DIETRO IL SACRIFICIO ESTREMO DI UN INTELLETTUALE LE OMBRE DI UN «RAPPORTO SEGRETO» CHOC

 

L’ADDIO LEGATO A UNA CRISI DI SISTEMA FATTA DI CONFLITTI, MANOVRE E TRADIMENTI

Dietro il sacrificio estremo di un intellettuale 
le ombre di un «rapporto segreto» choc

Benedetto XVI avrebbe maturato la decisione definitiva dell’annuncio domenica: stava preparando un’enciclica

Non essendo riuscito a cambiare la Curia, Benedetto XVI è arrivato ad una conclusione amara: va via, è lui che cambia. Si tratta del sacrificio estremo, traumatico, di un pontefice intellettuale sconfitto da un apparato ritenuto troppo incrostato di potere e autoreferenziale per essere riformato. È come se Benedetto XVI avesse cercato di emancipare il papato e la Chiesa cattolica dall’ipoteca di una specie di Seconda Repubblica vaticana; e ne fosse rimasto, invece, vittima. È difficile non percepire la sua scelta come l’esito di una lunga riflessione e di una lunga stanchezza. Accreditarlo come un gesto istintivo significherebbe fare torto a questa figura destinata e entrare nella storia più per le sue dimissioni che per come ha tentato di riformare il cattolicesimo, senza riuscirci come avrebbe voluto: anche se la decisione vera e propria è maturata domenica.

http://video.corriere.it/benedetto-xvi-immagini-quasi-8-anni-pontificato/fa7320fc-745d-11e2-b945-c75ed2830f7b

 

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Quello a cui si assiste è il sintomo estremo, finale, irrevocabile della crisi di un sistema di governo e di una forma di papato; e della ribellione di un «Santo Padre» di fronte alla deriva di una Chiesa-istituzione passata in pochi anni da «maestra di vita» a «peccatrice»; da punto di riferimento morale dell’opinione pubblica occidentale, a una specie di «imputata globale», aggredita e spinta quasi a forza dalla parte opposta del confessionale. Senza questo trauma prolungato e tuttora in atto, riesce meno comprensibile la rinuncia di Benedetto XVI. È la lunga catena di conflitti, manovre, tradimenti all’ombra della cupola di San Pietro, a dare senso ad un atto altrimenti inesplicabile; e per il quale l’aggettivo «rivoluzionario» suona inadeguato: troppo piccolo, troppo secolare. Quanto è successo ieri lascia un senso di vuoto che stordisce.

 

http://video.corriere.it/habemus-papam-non-essere-grado/dd2e6c34-7441-11e2-b945-c75ed2830f7b

 

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E nonostante la sua volontà di fare smettere il clamore e lo sconcerto intorno alla Città del Vaticano, le parole accorate pronunciate dal Papa li moltiplicano. Aggiungono mistero a mistero. Ne marcano la silhouette in modo drammatico, proiettando ombre sul recente passato. Consegnano al successore che verrà eletto dal prossimo Conclave un’istituzione millenaria, di colpo appesantita e logorata dal tempo. E adesso è cominciata la caccia ai segni: i segni premonitori. Come se si sentisse il bisogno di trovare una ragione recondita ma visibile da tempo, per dare una spiegazione alla decisione del Papa di dimettersi: a partire dall’accenno fatto l’anno scorso da monsignor Luigi Bettazzi; e poco prima dall’arcivescovo di Palermo,

http://video.corriere.it/dimissioni-papa-napolitano-tg1-gesto-straordinario-coraggio/2cee4c5e-745f-11e2-b945-c75ed2830f7b

Paolo Romeo, che si era lasciato scappare questa possibilità durante un viaggio in Cina, ipotizzando perfino un complotto contro Benedetto XVI.

 

http://video.corriere.it/dimissioni-papa-stupore-dispiacere-fedeli-europa/4da4f71a-746c-11e2-b945-c75ed2830f7b

 

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Ma la ricerca rischia di essere una «via crucis» nella crisi d’identità del Vaticano. Riaffiora l’immagine di Joseph Ratzinger che lascia il suo pallio, il mantello pontificio sulla tomba di Celestino V, il Papa che «abdicò» nel 1294, durante la sua visita all’Aquila dopo il terremoto, il 28 aprile del 2009. Oppure rimbalza l’anomalia dei due Concistori indetti nel 2012 «per sistemare le cose e perché sia tutto in ordine», nelle parole anodine di un cardinale. O ancora tornano in mente le ripetute discussioni col fratello sacerdote Georg, sulla possibilità di lasciare. Qualcuno ritiene di vedere un indizio della volontà di dimettersi perfino nei lavori di ristrutturazione dell’ex convento delle suore di clausura in corso nei giardini vaticani: perché è lì che Benedetto XVI andrà a vivere da «ex Papa», dividendosi col palazzo sul lago di Castel Gandolfo, sui colli a sud di Roma.

 

http://video.corriere.it/papa-si-dimette-anno-fa-previsione-monsignor-bettazzi/918b59c8-744a-11e2-b945-c75ed2830f7b

 

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L’ Osservatore romano scrive che aveva deciso da mesi, dall’ultimo viaggio in Messico. Ma è difficile capire quando l’intenzione, quasi la tentazione di farsi da parte sia diventata volontà e determinazione di compiere un gesto che «per il bene della Chiesa», nel breve periodo non può non sollevare soprattutto domande; e mostrare un Vaticano acefalo e delegittimato nella sua catena di comando ma soprattutto nel suo primato morale: proprio perché di tutto questo Benedetto XVI è stato l’emblema e il garante. «Il Papa continua a scrivere, a studiare. È in salute, sta bene», ripetono quanti hanno contatti con lui e la sua cerchia. «Non è vero che sia malato: stava preparando una nuova enciclica». Dunque, la traccia della malattia sarebbe fuorviante.

Smonta anche il precedente delle lettere riservate preparate segretamente da Giovanni Paolo II nel 1989 e nel 1994, nelle quali offriva le proprie dimissioni in caso di malattia gravissima o di condizioni che gli rendessero impossibile «fare il Papa» in modo adeguato. Ma l’assenza di motivi di salute rende le domande più incalzanti. E ripropone l’unicità del passo indietro. Il gesuita statunitense Thomas Reese calcola che nella storia siano state ipotizzate le dimissioni di una decina di pontefici. Ma fa notare che in generale i papi moderni hanno sempre scartato questa possibilità. Eppure, gli scritti di Ratzinger non hanno mai eluso il problema, anzi: lentamente affiora la realtà di un progetto accarezzato da tempo. «I due Georg sapevano», si dice adesso, alludendo al fratello Georg Ratzinger e a Georg Gänswein, segretario particolare del pontefice.

 

http://video.corriere.it/benedetto-xvi-lascia/76d9e04c-7443-11e2-b945-c75ed2830f7b

 

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Forse, però, colpisce di più che fosse all’oscuro di tutto il cardinale Angelo Sodano, ex segretario di Stato e numero uno del Collegio Cardinalizio; e con lui altre «eminenze», che parlano di «fulmine a ciel sereno». È come se perfino in queste ore si intravedesse una singolare struttura tribale, che ha dominato la vita di Curia con amicizie e ostilità talmente radicate da essere immuni a qualunque richiamo all’unità del pontefice. Sotto voce, si parla del contenuto «sconvolgente» del rapporto segreto che tre cardinali anziani hanno consegnato nei mesi scorsi a proposito di Vatileaks, la fuga di notizie riservate per la quale è stato incriminato e condannato solo il maggiordomo papale, Paolo Gabriele. Si fa notare che da oltre otto mesi lo Ior, l’Istituto per le opere di religione considerato «la banca del Papa», è senza presidente dopo la sfiducia a Ettore Gotti Tedeschi. Rimane l’eco intermittente dello scandalo dei preti pedofili, che pure il pontefice ha affrontato a costo di scontrarsi con una cultura del segreto ancora diffusa negli ambienti vaticani.

 

http://video.corriere.it/dimissioni-papa-napolitano-tg1-gesto-straordinario-coraggio/2cee4c5e-745f-11e2-b945-c75ed2830f7b

 

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E continuano a spuntare «buchi» di bilancio a carico di istituti cattolici, dopo la presunta truffa milionaria a danno dei Salesiani: un episodio imbarazzante per il quale il segretario di Stato, Tarcisio Bertone, ha inutilmente cercato la solidarietà e la comprensione della magistratura italiana. È questa eredità di inimicizie, protagonismi, lotta fra correnti, faide economiche con risvolti giudiziari che sembra aver pesato più di quanto si immaginasse sulle spalle infragilite di Benedetto XVI. È come se avesse interiorizzato la «malattia» della crisi vaticana di credibilità, irrisolta e apparentemente irrisolvibile. Conferma il ministro Andrea Riccardi, che lo conosce bene: «Ha trovato difficoltà e resistenze più grandi di quelle che crediamo. E non ha trovato più la forza per contrastarle e portare il peso del suo ministero. Bisogna chiedersi perché».

 

Ma nel momento in cui decide di dimettersi da Papa, Benedetto XVI infrange un tabù plurisecolare, quasi teologico. Fa capire alla nomenklatura vaticana che nessuno è insostituibile: nemmeno l’uomo che siede sulla «Cattedra di Pietro». E apre la porta a una potenziale ondata di dimissioni. Soprattutto, addita al Conclave la drammaticità della situazione della Chiesa. Dà indirettamente ragione a quegli episcopati mondiali, in particolare occidentali, che da mesi osservano la Roma papale come un nido di conflitti e manovre fra cordate che da tempo pensano solo alla successione. L’annuncio delle dimissioni avviene in coincidenza con l’anniversario dei Patti lateranensi; e nel bel mezzo di una campagna elettorale: al punto che ieri alcuni leader si chiedevano se interrompere per un giorno i comizi. Ma già si guarda avanti. Bertone ha chiesto di incontrare per una decina di minuti il capo dello Stato Giorgio Napolitano prima della festa in ambasciata di oggi pomeriggio. E il «toto-Papa» impazza, con le scommesse fuorvianti sull’«italiano» o il «non italiano». Stavolta, in realtà, sarà un Conclave diverso. Il sacrificio di Benedetto XVI, per quanto controverso, mette tutti davanti a responsabilità ineludibili. 

Massimo Franco12 febbraio 2013 | 13:48

 

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Le pèze perdu de l’Union

Le pèze perdu de l’Union

http://bruxelles.blogs.liberation.fr/coulisses/2013/02/le-p%C3%A8ze-perdu-de-lunion.html#more

jean Quatremer  les coulisses de bruxelles  20130213

 

20130208 Sommet 23Les ambitions européennes ont été passées à la paille de fer par le couple David Cameron-Angela Merkel, sous l’œil impuissant de François Hollande, durant le sommet consacré au budget européen, qui a eu lieu jeudi et vendredi (nuit comprise) à Bruxelles. Le président français avait pourtant promis, mardi, devant le Parlement européen, qu’il s’opposerait à ce que le«cadre financier» de l’UE pour la période 2014-2020 soit trop réduit : pas question, après «le Pacte de croissance» obtenu en juin, de «faire ensuite un pacte de déflation». Une ambition douchée à l’issue du sommet : alors que la Commission proposait un budget sur sept ans de 1 033 milliards d’euros, soit 1,08 % du PIB communautaire (soit déjà en dessous des dépenses de la période 2007-2013), les Vingt-Sept l’ont ramené à 960 milliards. Soit une seconde baisse consécutive du budget depuis 2000, alors que l’Union va compter 28 États membres avec l’adhésion de la Croatie en juillet. Cette fois, on passe de 1,12 % à 1 % tout juste… Conséquence : le budget 2014 sera inférieur de 13 milliards d’euros à celui de 2013.

Principales victimes : les dépenses d’investissement et de croissance et les nouvelles politiques de l’UE (immigration, politique étrangère), la France ayant bataillé pour préserver la politique agricole commune (PAC) et les aides aux régions les plus pauvres. Alors que la crise de la zone euro a montré que l’UE souffrait de l’insuffisance des transferts entre riches et pauvres, les Vingt-Sept ont signifié que les égoïsmes nationaux restaient les plus forts. «Ce budget boite, car il n’est pas en concordance avec le traité disant que l’UE doit disposer des moyens de financer ses politiques » a taclé Jean-Claude Juncker, le Premier ministre luxembourgeois. Et le Parlement européen a immédiatement fait savoir qu’il s’y opposerait. Passage en revue des principaux acteurs de ce bras de fer politico-financier.

 

David Cameron, le triomphant

C’est le vainqueur par KO. Le Premier ministre britannique avait fixé sa ligne rouge : 885 milliards d’euros de crédits de paiement (l’argent effectivement décaissé) pour la période. Un chiffre obtenu en multipliant par sept le budget de l’année 2011, les paiements ayant été moins importants que les années précédentes. C’est la première fois qu’un État raisonne en termes de crédits de paiement, seuls les engagements étant réellement importants puisque, comme le prévoit l’article 323 du Traité sur le fonctionnement de l’Union européenne, les États ont l’obligation d’assumer leurs engagements. Mais cela permettait à Cameron d’afficher sa fermeté (et est sans doute annonciateur de futures batailles judiciaires).

Dès son arrivée, il avait averti : «Les chiffres doivent redescendre, et si ce n’est pas le cas, il n’y aura pas d’accord.» Pour le leader tory, le dernier compromis ébauché par Herman Van Rompuy, le président du Conseil européen, était encore trop haut. De 943 milliards en crédits de paiements proposés par la Commission, le curseur fut donc ramené à 913 milliards d’euros (soit 960 milliards en crédit d’engagement). Toujours trop pour Cameron. «Il ne voulait pas d’un chiffre commençant par 9», raconte un diplomate. Finalement, au bout de trente heures d’âpres marchandages, les Vingt-Sept ont topé à 908,4 milliards en crédit de paiement, le niveau des engagements n’ayant pas bougé. Cameron est apparu triomphant face à la presse : le fameux chèque obtenu par Thatcher en 1984 n’a pas été touché alors qu’il «était attaqué de tous les côtés». Et la France n’est pas parvenue à l’isoler. «Les Pays-Bas, la Suède, la Finlande et Angela étaient à mes côtés», s’est-il rengorgé.

20130207 Sommet 35François Hollande, le vaincu

La France espérait isoler la Grande-Bretagne dans son refus d’un budget ambitieux. Elle n’y est pas parvenue, Berlin ayant refusé de se prêter au jeu : alors que Paris espérait que son partenaire tiendrait la ligne des 913 milliards de crédits de paiement, la Chancelière a accepté de descendre jusqu’à 905 milliards sous l’œil consterné du chef de l’État. Car Merkel a toujours été sur les positions britanniques, en dépit de ses appels à davantage d’intégration. Ce n’est pas une réelle surprise : tout comme la France de Nicolas Sarkozy (et de Jacques Chirac avant lui), l’Allemagne milite pour une diminution de sa contribution au budget. Il faut reconnaître que la position de François Hollande n’était pas simple, car il est arrivé très tard dans une négociation qui a, en réalité, débutée en 2010. Il a dû manœuvrer en douceur pour modifier la ligne de la France, et se rapprocher des pays qui voulaient un budget ambitieux, sans pour autant se couper de l’Allemagne. Mais, Merkel a finalement dévalé sa pente naturelle… Hollande s’est donc retrouvé bien seul.

Il a raconté dans le détail les négociations de marchand de tapis pour montrer que ce n’est pas lui qui a dû en rabattre le plus : « je voulais une enveloppe de crédit de paiement de 930 milliards alors que la Grande-Bretagne ne voulait pas dépasser 885 milliards. Au final on a conclu sur 908,4 milliards. C’est donc moins 21,6 milliards de moins par rapport à la fourchette haute de ma demande. En revanche, c’est 23 milliards de plus que ce que demandait David Cameron. Chacun a fait sa part de chemin. À un moment, on en était à 913 milliards, la Grande-Bretagne ne voulait pas dépasser 900 milliards. J’ai diminué de 8 milliards, elle a accepté d’augmenter de 8 milliards »… Bref, à l’entendre, c’est Cameron qui est le grand perdant. Mais si on compare le budget final à la proposition de la Commission et non pas aux demandes excessives des Britanniques, on voit qui est le grand gagnant.

«Le problème de l’Europe, c’est qu’on n’est pas seul, a-t-il ironisé. Donc ce n’est pas l’accord que je voulais.» Mais, a-t-il relativisé, cela aurait pu être pire : certes, les propositions de la Commission ont été revues à la baisse, mais certaines dépenses nouvelles voient le jour, comme un fonds de 6 milliards pour les jeunes chômeurs. Et le financement des infrastructures progresse de 50 % par rapport à la période précédente. Le président français a regretté le maintien des rabais accordés aux pays les plus riches (le Danemark a même gagné son propre chèque !), et qu’aucune «ressource propre» nouvelle n’ait vu le jour. Autrement dit, le budget continuera à dépendre du financement des États, et non d’impôts européens (comme la taxe sur les transactions financières). Bref, le budget européen garde tous ses défauts.

Certes, Hollande aurait pu poser son veto à ce budget. « Les pays de la cohésion (les plus pauvres, NDA) m’ont demandé de ne pas le faire, car ils voulaient un budget sur plusieurs années pour programmer leurs dépenses », s’est-il justifié. Un bras de fer politique n’aurait pourtant pas nui aux pays pauvres, au contraire : au pire, le budget 2013 aurait été reconduit à l’identique année après année, ce qui aurait coûté plus cher à Londres. Surtout, la France aurait été gagnante, puisque la plupart des rabais seraient tombés (notamment celui de l’Allemagne), ce qui aurait diminué la contribution hexagonale.

Angela Merkel, la comptable

La chancelière allemande repart, tout comme David Cameron, la tête haute. À quelques mois des élections législatives outre-Rhin, elle pourra se vanter d’avoir obtenu une limitation des dépenses européennes. Cela étant, Angela Merkel a une nouvelle fois montré qu’il y avait loin de la coupe de ses engagements fédéralistes aux lèvres de son portefeuille. Pour elle, l’Europe doit coûter le moins possible, celle-ci devant se limiter à jouer le rôle d’un père Fouettard contraignant les États à respecter leurs engagements. Cette négociation budgétaire fait donc sérieusement douter de la volonté allemande d’aller vers plus d’intégration comme elle le clame sur tous les tons.

20130208 Sommet 39Mario Monti et Mariano Rajoy, les affaiblis

Plombés par leurs problèmes domestiques, l’un pour cause d’élections, l’autre de scandale de corruption, les Premiers ministres italien et espagnol n’ont pas pu aider la France face à l’axe germano-britannique. Mario Monti s’est contenté d’un éclat au milieu de la nuit : «On ne peut pas accepter la logique d’un État dont nous ne savons pas s’il sera encore membre de l’UE en 2017.»Allusion à la promesse de David Cameron d’organiser un référendum sur l’appartenance du Royaume-Uni à l’Union. Un éclat resté sans suite, sinon un cadeau supplémentaire d’un milliard d’euros pour la péninsule…

José Manuel Durao Barroso, le néant

Après avoir présenté un projet de budget déjà particulièrement timoré, puisqu’en recul par rapport à la période précédente, le président de la Commission a disparu de la négociation. « C’était incroyable, il acceptait tout », raconte un négociateur. Ainsi, alors qu’à la fin du sommet, François Hollande négociait un « maximum de flexibilité » afin de faire glisser les crédits non utilisés d’une année sur l’autre et d’une rubrique à l’autre (de la PAC vers l’éducation, par exemple), ce qui est extrêmement difficile aujourd’hui, et ce, afin de dépenser effectivement tout l’argent européen, Londres et Berlin s’y sont opposés. « Je ferai avec ce que vous me donnerez », a alors capitulé Barroso. Hollande a dû alors menacer de poser son veto pour finalement obtenir cette flexibilité. À aucun moment Barroso n’a menacé de démissionner alors que son projet était taillé en pièces par le club des radins, un geste qui lui aurait permis d’entrer dans l’histoire… Le comble est qu’à l’issue du Conseil, il a remercié les Vingt-sept, ne prenant même pas ses distances avec ce budget bas de gamme.

Herman Van Rompuy, le collaborateur zélé

N’importe quel compromis pourvu qu’il y ait un compromis. Tel pourrait être la devise du président du Conseil européen. Loin d’être le leader des Vingt-sept, comme l’avait espéré le créateur de cette fonction, Valéry Giscard d’Estaing, il se comporte en simple secrétaire général cherchant à tout prix à obtenir un accord même au prix des ambitions européennes qu’il a renoncé à porter. Soucieux de ne pas perdre la Grande-Bretagne en chemin, il a été son allié objectif tout au long de la négociation.

20130207 Sommet 47Martin Schulz, le résistant

L’accord péniblement arraché vendredi est peut-être mort-né. Car le président du Parlement européen, le socialiste allemand Matin Schulz, a immédiatement annoncé que l’accord serait rejeté par les eurodéputés. C’est en juillet que, pour la première fois, le Parlement pourra exercer son droit de veto sur le budget pluriannuel de l’UE, en vertu du traité de Lisbonne (une résolution indicative sera votée en mars). Face aux égoïsmes nationaux, l’hémicycle européen se présente comme ultime rempart de l’intérêt général européen. Dans un communiqué commun, les leaders des quatre groupes politiques PPE (conservateurs), PSE (socialistes), ALDE (libéraux) et Verts ont donc annoncé leur rejet de ce budget d’austérité.

Oseront-ils aller jusque-là ? « Si on ne le fait pas, on n’a plus qu’à glisser la clef sous la porte », a jugé Verhofstadt. Mais voilà, les élections européennes sont dans un an et les gouvernements vont menacer leurs eurodéputés de ne pas les reconduire sur les listes s’ils ne votent pas le budget qu’ils ont négocié. C’est tout le drame de l’europarlement qui dépend des partis nationaux et non des partis européens. D’où le souhait du PPE d’obtenir un vote à bulletins secrets, ce que ne souhaitent ni les libéraux, ni les Verts.

Pour essayer de faire passer la pilule, les États vont faire miroiter au Parlement la flexibilité qui leur permettra de réaffecter une partie des crédits aux projets porteurs de croissance. Comme l’a expliqué François Hollande, en dépensant mieux, on peut dépenser davantage que pendant la période 2007-2013 où des dizaines de milliards d’euros sont retournés dans les budgets nationaux faute d’avoir pu être dépensés. Les Vingt-sept pourraient aussi lâcher quelques milliards supplémentaires comme ils l’ont fait en 2006. Ce qui pourrait suffire à emporter un vote positif.


Comparaison des dépenses entre le projet de la Commission et le cadre financier adopté par le Conseil européen effectué par Euractiv.

N.B.: version longue et révisée de mon article paru dans Libération de samedi et cosigné avec Nathalie Dubois

Ue, Monti fregato ancora: più soldi alla Merkel

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SVENDUTI E MAZZIATI

Ue, Monti fregato ancora: più soldi alla Merkel

Il prof: « Col nuovo bilancio l’Italia risparmierà 650 milioni l’anno ». E’ un bluff, ecco perché

 

Mario fregato ancora: 
dall'Ue più soldi a Berlino

di Franco Bechis              20130210                                             http://www.liberoquotidiano.it

A novembre 2012 la Commissione europea aveva presentato un bilancio di previsione 2014-2020 che avrebbe potuto essere una stangata fiscale per l’Italia, con il rischio di un aumento del già ricco contributo che ogni anno svena le casse dello Stato italiano. Certo, insieme all’aumento fiscale ci sarebbe stata una torta di fondi europei più ricca e se l’Italia fosse stata brava (e non è mai accaduto), ne avrebbe preso una bella parte, risistemando un po’ i conti. Quella proposta però non è passata, perché al consiglio europeo del 7 e dell’8 febbraio Germania e Inghilterra hanno detto di no. Così la torta da dividersi si è ridotta, e la stangata pure.

Mario Monti che era lì se l’è venduta come un grande successo personale, anche se l’Italia non ha avuto particolarmente ruolo nelle decisioni finali. Lo ha avuto su un solo aspetto: nelle intenzioni degli altri Paesi c’era una netta spoliazione dei fondi europei per lo sviluppo e per l’agricoltura di cui l’Italia avrebbe avuto bisogno. La spoliazione alla fine c’è stata, ma minore del previsto. È  un po’ come se Monti si fosse presentato alla cena europea apprendendo a tavola che avrebbe dovuto consegnare agli altri il frac, le mutande e perfino i calzini. Quando è uscito di lì ha sventolato trionfante i calzini: «Vittoria, questi me li hanno lasciati tenere».

L’immagine è un po’ rude, ma rende abbastanza quello che è accaduto. Che l’Italia nella discussione del bilancio Ue finisca sempre in mutande, è tradizione di lunga data. Avere conservato quei calzini non è quindi successo particolare, anche se lo staff del premier in piena campagna elettorale ha provato a specularci sopra e gran parte della stampa nazionale se l’è bevuta. Eppure basta guardare le cifre.

Buchi variabili – Monti ha sostenuto di avere fatto guadagnare all’Italia 650 milioni all’anno. Secondo le sue cifre Roma ci rimetteva tradizionalmente fra dare e avere con Bruxelles 4,5 miliardi di euro l’anno. D’ora in avanti il buco sarà più lieve: 3,85 miliardi di euro l’anno. Un successo che secondo Monti si spiegherebbe con il fatto che l’Italia paga meno di prima e ottiene di più.

Le cifre sono state fornite in grande libertà.  È  vero che ogni anno l’Italia versa alla Ue più di quanto non riceva in cambio, e che quindi ci perde sempre (si dice che è «contribuente netto»). Ma non c’è una perdita annuale standard, perché ogni anno è diversa ed assai lontana dalle cifre fornite da Monti. Nel 2011 l’Italia ha perso nel rapporto con la Ue 7,5 miliardi di euro (quanto versato in più di quello ricevuto). Nel 2012 il buco noto è di quasi 5,4 miliardi di euro in nove mesi (dati della Ragioneria generale dello Stato): nel primo trimestre ha perso 2,067 miliardi di euro, nel secondo 1,64 miliardi di euro e nel terzo 1,67 miliardi di euro. Cifre assai lontane da quei 4,5 miliardi di euro citati da Monti. Perché? Semplice. I piani pluriennali di finanziamento al bilancio Ue si basano sui dati macroeconomici dei vari Paesi dell’anno precedente al piano: quello 2007-2012 si basava sui dati 2006, e il prossimo sui dati 2012. Poi però le cifre cambiano secondo l’andamento dell’economia reale.

Come viene finanziato il bilancio della Ue? In tre modi. Il primo è attraverso una percentuale fissa (lo 0,73%) di quello che viene chiamato Rnl  (reddito nazionale lordo) di ciascun paese, che è di fatto il Pil. È  la quota principale di finanziamento. A questa si aggiunge una quota che è variata negli anni (all’inizio era 1%) e che dal 2004 è dello 0,50% degli incassi Iva di ciascun Paese. Il terzo canale di finanziamento, quasi trascurabile, è rappresentato dai dazi Ue su alcuni prodotti i cui mercati sono protetti o assistiti.

Favori ai nordici – Nessuna di queste regole al momento è cambiata. Le percentuali di ciascun Paese sono restate identiche dopo il consiglio Ue del 7 e dell’8 febbraio. Quasi per tutti: l’Italia pagherà in percentuale come prima (in valore assoluto meno, perché il Pil è sceso e l’Iva pure più che in altri paesi Ue), il regalo vero non l’ha ottenuto Monti, ma Angela Merkel insieme a pochi Paesi nordici. Nel comunicato finale del consiglio europeo si spiega infatti che «limitatamente al periodo 2014-2020» invece dello 0,50% che paga l’Italia o la Francia «l’aliquota di prelievo della risorsa propria basata sull’Iva per la Germania, i Paesi Bassi e la Svezia è fissata allo 0,15%». Uno sconto che per la Germania vale circa 2 miliardi di euro. Per la Gran Bretagna sono stati confermati gli sconti precedenti (che valgono circa 3 miliardi di euro). Poi è stato concesso un altro sconto, sulla quota legata allo 0,73% del reddito nazionale lordo (Rnl). Ecco cosa dice il comunicato: «La Danimarca, i Paesi Bassi e la Svezia beneficeranno di riduzioni lorde del proprio contributo Rnl annuo pari rispettivamente a 130 milioni, 695 milioni e 185 milioni di euro. L’Austria beneficerà di una riduzione lorda del proprio contributo Rnl  annuo pari a 30 milioni di euro nel 2014, a 20 milioni di euro nel 2015 e a 10 milioni di euro nel 2016». L’Italia non viene nemmeno citata, perché resta tutto come prima.

Cambieranno le aliquote attuali per tutti gli altri? Probabilmente sì, ma come a Libero conferma un alto funzionario Ue, al momento è impossibile sapere di quanto, perché i calcoli debbono ancora tutti essere fatti. Perché una verità c’è: l’Europa per la prima volta ha tagliato il proprio budget di investimenti, e quindi la torta da finanziare è ridotta del 3%, una cifra superiore alla caduta del Pil nel 2012. Il consiglio Ue ha ridotto di molto la proposta della commissione, che ammontava a 1.023 miliardi di euro spendibili ora diventati 908,4 miliardi. C’è tempo tutto il 2013 per fare i calcoli su come ottenere quella cifra, e capire se c’è spazio per abbassare lo 0,73% del Rnl (difficile) o lo 0,50% dell’Iva (più probabile, anche perché in prospettiva dovrebbe essere assorbita dai proventi della Tobin tax). Oltre a questo bisognerà vedere come vanno i Pil dei vari paesi. Se quello dell’Italia crescerà, pagherà di più e otterrà in cambio sempre la stessa somma. Cambia qualcosa per l’Italia rispetto a quanto avveniva in precedenza? «No», risponde certo il funzionario, «percentualmente l’Italia resta contributore netto della Ue con la stessa quota di prima». Tutto il resto è propaganda elettorale. Anche i calzini sventolati da Monti…

 

Lucio l’altra Casta della politica

http://www.lettera43.it/fatti/lucio-l-altra-casta-della-politica_4367582873.htm.

 

IL PERSONAGGIO

Lucio, l’altra Casta della politica

Annunziata ha lasciato il Consiglio a Sarno. E ha restituito i soldi guadagnati. «Ho tradito la fiducia di chi mi ha votato».

di Enzo Ciaccio

È convinto di aver fallito il mandato amministrativo, di aver contribuito a «portare il Paese alla rovina», di «aver tradito la fiducia» dei suoi elettori: perciò, ha deciso di dimettersi dall’incarico e di restituire alla collettività tutti i soldi finora percepiti da consigliere comunale.
Si tratta di una somma non irrilevante: 10 mila euro, fra gettoni di presenza e varie indennità, che Lucio Annunziata, 45 anni, avvocato civilista, sposato e padre di tre figlie, ha percepito da quando è stato eletto (quattro anni fa) consigliere al Comune di Sarno nel Movimento per le autonomie che appoggia l’attuale giunta di centrodestra.
A SARNO FAVORITI AMICI E FAMILIARI. «Il sindaco, gli assessori e i consiglieri», si sfoga Annunziata, «non hanno fatto altro che litigare per le poltrone e non è mancato chi in municipio ha tentato di favorire amici e familiari. Ora basta, chiunque a Sarno e altrove, abbia ancora un po’ di dignità, restituisca i soldi come ho fatto io».
I 10 mila euro – tramite un (rintracciabile) bonifico bancario – sono stati donati alla sede locale dell’Avis, l’associazione dei donatori di sangue, che sta per acquistare un’automobile da adibire alle emergenze sanitarie.
A Sarno, dove il 5 maggio 1998 morirono 137 abitanti travolti da una frana e il sindaco dell’epoca è stato condannato per i ritardi con cui lanciò l’allarme, tutti hanno applaudito al gesto di Annunziata. Però di imitarlo, finora, non si parla proprio.

DOMANDA. Come le è venuto in mente di restituire il denaro guadagnato da amministratore?
RISPOSTA. Sono figlio di braccianti: conosco il valore dei soldi, so che per molti è davvero frutto di sudore.
D. E allora?
R. Il sindaco, la giunta, il Consiglio comunale, in quattro anni hanno saputo solo litigare sugli assessorati più appetibili. Il bene comune e i valori? Li abbiamo dimenticati.
D. Ha partecipato a quelle che definisce spartizioni?
R. Ho votato contro le delibere che non mi piacevano, ma ciò non mi assolve dalle responsabilità. I problemi della gente di Sarno sono stati massacrati.
D. Non poteva limitarsi a passare all’opposizione?
R. Mi sentivo troppo male. E poi, a Sarno anche l’opposizione è finta.
D. E quindi?
R. Ho preferito andarmene con un gesto forte, che smuovesse le acque.
D. Perché si è sentito in obbligo di restituire i soldi?
R. Perché so di aver tradito la fiducia di chi mi ha votato.
D. Non bastava chiedere scusa?
R. No, è giusto risarcire anche il danno.
D. C’è chi sussurra che invece lei, suscitando clamore, punti a contrattare nuovi incarichi.
R. Falso. Manca ancora un anno alle prossime elezioni.
D. Potrebbe aver deciso di agire in forte anticipo.
R. Il futuro sancirà che il mio è stato un gesto pulito e senza secondi fini.
D. Davvero spera che a Sarno o altrove qualche amministratore la imiti restituendo i soldi guadagnati?
R. Vorrei crederci.
D. Ma?
R. Li vedo troppo aggrappati alla poltrona.
D. Che cosa ha voluto testimoniare?
R. Che i soldi elargiti dalla collettività ai politici non sono da interpretare come un regalo né un’elargizione a fondo perduto.
D. Insomma: il politico deve dar conto?
R. Esatto. E bisogna decidersi a ridurre i costi della politica e non limitarsi a parlarne come si fa in Italia.
D. Quali soldi ha restituito?
R. Nel mio piccolo, tutti i gettoni accumulati partecipando alle sedute del Consiglio comunale e alle riunioni delle commissioni.
D. Quanto percepiva?
R. A seduta 26 euro.
D. Ha partecipato a molte sedute?
R. Il sindaco mi ha dato atto che sono stato fra i consiglieri più assidui.
D. Complimenti.
R. Fatica sprecata, è stato inutile.
D. Come hanno reagito i compaesani?
R. Mi hanno detto bravo, hai dato a tutti uno schiaffo morale.
D. Le hanno promesso il voto?
R. C’è stato chi ha voluto farmi sapere che in futuro si ricorderà del mio gesto.
D. Ammette di aver fatto un investimento per le prossime elezioni?
R. Giuro che l’ho fatto senza pensare a calcoli elettorali.
D. Dopo 15 anni dall’alluvione, come vivono i sarnesi?
R. C’è chi aspetta ancora i finanziamenti per ricostruire l’abitazione.
D. Nelle case si trema ancora, ogni volta che piove?
R. Da tempo si sono esauriti i fondi per la manutenzione degli alberi e dei canali di raccolta delle acque.
D. Si temono nuove frane?
R. La montagna è in sicurezza, ma qui è la paura a salvarci la vita.
D. Su che cosa si litiga, in Consiglio comunale?
R. Sulle tasse, sui costosissimi servizi appaltati a ditte esterne, sui bandi sospetti, sul rischio-nepotismo.
D. Lei ha appoggiato anche la giunta di centrodestra che cacciò via l’architetto Stefano Boeri cui era stato affidato il nuovo piano regolatore: si è pentito?
R. Fu una figuraccia: dopo nove anni, non siamo stati in grado di varare alcun documento urbanistico e usiamo ancora quello del 1972.
D. Si è pentito dei 10 mila euro restituiti?
R. Per nulla. Sono un avvocato di paese, non coltivo ambizioni esasperate: spero però che il mio gesto induca a riflessione chi fa politica da professionista.
D. Che intende dire?
R. Deputati e senatori italiani si facciano l’esame di coscienza.
D. A quale scopo?
R. Se si accorgono di non averlo meritato, restituiscano allo Stato stipendi, prebende e vitalizi.

Mercoledì, 06 Febbraio 2013

Bilancio UE l’ Italia trema

http://www.lettera43.it/economia/macro/bilancio-ue-l-italia-trema_4367582889.htm.

 

 

VERTICE DI BRUXELLES

Bilancio Ue, l’Italia trema

Dal 2007, il nostro Paese ha avuto un saldo negativo di 22 miliardi.
Che rischia di aumentare ancora.

Mario Monti in arrivo a Bruxelles.

(© Ansa) Mario Monti in arrivo a Bruxelles.

L’Italia rischia di tornare con le ossa rotte da Bruxelles. Alla vigilia del vertice sul bilancio Ue 2014-2020, sono ancora molto distanti le posizioni dei Paesi membri sul negoziato già fallito lo scorso novembre.
Il premier uscente Mario Monti, sottolineando che l’Italia è diventata il primo contributore nel 2011, ha chiesto un accordo «più trasparente ed equo», ma deve vedersela coi poteri forti rappresentati da Germania e Gran Bretagna, che guidano il fronte dei tagli.
SALDO NEGATIVO DAL 2007. Trovare l’intesa non sarà facile e sulle spalle del nostro Paese rischia di gravare un peso maggiore di quello già sostenuto fino ad oggi: un saldo negativo di 22 miliardi di euro tra impegni e spese negli ultimi cinque anni.
Dal 2007 al 2011 l’Italia ha lasciato in Europa questa somma, che corrisponde più o meno al gettito atteso dall’Imu.
Si tratta di 2 miliardi in meno della Francia, che però ha un reddito nazionale superiore di un quarto al nostro, e di 5 miliardi in meno rispetto al Regno Unito (che ha un Pil maggiore del 10%).
ACCORDO IN EXTREMIS NEL 2005. Nel 2005 Roma riuscì a strappare all’ultimo 1,4 miliardi per i «Fondi strutturali» (investimenti per le aree più svantaggiate) e altri 500 milioni per lo sviluppo rurale.
E anche oggi Italia e Francia vogliono fondi in più per agricoltura e sviluppo, mentre sul fronte opposto Danimarca e Austria difendono i loro sconti e Paesi più poveri dell’Est, come Slovenia e Ungheria, protestano per la ripartizione dei fondi di coesione.

Saldo sempre più grave per l’Italia: dai 2 mld del 2007 ai 5,9 del 2011

La sede della Commissione Europea a Bruxelles.

La sede della Commissione Europea a Bruxelles.

L’Italia rischia però di rimanere sempre più isolata, come insegna il comportamento in passato degli altri Paesi nei nostri confronti.
Come ricorda il Corriere della Sera, l’ex presidente francese Nicolas Sarkozy e l’ex premier britannico Tony Blair chiedevano di spendere di più nella ricerca, nell’innovazione, nella «competitività» e meno nei programmi di assistenza o di conservazione dell’esistente.
Ma poi Parigi e Londra hanno pensato solo a tutelare i fondi a loro disposizione.
Intanto, i governi italiani di Romano Prodi e poi (dal maggio 2008) di Silvio Berlusconi si sono visti raddoppiare in un anno il conto di Bruxelles.
ESCALATION IN CINQUE ANNI. Nel 2007 il «saldo operativo» tra versamenti (escluse le spese per l’amministrazione) e fondi provenienti dalla Ue, era ancora fermo a 2 miliardi di euro. Meno della Germania (7,4), della Francia (2,9) e del Regno Unito (4,1).
Ma nel 2008, anno di esplosione della crisi, Roma è volata al secondo posto della classifica dei «contributori netti» della Ue. Il «saldo operativo» ha toccato 4,1 miliardi di euro, dietro la Germania (8,7) e davanti a Francia (3,8) oltre a Olanda (2,6) e Regno Unito (0,8).
E nei tre anni successivi, il «saldo operativo» è salito a 5 miliardi nel 2009, 4,5 miliardi nel 2010, fino a 5,9 miliardi del 2011.
PERDITA CONTINUA PER L’ITALIA. Dal 2008 al 2011 i contributi sono aumentati di altri 900 milioni, toccando quota 16 miliardi nel 2011. Gli incassi europei invece sono scesi dagli 11,3 miliardi del 2007 ai 9,5 miliardi del 2011.
Nella sostanza, l’Italia è andata sempre più in perdita. In vista del summit del 7 febbraio a Bruxelles, dunque, le parole ottimiste di vertici Ue vanno prese con le pinze, perché il risultato finale può essere, ancora una volta, molto doloroso.

Mercoledì, 06 Febbraio 2013

Santander cedette Antonveneta a Monte Paschi prima di acquisirla

 

Santander cedette Antonveneta a Monte Paschi prima di acquisirla

 

Esclusivo: Botin rifilò Antonveneta a Siena prima di averla comprata. Aggiudicandosi Abn senza aumento di capitale.

 

Lettera43.t   01/03/2013   di Marco Mostallino

Banco Santander e Monte dei Paschi non avevano i soldi per acquistare nel 2007 Antonveneta: entrambi dovettero così ricorrere a una serie di operazioni a rischio per finanziare un azzardo pianificato, avvenuto nell’ambito della più grossa compravendita di un istituto di credito, il controllo da parte degli spagnoli e dei loro soci del colosso olandese Abn Amro, che da circa un anno aveva in mano la maggioranza azionaria di Antonveneta.


L’AFFARE SANTANDER-MPS.

 Secondo quanto Lettera43.it è in grado di rivelare, quando Santander concluse l’affare con Mps (l’8 novembre 2007), in realtà non aveva ancora comprato Antonveneta e mai la comprò davvero, se non per qualche ora e senza versare nulla: non aveva pagato un centesimo, si era solo impegnata con Abn e cedette così a Rocca Salimbeni qualcosa che ancora non era suo. Un immenso scaricabarile.


IL PACCHETTO ABN: 71 MLD.

 La prova che il rischio di questo mega acquisto fu rovesciato sin dall’inizio sui cittadini e sui governi è nelle carte di Santander, Mps e Antonveneta, dove sono raccontati passo dopo passo i dettagli del passaggio di un folle gioco di promesse di vendita futura da 71 miliardi di euro: cioè l’importo – ma solo nominale, perché nessuno aveva i quattrini veri – dell’acquisto del gruppo Abn da parte della cordata composta da Santander, Royal Bank of Scotland e Fortis, un gruppo assicurativo olandese, dissanguatosi – come Scotland, poi salvata dal governo britannico – in una scalata avvenuta senza soldi e, infine, soccorso dal governo de L’Aja.

L’Opa su Abn costò a Santander quasi 20 mld

L’8 ottobre del 2007 Santander, Scotland e Fortis diedero il lieto annuncio: l’Opa su Abn, lanciata nel maggio dello stesso anno, era andata a buon fine e la cassaforte olandese era nelle loro mani. Sì, presto ma non immediatamente. Infatti l’accordo con gli azionisti di Abn fu concluso, ma i pagamenti e i passaggi di azioni erano di là da venire.
L’importo dell’operazione era mostruoso: 71,1 miliardi di euro, il 27,9% del quale ricadde sulle spalle di Santander che, in cambio, prese le ricche banche sudamericane controllate da Abn, l’italiana Antonveneta e le finanziarie olandesi Interbank e Dmc. Costo totale per gli spagnoli – si legge nella relazione trimestrale fino al 31 marzo 2007, certificata da Deloitte Madrid – 19,9 miliardi di euro.


LE DATE CHE NON TORNANO.

 E già qui c’è una prima stranezza: come faceva la trimestrale di marzo a descrivere nei dettagli un’operazione del 29 maggio (il lancio dell’Opa)? Formalmente è tutto in regola, perché i revisori di Deloitte apposero come data del controllo quella del 22 giugno. Tanto che la relazione della banca inserì l’operazione in trimestrale come «fatto avvenuto dopo il 31 marzo».
Ma a essere ancor meno chiaro è come Santander pagò i suoi obblighi verso gli azionisti di Abn. Così nella trimestrale (pagina 13 della versione in inglese, anch’essa certificata da Deloitte per testo e traduzione) si legge che Santander prevedeva di reperire intanto 9 miliardi con un aumento di capitale, mediante sottoscrizioni ma anche in parte legato a non meglio specificati «strumenti convertibili in azioni».


L’EMISSIONE DEI VALORES SANTANDER. 

Di cosa si trattava in realtà gli spagnoli lo scoprirono amaramente in seguito: sono i Valores Santander, obbligazioni spazzatura simili ai bond Parmalat, venduti a 13 euro e precipitati poi a 2 euro, piazzati a oltre 100 mila piccoli e medi risparmiatori, per lo più clienti del banco, e ora al centro di innumerevoli cause giudiziarie a Madrid.
Nove miliardi – teorici – previsti dal futuro aumento di capitale in varie forme, dunque. Ma mancavano ancora circa 10 miliardi per saldare il conto. Derubricate, sempre genericamente, a «operazioni di bilancio» e di «vendita di asset».


LA CESSIONE DELLE AZIONI SANPAOLO. 

Ma la relazione dava anche una buona notizia: Santander aveva venduto le sue azioni di Intesa Sanpaolo (1,79% del capitale) a un prezzo pari a 1,2 miliardi di euro, ottenendo – rispetto al prezzo di acquisto – un «guadagno approssimativo di 566 milioni di euro per il gruppo».
Però non bastava. Perché, a parte questi denari, il resto era tutto teorico. Non esistevano ancora le risorse per acquisire la quota di Abn che conteneva Antonveneta. Così, a giugno, partì la prima emissione dei Valores, titoli spazzatura che tuttavia fruttarono a Santander la bellezza di 7 miliardi. Però per saldare il conto ne mancavano ancora 12, e nella trimestrale non era chiaro da dove sarebbero arrivati.


LA TRATTATIVA SIENA. 

Tra operazioni di bilancio, piccole vendite e partite di giro, si giunse alla trattativa con Monte dei Paschi, interessata pare ad Antonveneta. E Santander, che prima intendeva aggredire il mercato italiano con la banca veneta (settima in Italia), invece la vendette. E diede l’annuncio ai mercati con una lettera del presidente Emilio Botin agli azionisti (leggi il pdf).
Era l’8 novembre del 2007 e il semplice comunicato scosse la Borsa di Madrid: le azioni di Santander ebbero il loro massimo rialzo nella storia del listino (3,88%) e il volume negoziato in un giorno fu pari a 2,4 miliardi di euro, il doppio del record precedente.

Con l’offerta di Rocca Salimbeni Botin evitò la ricapitalizzazione

Nella lettera agli azionisti, Botin scrisse che Antonveneta, pagata 6,6 miliardi, «avrebbe rappresentato un interessante primo passo per entrare nel mercato italiano». Invece, guarda un po’, nel giro di poche settimane Santander cambiò idea perché scoprì che il posizionamento di Antonveneta non era tale da permettere di stare nel mercato italiano senza altri «consistenti investimenti».
Basta spender soldi, diceva in sostanza Botin, era il momento di incassare. Anche se in verità nulla fu speso per davvero.


MPS OFFRE 9 MLD.

 Allora il presidente spiegò che il gruppo aveva deciso di accettare «l’offerta di Monte dei Paschi di Siena per acquistare Antonveneta a un prezzo di 9 mila milioni di euro (9 miliardi), cifra significativamente superiore ai 6.600 milioni di euro con cui abbiamo valutato il gruppo Antonveneta nell’ambito dell’Opa su Abn Amro».
Sì, «valutato» e non pagato, perché in quel momento Santander non aveva ancora speso un euro: Antonveneta restava in mano ad Abn fino al perfezionamento dell’intesa e al pagamento. Pagamento che non avvenne mai.


LO «SCONTO» SU ABN. 

Nella sua lettera infatti Botin spiegava agli azionisti che il provvidenziale intervento italiano avrebbe permesso di «diminuire l’importo totale dell’acquisto delle attività di Abn Ambro, dai 20 miliardi inizialmente previsti a 11 miliardi di euro». E, punto secondo, di «lasciare senza effetto, perché non necessario, l’aumento di capitale per 4 miliardi che avevamo previsto».
Mentre, spiegava ancora il presidente, Santander si teneva le banche brasiliane e le finanziarie al consumo olandesi, perché considerate preziose.


L’ORIGINE DEI TREMONTI BOND. 

In sostanza, nella spartizione con Fortis e Scotland, Santander si era dovuta ingoiare anche Antonveneta che tuttavia non le interessava. E così, nel giro di appena una notte, aveva trovato la soluzione con Mps: scaricare quel peso da circa 9 miliardi sulle spalle dei risparmiatori italiani e del governo di Roma, che poi sarebbe intervenuto a salvare Monte Paschi con i Tremonti bond. Quindi, per gli spagnoli, Antonveneta uscì subito dall’affare, perché Monte Paschi si impegnò a comprarla senza che Santander dovesse un euro agli azionisti di Abn.


L’OPERAZIONE SOSPESA. 

Ma nemmeno i senesi avevano 9 miliardi, poi divenuti 10 con oneri vari, per concludere l’operazione con gli spagnoli. Che infatti restò sospesa per molti mesi e venne perfezionata solo (confermarono le agenzie spagnole all’epoca, un po’ trascurate in Italia) il 30 maggio del 2008. Quando ormai Santander aveva messo sul mercato 7 miliardi dei suoi Valores di scarso o nullo valore e anche Mps aveva fatto la sua provvista vendendo a sua volta obbligazioni ai risparmiatori.


L’EMISSIONE DI BOND DEL 2008. 

Il 26 marzo 2008, per esempio, Monte Paschi lanciò la sua 22esima emissione di «obbligazioni set up/step down», al prezzo di 50 euro ciascuna e per un valore complessivo di 35 milioni. Con un dettaglio che non è un dettaglio: il collocamento, spiegava la nota informativa agli investitori, era affidato guarda un po’ ad Antonveneta, che ancora non era stata comprata da Mps (l’accordo, ricordiamo, venne concluso solo il 30 maggio).


IL CONFLITTO DI INTERESSI. 

In sostanza, Mps affidò ad Antonveneta il compito di fare un po’ di provvista per il suo stesso acquisto, la incaricò di cannibalizzarsi. E informò, per obbligo di legge, che l’operazione era «a rischio di conflitti di interesse del soggetto incaricato del collocamento», poiché – si legge ancora nel prospetto di Mps – «in data 8 novembre 2007 l’emittente ha comunicato di aver raggiunto un accordo con Banco Santander» in base al quale «Santander, non appena avrà completato l’acquisizione di Antonveneta in corso con Abn Amro, ne cederà l’intero capitale a Mps al prezzo di 9 miliardi di euro».


I TITOLI TOSSICI. 

Cifra che la banca senese reperì con aumenti di capitale, «cessione di asset ed emissione di strumenti di debito» tra i quali i «subordinati», ancora bond considerati tossici, emessi sia da Mps sia da Santander per scaricare il rischio sui piccoli investitori.
Tra titoli tossici, soldi fantasma e promesse di vendita di banche non proprie, non stupisce il commento che Franciso Gonzales, presidente del secondo gruppo bancario spagnolo Bbva, fece alla notizia della vendita di Antonveneta da parte di di Santander. «A me», disse, «la notte piace poter dormire…».

Venerdì, 01 Febbraio 2013

 

Ingroia: « Uso politico delle intercettazion

Ingroia: « Uso politico delle intercettazioni »

L’ex procuratore aggiunto di Palermo, negli studi di Omnibus su La7, ammette l’esistenza di toghe politicizzate. E spiega: « Ogni magistrato ha un suo tasso di politicità nel modo in cui interpreta il suo ruolo »

Domenico Ferrara – Ven, 01/02/2013 – 10:29   ilgiornale.it

 

« Sì, è vero. È stato fatto un uso politico delle intercettazioni, ma questo è stato l’effetto relativo, la causa è che non si è mai fatta pulizia nel mondo della politica ».

 

Un’ammissione in piena regola fatta negli studi di La7 dall’ex procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia.

Che sostanzialmente ha confermato l’esistenza (per non dire l’appartenenza) di toghe politicizzate. Il leader di Rivoluzione civile ha spiegato meglio il suo pensiero: « Se fosse stata pulizia, non ci sarebbero state inchieste così clamorose e non ci sarebbe state intercettazioni utilizzate per uso politico ».

L’ex pm ha poi affermato che « ogni magistrato ha un suo tasso di politicità nel modo in cui interpreta il suo ruoloSi può interpretare la legge in modo più o meno estensiva, più o meno garantista altrimenti non si spiegherebbero tante oscillazione dei giudici nelle decisioni. Ogni giudice dovrebbe essere imparziale rispetto alle parti il che non significa essere neutrale rispetto ai valori o agli ideali, c’è e c’è sempre stata una magistratura conservatrice e una progressista« . Guai a utilizzare il termine toga rossa però, perché« mi offendo, per il significato deteriore che questo termine ha avuto« , ha aggiunto Ingroia.

Ma il magistrato siciliano è tornato a parlare anche del caso delle intercettazioni sul Colle e della decisione della Corte Costituzionale sul conflitto di attribuzione, rivendicando la legittimità del suo operato. « È stata una sconfitta della Costituzione repubblicana e del rapporto dell’equilibro fra i poteri, perché è stato incrementato lo statuto delle prerogative del Capo dello Stato a discapito del potere giudiziario. Non ho avuto torto: la Consulta mi ha dato torto, ma io ho ragione« .

Insomma, anche quella della Consulta sarebbe stata una decisione politica. Ma« intendiamoci, non nel modo in cui lo direbbe Berlusconi, però ogni interpretazione di diritto e Costituzione ha un suo tasso di politicità. In questo caso, non c’è dubbio che il codice di procedura penale prevedeva la procedura seguita dalla Procura di Palermo. Per la Consulta bisognava seguirne un’altra e scegliendo è prevalsa quella politica, detto tra virgolette, di circondare il Capo dello Stato di maggiori garanzie di quanto fosse previsto fino a prima di questa sentenza« , ha precisato Ingroia.

Che infine ha commentato così le critiche che hanno accompagnato la sua entrata in politica: « Mi rendo conto che la mia scelta avrebbe determinato polemiche, anche interne alla magistratura, ma ho fatto un ragionamento politico che sapevo mi avrebbe esposto anche a questo tipo di rischi. Nel calcolo costi-benefici ho ritenuto fossero maggiori i benefici. L’Italia aveva bisogno, e mi scuso se
può sembrare autogratificante, che una parte del Paese venisse rappresentata »
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