Sull Ilva Clini non dice ciò che sa.

http://www.lettera43.it/economia/industria/sull-ilva-clini-non-dice-cio-che-sa_4367561392.htm.

 

Ilva, «Clini sa ma non dice»

Cacciari: il ministro non si metterà contro l’azienda.

di Antonietta Demurtas

Quando sente parlare dell’Ilva di Taranto, Massimo Cacciari, filosofo e politico, diventa ancora più nietzscheano. «La situazione è disperata. Al massimo si farà qualche intervento tampone e poi ci sarà una graduale dismissione», dice a Lettera43.it, prospettando una seconda Porto Marghera, perché «le produzioni siderurgiche come quelle chimiche non hanno futuro in un Paese come il nostro, dove una politica industriale non c’è mai stata».
ILVA E L’ETERNO RITORNO. Per Cacciari la questione dell’inquinamento causato dall’industria, l’intervento della magistratura, la timida reazione della politica, la paura dei lavoratori e la rabbia dei cittadini rappresentano un eterno ritorno, un déjà vu.
Sindaco di Venezia dal 1993 al 2000 e dal 2005 al 2010, il filosofo ha infatti vissuto una situazione analoga con il petrolchimico di Porto Marghera: è stato proprio negli anni della sua amministrazione che scoppiò la questione ambientale a livello giudiziario.
Nel 1994 la magistratura avviò un’indagine per il disastro del polo industriale: 157 morti, 120 discariche abusive, 5 milioni di metri cubi rifiuti tossici. E il maxi processo iniziato nel 1998 contro i vertici di Enichem e Montedison – i 28 imputati vennero tutti assolti – aprì un capitolo doloroso che ancora non si è concluso.
Oggi come allora, anche a Taranto, la politica sembra annaspare, mentre sono ancora una volta cittadini e lavoratori a chiedere giustizia, salute e lavoro.

DOMANDA. Quali sono le somiglianze tra l’Ilva e Porto Marghera?
RISPOSTA.
La situazione è perfettamente analoga. Anche a Taranto c’è un grande polo industriale che comporta grossi problemi di emissioni nocive nell’atmosfera e nell’acqua, oltre a mettere a rischio la sicurezza degli operai. Situazione che negli anni si è sviluppata senza gli adeguati controlli, interventi di ristrutturazione e di manutenzione.
D. E oggi come allora la colpa è di imprenditori senza scrupoli?
R.
Tutto dipende da un politica industriale che dagli Anni 60 sino poco tempo fa ha ritenuto le questioni ambientali e di inquinamento come l’ultimo e il più insignificante dei problemi. Tanto che a Marghera negli Anni 80 e 90 ci ha dovuto pensare la magistratura.
D. Nel 1998 maxi processo a Enichem e Montedison, nel 2012 all’Ilva. Insomma, un déjà vu
R. Sì, anche allora fu proprio sulla spinta dell’intervento, sacrosanto e doveroso, della magistratura che iniziò tutto. Anche se, a onor del vero, a Marghera fu possibile grazie a una maggiore consapevolezza sindacale.
D. Che invece a Taranto è tardata ad arrivare?
R.
All’inizio sì. A Marghera invece le prime battaglie sulla nocività e contro la monetizzazione della salute le fecero proprio i sindacati agli inizi degli Anni 70. Quando ancora la magistratura non conosceva questi problemi. Furono i settori più avanzati di quello che si chiamava Movimento operaio ad accendere i riflettori sul petrolchimico.
D. E lei allora come militante di Potere operaio partecipò a questo processo. Come andò?
R.
Negli Anni 60 e 70 con molti dottori di Medicina del lavoro di Padova organizzammo una serie di indagini epidemiologiche. Si lavorava insieme con operai e sindacati. Poi arrivò il pesante intervento della magistratura e da quel momento ci fu uno sforzo anche da parte dell’industria per modificare la situazione. Che oggi è incomparabile rispetto a prima.
D. Anche perché la chimica a Marghera non c’è più.
R.
Sì purtroppo è così, molte fabbriche nel frattempo hanno chiuso.
D. Anche allora, come ha detto il sottosegretario Antonio Catricalà per l’Ilva, fu colpa della magistratura che impedì al governo di fare politica industriale?
R.
Una battuta sciocca quella del sottosegretario, di uno che non sa ciò che dice. In Italia la politica industriale non c’è mai stata.
D. E continua a non esserci?
R.
Esatto, il poco che si è fatto sinora è grazie a uno sforzo congiunto del sindacato con i settori più consapevoli dell’industria.
D. E l’Eni come l’Ilva non faceva parte di questa industria illuminata?
R.
Non so se anche a Taranto è così, ma l’Eni a Marghera da anni vuole solo andarsene. Non è più interessata alla chimica e per questo ha attuato una politica di dismissioni.
D. Ma le bonifiche non rientrano in questo piano?
R.
No, anche perché le bonifiche di un’area chimica o siderurgica sono costosissime. Se non c’è un intervento dello Stato è impossibile che un’industria privata possa sostenere da sola i costi di un risanamento ambientale e di una ristrutturazione. Specie se per anni non ha mai fatto investimenti di questo tipo.
D. Ma i soldi sia all’Eni sia all’Ilva non mancano di certo.
R. Sì, ma la bonifica di un’area chimica può costare fino a 600 euro a metro quadro. Senza un massiccio intervento pubblico è impossibile. Proprio per questo ho il sospetto che questi grandi gruppi industriali vogliano semplicemente mollare il settore e chiudere.
D. E nessuno chiederà loro il conto?
R.
Da 30 anni a questa parte il governo non ha mai fatto nulla. Su questo tema le corresponsabilità sono totali per destra e sinistra. Nessuno ha mai deciso quali fossero i settori strategici su cui investire e quali invece quelli su cui operare una dismissione graduale nel tempo senza creare danni sociali.
D. E infatti ora sulla questione Ilva sembrano tutti spaesati.
R.
Senza dubbio non sanno cosa fare. A Marghera almeno conoscevamo bene le bonifiche che dovevamo fare e quanto costavano.
D. Cosa successe invece?
R.
Serviva qualcuno che affrontasse il problema dei costi, o l’Eni o qualcun altro. Invece non c’è mai stata una decisione in questo senso, l’unica fu quella di chiudere le fabbriche.
D. E come mai il ministro dell’Ambiente Corrado Clini che iniziò proprio la sua carriera facendo le indagini epidemiologiche a Porto Marghera, oggi sembra così fiducioso su Taranto?
R.
Innanzitutto prima che come medico, Clini iniziò la sua carriera come aiutante di Gianni De Michelis. Poi certo il ministro è una persona che se ne intende molto, sa di ciò di cui si parla, ma non dice ciò che sa.
D. E cosa sa?
R.
Conosce benissimo tutta la situazione di Marghera e anche le colossali responsabilità dell’Eni nel portare avanti le dismissioni industriali del polo chimico.
D. E perché non ha fatto nulla?
R.
All’inizio tentò una politica di riconversione. E forse è quello che vorrebbe fare anche a Taranto.
D. Però in entrambi i casi non sembra aver avuto molto successo?
R.
Perché Clini in quanto ‘potente’ non farà mai una polemica in vita sua. Non l’ha fatta con l’Eni e non la farà con l’Ilva.
D. Quindi la magistratura ancora una volta rimarrà da sola a lottare?
R.
Sì, ma non è possibile combattere così. Se non hai un interlocutore pubblico non puoi fare nulla.
D. Negli altri Paesi però queste cose succedono, mica fanno i miracoli.
R.
Sì però le grandi ristrutturazioni ambientali anche in Gran Bretagna sono avvenute attraverso lunghe trattative tra Stato e colossi industriali, con gli enti locali accanto a loro, non come qui che sono lasciati da soli in prima linea a combattere.
D. Ilva è destinata quindi a diventare una seconda Marghera?
R.
Penso proprio di sì. Le produzioni siderurgiche come quelle chimiche di Marghera non hanno futuro in un Paese come il nostro, dove manca una politica industriale.
D. Quindi?
R.
Si andrà a una progressiva dismissione anche dell’Ilva e non perché quel tipo di industria non serve più. Le produzioni di Marghera oggi si fanno in Paesi come Germania, Francia e Inghilterra dove hanno ancora impianti strategici.
D. La nostra è più inconsapevolezza industriale quindi?
R.
Dagli Anni 70 abbiamo perso settori in cui eravamo all’avanguardia: il nucleare, l’informatica, la chimica fine. Tutto per colpa di una sciagurata politica tra industria di Stato, Eni e Stato. E così oggi dal punto di vista industriale siamo ridotti al lumicino.
D. Tutti facevano finta di non vedere?
R.
Ci sono persone come me che hanno denunciato la situazione, altre come Clini che sono state zitte e hanno fatto carriera.
D. L’Eni ne è uscita pulita?
R.
Ha praticamente chiuso tutto a Marghera e gli sviluppi promessi nella ricerca devono ancora essere fatti.
D. Nonostante gli accordi siglati?
R.
Io stesso ne ho sottoscritti tre o quattro. Accordi di programma uno dietro l’altro, nel 1998, nel 2006. Ma sono tutti rimasti inattuati.
D. Quindi, visti i precedenti, quello firmato per Taranto non promette niente di buono?
R.
Credo che lì la situazione sia totalmente disperata. A Marghera prima e dopo il maxi processo ci fu almeno un grande sforzo da parte dell’industria e furono spesi milioni di euro in investimenti per attuare un risanamento ambientale. A Taranto mi sembra non ci sia mai stato alcun intervento di questo genere.
D. Sì ma alla fine, nonostante i soldi spesi, a Porto Marghera le bonifiche sono state compiute?
R.
No, ma tutte le emissioni sono state messe sotto controllo e adesso la situazione dal punto di vista ambientale non suscita alcun timore reale.
D. Allora perché la maggior parte delle aziende è andata via?
R.
Perché tutto questo lavoro di risanamento è gravato al 90% sulle industrie e quindi alla fine sono andate fuori mercato per i costi eccessivi di queste operazioni.
D. Non sarà il caso dell’Ilva: su 336 milioni di euro stanziati da governo, il gruppo Riva ne metterà appena 7.
R.
A Taranto la situazione è stata talmente trascurata nei decenni passati, che sarà difficile recuperare. Invece a Marghera dagli Anni 90 gli interventi sono stati massicci almeno per il risanamento.
D. Quindi il caso Ilva si concluderà con una fumata nera?
R.
Ci sarà qualche intervento tampone e poi una dismissione. Spero il più graduale possibile.
D. Così anche a Taranto si lavorerà lavoro solo nei call center?
R.
Sì finiremo con fare call center, inventarci attività turistiche e para turistiche. E soprattutto cesseremo di essere una potenza industriale. Ma questo destino era segnato da almeno 20 anni.

Giovedì, 16 Agosto 2012

 

Publicités

Com’è difficile fare gli italiani


Com’è difficile fare gli italiani

corriere.it   20120816  sergio romano

Per secoli papato e impero impedirono la

creazione di una coscienza nazionale

Nel corso delle sue ricerche sulla storia delle repubbliche italiane nel Medio Evo, uno storico francese dell’Ottocento, Edgar Quinet (1803-1875), trovò un curioso documento del 1223. Era una specie di manuale oratorio, composto da «discorsi ufficiali preparati per qualsiasi evento futuro o rivoluzione della repubblica: modelli di arringhe moderate, appassionate o violente a scelta dei governi e dei popoli per qualsiasi circostanza il futuro possa riservare». In questo «Che fare» dell’Italia dei Comuni l’uomo pubblico avrebbe trovato la parola giusta per ogni occasione. Voleva fare promesse, minacciare, esortare, manifestare gratitudine, invocare la religione e la libertà? Voleva mettersi alla guida di un movimento popolare e dichiarare guerra al potere? Il discorso di cui aveva bisogno era già scritto, pronto all’uso.

Dalla scoperta di questo «ingenuo embrione» di cinico machiavellismo Quinet trasse la convinzione che i Comuni della penisola, così ricchi di nuovi istituti civili e di felici intuizioni economiche, mancassero degli ingredienti necessari per la nascita di una nazione italiana: il senso del diritto e il sentimento di una orgogliosa e inalienabile indipendenza. Per essere governati sceglievano un podestà straniero. Per difendersi si affidavano a una banda di mercenari. Per sconfiggere un nemico erano pronti a invocare l’aiuto di un potere straniero o a negoziare mediocri compromessi.

 

«Roma intangibile» è il titolo di questo dipinto di Antonio Muzzi (1815-1894) realizzato nel 1888 e conservato alla Pinacoteca nazionale di Bologna«Roma intangibile» è il titolo di questo dipinto di Antonio Muzzi (1815-1894) realizzato nel 1888 e conservato alla Pinacoteca nazionale di Bologna

Proseguendo nei suoi studi, Quinet spiegò queste carenze constatando che i ceti dirigenti delle società comunali erano abbagliati dal ricordo dell’Impero romano e dalla convinzione che il vero Potere, come quello di Roma, non potesse che essere universale. Erano pronti a battersi, se necessario, contro gli imperatori scesi dal Nord, ma li riconoscevano pur sempre eredi degli imperatori romani e non riuscivano a trovare in sé la forza di contestare la legittimità della loro corona. Non potevano fondare il loro diritto e preparare così la nascita di uno Stato italiano, perché erano tributari di un diritto esterno collocato in un’autorità per la quale nutrivano un innato rispetto reverenziale. L’Italia rinasce con i Comuni, ma non crede di appartenere a se stessa.

Il problema italiano, secondo Quinet, era ulteriormente complicato dall’esistenza nella penisola di un altro potere (quello della Chiesa cattolica), altrettanto persuaso della propria universalità e risolutamente deciso a impedire la nascita di un concorrente civile sulla «sua» terra d’elezione.

Il confronto con la Spagna è illuminante. Nella Penisola iberica il clero cattolico aveva combattuto a fianco del popolo contro i «mori» e aveva dato un contributo decisivo alla nascita della nazione spagnola. In Italia la Chiesa, nella lotta per il potere, era in campo con altri giocatori, e il suo clero, anziché battersi con il popolo, lo esortava a trattare, a cedere, a piegarsi.

Per l’Italia il risultato di questa contrapposizione fra due universalità – l’impero e il papato – fu duplice: una ininterrotta sequenza di guerre intestine e un percorso completamente diverso da quello che favorì la nascita dei maggiori Stati europei. Vi furono alcuni grandi ribelli, figure spirituali come Girolamo Savonarola, o teorici della politica come Niccolò Machiavelli, che cercarono di rompere questa catena della doppia lealtà e sognarono una penisola indipendente. Ma Savonarola vide nell’invasione di Carlo VIII, re di Francia, la giusta punizione dei peccati italiani; e Machiavelli scelse, per la redenzione dell’Italia, Cesare Borgia, duca Valentino, il figlio incestuoso e crudele del peggiore pontefice romano. Il primo morì sul rogo, il secondo concluse la sua vita constatando amaramente che nessuno gli aveva dato retta.

Ripetutamente invasa dagli Stati del Nord, l’Italia non si difese, scrisse Quinet, perché non esisteva. Il peggiore effetto di quegli eventi fu il declino del carattere degli italiani. Un popolo allevato nell’arte di negoziare, mentire, ingannare e vendere l’indipendenza per comprare la quiete della servitù, finì per odiare tutti coloro che cercarono di risvegliarlo dal suo letargo.

Quando i francesi, nel 1796, portarono in Italia i principi della rivoluzione, gli italiani si comportarono come il prigioniero cieco, sepolto nelle segrete della Bastiglia, che accolse i suoi liberatori, il 14 luglio 1789, come se fossero i suoi carnefici. Al messaggio di libertà che Bonaparte, nonostante tutto, portava con sé, gli italiani risposero con le Pasque veronesi, le insorgenze, le bande del cardinale Ruffo, i massacri di Pavia, Genova, Napoli. I secoli trascorsi dalle guerre d’Italia avevano modificato il carattere del popolo italiano. «Come mai – si chiese Quinet – tutto ciò che aveva costituito la sua vita nel Medio Evo, libertà, elezioni, rivoluzioni, gli era diventato odioso, e invece si era appassionato per la monarchia, il diritto ereditario, il legittimismo, tutte cose ignorate o odiose ai suoi antenati?».

Queste riflessioni sulla storia italiana sono in un grande libro che Edgar Quinet scrisse tra il 1848 e il 1852. S’intitola Le rivoluzioni d’Italia, nel Novecento fu più volte tradotto in italiano (per Laterza e Einaudi) e ritorna ora nelle librerie in una bella edizione pubblicata da Aragno a cura di Maria Grazia Meriggi, docente di Storia contemporanea all’Università di Bergamo.

Quinet fu storico della cultura e della politica, nello spirito della migliore storiografia tedesca dell’Ottocento, e insegnò con Jules Michelet al Collège de France, la più autorevole istituzione accademica di Parigi. Ma fu anche uomo pubblico, impegnato nelle battaglie liberali contro la monarchia e il Secondo impero, esule a Bruxelles e in Svizzera, grande avvocato dell’Unità italiana, deputato della Senna all’Assemblea nazionale francese dopo la guerra franco-prussiana del 1870. Il suo libro sulle Rivoluzioni d’Italia, quindi, riflette al tempo stesso un grande amore per la materia dei suoi studi, le sue convinzioni politiche e i grandi avvenimenti degli anni in cui fu scritto.

Terminò il primo volume dell’opera agli inizi del 1848, poco prima della rivoluzione parigina di febbraio e di quelle che sarebbero scoppiate nelle maggiori città europee. Nel progetto di un’Italia guelfa, presieduta dal Pontefice romano, vide la ripetizione dell’equivoco che aveva tradizionalmente sbarrato la strada all’unità nazionale. Per creare l’Italia, scrisse in una nota del 23 agosto del 1848, occorrevano due condizioni, strettamente collegate: abolire il dominio temporale del papato e scacciare lo straniero. Non usò mai nei suoi scritti la parola Risorgimento perché l’Italia «non è mai esistita, nemmeno un solo giorno», e non poteva quindi risorgere. Morì nel 1875, quando le due condizioni per l’unità della nostra penisola si erano ormai avverate. Ma quando sarà giunto alla fine del suo libro il lettore si chiederà se alle due condizioni necessarie elencate da Quinet non sarebbe utile aggiungerne una terza, ancora incompiuta: il mutamento del carattere degli italiani.

15 agosto 2012 (modifica il 16 agosto 2012)© RIPRODUZIONE RISERVATA

S&P, due pesi e due misure.

S&P, due pesi e due misure.

 

 

Banche italiane più sane ma junk,

promosse le big bank malate di trading.

http://i.res.24o.it/images2010/SoleOnLine5/_Immagini/Oggetti_Correlati/Grafici_Statici/Finanza%20e%20

Mercati/2012/08/standard-poor-154×81.jpg?uuid=e3a88760-e6c1-11e1-b893-4e7deb918e90

Da una parte c’è la piccola Banca Carige, banca media italiana con i suoi 1,3 miliardi di capitalizzazione di mercato.

Dall’altra il colosso inglese Royal Bank of Scotland dieci volte più grande in termini di valore di borsa,

ma anche dieci volte meno profittevole.

La piccola Carige dalla crisi Lehman in poi ha prodotto ogni anno in media 200 milioni di euro di utili,

la grande Rbs ha accumulato perdite per 45 miliardi di sterline da allora. Inoltre Carige ha capitale netto sul totale

dell’attivo di due punti sopra il Golia inglese.

Paradossi del rating


Eppure per l’agenzia di rating Usa Standard&Poor’s la piccola banca genovese merita solo una doppia B

cioè un rating spazzatura, mentre Rbs con le sue perdite miliardarie, il suo capitale esiguo e gli enormi

aiuti pubblici può vantare una sonora splendida A. Paradossi? Certo che sì. È forse più rischiosa,

per il mercato e gli azionisti, la piccola ma tranquilla Carige che non la grande banca d’affari che ogni trimestre,

dal 2008 in poi, va in rosso perché svaluta gli asset tossici che ha tuttora a bilancio? La risposta appare ovvia.

E non è certo quella che dà con una potente distorsione ottica S&P.

Bocciatura a senso unico


Ma il caso Carige non è affatto un’eccezione, un errore. Settimana scorsa S&P ha deciso che ben 4 banche

locali italiane non meritassero più di stare nella serie A delle pagelle. Declassata con Carige a spazzatura

sono state la Popolare dell’Emilia Romagna, la Popolare di Milano e la Popolare di Vicenza. 
La bocciatura comporta che le banche non saranno più comprate dai fondi d’investimento e il costo

della raccolta di denaro, se dovessero ricorrere al mercato intebancario, sarà più caro. Insomma

una batosta per piccole banche legate al territorio che finiranno per diminuire i prestiti all’economia reale.
Ma quel rischio è giustificato e soprattutto è coerente? Queste banche non fanno o fanno

ben poco trading finanziario. Erogano credito sul territorio e soffrono per l’aumento dei prestiti

che non vengono restituiti. 
È una minaccia di fallimento? No per niente, rende solo le banche più vulnerabili. Non c’è un rischio sistemico.

Italiane più capitalizzate

  
La stessa Popolare dell’Emilia Romagna continua a fare utili, come la Carige, dal crack di Lehman in poi

e ha più patrimonio sull’attivo totale di molte banche d’affari anglosassoni che hanno rating più elevati,

come mostra la tabella a fianco. 
Ma anche uno stolto sa che è più a rischio per il paese e per gli azionisti una grande banca d’affari,

che basa la sua redditività sulla finanza speculativa, che non una banca locale che fa credito a imprese

e famiglie. Merita forse un voto di A una banca come la tedesca Commerzbank che ha dovuto aumentare

il capitale più volte e ha prodotto negli ultimi 4 anni più perdite che profitti? Pensate che il capitale di Commerbank

vale meno del 4% del suo bilancio. Nessuna banca italiana ha livelli così bassi di patrimonio sull’attivo.

Si potrebbe continuare all’infinito. La stessa Banca Intesa dopo aver pulito il bilancio lo scorso anno dal peso

degli avviamenti, continua il suo passo di discreta profittabilità con 1,2 miliardi di utile netto nel primo semestre 2012.

UniCredit ha chiuso il primo semestre con utili in calo da 1,3 miliardi a 1,08 miliardi per i notevoli accantonamenti,

ma sempre di profitti si tratta. Intesa e UniCredit hanno per S&P BBB+ contro le A di Credit Agricole o la A- di Lloyds.

Tutte hanno capitale per cifre simili, ma Intesa ha un attivo di un terzo rispetto al Credit Agricole. Unicredit aveva

a fine 2011 patrimonio al 5,5% dell’attivo. Il Credit Agricole al 2,5%. Le due grandi banche italiane sono più

patrimonializzata, ma per S&P sono meno affidabili della claudicanti Credit Agricole o Lloyds.

Quel peso del rischio-Italia


E allora da dove arriva questa disparità evidente di trattamento che discrimina tra banca commerciale (punita)

e banca d’investimento (favorita)? Pesa il rischio Paese evidentemente. 
Le banche italiane sono piene di BTp per circa 300 miliardi, un sesto del debito pubblico italiano. E quindi sono

un succedaneo del rischio Italia. Peccato che anche qui si esageri. Per più di metà quei bond della Repubblica

hanno durata breve e quindi, se l’Italia non fa default nei prossimi mesi, il rischio della perdita sui BTp brevi è solo teorico.

Certo il vero nodo delle italiane è l’alto peso delle sofferenze sui crediti che si accumulano. Ma non per

questo si va incontro a fallimenti bancari. 
E anche qui la normativa di Basilea, tutta di stampo anglosassone, usa due pesi e due misure.

Penalizza sui requisiti di capitale chi fa credito e premia chi fa trading speculativo.

I crack degli altri


Come non ricordare che sotto Basilea ha fatto crack non una banca italiana, ma la franco-belga Dexia.

Costretta a un salvataggio pubblico per non fallire, Dexia mostrava il giorno prima del salvataggio un « rassicurante »

capitale di base del 12% e un rating elevato con una bella A stampata sul nome della banca. Sicura e affidabile,

ma solo apparentemente


15 agosto 2012

Il disastro Ilva insegna: i giudici sbagliano, guai a farne dei santi

Il disastro Ilva insegna:

i giudici sbagliano,

guai a farne dei santi.

Pansa: « Il salvataggio dell’acciaieria è necessario

per il bene del Paese.

Il pm Todisco ha sbagliato due volte ».

Il disastro Ilva insegna: i giudici sbagliano, guai a farne dei santi

 In un vecchio disegno di Altan compariva un omino dall’aria pensierosa.

La battuta diceva: «Sono preoccupato perché comincio ad avere delle idee che non condivido».

Anche a me talvolta succede. Ma non nel caso dell’Ilva di Taranto. A proposito di questo dramma

ho tre idee semplici e chiare, che condivido del tutto. Primo: l’Ilva non può chiudere.

Secondo: l’Ilva va bonificata, ma deve continuare a lavorare. Terzo: il costo della bonifica

deve essere  pagato dai proprietari, ossia dalla famiglia Riva, e soltanto in parte dallo Stato,

ovvero da noi  contribuenti  onesti che già versiamo una montagna di tasse.

Al di là di questi tre cardini che considero sacrosanti e invalicabili vedo soltanto il caos prodotto

dai tanti vizi nazionali. Uno è di certo la santificazione della magistratura. Ma tutti i giudici sono

esseri umani e possono sbagliare. Come qualsiasi altra corporazione, a cominciare da chi scrive

sui giornali, sono professionisti diversi l’uno dall’altro. Molti lavorano con grande serietà

e molti soltanto all’ingrosso. Considerarli tutti dei Superman senza difetti è un errore consolidato

negli anni.

Molto difficile da ammettere e, soprattutto, da rimediare.

 In casa nostra l’errore è diventato gigantesco perché l’Italia è una nazione che più di altre si è

trovata alle prese con due mostri imbattibili. Uno è la presenza devastante della grande criminalità

organizzata che ha affiancato la forza della madre di tutte le delinquenze, la mafia di Cosa nostra.

Il secondo è il prosperare della corruzione politica, esplosa all’inizio del 1992 con il grande bubbone

di Tangentopoli.

 La mia generazione di cronisti, cresciuta negli anni Ottanta e Novanta, è stata segnata dall’appoggio

sacrosanto ai magistrati che hanno perso la vita per difendere la legalità repubblicana.

Penso a Giovanni Falcone e a Paolo Borsellino, morti in trincea. Insieme a loro abbiamo imparato

a venerare i giudici assassinati  dal terrorismo politico, tanto da quello rosso che da quello nero.

Quando poi è apparso il merdaio tangentizio siamo stati dalla parte dei tanti pool di Mani Pulite.

 Guardare da vicino e venerare gli eroi di quelle stagioni ci ha fatto dimenticare che non tutta

la corporazione dei magistrati risultava uguale a loro.

Conclusa l’epoca delle guerre ci sono apparsi con chiarezza le qualità e i difetti di chi

amministra ogni giorno la giustizia.

Nessuna professione si regge soltanto sugli eroi.

Anche i magistrati italiani non sono diversi dai loro colleghi di altre nazioni democratiche.

In più di un caso, commettono gli stessi passi falsi. Con errori gravidi di conseguenze.

Soprattutto quando applicano la legge senza tenere nel dovuto conto gli effetti che derivano

dalle loro decisioni.

 L’età mi ha insegnato una verità: l’uso neutrale e asettico del codice civile o penale

è una pura chimera.

Saremmo di fronte a una perfezione che non esiste in natura.

Per questo non mi scandalizza la decisione del Gip di Taranto che ha decretato la chiusura dell’Ilva.

I sostenitori del giudice Patrizia Todisco fanno di lei un’eroina, mentre i suoi

denigratori la vorrebbero crocifissa.

Entrambe le fazioni sbagliano.

 La signora Todisco ha soltanto commesso un errore, sia pure uno di quelli pesanti..

Per poi ricascarci una seconda volta, sulla base di una convinzione che non conosce remore.

Era fatale che altri poteri, a cominciare dal governo, reagissero. Adesso possiamo soltanto

sperare che lei, o qualche altro magistrato al suo posto, non persista nello sbagliare

una terza volta.

Perché in questo caso le conseguenze diventerebbero senza rimedio e con un solo risultato:

determinare una catastrofe che nessuno riuscirebbe ad attenuare.

 Non è la prima volta che in Italia il diritto al lavoro confligge con il diritto alla salute.

Lo so bene perché vengo da una città, Casale Monferrato, dove è ancora in atto una strage

innescata molti anni fa da una fabbrica del diavolo. Aveva un’insegna che oggi dà i brividi:

Eternit, l’inferno dell’amianto.

Quanti sono i morti per mesotelioma pleurico nella mia piccola patria? Forse abbiamo toccato

quota duemila. L’Eternit è chiusa da decenni, però molti continuano a morire di quel cancro.

 Quante sono le persone uccise dai veleni dell’Ilva? Ecco un dato che non ho scoperto

in nessun giornale.

Ma se l’Eternit è una fabbrica scomparsa da tempo, l’Ilva è una acciaieria ancora attiva.

Lo stabilimento di Taranto dà lavoro, e dunque vita, a migliaia di persone.

Molti altri operai e impiegati sono occupati in due fabbriche collegate,

a Genova e a Novi Ligure. In complesso si tratta di circa ventimila esseri umani e questo

significa altrettante famiglie.

Che facciamo di tutta questa gente?  Vogliamo mandarla anzitempo all’altro mondo,

distrutte dalla disoccupazione e dalla miseria, per affermare l’interpretazione di una norma?

 Al punto in cui è arrivata la tragedia dell’Ilva, mi sento l’obbligo di dichiarare un’enormità:

del diritto non m’importa nulla, se lo confronto con i disastri che può provocare.

Troppe volte mi sono reso conto di una verità che secoli fa un cinese sapiente aveva espresso così:

la giustizia è come il timone, a seconda del modo in cui lo giri la barca va da una parte o dall’altra.

Vogliamo usare il timone per affondare l’Italia o per condurla in un porto sicuro?

 Nel mio piccolo non ho dubbi. La salvezza dell’Ilva è un passaggio necessario per salvare l’Italia.

Non sto a ripetere le tante cose scritte da chi s’intende di politica industriale.

E voglio dimenticare le assurdità che la cronaca ci mette ogni giorno sotto gli occhi.

La faziosità di clan della Casta partitica che sperano di lucrare sulla sciagura dell’Ilva.

La Fiom Cgil che, rifiutando di scioperare contro i giudici, si mette contro gli operai.

Il partitino dei Verdi che conta di rinascere nel deserto di Taranto.

L’Associazione nazionale magistrati che si schiera con il Gip Todisco.

 Una volta chiarito che dovrà essere la famiglia Riva a pagare gran parte della bonifica,

adesso la parola torna alla magistratura. Coraggio, signori giudici, alzate le pallide chiappe

che avete portato in vacanza al mare. Sospendete le ferie e risolvete questo maledetto imbroglio.

Non obbligatemi a diventare come l’omino di Altan.

Perché comincio ad avere anch’io cattive idee che non condivido.

di Giampaolo Pansa

More Sharing ServicesAlt

 

Quando la Germania si salvò con i soldi della Bundesbank

Quando la Germania si salvò

 

con i soldi della Bundesbank

 


IlGiornale.it      20120814    Angelo Allegri – Mar, 14/08/2012 – 08:15

Quando la Germania si salvò con i soldi della Bundesbank Per difendere il Paese negli anni ’70 la banca centrale tedesca comprava titoli di Stato.

Proprio quello che oggi vieta di fare a Draghi… Angelo Allegri – Mar, 14/08/2012 – 08:15 commenta Era l’inizio del 1975.

La crisi del petrolio stava colpen­do duramente l’econo­mia: gli analisti prevedevano una severa contrazione del Pil, gli inve­stitori sfiduciati chiedevano tassi sempre più alti per comprare ob­bligazioni pubbliche e private.

Fu allora che la banca centrale, sfi­dando i dubbi del governo, decise che era venuto il momento di in­tervenire, acquistando sul merca­to titoli di Stato e titoli di aziende controllate dallo Stato.

Ad acquistare non era una ban­ca come le altre.Era l’immacolata Bundesbank, critica severa di ogni commistione tra politica fi­scale e politica monetaria. Eppu­re, quando negli anni Settanta la Germania si trovò di fronte un pe­riodo di turbolenza, l’istituto di Francoforte non ci mise molto a scendere in campo e a fare quello che oggi impedisce al numero uno della Bce Mario Draghi.

Certo le differenze tra oggi e allora non mancano.Ma sicuro è anche l’im­barazzo odierno degli uomini del governatore Jens Weidmann di fronte a quella che appare come una contraddizione non irrilevan­te: la risposta a chi chiedeva infor­mazioni è stata che non c’era alcu­na intenzione di fare commenti.

A citare per primo il peccato dei puristi della stabilità (peraltro non l’unico,visto che un’altra ope­razi­one analoga è segnalata alla fi­ne degli anni ’ 60) è stato un econo­mista tedesco, Peter Bofinger, che fa parte del consiglio dei saggi del governo Merkel.

Qualche giorno fa un’analista di Bnp Paribas, Evelyn Herrmann, ha raccontato nei dettagli la vicenda. La premessa è la cosiddetta stag­flazione, il mix di inflazione e sta­gnazione economica che mise ko gran parte delle economie euro­pee negli anni ’70.

Per la Germa­nia tassi di interesse superiori al 10% stavano mettendo a repenta­glio il futuro del sistema industria­le.

«I politici erano contrari al­l’operazione », spiega Herrmann nella sua ricerca. «Ma il presiden­te della Bundesbank Karl Klasen aveva “casualmente” accennato all’acquisto dei bond in una confe­renza stampa, e dovettero fare buon viso a cattivo gioco».

Interes­sante la motivazione con cui il ca­po economista della Buba di allo­ra giustificò la mossa: «Possiamo ricorrere a operazioni di mercato aperto (e cioè comprare bond , nda ) per regolare il mercato mo­netario, non per finanziare il defi­cit pubblico».

È esattamente la tesi del Draghi di oggi, che più volte ha chiarito il suo pensiero: lo statuto della ban­ca centrale ci impedisce di fare operazioni di salvataggio di singo­li Paesi, ma ripristinare un corret­to sistema di trasmissione del meccanismo dei tassi di interesse rientra tra i nostri poteri.

È anche la posizione della maggioranza dei componenti gli organi diretti­vi della Banca centrale europea che sembrano riconoscere che at­tualmente il problema (Grecia a parte) non è la tenuta del bilancio dei Paesi in difficoltà, ma il nervo­sism­o degli investitori che chiedo­no premi sempre più alti per pau­ra di un’implosione dell’euro.

Gli unici a non essere d’accordo sono proprio i tedeschi, che almeno nel­le dichiarazioni fatte trapelare ai giornali,hanno sempre presenta­to­l’acquisto di titoli di Stato da par­te della Bce, come una sorta di ta­bù, violazione imperdonabile e moralmente riprovevole delle re­gole di comportamento del buon banchiere centrale.

Adesso, il riemergere della vec­chia storia degli anni 70 potrebbe indebolire la posizione intransi­gente e segnare un punto di van­taggio a favore di Draghi.

Il prossi­mo match è previsto all’inizio di settembre, quando la Banca cen­trale potrebbe entrare nel detta­glio sui provvedimenti in cantie­re. Ma l’esito della partita è tutt’al­tro che certo.

Draghi potrebbe, co­me il suo predecessore Jean- Clau­de Trichet, muoversi senza l’aval­lo tedesco.

Mossa rischiosa, se­condo molti commentatori e de­stinata essere pagata nel medio periodo, perché la reazione del­l’opinione pubblica tedesca co­stringerebbe Berlino a un irrigidi­mento.

Oppure l’italiano di Fran­coforte potrebbe riuscire (ma co­me?) a strappare il sì di Weid­mann e soci.

Quanto alle operazioni sperico­late della Buba anni ’70, a difen­derle è stato Otmar Issing, capofi­la dei falchi ed ex chief economist della Bce:«È tutto diverso.Non c’è uno Stato europeo e la Bce vuol comprare titoli di questo o quel singolo Stato.

La Fed americana non compra bond del Texas o del­la California».

Sia per quantità che per qualità gli acquisti di allo­ra erano diversi da quelli ipotizza­ti oggi: nel 1975 l’ammontare fu al massimo pari all’1%del Pil e in cas­saforte finirono buoni bond tede­schi e non titoli di qualche trabal­lante Stato mediterraneo.

Tutto giusto. Però adesso sappiamo che anche la Bundesbank ha peccato.

Facciamo pagare il debito alle vecchie generazioni

Facciamo pagare il debito

alle vecchie generazioni.

A causare il pantano finanziario sono stati quelli che lamentano pensioni basse. Ma non devono essere

i giovani a rimetterci: l’aliquota Irpef per loro va ridotta.


Gianluca Barbera               ilgiornale.it                          Sab, 11/08/2012 – 13:15


Cosa dire di un padre che lascia in eredità ai figli una montagna di debiti, di un padre che lascia dietro di sé

una sfilza di conti da pagare ovunque? Questo è precisamente ciò che hanno fatto le generazioni più anziane,

lasciando in eredità alle nuove generazioni un debito pubblico che sfiora i duemila miliardi di euro (pari al 123% del Pil)

e che è la principale causa del pantano finanziario nel quale siamo precipitati.

Se i pensionati si lagnano delle loro pensioni, pur godendo (grazie al sistema su base retributiva) di un assegno

mensile di oltre l’80 per cento dell’ultimo stipendio percepito, che dovrebbero dire tutti coloro che sono nati a partire

dagli anni ’70 e che percepiranno in media una pensione intorno al 50 per cento dell’ultima retribuzione? Se gli «esodati»

nei mesi scorsi hanno pianto a dirotto perché hanno corso il rischio di doversi ricollocare sul mercato del lavoro o di dover

mettere mano a un portafogli peraltro rimpinguato da un sostanzioso Tfr e dall’incentivo economico ricevuto affinché

abbandonassero il lavoro anticipatamente, quali lamenti dovrebbero alzarsi da tutti quei giovani che il Tfr non sanno

nemmeno cosa sia?

Se i cassaintegrati mugugnano per il salario ridotto e gli iscritti alle liste di mobilità per il magro sussidio, quali proteste

dovremmo attenderci da tutti quegli sventurati (e sono la gran parte dei giovani) per i quali non è previsto nessun

ammortizzatore sociale? Se i pubblici dipendenti sono sui carboni ardenti perché all’orizzonte si profilano tagli e restrizioni,

di quale umore dovrebbero essere le giovani generazioni adesso che la cuccagna delle assunzioni facili nella pubblica

amministrazione è finita?

In mezzo a tutto questo piagnisteo si sente mai qualcuno pestare i piedi per il futuro dei propri figli e nipoti?

Tutte queste persone che non fanno che lagnarsi sono i diretti responsabili della montagna di debiti che ci ritroviamo sul groppone.

Debiti accumulatisi a causa del sistema da loro stessi creato e di cui hanno ampiamente beneficiato, basato su corruzione e sprechi,

assunzioni a go go nella pubblica amministrazione, casse integrazioni senza fine, inspiegabili epidemie di invalidi; un sistema

improntato a un mangia mangia generale, a una mentalità assistenziale che continua a impestare questo Paese, a un’evasione fiscale

così diffusa da avere assunto nei decenni i caratteri di una pandemia. E ora pretenderebbero di scaricare questo debito

sulle generazioni più giovani? Troppo comodo.

Nel caso in cui un padre lasci in eredità ai figli una marea di debiti la legge prevede la possibilità di rifiutare l’eredità o di accettarla

con beneficio d’inventario, ossia solo dopo aver fatto eseguire una stima dei debiti e dei crediti. È in base a questo principio sacrosanto

che i giovani devono rifiutare di accollarsi il fardello del debito pubblico, respingere al mittente quella pesante eredità. Serve urgentemente

una riforma fiscale che miri a ottenere questo risultato. Per esempio attraverso l’introduzione di aliquote differenziate non solo in base

al reddito ma anche all’età, in modo che il carico fiscale gravi maggiormente su chi ha prodotto il debito.

Per iniziare sarebbero sufficienti una riduzione dell’aliquota Irpef del 5 per cento per gli under 40 e un eguale innalzamento per gli over 40.

Stessa cosa per i contributi previdenziali (ma ovviamente senza far perdere un solo centesimo di pensione agli under 40),

con in più la possibilità di chiedere, al termine della propria vita lavorativa, la restituzione del montante dei contributi versati

al posto della riscossione della pensione. Ecco finalmente una riforma che introdurrebbe misure di equità nel Paese e che consentirebbe

di far ricadere il debito prevalentemente su chi lo ha prodotto e ne ha beneficiato. Ma sarebbe troppa grazia.