifico tecnologico, dalla meccanica alla chimica, fino alla farmaceutica.
L’INVERSIONE DEL TREND NEL 2005. Il risultato di questo processo è ben riassunto dai dati sulla produzione industriale elaborati da Banca d’Italia. Fino ai primi Anni 2000 il livello tedesco era sotto la media Ue, mentre Italia, Francia e Spagna veleggiavano sopra il valore medio. Poi nel 2005 il trend si è invertito. Allora la crisi del debito non era nemmeno all’orizzonte, ma il conflitto dell’economia reale era già in corso. E non è mai finito: con l’aiuto degli europarlamentari Lara Comi, Cristiana Muscardini, Gianluca Susta, e Patrizia Toia, Lettera43.it ha analizzato le quattro più importanti partite su cui ora si sta giocando lo scontro tra le due anime dell’Europa.

1. Il regolamento del ‘made in‘ per proteggere il mercato interno

Il parlamento europeo di Strasburgo.

Il parlamento europeo di Strasburgo.

Il regolamento del ‘made in‘ è la madre di tutte le battaglie. Approvato dall’europarlamento nell’ottobre 2010, con una maggioranza di 525 voti a favore, impone semplicemente l’obbligo di etichettatura e l’indicazione di origine per le merci che entrano nel mercato dell’Ue.
Per gli Stati del Sud le nuove regole adeguano l’Europa ai sistemi in vigore negli Usa, in Giappone e in Cina: tutti mercati che prevedono una maggiore selezione per le merci straniere. E sono anche uno strumento per difendere i consumatori, accertare il rispetto delle norme igieniche e ambientali da parte di Paesi terzi e e individuare i responsabili di pratiche di concorrenza sleale.
L’OSTRUZIONISMO DEL CONSIGLIO. I governi del Nord Europa che non sono interessati a proteggere le produzioni manifatturiere, ma piuttosto – dicono le malelingue – a celare le delocalizzazioni nei Paesi emergenti, le considerano invece uno strumento che rende il mercato meno ‘libero’.
Oppositori feroci del regolamento sono gli inglesi e i tedeschi. In contrapposizione al Nord, però, si è creato un nuovo asse tra le potenze manifatturiere del Sud e quelle dell’Est Europa: Spagna, Italia e Francia da una parte e Romania e Polonia dall’altra. Ma l’ostruzionismo del blocco settentrionale è altissimo e il regolamento attende ancora il voto del Consiglio Ue.

2. Il regolamento del settore tessile: il 50% del prodotto made in Ue

Angela Merkel e Mario Monti.

(© Getty Images) Angela Merkel e Mario Monti.

Entrato in vigore a maggio, il nuovo regolamento del tessile è stato fortemente voluto dai Paesi che hanno una manifattura ancora vicina all’artigianato in settori come l’abbigliamento, ma anche l’arredamento e l’alimentare (che attendono una regolamentazione simile).
Anche se solo a livello facoltativo, le nuove norme prevedono la tracciabilità di tutte le macro fasi di lavorazione: in questo caso filatura, tessitura, nobilitazione e confezionamento. E specificano che l’etichetta di made in Europe può essere applicata solo se due fasi su quattro avvengono all’interno dei confini dell’Ue.
LA RICERCA SUI CONSUMATORI. Il parlamento aveva chiesto di rendere la tracciabilità obbligatoria e allargarla alle merci di importazione.
Su questo punto, però, si è registrata un nuovo braccio di ferro. Contrari alla nuova etichetta sono i Paesi settentrionali – Danimarca, Olanda, Svezia, Germania -, con una cultura del mercato centrata sul consumatore e poca sensibilità alla manifattura. Favorevoli i Paesi dell’Europa sud orientale: Italia, Spagna, Portogallo, Francia e Polonia.
Risultato: il parlamento ha dato il via libera, ma i negoziati si sono arenati ancora una volta a livello di Consiglio Ue.
I governi hanno chiesto alla commissione Industria di realizzare una ricerca tra i consumatori per verificare la necessità di dare informazioni più accurate sull’orgine dei prodotti. Lo studio deve essere presentato entro il 30 settembre 2013 e il risultato non è scontato. «Nella cultura dei Paesi del Nord è il brand che deve fare da garanzia di qualità: l’idea della tracciabilità potrebbe essere bocciata», ha spiegato Comi.

3. Il codice degli appalti

La crescita dell'inflazione cinese sta rallentando sempre di più.

La crescita dell’inflazione cinese sta rallentando sempre di più.

Il codice degli appalti è forse il dossier più importante: si tratta della normativa che regola l’accesso alle gare d’appalto per le grandi opere e le infrastrutture. Una partita da miliardi di euro. La proposta per un nuovo pacchetto di regole è stata presentata congiuntamente dai commissari al Commercio, Karel De Gucht, e al Mercato interno, Michel Barnier e ora è in discussione al parlamento europeo.
Data la complessità del faldone, l’approdo in aula è atteso per i primi mesi del 2013. Ma lo scontro si annuncia duro.
IL SUD PER LA RECIPROCITÀ. I ‘liberisti’ Paesi dell’Europa del Nord sostengono, infatti, la completa apertura del settore. I Paesi dell’Europa del Sud, invece, si definiscono sostenitori del principio di reciprocità. Cioè della necessità di una corrispondenza tra i criteri di accesso alle gare in vigore nell’Ue e nei Paesi emergenti, dalla Cina alle nuove potenze sudamericane.
«Non stiamo lottando per il protezionismo», ha puntualizzato Susta, «ma perché anche gli altri mercati si aprano alle imprese europee».

4. Il codice delle dogane

La frontiera tra Polonia e Ucraina.

(© Getty Images) La frontiera tra Polonia e Ucraina.

Altro fascicolo cruciale che dovrebbe essere votato nel 2013 è il nuovo codice delle dogane. La normativa comprende temi sensibili come i controlli alle frontiere, l’imposizione di dazi e soprattutto la lotta alla contraffazione, di fondamentale importanza per il settore manifatturiero.
E anche in questo caso, è in atto uno scontro tra l’anima  europea del Nord, più liberista,  e quella del Sud che invoca l’applicazione di norme commerciali più rigide.

Venerdì, 27 Luglio 2012