Il Gattopardo e il bluff dell’Italia repubblicana

Il Gattopardo e il bluff dell’Italia repubblicana.

 

Il Gattopardo e il bluff dell’Italia repubblicana

Pochi hanno capito che senza una profonda revisione

dell’attuale Costituzione in chiave presidenzialista

(o magari con la scrittura di una Costituzione

tutt’affatto nuova), come affermavo nell’articolo

Spiacente, ma il Cav resta l’unico statista che abbiamo“,

comunque vadano le cose l’Italia continuerà ad esser ingovernabile.

L’acuto Gaetano Salvemini – notoriamente un proto-berlusconiano

– non a caso,  bollava l’attuale Carta come un monstrum mezzo stalinano,

un né carne né pesce che sarebbe dovuto andar bene sia che l’Italia

 fosse rimasta  nell’Occidente democratico, sia che, tramite i buoni uffici di Togliatti, Terracini&Pci

(peraltro autorizzati  dai milioni e milioni di voti di tanti intelligentissimi italiani), fosse felicemente traghettata

sotto le ali amorevoli del baffuto Piccolo Padre, di stanza a Mosca. Che l’avrebbe pure  dotata di salvifici gulag, come,

secondo quanto testimoniava il deputato Giancarlo Lehner anni addietro su il Giornale, il Padre della Patria Terracini

si augurava.

Così quando il nipote Tancredi allo zio Gattopardo, dubbioso dell’efficacia dei cambiamenti politici in corso,

dice “Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi”, non immaginava che quel principio

fosse valido anche su scala non solo italiana, ma europea, se non mondiale.

Quando masse di  infolarmati  rivoluzionari presero e semidistrussero il Palazzo d’Inverno, a San Pietroburgo,

pensavano di instaurare quella Città Celeste che Lenin diceva esser il traguardo rivoluzionario,

e che il potere sarebbe stato esercitato tramite dittatura del proletariato (che in India chiamiamo “Sudra”),

dai proletari stessi e cioè, finalmente, che il potere fosse delle classi (o caste) inferiori, che con ciò avrebbero

finalmente realizzato il Paradiso in terra. I poverini, invece, spenti i primi eccitati entusiasmi, vennero sottoposti

ad una dittatura sanguinaria basata sul terrore, come mai si era verificato, in Santa Madre Russia,

in precedenza.

A capo di tale terrificante dittatura, al Kremlino  si allocò un ex criminale, uno che assaltava diligenze e rapina

va banche, uno che instaurò in breve tempo –  altro che Paradiso in Terra – un regime dittatoriale tra i più crudeli

e sanguinari che la storia umana ricordi: Giuseppe Stalin.

Costui, infatti, in gara con Hitler, sterminò dai trenta a quaranta milioni di russi, e non solo quelli allergici al comunismo

, ma anche quelli che, pur comunisti, non andavano d’accordo col (sic) Piccolo Padre.

In effetti Stalin fu il più cinico, baro e sanguinario Csar (dal latino Caesar, come Kaiser e Scià)

che Santa Madre Russia abbia mai avuto.

Meravigliosa, se pur tremenda, conferma del motto gattopardesco.

Di più.

La Russia comunista ha provocato uno dei maggiori disastri a livello mondiale,

con cui tutto l’Occidente sta tuttora facendo i conti: quella proditoria invasione dell’Afghanistan

che provocò tre milioni di profughi, un milione di morti e che lasciò il territorio di quel Paese farcito

di tre milioni e più di mine antiuomo su cui tuttora spesso ballano la rumba i bambini di colaggiù.
(Interessante notare che, strano caso, a parte quattro radicali, allora non si verificarono sterminate marce

della pace sotto le finestre dell’ambasciata russa a Roma, e/o ad Assisi, al grido di “Russians go Home”:

un bacio Perugina in premio a chi sa dire il perché).
Tutto per attuare, sempre in omaggio  al grande Tomasi di Lampedusa, l’antica politica imperialista

dello Csar Pietro il Grande, che voleva uno sbocco sull’Oceano indiano per il suo già sterminato impero.
Come  infatti ci informa Elèmire Zolla in Archetipi, quando essi si instaurano nelle menti delle masse umane,

più ancora che nelle menti individuali, fanno per lungo tempo sentire la loro titanica, soggiogante  forza.

Nel Belpaese, invece, vi è da tempo  un gran ciacolare, litigare e dibattere sull’idea berlusconiana di trasformare

l’italica Res Publica da Res Publica parlamentare in Res Publica presidenziale.

Naturalmente al Cav, che è un vero laico, non importa un bel nulla di esser accusato di “cesarismo” ed altre panzane

del genere: essendo uno spirito pratico, pensa a detta formula perfettamente funzionante in altri Paesi a Democrazia

avanzata (qualcuno dovrebbe chiedere, a chi si oppone, se a suo avviso in tali Paesi vi sia meno democrazia che nel nostro)

solo in funzione di una maggiore praticità, per dare a  chi governa la possibilità di rispondere alle esigenze della Nazione

in tempi celeri,  tra la concezione, il dibattimento e l’approvazione, o non approvazione, di leggi e provvedimenti, e,

in caso affermativo, la loro svelta entrata in operatività, e, di conserva,  fornire a chi è eletto la possibilità di attuare

in tempi brevi il completo  progetto per cui è stato votato in maggioranza, in modo da poter con sollecitudine rendere reali

quei cambiamenti che le nuove esigenze politico-sociali ed economiche continuamente oggidì reclamano.

Infatti, come ben si sa, la vita è in continua evoluzione e movimento. Oggi più che mai. Tutto qui.

Ma la cosa che tempo addietro, mentre facevo colazione, mi fece  scoppiare improvvisamente a ridere,

è stata la visione che altrettanto che della vicenda russa, si può dire del passaggio del Belpaese, tramite

referendum popolare, da Monarchia a Res Publica.

Ogni generazione resta confitta in un suo scenario politico, rifiuta di riconoscere  le modificazioni successive

a quando, durante una crisi, incontrò il suo archetipo fatale. Per le generazioni psichicamente mutilate da guerre

e rivoluzioni, lo schieramento politico si cristallizza irrimediabilmente, esse non riescono più a concepire un diverso

sistema di riferimenti e ogni novità riportano nei termini del gioco passato che le strega. Lo statista che deve sbrigare

gli affari quotidiani, dovrà mentire, fingere che le categorie sono sempre  le stesse della guerra o della rivoluzione in cui

la sua generazione si è incapsulata: dovrà usare residuati linguistici delle contese trascorse, perché soltanto

a questo prezzo il suo gregge lo segue”, commenta sarcasticamente il grande Elèmira Zolla in Archetipi.

Questa è la ragione per la quale ancora in Italia non si riesce ad avere una memoria condivisa e quando, in occasione

del 25 aprile del 2009, sfidato dal querulo Franceschini, il Cav, a Onna, da vero liberale e quindi laico, propose

di trasformare la festa della “Liberazione” in festa della “Libertà”, cosa che finalmente avrebbe instaurato una memoria condivisa

e cancellato il falso storico per il quale le italiche stirpi, nel loro infantilismo sociale, non prendendosi responsabilità per il fascismo

e la guerra conseguente, con perfetta rimozione freudiana  si sono raccontate la fola che la nuova Italia nasceva dalla Resistenza

e non dalla Guerra di Liberazione anti-nazifascista angloamericana, si levarono indignati cori accusanti il Cav di sacrilegio.

Ma la verità storica è che l’apporto militare della Resistenza a tale evento fu irrilevante: “No Yankees, no Freedom”. Punto.

Tornando al motivo della risata che mi è uscita dal cuore, possiamo osservare, risalendo al periodo della rifondazione in chiave

repubblicana del nostro Belpaese, come, dopo aver cacciato con ignominia la famiglia reale italiana, colpevole di tutte le nefandezze,

il modello monarchico, in ossequio al dettato gattopardesco, sia perfettamente sopravvissuto.

A tutt’oggi, infatti, noi abbiamo un presidente della Repubblica investito dei poteri di un monarca, eletto non dai cittadini

ma dalle “Camere dei Comuni e dei Lords” riunite.

A tal monarca un presidente del Consiglio eletto, secondo la non abolita Costituzione scritta, anche lui dalla Camera dei Comuni

e da quella dei Lords, si  presenta in qualità di gran ciambellano, per ottenere benedizione ed investitura a petto di giuramento, così come i Ministri del suo governo.

Direi che il quadro è medievale.

E la riprova è che addirittura coloro che sono dal Popolobue eletti alla Camera dei Comuni o a quella dei Lords, possono, tuttora,

infischiandosene di coloro che li hanno eletti, cambiar bandiera come e quando vogliono, liberi, come fringuelli,

di svolazzare da una formazione all’altra.

E come in una vera monarchia di antica memoria, le lobbies di interessi vari  – articolo di Daniela Coli

Il vero conflitto di interessi in Italia va cercato nei giornali” docet – possono utilizzare congreghe politiche che si formano

nelle due Camere in barba alla volontà del popolo sovrano, per meglio rappresentare i loro interessi. Spesso e volentieri

in contrasto con gli interessi del popolo sovrano.

Ed è per questa, interessata  ragione che sia Fini  che Casini, non sostenendola, contribuirono non poco ad affossare,

insieme alla, off course, sinistra, tramite referendum, quella Devoluzione realizzata dal penultimo governo Berlusconi

che vedeva rafforzate almeno le prerogative ed i poteri del Premier.

Ancora nessuno di coloro che sono confitti in tale obsoleto, inadeguato, farraginoso ed oggi oramai  disfunzionale

archetipo monarchico, riesce a liberarsi, e per ragioni ideologiche e per ragioni di mero interesse ad aver le mani libere,

di tal fardello, come possiamo evincere dalle polemiche intorno alla figura di Berlusconi e delle riforme costituzionali

che vuole realizzare, che le opposizioni, ed oggi anche una parte della ex maggioranza che fa riferimento ad un altro

autoelettosi “gran sacerdote” della sacralità delle istituzioni, il Fini, hanno armato ed ancora armano, è riuscito

ad  alzare lo sguardo alle sfide attuali e future a cui il nostro Paese deve far fronte fornendosi al più presto

di strutture amministrative moderne, leggere e svelte.

Realmente repubblicane, appunto.

La faccenda è talmente chiara che in campo culturale solo i cosiddetti “intellettuali” – Micromega docet

dal pensiero più o meno debole o agonizzante, non l’hanno ancora, come al solito, capita. Come del resto

non avevano capito, finché fu in vita, la genialità universale di Totò.

A proposito di come sta messa l’attuale Costituzione, una divertente storiella racconta che un tipo di un paesino

del Napoletano, emigrato anni prima, metti in Danimarca, ritorna dopo molto tempo al paesello, per espletare

 certe  pratiche burocratiche. E chiede al vecchio amico gestore del Bar Sport del paesello, che novità ci fossero in giro.

E l’amico gli dice: “Si è finalmente spusata a Carmelina.”

“Carmelina? Nun me l’arricuordo.”

“Si, quella tutta sciancata, col labbro leporino e con la gobba.”

“Ah si, è vero.”

“S’è spustata co’ Peppino, quello con un occhio di vetro, un braccio paralizzato, l’enfisema cronico e che tartaglia.

E hanno avuto pure un figlio.”

“Ah si? E comme sta a’ criatura?”

“L’hanno iettata.”

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Une réflexion sur “Il Gattopardo e il bluff dell’Italia repubblicana

  1. […]  IL GATTOPARDO E IL BLUFF DELL’ITALIA REPUBBLICANA   di  thefrontpage.it  di Aldo  Reggiani in Cavalcate nella prateria, Prima pagina | 33 commenti […]

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